Problemi di miopia di Simona Colaiuda

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Un bambino con gli occhiali più grandi del suo viso la fissava curioso, seguiva con lo sguardo il movimento dei ricci che scomposti le ricadevano sulle spalle. Poi, rapido come si era fermato, riprese a succhiare il ciuccio che teneva in bocca e a giocare con la macchinina arancione che aveva in mano. Dovrei portare anch’io con me una macchinina per ingannare le attese, pensò Germana. Sedeva nella rumorosa sala d’aspetto della clinica oculistica da ore, ormai. Un’attesa annunciata: «Sarà l’ultima visita della mattinata, se vuole posso prenotarla per un altro giorno, ci sarà molto da aspettare» le disse una voce solerte dall’altro capo del filo, giorni prima. «No, la ringrazio, ho rimandato troppe volte».

Accanto a lei, due donne parlavano del pranzo. Una era molto elegante, anche nei gesti, l’altra era disordinata, i movimenti scomposti, sembrava appena uscita dalla cucina di casa sua. Quest’ultima disse: «Sapevo che non sarei uscita di qui prima di mezzogiorno, così ieri sera ho preparato una pasta fredda. Ogni tanto è piacevole mangiare cose fresche». L’altra ribatté: «Io, invece, ieri sera ho preparato dei ravioli con ricotta e spinaci e un sugo leggero. Appena rientro, tempo cinque minuti, sarà tutto pronto per l’affamato: Giulio vuole un piatto caldo, in ogni stagione».

L’infermiera chiamò il numero sedici, e il pensiero di Germana fu veicolato dal numero a una data. Il sedici dicembre dell’anno passato, fuori infuriava una bufera di neve, dentro di lei una di parole, quelle di Pietro: «Torno alle sette di sera stanco e affamato e non hai né preparato la cena né fatto la spesa!».

«Fuori ci sono almeno dieci centimetri di neve e io ho una piccola utilitaria, non un fuoristrada come il tuo, che, oltretutto, monta gomme lisce: mi avevi detto che ci avresti pensato tu. E poi non riesco a guidare quando nevica, entro nel panico» disse concitata.

«Le tue sono scuse, Germana! Sono mesi che racconti scuse a te e a me. Finiscila, sono stanco», ribatté secco l’uomo.

I mesi di cui parlava Pietro erano gli stessi che avevano visto Germana scendere nell’abisso di un dolore. Nella memoria, un fotogramma, il viso del padre. Un brivido freddo le percorse la schiena. Altri numeri erano stati chiamati e le persone intorno a lei erano cambiate. Ora di fronte aveva una bambina sottile con degli occhiali rosa dalle lenti correttive che rivelavano una pesante ipermetropia. Era sorretta dalle forti braccia di una donna. Vicino una sedia a rotelle con grandi ruote rosso fuoco. Lo sguardo di Germana scivolò sulle gracili gambe che non riuscivano a nascondere tutta la loro molle fragilità. Sorrideva anche con gli occhi quando disse: «Ti voglio bene mamma!». Rimasero abbracciate qualche secondo lasciando tutto il mondo fuori. «Anch’io te ne voglio Elena». Forse l’amore vero esiste, pensò Germana.

L’ultima volta che vide suo padre era il giorno in cui gli stava facendo la barba. Le mani erano incerte, aveva paura di tagliarlo, ma era anche emozionata per quello che stava per dirgli. Prese il referto delle analisi del sangue e gliele mostrò: «Questo è tuo nipote» disse d’un fiato con voce tremante. Gaspare guardò il foglio, non si scompose, ma sugli occhi aveva un velo. «Grazie, non potevi darmi notizia più bella. Ora so che non sarai sola, mai», cercò di tenere ferma la voce. Poi ripiegò il foglio, con l’accuratezza che si riserva alle cose preziose, e lo riconsegnò a Germana. Entrambi combattevano contro la forza di un’emozione.

«Signori, l’orario delle visite è terminato» disse un’infermiera che era entrata nella camerata con il carrello dei medicinali.

Germana passò un panno umido sul viso di Gaspare, poi andò a risciacquare nel bagno il rasoio e la scodella utilizzata. Tornò nella stanza, sistemò ogni cosa e lo baciò sulla guancia fresca di rasatura. «Non dire sciocchezze papà, tu sei il mio angelo e domani, per festeggiare, ti porterò un ciambellone fatto con la ricetta della mamma. A domani». Prese la borsa e uscì di fretta, gli occhi le bruciavano.

Passò l’intero pomeriggio a cucinare per i suoi uomini, il ciambellone per Gaspare e la pizza per Pietro, che ne andava matto. Seguì le ricette raccolte dalla madre in un quaderno blu, scritto a mano e gelosamente conservato. Voleva che tutto fosse perfetto per annunciare a Pietro che sarebbe diventato papà. Cucinava e, nei caldi odori che inondavano la casa e la profumavano di buono, ritrovava il ricordo delle domeniche mattina passate in cucina a giocare con i mattoncini, mentre sua madre era intenta a cucinare. Il cuore le si gonfiò nel petto.

Sfornò la pizza quando pensò che Pietro fosse prossimo a rincasare. Ne assaggiò un piccolo pezzo, l’unico a mancare dalla teglia che, il giorno dopo, faceva bella mostra di sé nel bidone dell’organico. Pietro tornò a casa che la mezzanotte era passata da un pezzo. Richiuse piano la porta dietro di sé, poi si girò. Ebbe un sussulto quando la intravide nel buio, seduta sul divano, davanti alla televisione sul cui schermo rimbalzava la scritta verde assenza di segnale.

«Come mai ancora in piedi?» le chiese Pietro, tirando indietro una ciocca di capelli neri.

«Ti aspettavo», aveva la bocca secca.

«Ho avuto da fare in studio. Un progetto da finire entro venerdì, ero in ritardo». Rispose e le  voltò le spalle. Posò la ventiquattrore su una sedia e si tolse la cravatta già allentata.

«Potevi avvertirmi, tutto qui», un sapore amaro le bruciò la gola.

Pietro si diresse verso la camera da letto e disse: «È successo tutto all’improvviso!».

«Non avevi detto di essere in ritardo?», ora l’amaro aveva raggiunto la bocca dello stomaco.

«Uff, non ho voglia di giustificarmi, io non lo chiedo mai a te» replicò Pietro dall’altra stanza.

«Forse perché io non ho niente di cui giustificarmi!», Germana seguiva con lo sguardo il rimbalzare della scritta verde sullo schermo nero e cercava di rimanere ancorata a una realtà dalla quale avrebbe voluto soltanto fuggire.

«Non mi va di litigare, sono stanco e vado a dormire». Pietro in pigiama, scoprì il letto, si mise su un fianco e spense la luce.

Germana rimase sul divano, il cuore muto, la mente sospesa. Era ancora lì quando, verso le tre, la chiamarono dall’ospedale: il cuore di Gaspare aveva cessato di battere a causa di un arresto cardiaco. La prima ecografia del suo bambino gliela mostrò, durante una visita al cimitero. Andava a parlare spesso con lui e sulla sua tomba portava fiori freschi, di colore giallo, il suo preferito. Gli raccontò l’emozione di aver visto pulsare per la prima volta quella piccola vita sul video di un ecografo.

A Pietro non aveva detto niente. Dopo quella sera parlavano sempre meno e lei continuava a dormire sul divano, nella speranza che si aprisse una porta dimensionale e che un giorno svegliandosi avrebbe ritrovato Gaspare vivo e Pietro al suo fianco. Invece, mattina dopo mattina, l’unica costante era il dolore alla cervicale e la nausea che sopportava solo perché proveniva dal suo grembo.

Il giorno del controllo programmato, si recò dalla dottoressa piena di gioia: avrebbe visto di nuovo il suo bambino. C’era la solita attesa, le solite riviste sul tavolino, la solita segretaria che, arrivato il suo turno, le disse di entrare. La dottoressa durante la visita era stranamente  taciturna, mentre continuava a muovere la sonda. Germana guardava insieme a lei il monitor dell’ecografo. D’un tratto la ginecologa sfilò la sonda e disse: «Si rivesta, dobbiamo parlare». Germana sentì un colpo al cuore. Si rivestì velocemente, la raggiunse e sulla scrivania vide l’ecografia appena fatta. «Mi dispiace doverle dare questa notizia, le farò fare un ultimo esame, ma non posso darle false speranze». Il cuore diminuì i suoi battiti fino a che implose e si frantumò in tanti piccoli pezzi. «Purtroppo non c’è più battito», spiegò la dottoressa. Germana era in un immobile silenzio. «Sono cose che capitano, ma lei è una donna giovane, potrà avere tutti i figli che vuole». Salutò la dottoressa, pagò la visita alla segretaria e andò via veloce per non inciampare nella felicità delle gestanti in sala d’attesa, con le pance piene di vita. Nel vuoto del suo ventre echeggiava tutta la sua sofferenza. Pianse durante il tragitto per tornare a casa, avrebbe voluto gridare alla ginecologa: «Io non voglio un altro figlio, io volevo questo» e invece quelle parole le erano morte dentro, come il suo bambino e la ferita bruciava ancora.

Guardò l’orologio e l’ora di pranzo era passata già da un po’. Immaginò il marito della signora di poco prima, Giulio, seduto a tavola davanti ai suoi fumanti ravioli. Chissà se riconosceva tutta la ricchezza che aveva: una donna che lo amava in modo premuroso, costante, e così forte da fargli trovare ogni giorno un piatto caldo.

Due ragazzi in camice bianco camminavano nel corridoio, belli come solo la gioventù può essere, quando tutto è possibile, tutto è ancora da scrivere e si ha l’illusa speranza di poterlo fare in due. Quei ragazzi non parlavano, non si sfioravano, ma la loro complicità era luminosa, come un neon. Si sussurrarono qualcosa, leggeri. Poi si separarono entrando in stanze diverse. Con la stessa leggerezza Germana si innamorò di Pietro nell’ora di Storia Moderna, lui sedeva due banchi dietro il suo e i loro sguardi si toccarono per caso. Ma quella scintilla che aveva acceso i loro cuori fu spenta, anni dopo, dalla fredda bufera di neve che imperversava in quel giorno di dicembre, il sedici, quando l’amore si era trasformato in veleno e lei glielo sputò in faccia, ché il colmo era pieno: «Io sono stanca di te! La nostra storia non esiste più. Sono passata sopra a tutto, anche alla tua relazione con Carlotta», Pietro immobile di fronte a lei, le mani poggiate sui fianchi, sgranò gli occhi. «La prossima volta, trovati un’amante fuori dallo studio di mio zio, idiota!», la sorpresa nel suo sguardo si tramutò in pietà. E fu proprio quella a farle rabbia, così senza più pudore, vomitò fuori tutto il suo dolore: «Mi fai schifo, ti avevo perdonato, pensavo mi amassi. Ti ho perdonato, perché ti amo. Ma tu non mi vedi più e, questo, è ancora peggio della mancanza di amore. Mi riservi solo rimproveri. Come in questo momento. Fuori c’è l’apocalisse, ma scusami se non ti ho preparato la cena. E sai una cosa, l’avrei anche fatto, ma non ci sono riuscita, questa è la verità! Perché sono rientrata adesso anch’io, ma tu non mi vedi, tu non mi vedi più».

Pietro socchiuse gli occhi, «Non sono un investigatore come te. E scusami se io, al contrario di te, mi fido».

«La mia fiducia l’hai fottuta, come quella cretina di Carlotta. L’attenzione è un’altra cosa, ma tu non puoi conoscerla perché nei miei confronti non l’hai mai avuta». Le parole uscivano senza filtri, indomabili. «Oggi, oggi sono stata in ospedale. Ho subito un intervento. Ero sola, sola come un cane!». Gli occhi di Germana erano persi, «Sono sola, Pietro. Mi fa compagnia solo il mio dolore» e cadde senza forze sul divano. Il cuore in tumulto.

«Di quale intervento parli?» Pietro le si avvicinò.

«Ho avuto un aborto», gli occhi venati di rabbia e stanchezza.

Pietro le si sedette accanto e le prese le spalle con decisione. «Tu aspettavi un figlio? Un figlio mio e non mi hai detto niente?» le urlò in faccia. La strattonò. La guardò con occhi lividi, le strinse più forte le mani sulle spalle, imprecò qualcosa, grugnì, la spintonò, alzò una mano. Poi però rimase in quella posizione, il braccio in alto, il volto trasfigurato, il corpo contratto da una rabbiosa impotenza. I secondi che passarono sembrarono eterni. Poi abbassò il braccio, si alzò, in silenzio prese la giacca e la sua borsa da lavoro, e senza mai voltarsi, andò via. Giorni dopo, Germana venne a sapere dove: a casa di Carlotta. Non tornò neanche per riprendere i suoi vestiti, anche se li avrebbe trovati presso la parrocchia rionale, alla raccolta abiti usati. Gettò tutta la sua roba: rasoi, dischi, quadri, libri, tenne solo il televisore al led e il multivision, che le tenevano compagnia nelle lunghe notti invernali.

L’auto aveva ancora le gomme lisce, ma il meccanico di suo padre l’aspettava dopo la visita oculistica. Per la miopia del cuore non c’erano correzioni.

Anche la bambina di nome Elena era andata via e in sala d’attesa, ora, erano rimasti in quattro: oltre lei, c’era una signora che chiedeva informazioni sulla sua cataratta a un’infermiera, che distratta scartabellava nell’archivio, e due anziani che parlavano di politica e rimpiangevano i tempi in cui a muovere le persone erano i valori, non le merci. Quando venne chiamato uno dei due anziani, un silenzio surreale piombò nella sala.

«Signorina siamo quasi arrivati», le disse l’uomo rimasto. Germana annuì. Ha gli occhi grigi come papà, pensò. L’aveva chiamata signorina, ma in estate avrebbe compiuto quarant’anni. «È da questa mattina che la osservo e la vedo pensierosa. Quale problema la fa stare tanto male?».

«Si vede così tanto?» chiese.

«Beh, sono stato catturato dalla sua bellezza», Germana arrossì. «L’ho osservata, seduta in silenzio su questo scomodo granito. Ha dispensato sorrisi a tutti, anche alla piccola peste con il ciuccio che le faceva le boccacce mentre lei non guardava. Ma i suoi bellissimi occhi sono così trasparenti da non nascondere la preoccupazione, così come i miei non nascondono la vecchiaia».

Germana sospirò. Tirò sul naso gli occhiali azzurri per migliorare la messa a fuoco. Sorrise pensando alla piccola peste che si prendeva gioco di lei. «Sono abituata a osservare. Mi permette di riflettere. Prima avevo paura del silenzio, per me era l’anticamera della solitudine. Oggi che sono sola, non mi fa più paura. Però anche il silenzio fa rumore, ho imparato ad ascoltarlo».

Passarono di nuovo i due giovani dottori. Non portavano più il camice bianco: lei aveva un cappotto colorato, lui una giacca scura. Si guardavano negli occhi, comminavano con un sorriso stampato sul viso, mano nella mano. Non si era sbagliata. Sorrise anche lei.

«Non si preoccupi, presto busserà anche alla sua porta!» disse il vecchio.

«Chi busserà alla mia porta?» chiese Germana.

«Quello che lei merita, l’amore» rispose sicuro.

«Oddio, traspare così tanto la mia disperazione?» risero entrambi, poi Germana replicò: «L’amore non esiste!».

«Certo che esiste, deve solo lasciarlo entrare nella sua vita. Senza paura».

«Signor Enzo tocca a lei», disse l’infermiera interrompendo la loro conversazione. Enzo si alzò con fatica, poi, prima di scomparire dietro la porta a vetri che separava l’ambulatorio dalla sala d’aspetto, si girò verso di lei e disse dolcemente: «Non perda mai la fiducia!», poi la salutò con un cenno della mano.

Germana tornò a casa nel tardo pomeriggio e riportò con sé uno strano buonumore. Le parole di Enzo risuonavano ancora nelle sue orecchie, l’oculista l’aveva rassicurata sulla salute degli occhi e l’auto montava gomme nuove di zecca. Lo stomaco borbottò, non mangiava dalla mattina. Entrò in cucina e prese dal cassetto del tavolo il ricettario blu: lo aprì sulla ricetta del ciambellone. Presto l’odore di buono si diffuse per tutta la casa. Si sedette al tavolo della cucina e si addormentò. La svegliò il trillo del timer. Estrasse il testo dal forno e aspettò che il ciambellone si raffreddasse prima di assaggiarlo, poi mentre si complimentava con se stessa per l’ottimo risultato, il cellulare squillò. Guardò il display, era Pietro. Tenne il telefono in mano finché non finì di squillare, combattuta dalla voglia di risentire la sua voce e la paura di soffrire di nuovo. Il cuore in tumulto, la conferma dei sentimenti che provava ancora per lui. Se gli interesso veramente, se mi vuole ancora, richiamerà. Se mi ama ancora, tornerà, pensò.  Cercò di concentrare i suoi sensi sulla fragranza del ciambellone, ma il pensiero di Pietro era più forte. Non perda mai la fiducia!, ripensò alle parole di Enzo e sorrise. Addentò di nuovo il ciambellone e, di nuovo, il cellulare squillò. Guardò il display, era Pietro. Un sorriso le esplose sulle labbra, pigiò sul tasto verde e rimase in silenzio. Dopo qualche attimo di esitazione disse: «Pronto, Pietro».

«Sì Germana, sono io. Sono fuori la porta, aprimi, ti devo parlare» disse Pietro.

Germana sentì la sua voce vibrare come ai tempi dell’università. Il cuore cominciò a pulsare velocissimo nel petto. Chiuse la comunicazione, posò le mani incerte sulla maniglia della porta d’ingresso e aprì. Pietro era dietro un enorme mazzo di rose e lei cominciò a piangere di felicità.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. francescamereu ha detto:

    Un bel racconto, emozionante!

    Piace a 1 persona

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