L’eccezione al dolore di Dora Cosima Masi

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Nessuno dovrebbe sopravvivere ad un evento doloroso, di quelli che sbriciolano l’anima in modo da non poterla più mettere insieme. O semplicemente, non si dovrebbe essere soli ad affrontare quello strazio che ti porti addosso. Io fui la mia peggior nemica, a quanto pare, perché ritornavo sempre a quei momenti. Iniziava sempre tutto con l’odore.

L’odore di terra appena zappata entrava nelle narici con prepotenza, avvolgendo le persone insieme ai filari di pomodori. Lunghe strisce di rosso e verde, aggrovigliati in un abbraccio stretto e dal profumo pungente che si sarebbe sentito per ore dopo la raccolta. Ero china come le altre, con la spalla curvata in posizione tutt’altro che comoda, con la fronte a pochi centimetri dalle delizie rosse che stavo raccogliendo. Un fazzoletto rattoppato intorno alla testa, una camicia dal collo alto e la gonna ampia a nascondere le gambe e ostacolare quei movimenti che altrimenti sarebbe stati fluidi e naturali. Cercavo di non restare indietro, di essere all’altezza della fiducia che Concetta mi aveva concesso portandomi con sé a lavorare a giornata. Quel lavoro mi serviva, soprattutto dopo che mio padre era morto, lasciandomi sola al mondo.

A sedici anni ero la più giovane tra le lavoratrici, ma comunque l’ultima arrivata e sapevo di dover mostrare più impegno e più serietà per essere richiamata il giorno dopo e quello ancora. Quando quella giornata di lavoro finì, potei raddrizzare la spalla, provando quel sollievo che per ore e ore avevo solo immaginato. Mi misi in fila con le altre per ricevere la paga dal fattore, come tutte noi chiamavano Santo, il responsabile di quei campi di proprietà di don Geremia. Presi le monete, ma lui mi tenne ferme le mani con la scusa di contare bene i soldi. Lo faceva sempre, inventando scuse diverse, prolungando quel tocco e guardandomi negli occhi con uno sguardo che non mi piaceva.

Santo era un uomo di cinquant’anni, tarchiato e con una pancia che la gente gli invidiava perché risultato del suo benessere economico. Era suo compito portare le donne nei campi per farle lavorare, suo diritto sgridarle e suo potere licenziarle. Come le altre, anche io sapevo che non bisognava farlo arrabbiare perché si rischiava di rimanere a casa, ma non condividevo l’idea di molte mie colleghe di fare di tutto per aggiudicarsi la simpatia di quell’uomo. Santo poteva avere il potere di mandarti a casa, ma questo non faceva di lui un uomo simpatico, divertente o di bell’aspetto. Forse avrei perdonato queste sue mancanze se fosse stato un mio coetaneo e non un amico di mio padre, ma più lui cercava occasioni per sfiorarmi, più lo detestavo. Alcune donne scherzavano con lui con fare disinvolto e durante le poche pause di lavoro si divertivano a scambiarsi frasi anche ambigue: io mi tenevo fuori da questi giochi, specialmente da quando cercava di toccarmi con la scusa del lavoro. Giacché le attenzioni non gradite proseguivano decisi di appellarsi al buon senso e alla saggezza dei quarant’anni di Concetta. Tuttavia la risposta fu molto diversa da quella attesa.

«Io starei attenta prima di dire certe cose in giro» mi ammonì, severa. «Ricordati che è grazie a lui se non fai la fame».

Lo sapevo bene, ma cercai di far capire il mio punto di vista. «Ho l’impressione che …».

«L’impressione, appunto» mi interruppe Concetta. «Non mi stai dando delle prove. Solo parole su un uomo rispettabile che ha famiglia. E che potrebbe essere tuo padre, buon’anima» aggiunse, facendosi il segno della croce. «Stai attenta a quello che pensi e a quello che dici, potresti rovinare un brav’uomo con le tue chiacchiere». Io, ammutolita annuii, sentendomi in colpa per ciò che avevo appena esternato e pregando la mia amica di non farne parola con nessuno. Nei giorni successivi lavorai sodo come le altre, non risparmiandomi, ma soprattutto feci mio il pensiero di Concetta, dandomi della stupida per quei pensieri offensivi contro chi mi permetteva di lavorare. Eppure la situazione non migliorò con il mutamento del mio pensiero, perché lui aspettava di non essere visto per intrappolarmi nei suoi abbracci. Fino a quando lo respinsi, facendo leva sul buon senso e sulla mia onestà: non solo era sposato, ma avevo l’età di una delle sue figlie. Mi punì per il mio rifiuto, lasciandomi a casa senza lavoro per una settimana, con la scusa che non c’era molto da fare.

Chissà come sarebbero andate le cose se nulla fosse cambiato. Ma una novità fece capolino nella mia vita. Durante la festa della Madonna di agosto vidi per la prima volte Tore che chiese di me a sua cugina Concetta: si fermò a parlare con lei e il marito e non mi tolse gli occhi di dosso. Io cercai di non farlo a mia volta, ma tornai a casa con un dolce sorriso che mi diede il buongiorno il mattino dopo. Anche se la giornata fu faticosa e io venni ripresa continuamente, anche se il vocione del fattore tuonava come frusta sulla pelle, io sbrigai il mio lavoro sempre sorridendo, come se fossi altrove invece che china a strappare erbacce.

Le chiacchiere, soprattutto se servono per alleviare il duro lavoro, viaggiano velocemente e arrivano anche a chi non è coinvolto nella faccenda: quel giorno Concetta iniziò a canzonarmi per via di Tore e le altre donne fecero lo stesso. Santo ascoltò quanto bastò per equivocare, perché mi accusò davanti a tutti di non essere seria e che non mi avrebbe richiamata l’indomani se non davo spiegazioni. Incapace com’ero di difendermi, dovette intervenire Concetta ad appianare la cosa, spiegando a Santo che io non avevo fatto nulla se non attirare le attenzioni di Tore e che loro mi stavano prendendo in giro a mia insaputa. La donna ribadì la mia onestà, spiegando a lui e di conseguenza a me, che Tore aveva intenzioni serie e che, appena concluso un lavoro al nord, voleva parlarmi. Quella spiegazione mi emozionò, però non servì a rimettere le cose a posto. L’atteggiamento di Santo nei giorni successivi peggiorò e il suo malumore si concentrò quasi sempre su di me: mi sgridava sempre, criticava il mio modo di lavorare e spesso non mi convocava per il giorno dopo, lasciandomi senza i soldi necessari per potermi comprare il pane. Non osavo protestare, pensando che fosse colpa mia: anzi mi impegnavo più delle altre quando poi ritornavo a lavorare, ma questo non bastò, non fermò la sua rabbia nei miei confronti. Arrivò a non aspettare l’occasione ma a ricercarmi di proposito, soffermando di più il tuo tocco su di me con un atteggiamento rabbioso, chiedendo quelle gentilezze che, a suo dire, elargivo a tutti tranne che a lui.

Ci sono giorni, spesso non importanti, che si trascinano anonimi per ripresentarsi grigi e uguali l’indomani. Quella mattina invece l’avrei ricordata contro la mia stessa volontà.

Il sole si levò e mi ritrovai china sulla terra già prima di vederlo all’orizzonte. Il silenzio delle donne fu breve: si iniziò canticchiando delle canzoni religiose per poi passare a chiacchierare del più e del meno tra una piantina e l’altra. Il fattore sorvegliava il lavoro come sempre, ma quel giorno era silenzioso, guardava sempre in un unico punto e tutte furono contente che fossero finite le prediche dei giorni precedenti. Tutte tranne io, che non potei non accorgermi di come Santo mi seguisse in tutti i miei movimenti: avrei preferito le sue urla a quegli occhi che mi scrutavano. Qualcuno sostiene che ci sono dei campanelli d’allarme alle disgrazie e forse io fui sorda a quel suono fatale. Fui l’ultima ad essere riaccompagnata, ma questo accadeva spesso, non destò in me nessun sospetto: salutai Santo senza troppa enfasi ed entrai a casa felice: anche quel giorno era finito. In realtà l’inferno stava per iniziare.

Un leggero cigolio mi fece voltare verso l’uscio e fu allora che vidi Santo, alto e imponente, a pochi centimetri da me. Non aveva bussato ed io non riuscii a replicare perché si avvicinò schiaffeggiandomi con tanta forza da farmi cadere per terra. Il gesto fu così improvviso, la forza applicata così rude che rimasi stordita qualche istante, con la testa che girava. Non ci fu, però, il tempo di riprendermi: mi fu addosso, scuotendomi energicamente mentre ripeteva “puttana! puttana!”. Provai a rialzarsi, Dio solo sa se ci provai, e iniziai a gridare con tutto il fiato che avevo in gola, sperando che qualcuno mi sentisse, ma il mio misero tentativo si strozzò in gola quando Santo mi schiaffeggiò di nuovo, puntandomi questa volta il coltello.

«Prova a gridare di nuovo e sei morta. Hai capito? MORTA!». Sbarrai gli occhi dalla paura e feci di con la testa. Santo bloccò le mani in alto con una delle sue nei primi istanti poi, quando lo vidi rovistare fra i pantaloni e capii realmente cosa stava per accadermi, urlai disperata, dimentica della minaccia di poco prima. Mi schiaffeggiò con più forza e decise di mettermi la mano sulla bocca per farmi smettere: ne approfittai per colpirlo con i pugni senza che mostrasse alcun segno di cedimento. Era pesante su di me, togliendomi a tratti il respiro; ogni mio movimento più che liberarmi sembrava dare piacere a lui: iniziò a frugare fra le mie cosce, sollevando con strattoni la lunga e pesante gonna. Fu come essere prigioniera nel mio stesso corpo: sentii qualcosa premermi giù fino a quando un dolore lacerante, come mai provato prima, mi spezzò in due. Un grido soffocato si perse nella mano grossa e sporca di terra di Santo, ma un altro senza suono si diffuse dentro me, mentre lui, con movimenti prima lenti poi sempre più veloci, spingeva con più foga.

Non mi accorsi quando finì, non capii e non mi interessò di essere libera di scappare via. Gli occhi pieni di lacrime di dolore e angoscia mi impedivano di vedere cosa o chi mi circondava. Fu una breve pausa, tuttavia: Santo mi sfiorò di nuovo e, senza che io facessi più nulla, ricominciò daccapo. Non contai le volte in cui abusò di me, anche se nel mio spiccio dizionario quella parola, abusare, non esisteva. Sapevo solo che il dolore fisico era qualcosa di terribile e che quello chiuso dentro me stessa era peggiore. La luna aveva fatto capolino da un po’ quando Santo smise, lasciandomi per terra con gli abiti strappati, il volto stravolto dalle lacrime e il ventre macchiato di sangue. Prima di andare via mi afferrò per i capelli, tirandoli con forza; mi costrinse a guardarlo negli occhi mentre diceva di stare zitta, di non provare a dirlo a nessuno o mi avrebbe ammazzata. «Ora vedremo se quello scemo ti sposa ancora» aggiunse e, sghignazzando, andò via. Non capii all’istante, non ne avevo le forze e se le avessi avute forse avrei desiderato chiudere gli occhi e non svegliarmi più.

Eppure, mi svegliai quando era orami buio, quando il gelo della notte mi entrò nelle ossa; non mi mossi, però, non osai: temevo che lui sarebbe ritornato a finire ciò che aveva iniziato, a strapparmi quell’anima che ora gridava impazzita dentro il mio corpo violato. Mi avrebbe uccisa e io ero felice di morire dopo tutto quel dolore.

L’indomani non andai a lavorare nei campi, né lo feci i giorni successivi. Una vergogna palpabile come la carne sulle ossa si era impadronita del cuore e della mente; cercai di lavorare con ago e filo insieme alla vecchia sorella di mio padre e non uscii di casa se non per delle urgenze. In paese Santo sparse la voce che gli dovevo dei soldi e per non restituirglieli avevo finito per non andare più a lavorare la terra. Quelle chiacchiere mi fecero male, ma non dissi nulla per zittire le calunnie, perché dentro di me l’onta della colpa di quella notte aveva più peso dell’indignazione. Mi sentivo sporca, impura e ogni volta che varcavo la soglia della chiesa abbassavo il capo, non riuscendo a fissare lo sguardo sull’altare. Iniziai a mangiare poco e a dormire male, camminando come un fantasma nella piccola casa che gridava la mia solitudine. Cercai in tutti i modi di dimenticare quel giorno, Santo e la mia vergogna e forse ci sarei riuscita: la mia giovane età e il tempo erano alleati di cui ignoravo l’esistenza.

Venne dicembre e Tore finì il lavoro al nord. Lo vidi in chiesa una domenica mattina e il mio cuore fece un balzo nel ricordare cosa significava quel ritorno. Lui mi salutò con un cenno del capo, ma io non potei ricambiare e corsi a casa. Concetta mi venne a cercare un giorno mentre cucivo con la zia e, tutta felice, cercò di intercedere per il giovane Tore, che voleva parlarmi, come si diceva dalle mie parti quando un ragazzo voleva conoscere una ragazza, ma io rifiutai subito. La mia amica equivocò il mio no, credendomi troppo timida e si ripromise di intercedere nuovamente per Tore. Non ce ne fu bisogno, però. Due giorni dopo quell’episodio, mia zia mi trovò svenuta per terra con la gonna sporca di sangue intorno alle cosce. Chiamò prima le vicine per cercare di farmi svegliare, ma quelle si spaventarono e chiamarono il dottore.

Non si dovrebbe assistere alla propria pubblica vergogna, agli sguardi carichi di disprezzo mascherati da preoccupazione. A me toccò quella sorte, perché il medico disse che avevo perso il bambino che portavo dentro e le donne che stavano nella stanza ad assistermi mormorarono pudiche che non ero maritata. Il dottore mi guardò, per cercare una verità che forse immaginava condita solo dallo scandalo e si sorprese quando urlai come un’indemoniata che non ero incinta, che non era vero, che non avevo voluto quella creatura, che Santo era un’animale. Quel nome, più che le mie urla, più del dramma dell’aborto, scatenò una serie di domande che mi fecero capitolare: da mesi nascondevo quello che mi aveva fatto, da settimane la vergogna di ciò che avevo subìto mi perseguitava, togliendomi la pace. Raccontai tutto e nello stesso istante capii che nessuno mi credeva. Glielo leggevo negli occhi che non si posarono più su di me con benevolenza, dalle frasi spezzate con cui si sussurravano che “nulla succede per caso”. Concetta mi intimò di smetterla, di non dire assurdità, mia zia piangeva parlando di disgrazie a casa sua e non una di quelle donne mi chiese come stessi, cosa provassi. Se la certezza di averle tutte contro non mi avesse ancora sfiorata, lo fece quando quella sera una voce femminile, fuori dalla mia porta di casa, iniziò a urlare. «Puttana! Sei una puttana rovina famiglie! Vergognati! Vergognati!». Era la moglie di Santo, che avevano informato dell’accaduto. Non lui, ma la moglie era venuta a regolare la faccenda con me, a dimostrare a tutti che lei non credeva a nessuna delle mie bugie. Restò fuori a sbraitare per delle ore, a gridare che ero una poco di buono, che ero io quella che stuzzicava Santo e lui, stanco di dovermi tenere a bada, aveva deciso di non farmi lavorare più. Non riuscivo a muovermi dal letto e passai giorni interi a piangere, a dire che non era vero: le mie parole avevano scavato una fossa di cui ignoravo ancora la profondità e che bruciarono sulla pelle appena ebbi le forze per uscire in paese. Nessuno mi guardava e molte donne cambiarono strada quando mi videro. Lo avevo immaginato, me lo spettavo: se già Concetta e mia zia non mi avevano creduta, che speranza avevo di ispirare fiducia negli altri? Cercai di farmi forza da sola e mi convinsi di poter vivere nel mio silenzio, con me stessa come un’unica alleata. Mi sbagliavo ancora.

Nelle settimane a seguire ci fu chi si rifiutò di vendermi il pane, gridando a piena voce che era un negozio serio il loro; altre donne preferirono non lavorare al mio fianco nei campi, quando riuscivo a trovare qualcuno disponibile a prendermi a giornata; con vergogna vidi le madri richiamare le figlie che lavavano le lenzuola vicino a me, alla fontana. Il paese si era schierato con Santo, accusando me. Tore ritirò la sua precedente proposta e sposò un mese dopo un’altra ragazza, ma questo ormai non mi importava più: avevo creduto che non c’era vergogna peggiore che subire quello che avevo passato io, mentre ora mi accorgevo che l’indifferenza degli altri, il loro non credermi, era terribile lo stesso.

Il tempo non lenì nulla, nemmeno quando mia zia morì due mesi dopo. Al suo funerale vennero pochi lontani parenti, mentre né Concetta, né le vicine misero piede in casa. Era stata una donna buona, caritatevole e il suo unico errore era stato forse quello di tenermi con sé anche dopo la mia colpa, come la definivano gli altri: morì da sola, nell’indifferenza che il paese estese anche a lei.

I giorni passarono diventando mesi; le mie notti erano all’insegna degli incubi, i miei risvegli erano imperlati dall’ansia e da abbattimento, le serate le passavo a cercare di ricordare i dettagli di quel pomeriggio, senza riuscirvi.

Così, quando un giorno Santo ritornò, con gli abiti sgualciti e il viso stravolto; quando pur urlando a squarciagola non ebbi soccorso e lottai invano contro di lui; quando mi violò ancora, picchiandomi con rabbia appena ebbe finito, io capii che non avrei avuto più pace. Non potevo sapere cosa l’aveva portato di nuovo da me, ignorai che aveva provato lo stesso approccio con un’altra mia coetanea e questa aveva reagito, rivelando tutto al padre; non seppi mai che i giorni che precedettero il secondo episodio Santo era stato accusato pubblicamente per le tentate violenze alla ragazza. Nessuno si preoccupò di avvisarmi, nessuno pensò a me: eppure lui mi ricercò, spinto dalla rabbia della prima accusa, conscio che ora tutti iniziavano a credere a me e non a lui. Non seppi mai, però, tutto ciò perché, ricordando la loro cattiveria, finii col crede di non avere più la forza di sopportare tutto ciò.

Vidi l’alba fare capolino al di là delle case di fronte alla mia quel mattino che seguì: la rugiada che avevo contemplato nei mesi scorsi sulle piante di pomodoro ora si posava sulla mia pelle, che rabbrividiva. Appena il sole salutò il tetto sul quale mi ero arrampicata, feci un passo nel vuoto e tutto il mio dolore scomparve.

Nessuno dovrebbe sopravvivere a qualcosa che spezza in due l’anima e non ti dà modo di recuperarne i cocci, nessuno dovrebbe essere lasciata sola a pensare di essere la causa della violenza subita. Io non volli essere questa eccezione.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alfio Merico ha detto:

    Mi piace perché molto toccante. Ben scritto.

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  2. Maristella ha detto:

    Una storia molto forte, della quale apprezzo soprattutto la scelta dell’ambientazione, ovvero un’epoca in cui ribellarsi era una vergogna e non un diritto. Mi è piaciuto particolarmente il modo di scrivere, in grado di trasmettere completamente le sensazioni e percepirne il dolore.
    Complimenti

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