La risorta di Elena Fanti

femminicidio-vittime-580x300

Pioveva come allora, come in quel giorno. Le gocce d’acqua scivolavano contro il vetro della finestra, gonfie e trasparenti, rimandando il riverbero cinereo e mesto della città.

Anastasia lo ricordava bene. Oh, se lo ricordava! In fondo, era impresso sulla sua pelle e niente e nessuno avrebbe mai potuto cancellarlo.

Volse il capo verso il vetro e, circondata dalla povera e sobria mobilia della sua stanza, vide il riflesso del proprio volto. Un volto lucido, tirato. Un grugno quasi irriconoscibile. Un viso bellissimo sfregiato per sempre. I capelli sparuti e slavati sul cranio quasi in vista. Le labbra ridotte ad una linea bianchiccia e deforme, sovrastata da due narici larghe e schiacciate. E gli occhi – oh, gli occhi! – erano stati trasformati in due fessure senza ciglia, senza le lunghe ciglia nere che tanto le piaceva risaltare con il mascara.

Anastasia distolse lo sguardo, disgustata.

Il ticchettio della pioggia contro il vetro riempiva un silenzio severo, pesante, opprimente. Doloroso.

Ad un tratto, la porta della camera si aprì. Un medico allampanato entrò con passo silenzioso. Aveva due occhi neri e gentili e un sorriso appena accennato fra la barbetta incolta.

«Come stai oggi?» le chiese, incrinando il rumore della pioggia con la sua voce da baritono. «Va un po’ meglio?».

Anastasia chiuse un attimo gli occhi. Sì, il suo orecchio non si era ingannato: aveva la voce profonda di un baritono.

«Va come sempre, dottore» rispose in un sussurro, risollevando le palpebre.

Il medico tossicchio e si fece da parte, indicando la porta con il palmo della mano aperta.

«Oggi te la sentiresti di parlare?».

Anastasia prese un profondo respiro. Non amava uscire dalla sua stanza, mostrare a quel piccolo mondo i suoi sfregi, nonostante ci fossero anche altre donne nella sua condizione, lì.

Da quando era arrivata, da quando aveva deciso di fermare la propria vita per riprenderla in mano dopo ciò che lui le aveva fatto, non aveva mai partecipato attivamente a nessun incontro. Guardò istintivamente il calendario e solo allora si rese conto che era passato esattamente un mese da quando era arrivata, ancora bendata, in quella struttura protetta.

Strinse con forza i pugni, fino a far diventare bianche le nocche e tornò a rivolgere lo sguardo sul medico, che era rimasto immobile come una statua di sale.

Anastasia si alzò con le gambe che le tremavano. Era pronta ad affrontare i suoi demoni? Era pronta a rievocare il ricordo di lui?

“Adesso o mai più” si disse e non seppe nemmeno lei dove trovò il coraggio per muovere un passo barcollante.

Il medico drizzò la schiena e allargò il proprio sorriso, trionfante. Non disse nulla e attese che gli passasse accanto, prima di richiudere la porta dietro di lei con un tonfo sordo.

Anastasia strinse gli occhi. La luce fredda del corridoio era abbagliante, se ne sentì quasi accecare. D’improvviso si percepì nuda e istintivamente portò le braccia a coprirsi il busto.

«Tranquilla» le sussurrò il medico, sfiorandole una spalla.

A quel contatto, Anastasia sussultò come punta da un insetto e si addossò contro la parete, tremando fin nelle viscere.

«La prego non mi tocchi!» urlò.

L’uomo sollevò entrambe le mani e aggrottò le sopracciglia.

«Perdonami, non era mia intenzione metterti a disagio» disse, «andiamo, da questa parte».

Anastasia lo seguì fin dentro una stanza dipinta di rosa, al centro della quale troneggiavano una decina di sedie bianche, occupate ognuna da una donna. Appena entrò, tutti i visi si volsero all’unisono verso di lei, costringendola ad arrestare il passo.

Anastasia studiò ognuna di quelle donne di sottecchi e notò che oltre ad avere età diverse, erano anche di diversa nazionalità.

«Siediti pure. Non avere paura, sei in buone mani» le disse il medico, allontanandosi lentamente da lei.

Annuì e sentendo sulla pelle quegli sguardi bruciare più dell’acido che le aveva corroso il viso, ubbidì. Puntò gli occhi a terra e si strinse nelle spalle, provando nuovamente quell’orrida sensazione di essere nuda ed esposta.

Anche da lì, nel silenzio che regnava, modulato appena da qualche sospiro, si udiva il rumore della pioggia battente.

«Benvenuta, sono felice che tu sia finalmente qui, in questo gruppo» disse una donna – una dottoressa? Una psicologa? Poco importava: Anastasia non aveva intenzione di sollevare gli occhi da terra, da quelle mattonelle bianche screziate di rosa. «Sentiti libera di parlare come e quando vuoi. Siamo qui per ascoltarti e aiutarti. Se intanto vuoi presentarti…».

Ma Anastasia non era più lì.

La sua mente era tornata a quel lontano giorno di pioggia e alla prima volta in cui aveva incontrato lui.

La biblioteca era quasi vuota a ridosso dell’orario di chiusura.

Anastasia si era trattenuta fino a sera sia per studiare per il tanto sospirato ultimo esame sia per attendere che l’impietosa pioggia cessasse di venire giù.

China sul libro di farmacologia, seguitava a ripetere mentalmente quelle dannate formule, nella speranza di memorizzarle tutte e di concludere la sua carriera universitaria con un bel trenta. Magari con la Lode, perché no?

Aveva ventitré anni e tanti sogni da realizzare e la laurea era uno di quelli. Anzi, era solo il primo di una lunga serie. Le sarebbe piaciuto viaggiare, visitare Parigi e l’India, imparare ad andare a cavallo, diplomarsi in conservatorio e trovare anche qualcuno da amare, con cui mettere su famiglia. Era una ragazza romantica, cresciuta a pane e Disney, e sognava un matrimonio da favola. Desiderava almeno due figli e se avesse avuto un maschio l’avrebbe chiamato Filippo, come il principe de La Bella Addormentata nel Bosco, che ai suoi occhi era il principe azzurro per eccellenza, coraggioso e forte, pronto a lottare per la donna che amava anche a costo della vita.

Anastasia chiuse il librone con uno scatto, stiracchiando le braccia sopra la testa. Aveva preso a divagare come suo solito, ormai preda della stanchezza per le ore di studio.

Volse il capo verso sinistra, verso la finestra che si apriva sul viale principale della città e su quegli alberi molli di pioggia, e rimase a fissare gli ombrelli sfilare sul marciapiede per un po’, con una mano a sorreggersi il capo dorato.

“Non ho l’ombrello” pensò, affranta. Si sarebbe inzuppata come un pulcino per tornare a casa. Accidenti a lei e alla sua sbadataggine! E pensare che aveva appeso l’ombrello alla porta proprio per non dimenticarlo!

Tornò a guardare i libri e i quaderni sparsi sul tavolo.

«Spero solo che non si bagnino dentro lo zaino» sussurrò fra sé e iniziò a raccattare i suoi effetti.

Solo quando depose l’ultimo libro si accorse di quel ragazzo che, dall’altra parte del lungo tavolo, la stava fissando con le guance imporporate.

Anastasia sbatté ripetutamente le palpebre, perplessa.

«Filippo… giusto?» esordì, riconoscendo il suo compagno di corso, quello timido e impacciato che i suoi amici non avevano mai notato e che ignoravano volutamente. «Non sapevo che ci fossi anche tu qui».

Il giovane sussultò e la salutò con la mano.

«Ci-ciao» disse, «a dire il vero ti ho notata solo ora che la biblioteca è vuota».

«Hai visto che tempaccio?».

«Sì e se non erro, mi pare che tu non abbia l’ombrello».

Anastasia mostrò la lingua.

«Sono la solita sbadata» replicò.

Filippo le si accostò lentamente e le si fermò a pochi passi di distanza.

«Se vuoi posso accompagnarti a casa. Ho sia l’ombrello che la macchina. Per me non sarebbe un problema».

Anastasia lo guardò negli occhi di ghiaccio, incorniciati da una tempesta di efelidi. Spostò il peso del corpo da un piede all’altro e nonostante le remore annuì, ringraziandolo timidamente.

Quello con Filippo divenne un appuntamento quasi quotidiano sia che ci fosse il Sole sia che piovesse. Si vedevano in biblioteca, studiavano l’uno accanto all’altra scambiandosi timidi sorrisi ogni tanto e, infine, il ragazzo la riaccompagnava a casa. Era in quei momenti, prima di scendere dall’auto, che si fissavano intensamente e che Anastasia provava uno strano sfarfallio nello stomaco.

Fu proprio in un giorno di pioggia in cui Filippo la trattenne per un braccio e le sfiorò le labbra con le sue, in un bacio che la ragazza approfondì poco a poco, giorno dopo giorno.

Era dunque quello l’amore? Un qualcosa che nasceva lentamente, s’insinuava sotto la pelle, s’infilava nei vasi sanguigni e trafiggeva direttamente il cuore?

«Ti va di uscire con me sabato sera?» le chiese un giorno Filippo, carezzandole i capelli che le si inanellavano intorno al viso ovale.

Anastasia accettò con entusiasmo e attese quel giorno con trepidanza. Quando però giunse, portò con sé qualcosa di inaspettato, che infranse ogni suo sogno d’amore.

Anastasia si ritrovò in un vicolo, con i vestiti strappati e l’alito alticcio di Filippo che la soffocava, mentre le si spingeva dentro e fuori, dentro e fuori, con rabbia, biascicando parole oscene e sconclusionate. E fu così che venne ritrovata qualche ora più tardi da due poliziotti: mezza nuda, con un forte bruciare fra le cosce e il trucco impiastricciato sul viso. Sola, in quel vicolo squallido, sotto un cielo inclemente e in lacrime.

Ricordava a stento le sirene dell’ambulanza, la corsa in ospedale, le mani della dottoressa che con tutta la delicatezza possibile la medicava. Ricordava chiaramente l’umiliazione, il dolore, il sapore amaro delle medicine sulla punta della lingua.

Vedere sua madre piangere – quella madre che l’aveva cresciuta da sola, che faceva due lavori per permetterle di studiare – le straziò l’animo. Si sentì sporca, colpevole. Non riuscì a guardarla in viso nemmeno quando l’abbracciò forte e la strinse al seno, sussurrandole che non era colpa sua e che le sarebbe stata accanto qualunque cosa fosse successa.

Anastasia non parlò per giorni. Le parole erano lì, ferme in gola, in procinto di soffocarla, senza trovare la via per oltrepassare la barriera dei denti. Vedere i camici bianchi dei medici le gettava addosso tanta angoscia e riuscì ad aprirsi piano piano solo con una pingue signora di mezza età, probabilmente una psicologa. Solo quella donna fu in grado di tirarle fuori il nome del ragazzo che le aveva fatto del male, che l’aveva violentata.

Anastasia odiava quella parola e, lo sentiva, lo avrebbe fatto per tutto il resto della sua vita. La prima volta che l’aveva udita pronunciare dal medico, si era messa ad urlare e a dimenarsi come un’ossessa, piangendo fin quasi a soffocare.

Non poteva essere successo proprio a lei! Era stata così stupida! Stupida! Stupida! Stupida!

«La colpa è mia» aveva sussurrato infine, con la voce arrochita di chi non parla da giorni.

La signora pingue si mosse sulla sedia.

«La colpa è di chi ti ha fatto questo» replicò con voce dolce, ma ferma.

«Ma io mi sono fidata, l’ho seguito in quel vicolo…».

«E gli dava forse qualche diritto su di te?».

Anastasia chinò il capo e lo scosse, lentamente.

La donna si mosse di nuovo, forse per sporgersi in avanti.

«Sai Anastasia, io credo molto al potere dei nomi» sussurrò, «e te lo dico in confidenza, al di fuori del mio ruolo e del mio lavoro».

«Il potere dei nomi? Cosa significa?».

«Che, secondo me, i nomi che ci vengono imposti alla nascita non sono casuali. In qualche modo influenzano ciò che diventeremo».

Anastasia rimase un po’ a pensarci. Quella signora un po’ grassoccia aveva detto di chiamarsi Germana e a quel nome erano attribuiti due significati: il primo era “sorella”, il secondo “donna di guerra”. Accennò un sorriso e si disse che, sì, forse era vero. Germana le era vicina come una sorella, ma al tempo stesso si dava da fare come una guerriera.

«A cosa pensi?» le chiese la signora, inclinando il capo sulla spalla sinistra.

«Che nel suo caso è vero» rispose.

«Lo sarà anche nel tuo, vedrai».

Anastasia si asciugò una lacrima e si ributtò sul letto, nascondendosi sotto le coperte. Per un breve, misero istante credette che quelle parole potessero essere vere.

Il giorno seguente fu dimessa e, mentre tornava a casa con sua madre, le chiese a che punto fossero le indagini, se Filippo fosse stato preso. In ospedale, in quell’ambiente protetto e ovattato, le notizie non giungevano mai.

«Non ancora, ma lo prenderanno presto, bambina mia. Si nasconde, ma ormai ha la polizia alle costole e non riuscirà a scappare».

Anastasia non replicò nulla e sprofondò nel sedile dell’auto, facendosi piccola piccola, persa in mille pensieri che le vorticavano alla rinfusa nella mente intorpidita dalle medicine. Aveva perduto l’occasione di dare l’ultimo esame e, con esso, anche di laurearsi entro la fine dell’anno. Sentiva il peso dei suoi sogni infranti gravarle sulla schiena, schiacciarla, ferirla. Germana le aveva assicurato che, con il tempo e il giusto aiuto, sarebbe riuscita a riprendere in mano la sua vita, ad andare avanti, a non vivere surclassata da ciò che le avevano fatto.

Anastasia aprì il palmo della mano e dalle dita fece capolino un foglietto sul quale era riportato il nome di un centro assai valido. Eppure…

Crogiolarsi nel proprio dolore non le sarebbe servito a nulla, probabilmente l’avrebbe solo spinta alla pazzia, ma in quel momento si sentiva priva di forze, priva di volitività. Priva di vita. Da quando era stata ritrovata in quel maledetto vicolo, si sentiva come un fantoccio di carne e ossa.

“Vorrei solo sparire” si disse, mentre l’auto accostava. “Vorrei solo morire!”.

D’improvviso, lo sportello venne aperto di scatto. Anastasia udì sua madre gridare, mentre una mano l’afferrava per un braccio e la gettava a terra. Una scarica di pugni e calci le si riversò addosso, insieme ad insulti vomitati dalla stessa bocca che le aveva morso la pelle.

Anastasia trovò la forza di aprire gli occhi e nella sua visuale entrò il volto color vinaccio di Filippo, con i suoi capelli rossi simili al fuoco dell’inferno. Del suo inferno.

«Mi hai rovinato la vita, troia!» le urlò, stringendo fra le mani un secchio. «Per colpa della tua denuncia adesso la mia vita è finita! Eppure ti piaceva mentre mi ti scopavo!».

Anastasia cercò di fuggire, ma venne afferrata per i capelli e rigettata a terra. Poco dopo, un forte calore seguìto da un dolore lancinante le si sciolse sul viso. L’ultima cosa che udì prima di perdere i sensi, furono le proprie grida sfumare in un tetro gorgoglio.

 

«…Mio marito mi ha accoltellata qualche mese fa davanti ai nostri due figli».

La voce di quella donna la ridestò, richiamandola alla realtà.

«Il mio compagno mi ha picchiata per dieci anni» disse un’altra, dall’accento straniero. «Ho trovato il coraggio di denunciarlo solo quando si è accanito sulla nostra bambina di due anni».

Anastasia sollevò gli occhi quel tanto che bastava per scrutare i visi di chi aveva parlato.

La prima donna sedeva alla sua sinistra, proprio accanto a lei. Da sotto la maglia si vedeva il bendaggio che le fasciava il busto esile. Tremava come una foglia e i suoi occhi azzurri erano pieni di lacrime.

La seconda, invece, doveva essere sudamericana o spagnola a giudicare dall’accento, e aveva fianchi e glutei generosi. Appena si accorse che la stava guardando, le accenno un sorriso con le labbra carnose. Anastasia non ricambiò e distolse frettolosamente lo sguardo.

«Qualcun’altra desidera parlare?» chiese la dottoressa con cordialità, «qui nessuno vi giudicherà. Nessuno».

Seguì un breve silenzio. La pioggia aveva cessato di battere insistentemente contro le tegole del tetto.

«Io… io sono stata picchiata e violentata da mio padre» disse una voce sottile. Anastasia postò lo sguardo e vide una ragazzina di nemmeno diciotto anni mostrare i polsi tagliati. «E ho tentato il suicidio».

«Come ti chiami?» domandò la dottoressa.

«Caterina».

“Fulmine” pensò fra sé e sé Anastasia e le salirono le lacrime agli occhi, che cercò in tutti i modi di nascondere.

Per lei quella ragazzina confermava la teoria di Germana: con la forza di un fulmine che schianta anche gli alberi, aveva iniziato a lottare per se stessa e per la propria vita, decidendo di intraprendere la terapia in quel centro e rigettando il desiderio di morire.

«I nomi non sono casuali».

Anastasia avvampò. Aveva parlato e non se n’era nemmeno accorta!

La dottoressa che le stava di fronte, a dividerle solo il vuoto del cerchio, sorrise bonariamente.

«Come?».

«I nomi che ci vengono imposti non sono casuali» ripeté e questa volta trovò il coraggio di risollevare il capo e mostrare il suo volto sfigurato dall’acido, per la prima volta senza vergogna. «Me l’ha detto una volta una persona».

«E secondo te ha ragione? Vuoi dirci come ti chiami?».

Anastasia ingoiò le lacrime, mentre nella sua mente si susseguiva il ricordo della doppia violenza e del dolore, frammischiato ad un sentimento che fino ad allora non credeva di essere più in grado di provare: la Speranza.

Con lo sguardo abbracciò tutte le donne presenti, le guardò negli occhi una ad una. Infine, si soffermò sulla dottoressa dai capelli neri e gli occhiali a farfalla.

«Mi chiamo Anastasia e da oggi voglio essere la Risorta».

10 commenti Aggiungi il tuo

  1. azzurropillin ha detto:

    Mi è piaciuto molto. Brava Elena

    "Mi piace"

  2. Paolo ha detto:

    Bellissimo Elena! Complimenti!

    "Mi piace"

  3. Agata ha detto:

    Leggere questa storia mi ha sinceramente commossa. Ho avvertito il dolore, la vergogna, ma anche e soprattutto il coraggio di Anastasia, che Elena ha saputo sottolineare con tatto ed estrema delicatezza. Immedesimarsi nei pensieri di questa ragazza è stato quasi naturale, nonostante io non sia più tanto giovane. Mi è sembrato di averla accanto e di sentirla respirare.
    Bravissima, Elena, sono davvero orgogliosa di te!

    "Mi piace"

  4. Franco ha detto:

    Bella e commovente, ma anche scritta molto bene. Mi ha trascinato dentro la storia

    "Mi piace"

  5. Sara Valenti ha detto:

    Toccante in ogni passaggio e ti fa montare una rabbia dentro è dire poco. Certi non possono essere nemmeno considerati uomini o esseri umani, hanno anche meno cuore delle bestie feroci. Prima o poi il muro di quel vicolo infame verrà sfondato per aprirsi su una strada larga in discesa mi auguro, e per non venire issato mai più

    "Mi piace"

  6. Roberta ha detto:

    Bellissimo!! 🙂

    "Mi piace"

  7. Alice ha detto:

    Bella, bella, bella. Non poteva uscire nulla di diverso dalla penna di Elena. Racconto forte, ma dal finale che regala speranza. Semplicemente bellissimo!

    "Mi piace"

  8. Sabrina ha detto:

    Un pugno nello stomaco. Ho pianto. Non potevi trovare finale più bello, la forza che è in noi … Bravissima

    "Mi piace"

  9. dadabruzzo ha detto:

    Racconto molto profondo! Complimenti per essere riuscita a trattare una tematica così delicata attraverso il personaggio di Anastasia ❤ bravissima!

    "Mi piace"

  10. Silvia ha detto:

    Ho ancora i brividi e le lacrime agli occhi. Un finale squisito, che regala il messaggio più importante di tutti: quello della speranza. Narrazione scorrevole e assai piacevole, ma soprattutto emozionante. Grandissima Elena!

    "Mi piace"

Rispondi a Sara Valenti Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...