La cantastorie di Valentina Lo Iacono

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“Ma dov’è?”, “È arrivata?”, “Qualcuno l’ha vista?”. Erano queste le prime voci che cominciavano a spargersi quella mattina nella piazza principale durante il mercato. Si raccontava che venisse da molto lontano, che da anni andasse in giro per il mondo, di città in città, per esibirsi nella sua pièce teatrale. Il suo era uno show inusuale: era lei l’unica protagonista e ogni volta raccontava una nuova storia ai suoi spettatori. Nessuno sapeva se si fosse studiata prima il pezzo, o se si fosse esercitata provando e riprovando. Difficile a dirsi, anche perché se qualcuno le chiedeva di riproporgli la storia presentata a Venezia o quella recitata a La Valletta, non acconsentiva mai. Il racconto veniva fatto una sola volta così da  rimanere nei ricordi delle persone presenti, mentre era come se svanisse completamente dai suoi. Un’unica performance eseguita in poco tempo per poi perdersi per sempre nelle ombre.

Era poliglotta e questo le consentiva, senza troppe difficoltà, di ambientarsi rapidamente ovunque lei andasse. Così diventava sempre più famosa, anche se la popolarità non sembrava interessarle. Si mostrava schiva, fredda, distaccata e, soprattutto, nessuno la accompagnava durante i suoi spostamenti. Un tipo solitario si sarebbe detto, poco socievole, troppo sulle sue…ma anche di questi giudizi, non sembrava importargliene proprio niente.

La chiamavano la Cantastorie. Un Omero dei tempi moderni che si abbandonava alla recitazione e all’elogio di storie di vita reale: una ragazza con il sogno della danza, un pittore che non riusciva più a dipingere dopo la morte della sua musa ispiratrice, i sacrifici dei genitori per dare un futuro migliore ai propri figli…chissà se erano solo episodi inventati, creati dalla sua fantasia, o se magari vi fosse un fondo di verità in ognuno di essi.

La sua passione per i racconti risaliva all’infanzia, quando, piccolina, seduta sulle ginocchia del nonno, ascoltava rapita ed estasiata le favole che lui stesso inventava. Piano piano, cominciarono a crearle insieme e ad immergersi in un mondo magico, che la piccola vedeva quasi come un’altra dimensione. E fu così che il nonno tramandò a sua nipote questa sua particolare abilità, trasmessagli tanto tempo prima dal bisnonno della Cantastorie. Il dono di famiglia era quindi destinato a proseguire, e a trovare nuovo vigore con la piccola, che crescendo ne fece il suo mestiere. Iniziò a esibirsi come artista di strada per gioco, poi qualcuno la notò e tutta la faccenda divenne una cosa seria. Ebbe sempre più seguito, la pubblicità era tanta e cosi ogni sua esibizione fu un successo. Il suo unico compito era di creare sempre nuove storie e d’altronde non era neanche troppo difficile per lei. Il suo spiccato talento fu da subito chiaro a quel  manager che, notandola, non volle lasciarsela scappare. Per lui era un’occasione da non perdere. Immaginava, pure per lei. Non volle mai svelati i trucchi del mestiere, o la Cantastorie non volle mai rivelarglieli. Come per tutti gli altri, anche per il suo manager la ragazza rimaneva un mistero. Indubbiamente le aveva fatto fare un salto di qualità. I profitti aumentavano, al pari della fama delle sue storie, e sarebbero aumentati ancora e di questo pensava gli fosse grato. I patti erano che lei si sarebbe occupata delle creazioni e di dare sempre alla gente qualcosa di nuovo, mentre lui si sarebbe affaccendato con tutto il resto. “A ciascuno il suo compito”: con questa frase suggellarono il loro accordo, dove nessuno risultava il capo dell’altro, ma il rapporto sarebbe continuato alla pari, così come era iniziato e così come era nei loro intenti. O almeno questo era ciò che il manager credeva.

Quando William Cohen la incontrò, erano in un locale di Londra, a Soho. Era teso e allo stesso tempo emozionato di conoscerla. La sua fama la precedeva e la popolarità che si era creata attorno a lei, la rendevano il fenomeno del momento. Era conscio del fatto che quella era l’occasione della vita. Poteva avere tra le mani un vero e proprio scoop, forse quello sarebbe stato il miglior articolo che avesse mai scritto finora. Avrebbe dovuto sfruttare al meglio questa possibilità e convincerla a rivelare cose che fino ad allora erano rimaste segrete, fatti che nessuno sapeva e nemmeno si sarebbero immaginati. E chissà se in questo modo non sarebbe finalmente riuscito ad ottenere il tanto ambito posto di vice direttore: nonostante fosse ancora giovane, in quella piccola redazione poteva sperare di raggiungere una posizione così di prestigio. Era determinato a dare il meglio di sé e non si sarebbe arreso al primo no…se solo fosse arrivata però.

Iniziava a temere che la Cantastorie si fosse tirata indietro e perciò controllò ripetutamente la sua casella di posta elettronica, ma niente, nessun nuovo messaggio. Trenta minuti di ritardo e nemmeno una chiamata! Doveva essere molto sicura di sé, se si permetteva un simile atteggiamento. Tra l’arrabbiato e il deluso, il giovane giornalista era ormai assorto nei suoi pensieri, quando si sentì toccare con un dito: era lei. La grande Cantastorie era finalmente arrivata e si trovava davanti ai suoi occhi.

Dopo i convenevoli di rito, William non volle perdere altro tempo e tirò fuori il suo iPad per registrare e l’agenda su cui segnarsi le risposte alle domande. L’intervista poteva incominciare senza ulteriori indugi.

“Come ti è venuto in mente di crearti questa professione?”, “Qual è il posto migliore in cui ti sei esibita?”, “Da dove provengono le tue storie?”, questa era già più personale, ma la Cantastorie non batté ciglio. “Si ispirano semplicemente a fatti della vita reale”. “Ma quali fatti e di chi?”. “Non rivelo mai le mie fonti che, dal canto loro, vogliono rimanere nell’anonimato e mi hanno fatto giurare di non rivelare mai la loro identità. Se lo facessi poi, non so come andrebbe a finire”. Improvvisamente un velo di tristezza le calò davanti gli occhi e William pensò di aver toccato il tasto giusto, era il momento di passare alle altre domande. “Quindi lavori per qualcuno? Qual è la molla che ti spinge a raccontare queste storie?”. La risposta fu un sospiro di rassegnazione. William continuò: “Ci sono stati degli incontri che ti hanno segnata e che quindi ti hanno portata a creare una storia?”. La cantastorie rise, lasciando trapelare un certo nervosismo. “Diciamo che ho la rara capacità di immedesimarmi negli altri fino a percepire la gioia e il dolore altrui come mio ed è questo che mi porta a recitare la storia sul palco così come in genere la vedete voi spettatori”. Forse il momento era arrivato, doveva farle ora la domanda che tutti si aspettavano e che avrebbe finalmente fatto capire chi era la Cantastorie. “Come sei arrivata al nome d’arte di Cantastorie? E chi è la vera Cantastorie?”. Silenzio. Ogni cosa intorno a loro sembrava essersi fermata, ma questo era solo nella mente di William, perché in realtà tutte le persone continuavano a discorrere come se niente fosse e il barman era, come al solito, intento a preparare i suoi cocktail. Tutto intorno a loro era normale, come sempre, ma tra di loro si percepiva qualcosa di diverso, quasi magico, si sarebbe detto.

“La Cantastorie sono io. Racconto storie e vado in giro per il mondo a raccontarle. Il mio vero io, non so più chi sia. Tante volte ho cercato di ricordarmelo, ma mi sono persa nei miei pensieri”. Fece una pausa. “Sai una cosa? Credo di aver assimilato troppe storie e ormai mi è difficile distinguere tra finzione e realtà. Io sono le mie storie e le mie storie sono parte di me.” Un po’ spazientita, prese in mano il  bicchiere di vino che aveva ordinato e ne bevve un lungo sorso, quasi come se le servisse da conforto. “E ora William, raccontami di te. Cosa ti ha spinto a diventare giornalista e perché lo fai?”. Senza neanche accorgersene, i ruoli si invertirono e William si ritrovò, suo malgrado, a parlarle apertamente di lui e della sua vita. Cominciò dalle estati passate in soffitta a leggere, per poi passare alla sua cronica timidezza vinta solo all’università, quando per pagarsi gli studi cominciò a lavorare per delle agenzie che sottoponevano sondaggi alla gente; il suo compito era quello di  contattarle ed intervistarle. Fu allora che oltre a superare un po’ di quella sua timidezza, capì che voleva diventare giornalista. “In un certo senso sei il mio alter ego, William. Non trovi?”. L’affermazione della Cantastorie lo spiazzò. Ovviamente non ci aveva pensato.

La Cantastorie gli mise sotto agli occhi un pezzo di carta che aveva tutta l’aria di essere una liberatoria: “Firma qui. Così mi autorizzi a divulgare la tua storia”. William si stava chiedendo “Ma perché mai dovrei farlo?”, quando la Cantastorie lo bloccò e gli disse: “Lo so, ti sembrerà strano, ma è arrivato il momento che tu conosca la mia vera identità: io sono William.” Lui restò perplesso. Non poteva credere a quanto aveva udito. Di fronte a lui la Cantastorie si trasformò e assunse, come per magia, le sue sembianze e, d’improvviso, William si ritrovò a guardare il suo riflesso nello specchio. Gli ci volle un po’ per capire che in realtà la Cantastorie se n’era andata, lasciandolo solo. Pensava che fosse questa la realtà, ma difficilmente sarebbe riuscito a ricordarsi nitidamente cosa fosse accaduto quella notte. L’unica cosa reale sembrava essere il suo senso di rimpianto e delusione per non essere riuscito a terminare l’intervista.  E ora? William non conosceva il manager della Cantastorie; era riuscito ad avere un appuntamento con lei, solo per una serie di fortunate coincidenze, ed era risaputo che la donna non rendeva conto a nessuno dei suoi  spostamenti e tantomeno al suo presunto boss. Non erano affari suoi, non doveva intromettersi in nulla.  Quindi  William aveva perso un’occasione.  Sarebbe ancora dovuto passare altro tempo prima che scrivesse il suo articolo migliore, ma anche se non adesso, sapeva che quel giorno, prima o poi, sarebbe arrivato. Ne era certo.

La Cantastorie tornò nella sua camera d’albergo. Si tolse la maschera che indossava e la mise da parte. Poi si accese una sigaretta, come poteva fare tranquillamente tra quelle quattro anonime mura. Come le succedeva dopo ogni incontro, era turbata. Ogni volta incamerava tante emozioni, gioie, dolori, paure…Ognuno di questi sentimenti la scalfiva e la rinvigoriva al tempo stesso. Ma in tutto quel vortice incessante di pensieri, parole, azioni, doveva trovare la forza di raccontare di nuovo un’altra storia. Era questo il suo segreto: rubava scorci di vita degli uni per raccontarle ad altri. Non avrebbe voluto farlo e spesso si interrogava su quanto fosse giusto il suo comportamento. Tuttavia nessuno se ne sarebbe mai ricordato. Chiunque la incontrasse, trascorsa la notte, si sarebbe dimenticato di lei e dei suoi racconti. Lei sola avrebbe continuato a portare questo fardello. Non era vero che si scordava le storie raccontate: le ricordava tutte ad una ad una, perché d’altronde erano le sue. Le custodiva per bene nella sua borsa da viaggio, l’unico particolare oggetto che non lasciava mai. Se, malauguratamente, qualcuno ne fosse entrato in possesso o l’avesse aperta, per sbaglio o sia pur volutamente, non vi avrebbe scorto niente. Per la Cantastorie, invece, al suo interno si trovavano tutti i pezzi di vita accumulati nel tempo e sistemati uno sopra l’altro: ogni volto, una storia, ogni storia, un volto. Era questo il suo potere e la sua maledizione: sapeva ascoltare le persone, tanto da trasformarsi in qualcuno di loro; il suo interlocutore rimaneva come svuotato, ma allo stesso tempo si sentiva liberato. Liberato da qualcosa che non era più suo e che ora apparteneva alla Cantastorie. Era lei, adesso, ad esserne custode e protettrice;  avrebbe  portato nel mondo quelle stesse emozioni e le avrebbe trasmesse al suo pubblico. Non accadeva mai che qualcuno si rifiutasse di concederle una storia, anche perché nessuno era in grado di ricordarsi di averla mai incontrata. Uno strano fato era toccato in sorte alla Cantastorie. Era solo una bambina quando cominciò a interessarsi alle favole, ma fu allora che il nonno le rivelò il suo dono: mescolarsi tra la gente, ma senza essere davvero una di loro; osservare e ascoltare attentamente, farsi prendere totalmente dalle storie quasi impossibili, ma pur vere, che si nascondono dietro ogni individuo; entrare in sintonia con i sentimenti degli altri, ma nascondendo i propri, per raggiungere quella che il nonno definiva “l’impersonalità del Cantastorie”. Crescendo prese sul serio questo suo compito, e continuò ad amalgamarsi tra le persone, per conoscerle meglio, e quando meno se lo sarebbero aspettato, avrebbe preso per sempre emozioni e sentimenti altrui indossando sul palco la maschera di qualcun altro. Era proprio come mettersi le scarpe di un’altra persona: all’inizio apparivano strane e scomode, ma dopo un po’ ci si adattava. Non c’era scarpa in cui il suo piede non riuscisse a infilarsi: tutte finivano per calzarle a pennello, come per magia. E forse si trattava proprio di questo.  Incontro dopo incontro, ripeteva i suoi incantesimi e tutti ci cascavano, aprendole il proprio cuore.  Da quel  momento un’altra maschera le veniva affidata, e a lei sarebbe spettato il compito di custodirla e di non sciuparla. Per questo non c’era racconto che venisse ripetuto. Una sola volta era sufficiente per far conoscere la storia di quello che sarebbe potuto essere il  vicino, l’amico di sempre, il cassiere del supermercato, la barista, l’insegnante di lingua e tanti altri di quelli che ognuno di noi ha incontrato sul proprio cammino. Si chiude il sipario, il pubblico applaude e la Cantastorie rimane lì, nascosta dietro le tende del palcoscenico. Le serve ancora un attimo per riprendersi. Dopo di che la maschera non c’è più, viene già riposta nella borsa da viaggio, insieme alle altre. Una collezione infinita. Ma tolta una maschera, ce ne sarà un’altra. Difficile a dirsi quando la Cantastorie fosse davvero se stessa. Nessuno d’altronde la conosceva o si ricordava di lei, ma quando questo accadeva, giuravano che era davvero simile a loro. Un’affermazione che la faceva sempre sorridere. Ma era vero, trovava sempre dei punti in comune con tutti, proprio come aveva fatto con William.

Tornato a casa William stava già cominciando a dimenticare i contorni del loro incontro, la delusione si stava piano piano trasformando in rassegnazione, che avrebbe poi lasciato il posto alla convinzione. Le sue solite convinzioni.

Per la Cantastorie, invece, il momento di un altro show si stava avvicinando e così riprese la sua borsa da viaggio e tirò fuori l’ultima maschera collezionata. O era la penultima? O non era né l’una né l’altra? Quella sera sarebbe andata in scena la storia di un ragazzo timido, con un sogno che avrebbe forse un giorno realizzato, ma quel giorno non era adesso, e neanche domani. Per ora spettava alla Cantastorie il compito di rendere quelle emozioni sul palcoscenico e di far conoscere a tutti la vera storia di William…o si trattava forse della sua storia? Un domani sarebbe diventato chiaro a tutti come la Cantastorie fosse in ognuno di loro, ma fino ad allora la magia delle sue storie sarebbe stata destinata ad accadere ancora, e ancora, e ancora…

 

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. maria ha detto:

    Originale ed intrigante,si legge con curiosità “la cantastorie”

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  2. Mirea ha detto:

    Complimenti Vale! Molto bello e ben scritto 😊

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  3. Anna ha detto:

    Gradevole racconto con un accenno al fiabesco in cui realtà e fantasia si mescolano, suscitando nel lettore curiosità sulla percezione del proprio io, a seconda gli incontri e gli accadimenti della propria vita.

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  4. Lara ha detto:

    Ho letto il racconto tutto d’un fiato, come raramente mi capita di fare quando leggo da smartphone (si sa, gli schermi riescono ad attirare l’attenzione del lettore solo per pochi secondi, e io sono diventata una lettrice un po’ disattenta), ma La Cantastorie mi ha davvero incuriosita fin dalle prime righe. Mi piace molto il tono della narrazione, tra il fiabesco ed il malinconico, e ci si ritrova, alla fine della lettura, a simpatizzare per il personaggio della Cantastorie, che pure dovrebbe essere impersonale, e che invece è tutto il contrario, e ad augurarle di riuscire, un giorno, a rientrare a far parte di quell’umanità di cui lei sente di non fare parte, ma allo stesso tempo, perché augurarle di rinunciare ad un dono tanto singolare? Il lettore rimane in sospeso alla fine, ad immaginare quali altri racconti la Cantastorie potrà rivelare al suo pubblico… Brava Valentina, complimenti!

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