L’uomo di neve di Francesca Compagno

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La strada che attraversava il parco era la via più veloce per raggiungere casa nostra.

Erano da poco passate le venti e già immaginavo mia madre preoccupata per il ritardo mentre controllava insistentemente l’orologio a forma di gufo che la vecchia prozia inglese Prudith le aveva regalato qualche Natale fa. Che era finito nello scantinato, prima di essere stati obbligati a tenerlo in bella vista e venire affisso alla parete della cucina.

Con lo sguardo fisso sulle lancette e il cellulare in mano cercava inutilmente di chiamarmi. Dal momento che lo smartphone era scarico e giaceva nel fondo della  mia cartella.

Nell’altra stanza, seduto comodamente in poltrona, una logora vecchia poltrona dal tessuto scozzese davanti al TG, mio padre borbottava per il ritardo accumulato perché era affamato.

“Tua figlia, dov’è finita?” Immaginavo domandare a mia madre che  non aveva risposta.

Quel pomeriggio dopo la scuola e la lezione di danza classica che ormai frequentavo da 10 anni, avevo incontrato Lucas. Il tempo sembrava fermarsi quando eravamo insieme e così avevamo finito per fare tardi anche questa volta.

Un brivido mi salì lungo la schiena costringendomi a voltarmi distogliendomi dai miei pensieri.   Nessuno mi seguiva ero sola nel buio del parco.

“Che stupida sei. Sbrigati.” mi ripetei incutendomi coraggio “Chi dovrebbe seguirti?”

Da quando avevo sentito la storia della ragazza morta nella galleria abbandonata in fondo al sentiero, ogni volta che attraversavo quel luogo mi domandavo se io e la morta non saremmo finite nello stesso posto infimo. Stesa sulle foglie secche e sui cocci di bottiglia di birra.

Avevo quattordici anni allora ed ero talmente ingenua che mai avrei pensato di diffidare di persone a me vicine.

Quando raggiunsi l’uscita del parco cercai di accelerare il passo verso casa: ormai mancava talmente poco. Per evitare che mio padre mi rimproverasse ancora di più al mio rientro tagliai in mezzo al campo di gran turco del vicino di casa.

Ignoravo il perché ma era l’unico non recintato della zona e attraversarlo voleva dire evitare di fare tutto il giro dell’isolato.

Lo avevo fatto spesso in passato, i vecchi proprietari non si erano mai lamentati dovevo solo prestare attenzione a non rompere le piante o le pannocchie e se volevo potevo anche mangiarne qualcuna di tanto in tanto.

Adesso era tutto diverso. Non avevo il permesso di stare lì.

Il tempo stava cambiando molto rapidamente, con raffiche di vento improvviso che mi ferivano  frustandomi il volto o mi spingevano toccandomi la schiena come tante enormi mani. Come aveva annunciato il meteo si percepiva l’odore di una forte nevicata in arrivo.

Fu allora che lo avvertii.

Quell’impercettibile profumo di acqua di colonia scadente, mi raggiunse con una folata di vento,  terrorizzandomi.

Per la seconda volta mi voltai lentamente intimorita da ciò che potevo osservare alle mie spalle. Stavolta vi trovai il signor Cooper, il nostro vicino di casa.

Aveva un bel deterrente per essere lì essendo nella sua proprietà: perché la cosa avrebbe dovuto allertarmi? Oggi, ripensandoci, vorrei che la cosa mi avesse insospettita.

Non avevo mai parlato molto con quell’uomo schivo e taciturno, trasferitosi da pochi mesi nella vecchia fattoria dei Moretti. Un uomo attraente sulla quarantina dal fisico atletico, la pelle color avorio, i capelli e gli occhi chiari. Era nato albino e in quanto tale era molto delicato.

Anche nel periodo estivo si copriva dalla testa ai piedi per proteggere la pelle dal sole, soprattutto durante le ore che trascorreva nei campi. Innegabilmente avvenente nascondeva il suo passato dietro quella coltre di mistero che lo rendeva ancor più interessante.

In paese molti lo avevano soprannominato l’uomo di neve, non solo per il colorito della sua epidermide ma anche perché era arrivato come una nevicata improvvisa in pieno inverno. Nessuno sapeva da dove proveniva o conosceva il suo trascorso.

Benché fossimo dirimpettai, solo una volta lo avevo trovato a conversare con mio padre sui fertilizzanti naturali che poteva utilizzare per rendere rigogliose le peonie del porticato di casa, che ultimamente erano un po’ spente, complice anche il rigido mese di ottobre.

Mio padre era rientrato in casa ironizzando sul fatto che quel tipo era strano o pazzo.

Il mio assassino era il nostro vicino di casa.

Mi scusai per essere passata senza permesso attraverso la sua proprietà ma la cosa non sembrava importargli più di tanto.

Continuava a fissarmi in silenzio guardandomi in maniera strana. Come spesso era accaduto da quando ero sviluppata abbandonando le forme di bambina, ragazzi e adulti mi osservavano con occhi diversi interessati più alle curve sinuose che avevo messo su che a me in quanto persona.

Ma il signor Cooper era un passo avanti agli altri, sembrava in preda a un virus letale di quelli che si raccontano nei film horror di zombi assassini assetati di sangue. Sembrava produrre della bava dalla bocca mentre si strofinava insistentemente con la mano destra lungo la patta dei pantaloni, dalla quale si intravedeva una protuberanza in aumento.

Non so dire perché non inforcai la strada di casa correndo a più non posso, allontanandomi in direzione opposta verso il bosco. Scelta sbagliata la mia.

Mi sarei potuta salvare e invece mi consegnai nelle mani del mio aguzzino.

Quando mi lasciai il campo di granturco alle spalle mi resi conto che la strada che andavo a percorrere non era per niente un strada. Era piuttosto un terreno tortuoso e sconnesso, con numerosi sentieri che si diramavano nella fitta vegetazione ma che non conoscevo, pertanto preferii seguire il cammino che avevo scelto senza abbandonarlo. Mi ritrovai ben presto imprigionata e nascosta tra le pareti di due montagne che si ergevano a fianco a fianco e formavano un’insenatura molto più ostile di qualsiasi cosa avessi alle spalle.

L’idea di percorrere quel sentiero in mezzo a rocce affilate era piuttosto angosciante, ma l’alito caldo e affannato che sentivo minacciosamente sul collo mi spingeva oltre i miei limiti. Sarei potuta saltare anche da un dirupo senza paracadute.

Non c’era niente alla fine del sentiero, solo una insenatura. Non ero mai arrivata così lontana da casa, chissà se dall’altra parte dell’insenatura avrei trovato la salvezza.

Avevo sentito molte donne del paese fantasticare su quel misterioso uomo così affascinante e sui suoi muscoli scolpiti che si potevano intravedere attraverso gli abiti attillati.

“È così attraente, come sarà a letto?” Ripetevano ridacchiando tra loro.

Chissà cosa avrebbero detto trovandosi al mio posto.

Inciampai sui frammenti di roccia scheggiata tagliandomi le ginocchia e le mani. Più cercavo di rialzarmi, più cadevo ferendomi. Col fiatone e dolente mi fermai un attimo. Non udivo più alcun rumore, forse si era arreso.

Non potevo rischiare.

“Devi sbrigarti.” Mi ripetevo.

Speravo di riuscire a  trovare un anfratto in cui rifugiarmi per scappare non appena il signor Cooper si fosse inoltrato nel tunnel.

Non feci in tempo a ripartire che ero di nuovo ferma.

Non lo avevo sentito arrivare. Il suo passo era silenzioso, sembrava camminare sulla coltre di neve che copriva il vialetto di casa nei rigidi inverni. Potevi affondarci dentro senza emettere alcun suono. Non aveva ancora nevicato, era lui la neve. L’uomo di neve candido e glaciale.

Mi sentii afferrare per i capelli scuri e lunghi, con uno strattone forte mi fece cadere all’indietro sul pavimento tagliente.

Continuava a trattenermi per i capelli mentre io, incurante del dolore che provavo mi dimenavo da ogni parte scalciando all’impazzata. I miei calci purtroppo andavano a vuoto o lo sfioravano senza provocargli il minimo dolore.

Dopo un lunghissimo minuto di urla disperate, mi fermai senza più forze, nessuno avrebbe ascoltato il mio grido di aiuto in quel tunnel dimenticato da Dio.

Avevo le labbra secche e spaccate dal freddo, il freddo unito alla paura  mi faceva tremare.

Lo guardai fisso negli occhi, occhi color ghiaccio, freddi come era lui in quel momento.

“Ti prego.” dissi “Sono vergine, non farmi questo.”

Come eccitato da quella ammissione una luce, una bramosia, un’eccitazione apparve sul suo volto. Mi si avvicinò sussurrando dolcemente alle mie orecchie: “Non preoccuparti, sarà tutto bellissimo. Meglio di quanto tu possa avere mai immaginato.”

In effetti lo avevo immaginato.

Da qualche tempo frequentavo un compagno di classe, Lucas, con cui avevamo condiviso baci appassionati spingendoci fino allo sfregamento delle parti intime con i vesti ancora addosso. Se le cose fossero andate avanti avevamo parlato di raggiungere un rapporto sessuale completo l’estate prossima nella casa al mare dei suoi genitori. Ci prefiguravamo la terrazza che affacciava sul mare al tramonto come luogo ideale, con le dovute precauzioni ovviamente e tutto l’amore del mondo.

Non mi ero immaginata di certo questo.

Cominciò a baciarmi con le sue labbra tumide e bagnate, non ricambiavo il suo bacio, anzi cercavo di girarmi da una parte all’altra.

Fu allora che irato dalla mia disobbedienza mi colpì con un pugno in piena faccia, poi prese un fazzoletto di stoffa rosso e bianco dalla tasca dei pantaloni e me lo premette sul volto.

“Voleva soffocarmi?”

“Scusa.” Mi disse mentre mi ripuliva del sangue che colava dal naso ricoprendomi la bocca e il collo.

Ero stordita e stanca, incapace di lottare ancora.

Senza più forze mi lasciai andare, abbandonandomi al suo volere.

Non riuscivo più a contrastarlo mentre continuava a baciarmi infilandomi la lingua in bocca.

La testa martellava violentemente. Per un attimo persi i sensi, risvegliandomi con i seni sotto le sue mani privati del reggiseno di pizzo nero che conteneva la mia terza abbondante.

Approfittando della calma dovuta allo svenimento aveva infilato le sue mani sotto la mia maglietta strappandolo via, iniziando a palpeggiarmi.

Piansi.

Supplicai affinché si fermasse.

Pregai che tutto finisse presto.

Cercai di concentrarmi su qualcos’altro, guardavo intorno a me. In cerca di qualcosa da fissare per non sentire, per non guardarlo nuovamente negli occhi. Non trovavo niente. Sentivo solo il suo alito di tabacco toscano dei sigari che più di una volta lo avevo visto fumare sul portico di casa e la terra che odorava esattamente di quello che era: terra umida.

Temevo che mi avrebbe uccisa dopo aver finito, quel pensiero mi travolse mostrandomi il luogo in cui sarei morta.

Un rumore improvviso mi allontanò per un attimo da quel incubo. Notai un piccolo animaletto peloso che da un cumulo di foglie secche ci fissava incuriosito. Come avrei voluto mi avesse aiutata.

Sentivo tutto, non riuscivo ad annientarmi, ad assentarmi.

Percepivo il suo intento di aprire la cintura dei pantaloni tirandola da una parte all’altra senza riuscirci. Avvertii poco dopo uno strappo, guardai d’istinto verso il basso accorgendomi che in mano stringeva un coltello con il quale aveva reciso il cuoio nero della cintura.

D’un tratto si alzò, pensai ci avesse ripensato, invece, si abbassò la cerniera dei pantaloni lasciandoli calare fino alle caviglie. Quando si abbassò le mutande, vedendolo completamente nudo, sentii il mio volto accendere il biancore della pelle gelata.

Ero imbarazzata da ciò che avevo di fronte.

Era la prima volta che vedevo un uomo completamente nudo. Purtroppo lui lo interpretò in un altro modo. Adesso era ancora più eccitato dalla situazione.

Si stese su di me iniziando a strusciarsi col membro nudo, poi afferrò il coltello, credevo mi avrebbe uccisa, invece tagliò il tessuto dei pantaloni e delle mutandine, lasciandomi nuda.

Mentre cercavo con le mani di coprire le mie nudità, lui mi osservava in ogni centimetro del mio corpo. Stendendosi sopra di me mi penetrò.

Avvertii una lacerazione, cominciai a sanguinare.

Lui spingeva e grugniva, mentre io mi rifugiavo in me stessa.

La figura di mia madre seduta in cucina ad aspettarmi preoccupata era l’unica via per tornare alla mia vita, al mio porto sicuro. Sapevo già che al mio rientro mi avrebbe abbracciata più interessata al fatto che stessi bene che al ritardo accumulato.

Incapace di continuare a lottare mi abbandonai a lui.

Dovevo rimanere presente, dovevo farmi furba e assecondarlo se volevo uscirne viva.

Ormai la mia verginità era persa, tutti i miei sogni infranti, le raccomandazioni di mia madre annullate in quel tunnel.

Non c’erano precauzioni, non c’era amore.

E tutto a un tratto finì.

Mi crollò addosso con il battito cardiaco accelerato dall’amplesso. Rimasi stesa sotto di lui ascoltando quel tu tum, tu tum, tu tum e il suo alito caldo e rancido che mi scaldava a tratti il collo.

Tremavo ancora, per il freddo, per la paura, mi ero abbandonata a lui annientando me stessa.

Adesso volevo solo sparire.

Ero prigioniera in quel tunnel insieme al mio assassino. Respiravo, ma ero già morta dentro.

Lo supplicai di lasciarmi andare mentre lui mi afferrava per il collo stringendolo.

Per un attimo persi quasi conoscenza: poi mi lasciò.

Volevo togliermi lui di dosso, volevo fare una doccia e strofinarmi fino a scorticarmi dalla pelle il suo odore, il suo tocco, il suo ricordo.

Prima però doveva finire.

La sua mano stringeva ancora la lama del coltello che minacciosamente si avvicinava.

“Dimmi che è stato bellissimo!”

Glielo dissi dolcemente, con la voce che mi si spezzava in gola.

La fine arrivò lo stesso.

Il vento che prima provocava un sibilo furente incanalandosi nel tunnel, improvvisamente si placò. Intorno c’era solo silenzio. Iniziò a nevicare.

Non so dire quanto tempo passò da quel terribile momento, fatto sta che mi risvegliai in uno spazio angusto e buio.

Ero incastrata.

Dentro restava solo qualche centimetro sopra di me e su entrambi i lati. Era peggio della volta in cui eravamo rimaste chiuse con la mia amica Cristina nel bagno dello scantinato della scuola di ballo, privo della finestra, in un metro per uno. Era il mese di maggio, uno dei più caldi degli ultimi anni. Le alte temperature fecero scaldare molto velocemente l’ambiente. Dopo due ore l’aria aveva iniziato a mancare. Poi fortunatamente i pompieri avevano buttato giù la porta liberandoci da quel forno irrespirabile. Eravamo fradice e maleodoranti, in più anche lo scarico non funzionava, così quando aprirono la porta furono investiti da odore di sudore misto a urina. Il momento più imbarazzante della mia vita.

Non avevo paura degli spazi stretti, ma era impensabile non sentirsi claustrofobici in quel posto. Era buio e l’unica fonte di luce penetrava dalle crepe della terra che mi ricopriva, poche e distanti l’una dall’altra.

Mi aveva accoltellata e sepolta chissà dove ancora viva. Non si era nemmeno accorto che respiravo, o non gli interessava.

Il fianco mi bruciava e doleva in maniera indescrivibile. Dal naso non riuscivo a respirare, lo sentivo gonfio e pulsante. L’aria iniziava a mancare, il battito ad accelerare.

Male. Più mi agitavo prima l’aria sarebbe finita.

Iniziai a scavare con le mani, a ogni movimento avvertivo un fiotto di sangue fuoriuscire dal taglio che mi aveva inflitto. Della polvere che non riuscivo a vedere mi si infilò in bocca e mi fece bruciare gli occhi. Mi sentivo le mani a pezzi, non avrei mai raggiunto la superficie.

Piansi a dirotto.

Sentivo il mio corpo che mi stava abbandonando.

Sentivo il gelo che si impadroniva di me. L’odore di neve penetrava attraverso le fessure.

La neve era arrivata coprendo tutte le tracce che avrebbero condotto a me. Quella neve che amavo così tanto, mi era nemica.

Intrappolata in quel luogo i ricordi mi assalirono, mi rifugiai sulle ginocchia di mio nonno mentre capovolgeva una palla di neve che teneva sulla sua scrivania con all’interno una ballerina sulle punte. Quando la girava di scatto, tanti fiocchi candidi e bianchi cadevano su lei, imbiancando tutto. Ora mi sentivo come quella ballerina, rinchiusa in una prigione di neve, nelle mani del mio assassino.

Subito dopo il pensiero corse ai miei che a quel punto avevano sicuramente allertato le autorità: chissà se mi avrebbero trovata in tempo.

Quel pensiero avrebbe fatto crollare i miei genitori sotto il peso di non essere riusciti a salvarmi per molti anni, un peso che non si sarebbe alleggerito, continuando a fargli male per il resto dei loro giorni.

Avrei voluto essere al loro fianco, stringerli e baciandoli sulla guancia ripetergli all’infinito che gli volevo un bene dell’anima. Come ogni sera, prima di dormire, li avrei abbracciati e loro ricambiando il gesto mi avrebbero detto: “Noi siamo qui per te. Tutto andrà bene. Fai buoni sogni. Ti amiamo.”

Parole a cui non avevo dato mai il giusto peso.

Parole dolci sempre uguali ma di un’importanza indicibile.

Parole che avrei voluto sentire di nuovo, ancora e ancora.

Parole uguali a niente, quando niente è uguale a prima.

 

42 commenti Aggiungi il tuo

  1. Iacopo ha detto:

    Complimenti!
    Un testo bello e potente.
    Serio come la tematica che affronta ma scorrevole.

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  2. Barbara ha detto:

    Sto ancora piangendo, scritto benissimo, mi sono immaginata tutto,il dolore, la paura…stupendo e bravissima la scrittrice

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  3. Sara ha detto:

    Un racconto veramente toccante, drammatico e realistico. Complimenti sinceri all’Autrice Francesca!

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  4. Valentina ha detto:

    Bello….
    Incredibilmente realistico.

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  5. Ivanna ha detto:

    Il racconto tratta l’argomento in maniera chiara e realistica. Brava.

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  6. Valeria Vitiello ha detto:

    Tiene col fiato sospeso….non nego di essermi appassionata alla sventura capitata a questa povera ragazza….

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  7. Ivanna ha detto:

    Veramente molto realistico, angoscioso e appassionante. Bravissima.

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  8. Ivanna ha detto:

    Veramente appassionante, angoscioso e realistico. Bravissima.

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  9. Margherita ha detto:

    Bravissima. Anche se angosciante il racconto è scritto bene ed è molto evocativo…..

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  10. Longo zc ha detto:

    Bravissima , il racconto è molto reale e molto bello .

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  11. Simona Benelli ha detto:

    Terrificante e vero. Brava!

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  12. Carlo ha detto:

    Bravissima, racconto molto realistico

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  13. Ilenia ha detto:

    Un breve racconto iquietante, realistico ma nel quale il tema viene trattato con estrema delicatezza. Bravissima Francesca.

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  14. Sonia ha detto:

    Bello e scritto più che bene, così toccante che ho dovuto chiudere, staccare un attimo e poi riaprire per lasciare un commento . Brava

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  15. Giuseppe ha detto:

    ben scritto e realistico, brava

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  16. Francesca ha detto:

    Bellissimo e scritto benissimo!!! Francesca sei bravissima!!! ❤

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  17. Sara Marino ha detto:

    Racconto veramente angoscioso e terrificante. Molto brava.

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  18. Silvia ha detto:

    Talmente realistico da stare male. Complimenti all’ autrice

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  19. Rita ha detto:

    Triste e toccante, molto bello, affronta un tema scottante con sensibilità ed intelligenza. Complimenti a Francesca.

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  20. Lisa ha detto:

    Molto bello davvero.

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  21. Pier ha detto:

    Toccante!

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  22. MONICA ha detto:

    Brava, molto realistico

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  23. Veronica Bigazzi ha detto:

    Bravissima! Interessante e ben scritto.

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  24. Monica ha detto:

    Realistica senza eccessi…brava!

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  25. Clarissa ha detto:

    Da brividi. Un tema delicato di cui si parla ancora troppo poco. Brava Francesca.

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  26. Nadine ha detto:

    Testo molto scorrevole , si legge d’un fiato.

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  27. Nadine ha detto:

    Testo molto scorrevole , si legge d’un fiato.

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  28. beatrice ha detto:

    Complimenti scritto molto bene.

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  29. Stefania ha detto:

    Complimenti! Mi ha catturato dall’indizio!!! Grazie ad una narrazione con un ritmo continuo!!!

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  30. Stefania ha detto:

    Complimenti! Mi ha catturato dall’indizio!!! Grazie ad una narrazione con un ritmo continuo!!!

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  31. Arianna Borsacchi ha detto:

    Si legge tutto d’un fiato,veramente avvicente!

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  32. Claudia ha detto:

    Bellissimo!! Sei riuscita a raccontare tutto con leggerezza senza essere mai pesante… Purtroppo sono cose che accadono di continuo ma per qualche strano motivo siamo convinti che non accadranno a noi!!
    La vita è troppo breve per essere sottovalutata…

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  33. Silvano ha detto:

    Avvincente, realistico e ben scritto.
    Complimenti alla scrittrice

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  34. Mascia ha detto:

    Bellissimo… Complimenti

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  35. Eliss ha detto:

    Bravissima complementi!!!

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  36. Andrea Ciatti ha detto:

    Complimenti Francesca, un bel racconto, toccante, emozionante e che fa riflettere. Un caro saluto

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  37. Marco S ha detto:

    Complimenti, un testo deciso!

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  38. Antonio ha detto:

    Brava Francesca, i rischi di un racconto incentrato su di un tema così delicato, e purtroppo attuale, erano tanti. Il risultato è più che brillante per il senso della misura con cui hai saputo trattare l’argomento. Ottima anche la padronanza del linguaggio e della linearità espressiva.

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  39. Patrizia ha detto:

    Molto ben scritto, avvincente e realistico. Brava Francesca.

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  40. Lucia Cappellini ha detto:

    Una tematica difficile, oggi come ieri. Un racconto intenso che fa sperare fino alla fine nella salvezza della ragazzina. Belle tutte le emozioni che con poche parole si riesce a provare, dalla curiosità del primo amore , alla rassicurante presenza dei genitori, dalla voglia del calore di casa, al bisogno di libertà che ogni giovane sente! Complimenti

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  41. Giovanni Pisano ha detto:

    Francesca….ti conosco da quando sei nata e oggi non mi sorprende affatto leggere queste cose che mettono in evidenza la tua Grande sensibilità e capacità di osservazione del mondo che vivi brava…… grazie Giò

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