Residui di caffè di Maria Fabia Simone

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Un messaggio apparve sullo schermo del cellulare posto sul tavolo di un bar. Era una foto: richiesta di archiviazione.

La giovane donna chiuse gli occhi e avvicinò la tazzina alle labbra. Bevve un sorso di caffè che scese lentamente lungo la gola, fino allo stomaco. Ne percepì il calore dentro di sé. Poi arrivarono le lacrime, le sentì bruciare i suoi occhi verdi e rigare il suo volto dai tratti delicati. Da poco tempo il suo corpo aveva smesso di esserle estraneo.

Mise giù la tazzina e osservò le macchie lasciate da quella crema corposa color nocciola, ripensando alla macchia di caffè. Quella sul suo vestito e quella dentro di sé. Era sempre lì, un alone sul suo cuore.

Respirò  profondamente, digitò un messaggio, poi lo cancellò. Riprese la tazzina tra le mani tremanti. Lo stomaco le diceva di non berlo, aveva la nausea, ma lei resistette. Lo bevve tutto d’un colpo e poi guardò ciò che ne era rimasto. Solo residui. Residui e nient’altro.

“Il suo ufficio è luminoso, ma non basta a celare l’atmosfera di tristezza che vi aleggia. Il dolore resta sempre nei luoghi che visita, anche quando quello stesso dolore non ci appartiene.”

In un giorno di marzo il ricordo di quella frase irruppe nella mente dell’ispettore Elia Giacomelli. Fuori l’aria era intrisa dell’odore di pioggia e l’umidità la rendeva ancora più appiccicosa. L’ispettore non riusciva a staccarsi dalla finestra, continuando a stringere tra le mani il piccolo bicchiere di plastica che poco prima si era portato via dal bar Ulisse, lo stesso che ormai da quasi vent’anni gli preparava il suo secondo caffè della giornata. Il primo caffè, invece, da oltre trent’anni, era quello fatto con la Bialetti che suo suocero aveva regalato a lui e a sua moglie poco prima delle nozze. Un caffè che non era solo il suo rito, era suo e di sua moglie Bianca. E i riti nelle coppie sono piccoli segni che l’amore semina con il passare del tempo.

Richiesta di archiviazione. Così c’era scritto sul fascicolo che qualcuno gli aveva lasciato sulla scrivania poco prima del suo arrivo. Uno dei tanti. Come lo era quella ragazza: una delle tante che aveva incontrato e ascoltato. Eppure Elia non riusciva a togliersi dalla testa l’immagine della giovane donna che, quasi un anno prima, aveva varcato la porta del suo ufficio. Si chiamava Sara e, malgrado la temperatura mite di quel giorno, aveva indossato un cappotto di lana rosso e una sciarpa dello stesso colore, che non si era sfilati mai.

“Le posso offrire un caffè?” le aveva domandato l’ispettore con  tono garbato.

Sara lo aveva guardato per un attimo con i suoi grandi occhi verdi, poi aveva abbassato lo sguardo.

“Sa, è cominciato tutto proprio con un caffè…” aveva risposto lei con una voce talmente flebile che l’ispettore aveva faticato a coglierne le parole esatte. Poi aveva proseguito: “Io ho sempre amato il caffè: non il suo gusto, ma il suo profumo. Mi ricordava le domeniche mattina a casa, da bambina, quando appena sveglia, trovavo mio padre a combattere con la moka e lui, di fronte al mio sguardo interrogativo, mi diceva che prima di avere a che fare con lei bisognava conoscerla bene perché altrimenti rischiava di deluderti. Un po’ come le persone…”

L’uomo non aveva risposto, eppure non aveva potuto fare a meno di chiedersi quanto dovesse esserle costato percorrere la strada verso la Questura, varcarne la porta e consegnare a uno sconosciuto brandelli di un’intera esistenza.

“Un giorno mi chiese di andare a prendere un caffè…” Lei aveva ripreso a parlare con  la voce tremante. “Non fuori dall’ufficio, ma in una saletta al terzo piano della sede aziendale.  Lavoravo lì da meno di un anno e non ci trovai nulla di male. Cosa può esserci di male nell’accettare un caffè dal proprio capo, ispettore?”

Sara aveva fissato per qualche istante le sue mani, scostandosi le ciocche di capelli che le ricadevano sugli occhi. Poi aveva ripreso a parlare, come se non le interessasse l’opinione di Elia.

“Passiamo gran parte delle nostre vite tra le mura asettiche degli uffici, con persone che in qualche modo devono andarci bene e finiamo con il credere che la vita sia tutta lì. Seduti ore e ore, con gli occhi che ci bruciano e le luci al neon perennemente accese, anche quando il sole illumina le nostre scrivanie.”

Sara si era guardata attorno ed era stato in quel preciso istante – lui non lo avrebbe mai dimenticato – che aveva aggiunto: “Il suo ufficio è luminoso, ma non basta a celare l’atmosfera di tristezza che vi aleggia. Il dolore resta sempre nei luoghi che visita, anche quando quello stesso dolore non ci appartiene.”

Elia aveva trattenuto il respiro, percependo dentro di sé un pizzicore, proprio lì, sulla superficie del suo cuore. Poi si era detto che Sara aveva ragione: tutti i racconti delle donne che si erano sedute sulla sedia occupata ora da lei erano diventati parte integrante di quella stanza. Ogni volta le aveva viste uscire, con addosso ancora la paura e il senso di vergogna, ma con una speranza che aveva cominciato a germogliare dentro di loro: il dolore non albergava più solitario nelle loro esistenze, ma si era frantumato in numerose parole, raccontate, condivise e impresse su un foglio.

In quel momento l’ispettore aveva avvertito il suo battito cardiaco accelerare, adducendo la colpa alla caffeina eccessiva che si era concesso quella mattina. Ma la verità era un’altra: Elia temeva che il suo essere uomo lo rendesse di per sé inadatto a ricomporre una frattura di cui il suo stesso genere si  rendeva colpevole. Perché in fondo, si ritrovava spesso a riflettere, riteneva che tutti gli uomini fossero complici indiretti, anche involontariamente, di una cultura maschilista che faceva delle donne vittime naturali di giudizi e pregiudizi, destinatarie di apprezzamenti non richiesti, oggetti di battute e discorsi sprezzanti, magari fatti tra amici davanti a un caffè.

“Lo sa, Sara, a fine giornata la maggior parte delle persone chiude la porta dell’ufficio e torna a casa, lasciandosi tutto alle spalle. Per me non è così: ogni storia raccontata in questa stanza resta scolpita nella mia memoria attraverso un gesto, una parola, un’espressione del volto. È  un dolore che si siede accanto ai miei pensieri, li prende per mano e poi mi diventa familiare.”

L’ispettore aveva parlato d’impulso, infrangendo la regola di non lasciarsi mai coinvolgere emotivamente. Era stata la prima regola appresa durante il suo periodo di formazione ed era quella che trovava più difficile da mettere in pratica. Non lo aveva mai confessato a nessuno, nemmeno a se stesso perché era convinto che, in una società che si diceva moderna, le emozioni continuavano però a essere di genere femminile. E lo aveva constatato anche quel giorno, cogliendo  l’espressione sorpresa di Sara.

Elia aveva avvertito l’ansia scemare, ma aveva atteso che fosse Sara a rompere il silenzio perché sapeva bene che non vi era niente di più difficile per quelle donne che andare alla ricerca di parole che combaciassero perfettamente con ciò che si era annidato dentro di loro.

“Lei è la prima persona a cui riesco a parlare di quello che mi è successo. Nemmeno ai miei genitori sono riuscita a raccontarlo: mi guarderebbero con occhi diversi perché certe colpe ti trasformano, perfino davanti a chi ti ama profondamente.”

Il suo volto delicato si era rabbuiato, contratto nell’espressione tipica di chi desidera ardentemente sciogliersi in lacrime, ma resiste. Così Sara si era per l’ennesima volta sistemata la sciarpa attorno al collo, poi si era stretta nel cappotto.

In quel momento qualcuno aveva inaspettatamente bussato, smorzando la tensione. La porta si era aperta e un profumo intenso di caffè aveva invaso la stanza. L’ispettore aveva fatto un cenno in direzione della porta, che si era subito richiusa.

“Da dove vuole che cominci, ispettore?” aveva domandato Sara, come se improvvisamente fosse stata impaziente di consegnargli tutto il suo tormento.

Elia non aveva fatto in tempo a replicare, Sara aveva ripreso subito a parlare, nuovamente incurante di ricevere una risposta.

“Quel giorno alla macchinetta del caffè mi sono sentita improvvisamente a disagio. È stato un attimo, il suo gesto di scostarmi i capelli mi ha subito messa in allarme, poi la sua mano sulla mia spalle e quel suo avvicinarsi al mio collo per annusarmi…”

Era stato così che Elia aveva compreso il motivo per cui Sara si scostava meccanicamente i capelli dal viso: era il suo primo modo di alzare un muro.

“Mi sono guardata attorno, sperando che nessuno ci avesse visti: non volevo che qualcuno insinuasse che ci fosse qualcosa tra noi. Lo sa, ispettore, ci vuole poco per rovinare l’immagine di una persona: un pettegolezzo ingigantito e ti ritrovi in un vortice di dicerie da cui non ne esci più. Così per tirarmi fuori dalla situazione di imbarazzo mi sono rovesciata il caffè addosso e poi sono corsa in bagno. Ci sono rimasta quasi mezz’ora…Sentivo di aver sbagliato io ad accettare quell’invito: gli avevo dato segnali ambigui!”

Era sempre così, si era spesso ritrovato a osservare Elia, le vittime finivano per cercare una spiegazione a ciò che avevano subito e puntualmente il colpevole lo riconoscevano in loro stesse.

“Quello è stato l’inizio di tutto. La macchia del caffè non si è più tolta dal mio vestito. È rimasta lì, insieme a quel gesto, a tutti i suoi gesti successivi: le carezze, le mani attorno alla mia vita, i tentativi di abbracciarmi e baciarmi. E insieme alla sua reazione al mio ennesimo rifiuto…A tutto ciò che è arrivato dopo…” Sara lo aveva detto tenendo lo sguardo basso.

Elia aveva taciuto, contravvenendo nuovamente alla procedura.

Ancora una volta l’ufficio era stato avvolto dal silenzio, rotto solo dal cucchiaino che l’ispettore aveva cominciato a girare ripetutamente in quel caffè che si era deciso a farsi portare da un suo sottoposto. A Sara invece non aveva osato offrirlo questa volta.

“Ispettore, lei ha mai desiderato arrendersi? Io ho sempre creduto che la resa si materializzasse sotto forma del suo stesso pensiero: non appena si affaccia nella nostra mente, ha già acquistato forza.”

Il cucchiaino era rimasto lì, dentro la tazzina rossa. Ed Elia lo aveva fissato, ne aveva guardato i movimenti circolari su quella crema corposa resistente ai granelli di zucchero.

“Ognuno di noi” aveva risposto Elia posando il cucchiaino sul piattino “ritengo si trovi spesso a dover fare i conti con questa idea. Ma  sta a noi non darle spazio: è solo quando lo facciamo, è in quel momento che ci arrendiamo.” Si era concesso un sorso di caffè, il cui sapore bruciacchiato gli aveva lasciato l’amaro in bocca. Come tutte le storie che erano rimaste solo carta, un nome scritto. Tante Sara che non avevano avuto la forza di andare fino in fondo al loro dolore perché la legge non era stata in grado di accoglierlo e farsene carico. Così quelle parole, quelle vite su cui la violenza aveva inciso il proprio marchio indelebile erano diventate polvere, tra scaffali grigi e anonimi.

Richiesta di archiviazione. Anche Sara ora sarebbe diventata un numero, un fascicolo, un dato statistico.

In quel giorno qualsiasi di marzo Elia non riusciva a non pensare a quella frase. Fuori il cielo si era fatto scuro e la pioggia cadeva battente sui vetri della finestra del suo ufficio. Si sentì pervaso da un senso enorme di impotenza. Guardò il bicchierino di plastica in cui ora non restavano che residui di caffè. Già, residui, pensò lui, sul fondo di un bicchiere. Come quelli che si depositano in fondo all’anima di una persona come Sara: resti di un’ingiustizia che vorresti stringere tra le mani e scuoterla forte, soffocarla, prima che ti schiacci con i suoi meccanismi inumani.

“Ci sono stati giorni in cui mi sembrava che il mio corpo non mi appartenesse più, la mia mente lo osservava dall’esterno e lo sentiva estraneo…”

Le immagini dell’incontro con Sara ritornarono a farsi strada nella testa di Elia.

“Ha mai fatto quel sogno in cui arriva nudo in ufficio e cerca disperatamente qualcosa per coprirsi? Per me quell’incubo è stato la mia quotidianità per mesi. Ogni giorno camminavo per i corridoi o mi fermavo alle macchinette a bere un caffè e sentivo addosso gli sguardi di tutti. Ero senza vestiti davanti a loro, forse non avevo più nemmeno la pelle a proteggermi: bastavano uno sguardo, una risatina, un mormorio. La violenza non ha bisogno di gesti eclatanti, sa? Accadeva ogni volta che entravo in una di quelle salette mentre venivo investita dall’odore acre dei caffè consumati e accumulati nel cestino della spazzatura: caffè e brusio, caffè e occhiatacce, caffè e risatine. Sarà per questo che non riesco più a bere il caffè, persino il suo aroma mi provoca una morsa allo stomaco.”

L’ispettore aveva fissato a disagio il suo ennesimo caffè mandato giù.

“Lo sa, all’inizio le pause davanti a quelle macchinette del caffè erano l’unico momento di distrazione che mi concedevo dal mio lavoro insieme a quelle colleghe che erano diventate alla fine delle amiche. Era anche un modo per sfuggire all’angoscia della precarietà. Era il nostro rito.”

Come quello mio e di Bianca, aveva subito pensato Elia.

“Quel rito ci dava l’illusione di avere una certa stabilità. La sicurezza che ci saremmo incontrate ogni giorno, alla stessa ora, ci faceva credere che le ripetute scadenze dei contratti fossero solo una mera formalità. Quando però si è sparsa la voce della mia segnalazione all’ufficio Risorse umane nemmeno più quei caffè ci sono stati a consolarmi. In quelle pause non c’erano più le voci calde e i volti sorridenti delle mie amiche: da quel momento c’è stato solo il vuoto.  E la solitudine nel buttare giù quella bevanda che era stata pianta, chicchi, e poi polvere. Come me: in poco tempo avevano macinato e sbriciolato tutte le mie certezze. E anch’io mi ero fatta scura, lentamente. Dentro di me. ”

Elia aveva deglutito.

“Sono andata avanti così per mesi. All’inizio ho resistito dicendo a me stessa che non volevo dargliela vinta a nessuno. Il mio senso di giustizia mi ha dato una forza incredibile, lo sa, ispettore?”

“Ha avuto un grande coraggio, Sara. I deboli sono coloro che nascondono la testa sotto la sabbia di fronte ai soprusi.”

“Ma ho perso, ispettore, ho perso! Credevo di poter sconfiggere il potere in nome della mia etica. Mi sbagliavo. Il potere è venuto a chiedermi il conto e io l’ho dovuto pagare.”

“Lei ora è qui, non ha perso!”

“E invece ho perso la mia dignità, lasciando che tutti conoscessero la mia storia. Ho perso il mio lavoro. E ho perso me stessa perché non tornerò più quella che ero prima che succedesse tutto questo…

“É vero, non tornerà la Sara di prima, ma la dignità non l’ha mai persa, è quello che le hanno voluto far credere per annientarla, ma non è così. Sara, lei lo ha dimostrato non scendendo ad alcun compromesso, malgrado fosse la parte più vulnerabile di quella guerra impari.”

Sara in quegli istanti era apparsa lontana.

“Gli ultimi mesi di lavoro li ho trascorsi in completo isolamento. Subito dopo la mia segnalazione, il mio capo ha disposto il mio trasferimento in una stanza lontana dalla sua, in fondo al corridoio. Non mi ha rivolto più la parola, non mi ha affidato più nessun incarico. Mi ha lasciata ammuffire per giornate intere, a fissare la parete davanti a me. Sono diventata invisibile per tutti, anche per le persone che consideravo amiche. Non servivo più a nessuno: improvvisamente ero diventata inutile. Ma non volevo mollare e nonostante mi stessero distruggendo, io continuavo a fare le mie segnalazioni. La mia mente tentava di conservare la lucidità, ma in realtà non ne poteva più: si stava lentamente sbriciolando sotto il peso dello stress e dell’isolamento.”

Sara aveva fatto una pausa.

“ Poi un giorno ho ceduto. Un giorno  lui è venuto nella mia stanza e ha cominciato a urlarmi contro. Io sono rimasta seduta in silenzio. Il giorno dopo mi sono dimessa, senza nemmeno tornare in ufficio. Nei mesi successivi non riuscivo nemmeno ad alzarmi dal letto, ma un giorno ho deciso di non lasciarmi più sopraffare dal dolore: i mostri volevano annientarmi, io invece volevo annientare quel male che si era impossessato di me. Volevo guardarlo in faccia, senza abbassare lo sguardo. Così ho accettato un invito di un’amica a bere un caffè. Lo sa, non lo bevevo da quando mi ero dimessa, il solo pensiero continuava a farmi venire la nausea, ma quel pomeriggio, dopo tanto tempo, ne ho sentito di nuovo l’odore nelle narici, ho rivisto il suo color nocciola, ho esplorato con un cucchiaino la sua consistenza. Non volevo più che quel dolore avesse un’identità, un profumo, un colore, un sapore. Volevo che il mio cervello riprendesse ad associare il caffè ai miei ricordi di bambina…E al calore delle mie domeniche a casa.”

Elia aveva ascoltato il racconto di Sara. Quella donna, aveva pensato, con un gesto all’apparenza insignificante aveva cominciato la sua battaglia. E lui era fortemente convinto della grande forza dei piccoli gesti: da quelli erano spesso nate le rivoluzioni.

Sara la sua rivoluzione in fondo l’aveva fatta: malgrado fosse una precaria, non si era piegata alle molestie, ai ricatti, al dolore che si era raggrumato nelle sue vene, ma lo aveva sciolto e trasformato in un moto di rabbia contro chi le aveva inferto una violenza fatta di lividi invisibili, nascosti sotto la sua stessa pelle.

“Se vuole possiamo cominciare a verbalizzare…”

Lei aveva annuito, le mani intrecciate, il corpo sempre più infagottato nel suo cappotto rosso.

In quel giorno di novembre  la sofferenza di Sara aveva assunto la forma delle parole.

In quella mattina di marzo quel dolore invece si perse tra le parole. Richiesta di archiviazione. Con un gesto di stizza Elia gettò a terra il bicchierino di plastica che aveva tra le mani. Ciò che restava del caffè macchiò il pavimento e il suo aroma pervase tutta la stanza. Elia lo trovò sgradevole, come la storia di Sara, che non riusciva più a bere caffè perché non sapeva più di buono. Non sapeva più di casa.

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. sweetartagency ha detto:

    Bellissimo e commovente. Nella sua attualità racconta quella che forse sta diventando una prassi crudele e inaccettabile, troppo spesso sottovalutata, anche dalle istituzioni.
    Grazie per questo bel racconto..

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