La chiusa di Marianna della Penna

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Andrea seduto guarda la grande quercia secolare, ha un tronco cavo, un’immensa grotta, dove ospitare bambini per i giochi a nascondino, con lunghi rami giunti fino a terra da ricongiungersi alle stesse radici, come se non volessero spaziare il cielo, ma solo ritrovare la loro origine nel groviglio del presente e del passato, formano ora liane per salire in cima e costruire capanne.

Andrea, con occhi fulgidi, immagina l’imminente arrampicata per raggiungere la cima e vedere dall’alto la Chiusa dei nonni, perché, attraversandola in lungo e in largo con le corse e le rincorse, tra il foraggio e il bestiame, non riesce mai a capire quanto sia grande.

In silenzio, con l’agilità di un gatto, sale su “maestà“ secolare, attento a non rompere nessun ramo per giusto rispetto, lo stesso dovuto ai nonni.

La vetta, sembra un tesoro nascosto da fronde e foglie, tanto da ricoprire quasi a ventaglio lo stesso viso di Andrea che con cura e grazia, aiutato dal vento della Terra, scosta i rami, affacciandosi sul podere fatto di, sudore, giorni iniziati all’alba e terminati al primo canto della civetta, tra le stelle della notte, dove la culla della luna sospira ai sogni addormentati.

Lo stupore di Andrea è vivo, come lo sono i suoi otto anni, come chi resta a bocca aperta per la sorpresa, senza ricompensa, se non quella dell’ammirazione di un mondo in movimento senza sosta, come poi sarebbe stata la sua vita da Dott. Chirurgo, chiuso in una sala operatoria…

Dalla cima ventosa Andrea scorge il lungo sentiero, che percorre ogni giorno per raggiungere la Chiusa e non ha mai notato gli alberi, i grandi faggi, ondeggiano e frusciano all’aria, cambiano colore, se le foglie mosse girano il verso; costeggiano la via fatta di poco, di breccia bianca, come il suo camice, polverosa ad ogni passo umano, ad ogni passaggio di carri e trattori s’alza una nuvola di polvere, come quella dei ricordi, simile alla polvere di gesso in sala ortopedia.

Andrea pensa: “Oltrepasso tutti i giorni il viale, ma non l’ho mai visto così, sempre di corsa, veloce, come le urla di nonna Carolina, disperata per la mia colazione, con l’uovo fresco sbattuto e il latte appena munto, come se l’unica preoccupazione fosse solo mangiare!!! “.

Al viale s’apre una vastità di Terra “chiusa“, in una vallata a conca, arginata a Sud dal letto del fiume Rio, a Nord da costoni di Terra da farla sembrare una “tenuta“ imponente, con i suoi ettari di grano, foraggio e quelle piccole casupole simili a trulli, per ospitare il bestiame, il fieno e attrezzi d’ogni genere.

Andrea ricorda le parole del nonno: “Tutto questo sarà tuo!!! Mah… dovrai guadagnartelo, perché senza il duro lavoro, per la Terra non c’è speranza e tu sarai un uomo “ricco“, rispettabile, rispettoso come lo sono io! Continua con fierezza! Beh… Ci vuole fortuna, caro nipote! A noi… Non è mancata quella di zì Ficiante (Felice), la fortuna fatta in America! Ereditata con ngi’nu poco de carota e nu poco de bastò   ! Tutto questo puoi vederlo dall’alto della quercia, la ricchezza di questa povera Terra del Sud, che se coltivata, curata, lavorata, rende i suoi frutti, senza pensare a che giorno è, senza Pasqua, Natale, matrimoni e funerali.

Tu sarai “ricco“, il nipote di Cuccule!!! (soprannome di famiglia). La ripetizione della storia era continua come uninfinita litania, come la convinzione ripetuta per convincere la mente un : “nanneme nanneme finchè m’addormo”.

  Da tempo, Andrea era sceso dalla grande quercia e con i piedi ben ancorati a quella  Terra, che ora  gli sembrava anche meno grande.

Aveva compiuto diciotto anni, la voce del nonno gli risuonò, come un boato, simile a quello della grande SCOSSA…

I pensieri cominciarono a brulicare, come le affannose formiche operaie, a ronzare, come  le api sul nettare giallo oro  di fiori spampanati al caldo sole, a volare come un “volante“ vespaio che assume varie forme nell’aria, quelle di facce mostruose, dettate dai dubbi e dalle paure.

La paura delle parole, si, quelle del nonno, convinto (come chi comanda) e fermo (come la grande quercia) che la sua amata Terra del Sud  non dovesse esser abbandonata, quando lui stesso era più solo di un vecchio lupo di cui nessuno ha più paura, ricco solo dei suoi averi e dell’affetto servile di nonna Carolina, che non poteva e non voleva rispondere alle umiliazioni di un uomo, impegnato a nascondersi nel periodo di guerra, coraggioso a far la voce grossa con le donne e comandare chiunque fosse al suo fianco a difendere il suo “territorio”.

Non erano ammesse risposte di nessun genere, ma solo l’esecuzione del suo volere, d’altronde lo temevano tutti, per  l’ira scatenata da  qualsiasi divergenza d’opinione così che le conclusioni non giungevano mai alla fine o meglio degradavano in un pugno sferrato contro qualcuno o qualcosa. Lo stesso pugno ricevuto dal padre di Andrea per aver sposato la mamma di Andrea, Anna figlia unica, considerata sciagura perché donna, incapace di proseguire una dinastia destinata a perdersi e rinascere solo con Andrea.

Se sopraggiungeva, un ostacolo dettato dalla Provvidenza le imprecazioni erano “preghiere“ contro un Dio che per lui non c’era… Il credo era solo per l’oggi per quello che puoi toccare; dopo, il nulla che si fece attendere nella fine silenziosa del sonno.

Dio, aveva deciso di non  “ascoltarlo”  al termine della sua vita e forse perdonarlo per tanta debolezza.

Tacere non è sempre assenso e nonna Carolina con il suo silenzio vinse il tempo della vita, continuando quel che aveva sempre fatto: testa bassa a lavorare, come girasole arso dal sole, sola come chi ha deciso d’esser vivo a metà, perché quel padre padrone era la sua metà, accettata come un’abitudine, una rassegnazione come  il buio della notte, la luce era solo nel piccolo lumicino ad olio che portava con se da sempre per far luce (la speranza mai persa…) a lui che urlava nella notte piovosa il rovinoso raccolto dell’indomani.

Un “amore” antico, più del suo comò, impolverato da fazzoletti di stoffa ricamati con le iniziali e tranquillanti per dormire e non ricordare le promesse, quelle fatte tra le famiglie, per far restare tutto in famiglia.

Andrea, scruta l’orizzonte segnato dalle vette della montagna;  al di là il futuro e, con un sorriso, pensa a progetti possibili, perché qui al Sud c’è sempre una possibilità, anche per l’antica Chiusa, magari un agriturismo, un B&B, con percorso naturalistico tra i monti e le vallate lucolane ,  a piedi o a cavallo, per abbandonare  finalmente il sogno della madre: diventare un dottore e magari ortopedico; per la futura vecchiaia fa sempre comodo un dottore, soprattutto per le “rotture“.

Sarà che i sogni si realizzano a discapito di altri, con incubi che oggi, come tutte le mattine,  puntualmente alle ore 6.00, a Milano, svegliano di soprassalto Andrea che balza dal letto per il  terribile boato, quello che ha scosso, percosso, distrutto tutto…: Il  TERREMOTO! Perfino la Terra si è girata, con le zolle sottosopra e sopra le macerie, la polvere soffocante, la stessa che tutte le mattine, in sala gessi, imporpora Andrea, ormai famoso ortopedico.

Andrea e il sogno della madre: un dottore in casa, eccellente, famoso, una buona posizione, una famiglia, in una vera città come Milano, dove non manca nulla se non…: la grande quercia, i giochi, il fiume, i nonni, il profumo del vento della Terra, il viale, il grano, i fiori, la montagna. La “Chiusa“ è chiusa, nella sua stessa terra, mentre Andrea sorride,  “opera”  il suo ritorno, per far rivivere se stesso al richiamo del CUCULO.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. tonyborghesi2005 ha detto:

    Un racconto meraviglioso di un’epoca che nel silenzio duramente operoso dei campi a volte nascondeva anche della violenza di cui non si parlava mai. Bravo Alberto

    "Mi piace"

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