L’odore del dolore di Maria Carmela Daniele

orfani-femminicidio

La notte cala sul giorno come fosse un mantello scuro che Dio appoggia sul pianeta.

Far sì che per qualche ora nulla ci abbagli e nulla ci disturbi.

Toglie via luce per indurre a interrompere ogni attività, ogni lavoro.

Indica che è tempo di fermarsi, di disabitare la strada e abitare la casa.

Sussurra “buonanotte” e invita a distendere, a rilassarsi, a dormire.

Le mie notti erano verticali come l’ albero di fronte casa, tese come le corde del mio violino e deste come il gallo che cantava alle cinque tutte le mattine.

Era da troppe notti che rimanevo sveglia.

Da quando il buio aveva smesso di essere la mia coperta protettiva.

Non mi aveva riparata, non mi aveva tutelata.

Quella sera, quando la luna pareva un lucernario a me indirizzato, mi accorsi che in fondo se ne fregava di me, non ero speciale per meritare la sua luce.

Lo capii quando si lasciò spegnere da una nuvola nel mentre precipitai nel buio.

Quando un uomo mi prese con la forza.

Mentre assieme alla paura, allo sgomento, sentivo così inspiegabile quella prepotenza che somigliava tanto al tifone, che pensa d’essere il Re con le cose più leggere, le insignificanti foglie e gli oggetti inconsistenti.

Mi son sempre chiesta il perché di tanta aggressività in chi comunque quello che vuole se lo sta  prendendo, sta impugnando qualcosa che non gli appartiene, che non gli è stato condonato, che non è suo, e non doveva sporcarlo, non doveva ferirlo, non doveva imbruttirlo.

Sono convinta che se avessi gridato “Si voglio farlo! Facciamo l’amore!” lui si sarebbe fermato, si sarebbe demotivato e se ne sarebbe andato, digiunando della sua violenza.

Certe grandezze si gonfiano proprio nelle peggiori bassezze.

Era da molti mesi che acquistavo ogni tipo di sapone ma nulla mi faceva sentire davvero pulita.

Un tocco indesiderato è come fosse raggiunto il retro della pelle, quello che non riesci a lambire.

Però mi chiedevo il perché qualcuno era riuscito ad arrivare lì ed io non ci arrivavo …

Come si faceva a pulire il dietro della pelle? Perché il tocco malaccetto  era così permeabile?

Come gli animali anche noi avremmo dovuto possedere aculei, cortecce, gusci.

Forse Dio non aveva previsto la violenza.

La macchina mentale è fatta di zone d’ombra e di zone scoperte dove il sole può ben irraggiare, ma certe esperienze ne cambiano il clima anche lì, ne mutano la meteorologia, favorendo unicamente la perturbazione e il piovasco.

In alcune notti pensai di coprire le finestre con grossi quadri in cui dipinto v’era il sole.

Avevo impiegato una settimana per terminare quella finzione sulle tele.

Il sole di notte …il sole qua e là; ma nulla poteva ingannare la mente, e niente poteva mentire alla pelle.

Talco, vaniglia, gelsomino …  nulla di tutto ciò riusciva ad essermi balsamo, forse quella violenza aveva raggiunto l’anima … e non me ne ero accorta.

Un giorno avevo incontrato uno psicologo al pronto soccorso.

Era lì per rassicurare i donatori di sangue che si susseguivano lenti come faticosa operazione di accomodamento.

Il mio sguardo era serio, duro. Non transitavano accenni di sorriso sulla bocca serrata, eppure lui da lontano non auspicando a nessun contraccambio mi sorrideva lo stesso.

Quel sorriso incredibilmente prodotto da un uomo, non esprimeva intenzioni maschie e forse per il fatto che sapevo fosse  uno psicoterapeuta, non lo collocavo tra i dissoluti, ed era strana la sensazione di voglia di fidarsi.

In me sentivo esserci un sorriso in riposo che non aveva disimparato essere se stesso, era solo bendato dalla paura, dalla delusione e soprattutto dalla rabbia.

Se avessi intrapreso un percorso di psicoterapia, avrei dovuto affrontare il mio male e non più godere della recita che impersonavo con i miei genitori e con la me diurna.

La notte non riuscivo a dissociarmi completamente ed ero in compagnia della verità.

Per un certo tempo avevo preso degli psicofarmaci e pareva che questi potessero essere la soluzione giusta; ma ben presto anche i farmaci mi invitarono a una festa speciale in camera mia.

“Toc toc” mi dissero …. “Siamo i tuoi compagni di torpore. Questa sera alle ore ventidue c’è una festa in camera tua. Sei pregata di partecipare e di rimanere sveglia. Grazie.”

Quella notte, stordita e frastornata, mi posi di fronte allo specchio e parlando con me stessa mi registrai.

Quando all’indomani visionai il breve video, lo cancellai subito. Non riuscivo a sopportare la mia immagine così deturpata dalle cattive emozioni.

Quelle parole, le lacrime e i vomiti verbali, non sembravano neanche appartenermi.

In genere non ricordavo mai i dettagli di quell’episodio nel mio consueto auto controllo, di giorno, ma da vulnerabile e di notte tutto pareva chiaro e distinto.

Allo specchio mi auguravo di riuscire a spellare la pelle, di togliere via quella superficie infetta che qualcuno aveva unto con il suo dispotismo.

A mente sciolta ero molto arrabbiata, molto furente e sarei stata capace di spaccare tutto, di uccidere un uomo; e solo quando provai una gran pena per me stessa e uno sgomento indicibile, decisi di interrompere l’uso degli psicofarmaci e di non sedare il dolore che aveva tutto il diritto di esplodere e trovare il coraggio di prendere la lente d’ingrandimento,  osservare da vicino la mia ferita, e di farlo per bene, magari con il supporto adeguato.

Un giorno di lunedì, mi recai dinanzi alla porta color castagno dal pomo dorato e dalla targhetta a lato, e bussai timorosamente al campanello.

Mi si aprirono due porte.

Una fatta di legno e ferro,  l’altra fatta di carne e ossa.

Lo psicologo mi invitò a entrare. Mi chiese di avanzare, ma il fatto che stesse di un passo dietro me, mi procurò fastidio. Dovevo avere tutto sott’occhio e mi capitava anche al supermercato. Facevo passare sempre tutti finendo per essere l’ultima della fila.

Mi fermai.

Lui lesse nella mente e con un passo veloce si ritrovò davanti  e mi fece strada.

Pensai fosse sin troppo facile il suo invito all’apertura.  La semplicità con il quale illuminava ogni spigolo della stanza mentale era coinvolgente.

Capii che la mia piccola fenditura in quel contesto, facilmente si sarebbe potuta convertire in lacerazione, drastico squarcio, e alla sala operatoria dell’anima dove avveniva l’arte del risanamento tutto somigliava a quelle interpretazioni di mia nonna, che quando prendeva le stoffe sforacchiate dall’usura o dal troppo candeggio ad esempio, le  strappava vigorosamente e diceva …. “Ne faremo strofinacci  per asciugare le pentole!”. Lei trovava sempre una soluzione ai guasti e ogni danno finiva per essere riparato, accomodato, rettificato.

Lo psicologo in questa cosa somigliava tanto a mia nonna e pensai che forse questi dottori altro non erano che spiriti di nonne inquiline nelle loro anime.

Sul tappeto dinanzi la poltrona pareva starci scalza.

Non sentivo più il peso del corpo, della testa, delle gambe, perché all’improvviso sentivo che in quel luogo ci si poteva ritenere al sicuro, protetti, accolti interamente, con tutto il proprio bagaglio greve.

Molte volte nella vita quotidiana agli altri bisognava presentarsi leggeri e a metà, e non potevi raccontare la tua pena, poiché c’era il rischio di non essere capiti, di suscitare pietà o  pregiudizio o diffidenza.

In quella stanza invece ogni granello, ogni parola e ogni emozione, non veniva assoggettata dal qualunquismo e da confini ordinari. Scoprii tuttavia che anche lì dentro c’erano delle regole implicite, la prima era la fiducia, senza la quale non si poteva costruire nulla, la seconda era la verità, che era fondamentale, poiché le bugie o le inesattezze sarebbero state tramezzi tra il terapeuta e il paziente.

Quando con molta difficoltà riuscii ad aprire l’argomento sulla violenza subìta, man mano che descrivevo i fatti accaduti e le conseguenze che erano sopraggiunte, non avvertivo incredulità, disgusto o sconcerto, e nemmeno compassione, e questo atteggiamento era il giusto parametro che acquietava ogni paura di confessione.

Fu così naturale esporre ogni sensazione ed ogni riflessione e nulla andava frenato o inibito in me. Potevo davvero dire ogni cosa, anche maledire e parafrasare il nemico che mi aveva offesa. Finalmente c’era un luogo dove potevo dire tutto quello che volevo, tutto quello che non ero riuscita a dire alle persone che mi circondavano.

In molti casi proprio le persone che ci amano non sono in grado di aiutarci.

La terapia ogni settimana era una finestra che lentamente apriva gli scuri. Era un lavoro di millimetri. Quando poi i centimetri si rendevano ben visibili, comprendevo che dopo una violenza sessuale bisognava dapprima guarire dal silenzio di essa, dal suo tabù, e dopo il silenzio che era la prima fase di cui guarire, c’era un ripercorso nelle giunture danneggiate e quello di certo non era un’agevole passeggiata.

Era importante non perdere mai di vista quel filo sottile che si era cominciati a stringere all’inizio del percorso e non arrendersi, non mollare, per non perdere tutto il lavoro fatto.

In quella dimora del trattamento delle vittime, ben presto mi resi conto che da vittima potevo riscoprirmi carnefice d’altro.

Solo chi era caduto poteva descrivere a chi non era inciampato cosa significasse precipitare sul duro asfalto, come si stesse piegati a terra doloranti, senza ritrovare appigli a cui aggrapparsi, per finire poi di demordere e sottostare impotenti all’atterraggio, al pestaggio, all’ umiliazione.

Fu stimolante riuscire a dare un valore alla mia esperienza negativa, impastando i torti con la sensibilizzazione anti violenza e proteggere a tutti i costi, altre donne.

La mia esperienza mi aveva cambiata.

Inutile negare al mondo che uno stupro non modificava un po’ i propri tratti interiori. Era inevitabile.

Inverosimile che io mi fossi affidata a un uomo. Uno psicologo che era riuscito a comprovare che i maschi non erano tutti dei violentatori e che non dovevo chiudere il cuore al tocco garbato per un tocco prepotente.

Dopo più di un anno fu difficile slegarmi dalla psicoterapia.

Era lì che quando giungevo dalla strada e da casa, mi chiudevo in fretta la porta dietro e tiravo un sospiro di sollievo.

Dentro a quel mondo si stava scomodi solo per i dolori che andavano vomitati, ma nel contempo si stava comodi come su di un’altalena che dondolava le ansie, i pessimismi, le inquietudini.

Quel mondo lo scoprii solo dopo aver vissuto un eccesso e me ne dispiacevo poiché magari anche per inferiori irrisolti d’anima, per le ammaccature familiari e di cuore, avrei potuto individuarlo e me ne sarei avvalsa.

In vita mia avevo sempre pensato che ogni cosa avrei dovuto ripararla da sola, così per i disagi, così per i lutti; e invece un mondo fatto di umani, parallelo ai torti, alle mani ritratte che non avevano il coraggio di tendersi e alla voce che rimaneva muta invece di urlare, era a portata di mano.

Quando salutai il mio terapeuta allontanai ogni intralcio emotivo e lo abbracciai.

Lo stupore s’aprì come bocciolo nella mente che da tempo ormai non promuoveva più il tatto e staccandomi appena dopo pochi secondi gli sorrisi e gli dissi ….”la pelle non dimentica i tocchi brutali … ma avrà buona memoria anche dei tocchi gentili … Grazie! Grazie per aver strappato quelle radici ostili che altrimenti avrebbero attecchito in me e mi avrebbero resa intangibile a qualsiasi tocco umano.”

A distanza di pochi mesi mi iscrissi a un corso di auto difesa personale, perché le parole come buona poesia o buoni sermoni non sarebbero mai bastate a rendermi immune dalla paura della violenza.

Mi sarei quanto meno resa capace di proteggere non solo il mio dentro e la mia anima, e in terapia avevo frequentato la scuola che mi aveva insegnato a espellere le emozioni, tanto quelle piacevoli che quelle spiacevoli, ma mi sarei resa capace anche di tentare a proteggere il mio corpo.

Cominciai a lavarmi con saponi neutrali, non più gelsomino o vaniglia ad aromatizzare un ossessione, un tormento, un inquietudine.

La mia ferita interiore era stata medicata dall’interno e seppur nulla l’avrebbe mai abrogata dalla memoria della cute e della mente, e l’odore del dolore non sarebbe mai svanito completamente, ora potevo riprendermi il diritto di vivere una vita normale, una vita sana, una vita felice.

Una nuova vita, una vita prudente; e avrei raccontato a tutte le donne che bisognava costruire una tettoia sul capo, una siepe protettiva intorno al cuore e un paravento intorno all’anima, perché prevenire non avrebbe mai significato preclusione, ma solo rispetto, tutela, cura …. e amore per se stesse.

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