Soltanto il vento di Alberto di Girolamo

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La piazza era deserta. Scirocco era lì e sembrava un torello impazzito, girovagava in tutte le direzioni, pronto a scagliarsi contro qualunque cosa si muovesse. Il suo soffio caldo spingeva le persone a stare con le imposte chiuse. Anche i negozi erano serrati e gli esercenti, da dietro le vetrate, seguivano il volo scomposto delle cartacce.

Improvvisamente comparvero due figure, venivano da una stradina laterale, quella che portava al castello. Scirocco subito si avventò contro di loro, deciso a fare pagare la temeraria presenza.

Erano un maschio e una femmina, e procedevano in modo strano: lui andava avanti e si tirava appresso, tenendola per i capelli, una ragazza assai carina – chioma nera e liscia che le arrivava a fondoschiena, occhi scuri, zigomi alti, gambe lunghe, seno prosperoso.

Lei camminava con passo malfermo come se inciampasse di continuo e, a tratti, cadeva, come, in processione, il Gesù condotto al Calvario. Erano cadute rovinose che le scorticavano le ginocchia e le ferivano le mani, ma l’uomo non se ne dava per inteso, neanche si fermava per consentirle di rialzarsi; tirandola per i lunghi capelli, come fossero guinzaglio, la strascicava sull’asfalto, e allora lei cercava di riaversi: prima correva a quattro zampe, come un cagnolino, per allentare la tensione sui capelli e poi, faticosamente, si rimetteva in piedi e ricominciava a sgambettare, piegata in due, fino alla successiva caduta.

Scirocco conosceva quei due personaggi, per essere entrato più volte, attraverso le crepe del portone, nel cortile umido dal quale erano appena usciti, e sapeva bene ciò che avveniva tra quelle mura. Tutta la città sapeva, ma nessuno faceva nulla per impedirlo.

In quel cortile, Nello, ingiuriato ‘Sciacallo’ per come approfittava delle altrui disgrazie, si dedicava allo spaccio di eroina, insieme alla madre; si erano organizzati in modo da offrire ai clienti un angolino riservato, per consumare la droga sul posto: ciò aveva determinato il successo del loro commercio.

La ragazza di nome Fedora era una cliente abituale, da un anno a questa parte. Quella mattina, era arrivata, preda di una crisi di astinenza, con il corpo tutto un tremito di sofferenza e la testa nel pallone.

**

Aperto il portone, Nello riconobbe subito i sintomi e si sentì padrone del destino della giovane.

«Che c’è? Ti brucia il culo?» disse ridendo.

Gli occhi e la mente della ragazza erano rivolti verso la stanza, dove si sarebbe fatta, come le altre volte, l’eroina, sciolta in un cucchiaio; non vedeva altro non riusciva a pensare ad altro.

«Dai, sbrighiamoci» sollecitò in grande agitazione.

Lo Sciacallo sembrò divertirsi a farle perdere tempo.

«Se hai tanta fretta, caccia subito i soldi» la sfidò con sarcasmo.

«Prima l’eroina» affermò lei, e fece per entrare.

Nello la trattenne per i capelli e divenne truculento.

«Cos’è? Mi vuoi fottere?»

«Ti pagherò» affermò lei, con un filo di voce. «Ti ho sempre pagato.»

Nello le fece il verso: «Ti pagherò.» e poi con disprezzo: «Cos’è? Al papino sono finiti i soldi?»

«Me li nasconde» rispose Fedora tra le lacrime. «Però li troverò.»

«Lo sai che qui non si fa credito» affermò lo Sciacallo, con maggiore cattiveria.

Da una finestra del pianterreno si affacciò la madre, attratta da quel parlare concitato.

«Che c’è?» chiese al figlio.

«Fedora vuole la droga, ma non ha soldi per pagare» la informò il figlio.

«Buttala fuori» ordinò la madre e chiuse le imposte.

Fedora si mise a piangere, non per i capelli tirati con forza, ma perché si sentiva incompresa nel suo bisogno; aveva tutti contro: prima i suoi familiari che avevano fatto sparire denaro, argenteria, oro… e adesso questo individuo, spietato nella sua avidità. Che volevano da lei? Non vedevano che annaspava per non impazzire? Avevano intenzione di lasciarla morire? Perché di questo si trattava: se non avesse avuto la sua dose, sarebbe morta.

«No, ti prego, aiutami!» farfugliò, presa dal panico, i muscoli le dolevano e nelle tempie bombiva uno sciame di api in trappola.

«Sei disposta a farti scopare?» le sussurrò l’uomo all’orecchio.

Cosa? Chi? La ragazza neanche capì quello che le veniva proposto, ma intuì che dire ‘sì’ l’avrebbe salvata dalla privazione e lo disse, senza riflettere, e il sentirsi spingere nella sala del consumo la rese contenta, come chi, annaspando in acque profonde, si vede tratto in salvo.

**

La stanza era più lunga che larga e divisa in tre segmenti da alcuni separé, di modo che ogni cliente si potesse drogare senza essere visto dagli altri; non c’erano finestre e l’ambiente era impregnato da un forte odore di aceto. Dietro il paravento, Fedora trovò il solito tavolinetto che conosceva e due sedie metalliche, sottratte a un presidio ospedaliero. Quando si fu seduta, Nello le lasciò i capelli e le raccomandò: «Non fare casini che ci sono altri clienti». Poi si allontanò e ritornò con una siringa in mano. Fedora esitò.

«L’iniezione m’impressiona» disse.

Era una costatazione, la sua, non una opposizione.

«Non c’è tempo per il cucchiaio» rispose lo spacciatore. «Se viene mia madre, te la scordi l’eroina.»

«Potrei sniffarla» propose lei.

«O così o niente» intimò l’uomo spazientito.

La ragazza cedette, e l’uomo le iniettò il liquido scuro.

«È ‘catrame nero’» disse. «Sentirai che effetto.»

Fedora fu pervasa subito da un benefico calore e tutto il suo corpo si rilassò piacevolmente, la prese un torpore, simile a uno stordimento, e non capì ciò che l’uomo cominciò a fare.

Si limitò a sorridere stupidamente, mentre Nello le palpava i seni e le attanagliava i capezzoli tra pollice e indice, era come se quel corpo non fosse il suo, non sentiva neanche dolore. Lo lasciò procedere anche quando la prese da sotto le ascelle e le fece appoggiare il petto sul ripiano del tavolino. Avvertì appena le mani che scorrevano sulle sue cosce; non le piaceva tenere scoperte le natiche, ma si sentiva priva di energie e non protestò.

Preso dalla sua eccitazione, Nello non sentì il ciabattare della madre che si avvicinava al paravento.

«Hai scambiato questo posto per un bordello?» sibilò la vecchia con voce rauca e rabbiosa.

Nello si vide con gli occhi della madre – a ridosso del sedere della ragazza e con i pantaloni afflosciati ai talloni – se ne vergognò e si affrettò a coprire le sue nudità, mentre continuava a essere raggiunto dai rimproveri materni.

«Noi siamo spacciatori seri» diceva. «Se si sparge la voce che violenti le clienti, addio affari.»

Il figlio cercò di giustificarsi: «È una zoccola. L’ho pagata con l’eroina.»

«Ti avevo ordinato di mandarla via. È così che mi ubbidisci?»

Nello si sentì in difficoltà e cercò di riversare la colpa sulla ragazza,

«Mi ha fatto venire voglia, questa troia» farfugliò.

Fedora, intanto, non più trattenuta sul tavolino, era scivolata a sedere e si era pure abbassata la gonna fino ai polpacci, un istintivo gesto protettivo come se, tra la nebbia della sua mente, stesse avanzando la consapevolezza della tragica situazione in cui si trovava.

La giustificazione fece infuriare ancor più la madre, che lo fulminò con occhi sprizzanti fiamme.

«Le porcherie le devi fare lontano da qui» lo ammonì.

Per calmarla Nello fece una voce mortificata: «Non lo faccio più.»

Non quella promessa puerile, ma la presenza dei clienti dietro i separé spinse mamma ‘Zina a porre fine alla discussione.

«Sparite! Tu e quella troia» ordinò.

**

L’uomo non se lo fece ripetere due volte. Riprese la ragazza per i lunghi capelli e se la trascinò appresso, in gran fretta. Gli era venuta l’idea di condurla alla vecchia casa della marina e lì riscuotere quello che gli spettava in cambio dell’eroina, ma non aveva fatto i conti con Scirocco.

Il vento non li aggredì subito, prima preferì girare attorno a loro, disegnando nella piazza un enorme punto interrogativo. Mentre realizzava quell’accerchiamento, poté notare la paura che traspariva dagli occhi della ragazza e la spietata risolutezza dell’uomo. Ciò lo fece schierare dalla parte del più debole, e si parò davanti all’aguzzino con tutta la sua possanza.

L’uomo non ebbe alcuna considerazione di tutto quel soffiare e lo affrontò con tracotanza. Con il suo atteggiamento era come se dicesse: «Ti vuoi misurare con lo Sciacallo?» E sembrava divertito, mentre incassava la testa tra le spalle per farsi più tetragono.

A quel segnale di sfida, il vento prese a colpirlo con folate improvvise, cariche di materiale di ogni tipo: polvere, rami, foglie, carta, plastica. Quei proiettili rallentarono la marcia dell’avversario, ma non la fermarono.

Scirocco capì che aveva bisogno di aiuto e lo chiese ululando e fischiando dietro le porte e le finestre delle case, ove c’erano occhi che spiavano, ma nessuna imposta si aprì, anzi qualcuna fu rinserrata ancor di più; ebbe la sensazione che, escluso lui, a nessuno importava quello che accadeva sotto i loro occhi.

Per questo, il vento si sorprese di trovare cedevoli, alla sua spinta, i due battenti della Conad, il supermercato posto all’inizio della via che scende al mare; il personale, fidando nello spessore dei vetri, non aveva fissato i ferretti. Scirocco non ebbe difficoltà a scombaciare con una raffica le lastre trasparenti e a infilarsi dentro, riuscendo, con la punta della ventata, a buttare per terra un espositore di patatine.

Accorsero due commessi, il più giovane si preoccupò di rimettere a posto l’espositore e l’altro si affrettò a puntellare i battenti.

Il loro accorrere verso l’uscita fu per Scirocco motivo di speranza, perché ritenne che avrebbero visto la violenza con la quale la giovane femmina era trascinata e sarebbero intervenuti.

Invece se la presero con lui, Scirocco.

«Non se ne può più di questo ventaccio» commentò il primo.

E il più anziano si dichiarò d’accordo: «Son tre giorni che ci frulla attorno.»

«Sta facendo inaridire pure le persone» commentò da lontano la cassiera.

«Sa fare solo danni» disse il commesso vicino alla porta.

Così dicendo, si sporse fuori, per spingere i fermi nei fori nella soglia di marmo, e, per forza di cose, i suoi occhi andarono sulla strana coppia che procedeva a stento, avvolta da un turbinio ciclonico di materiali diversi. L’uomo affrontava con boria la tempesta, mentre lei non aveva forze neanche per stare in piedi.

«Se non fosse per lui che la tiene», osservò il commesso, rivolgendosi verso l’interno, «la ragazza volerebbe via.»

Il collega, incuriosito da quella considerazione, lo affiancò sull’uscio, tenendo in mano alcune confezioni di patatine, raccolte da terra.

«Conosco quell’uomo» affermò. «Un brutto ceffo.»

Un cliente, che si era portato alle loro spalle, aggiunse: «La donna sembra contraria a seguirlo.»

«Pare così anche a me» confermò il giovane delle patatine.

«Dove credete che la porti?» chiese il commesso anziano.

Rispose il collega giovane: «Conoscendo il tipo, la risposta è facile.»

«Cioè?» fecero all’unisono gli altri due.

«Cerca un posto per violentarla» asserì con sicurezza quello giovane.

Anche la cassiera, in quel momento priva di clienti, si avvicinò alla vetrata.

«Lei è Fedora, la figlia del dottore Gueirre» annunciò, dopo aver spiato ciò che avveniva fuori.

Scirocco fremeva. ‘La conoscete. Aiutatela!’ avrebbe detto se avesse potuto parlare.

«Che ci fa con quel delinquente?» chiese il cliente, scandalizzato dal fatto che la figlia di un medico fosse in compagnia di quell’individuo.

Gli rispose la cassiera: «Lei si droga e lui è uno spacciatore, ecco perché sono insieme.»

«Questo spiega tutto» convenne l’uomo, scotendo la testa per evidenziare il suo disappunto.

«Se l’è cercata» aggiunse con tono severo.

«Cammina come un automa.»

«Viene tirata, non vuole andare.»

«Bisognerebbe intervenire» disse il commesso anziano.

«Meglio che ti fai i fatti tuoi» gli consigliò l’altro commesso, e, per non essere coinvolto, si allontanò dal gruppo e riprese a disporre i sacchetti di patatine sui ripiani, con cura.

«Quello ti spezza in due» valutò la cassiera, squadrando l’esile figura dell’anziano commesso.

Allora l’anziano si azzardò a proporre: «Magari telefonando al padre…»

«O alla polizia» lo interruppe con sarcasmo il collega. «Ohé, sei matto?»

«Non vedo quale rischio…» cercò di insistere l’anziano, ma neanche questa volta poté esprimere compiutamente il suo pensiero.

«Come minimo, t’incasini in un processo che non finisce più» ribatté pronto l’altro commesso.

A sentir parlare di tribunali, al cliente venne fretta.

«Devo andare» disse, e uscì con due sacchi ricolmi di cibarie che utilizzò come zavorra, mentre saliva, verso la piazza, contro vento.

«Ma dove vai?» ululò Scirocco, e lo spinse per farlo tornare indietro.

Il cliente fu costretto a fare alcuni passi a ritroso, ma poi, piegato in avanti, vinse la forza del vento e si allontanò nella direzione voluta.

Intanto Sciacallo continuò ad avanzare verso la marina e, tenendo ben stretta la sua preda, si sottrasse dalla vista di quelli del supermercato, che, dopo essere rimasti, ancora per qualche minuto, con il naso schiacciato contro il vetro, ritornarono all’usuale lavoro.

Scirocco si sentì avvilito da quell’umana indifferenza, e fu tentato pure lui di lasciare la ragazza al suo destino, ma solo per un momento, perché subito riprese a correre; oltrepassò Fedora e il suo aguzzino e ritornò a scuotere porte e persiane.

Il meccanico aveva la saracinesca metallica mezza abbassata, per ridurre in parte le folate che entravano nella piccola officina. Non poteva chiuderla tutta, perché in strada erano parcheggiate le moto da riparare. Scirocco abbrancò le fasce metalliche dell’avvolgibile e le scosse con vigore, facendo un fracasso del diavolo. Ciò non bastò a fare uscire il meccanico che, anzi, si rintanò ancor più, intimorito dalla furia delle raffiche. Allora, il vento, preso dalla disperazione, rivolse tutta la sua potenza d’urto sui motocicli e riuscì ad abbatterne un paio, ciò, come aveva previsto, stanò il meccanico, preoccupato dei danni.

Egli uscì, nel momento in cui i due sopravvenivano, e vide la paura dipinta nel volto della ragazza; istintivamente ebbe un moto protettivo, pensando alla sua figliola, della stessa età della ragazza trascinata con violenza. Ebbe il coraggio di intercedere.

«Nello», disse, «lascia la signorina.»

Non fu un ordine ma la preghiera di un uomo timoroso.

«Fatti i cazzi tuoi» abbaiò con prepotenza lo Sciacallo.

La reazione rabbiosa fece desistere il meccanico, che, senza aggiungere parola, si diede a sistemare le moto abbattute, volgendo le spalle ai due passanti, come se il non vedere alleggerisse la sua vigliaccheria.

Cento metri più avanti, prima che iniziasse l’angiporto, c’era una vecchia costruzione destinata a essere abbattuta, per edificare al suo posto un palazzo; a tal fine degli operai stavano delimitando con una rete metallica il cantiere. Erano uomini ben messi e tutti insieme non avrebbero avuto difficoltà a bloccare il delinquente per quanto forte potesse essere.

Scirocco si rese conto dell’opportunità di quella presenza e si diede a turbinare attorno ai lavoratori per attirare la loro attenzione sulla strada; ma essi, assuefatti alle intemperie, continuarono il lavoro come nulla fosse. Non alzarono la testa neanche quando Nello, senza temerli, passò accanto a loro, diretto verso la vecchia costruzione, però uno di loro lo notò sottecchi e drizzò la schiena.

«Ehi voi, dove andate?» disse, dando l’allarme agli altri.

Tutti si voltarono a guardare. “È fatta” si disse Scirocco e fece una serie di capriole per la gioia.

Un altro muratore aggiunse: «Non si può passare, stiamo chiudendo il cantiere.»

Nello li ignorò e puntò imperterrito verso la casa.

Fedora, rinvenendo dagli effetti dell’eroina, implorò con voce strascicata: «Aiutatemi!»

A quella preghiera, gli operai si mossero insieme; fecero un passo avanti, ma si fermarono subito, non appena Nello, alzando la maglietta, mostrò il calcio di una pistola, infilata nella cintola. Non parlarono più e rimasero immobili a guardare, finché i due non scomparvero dentro la catapecchia.

«Affari loro» disse il capo squadra e riprese il suo lavoro, invitando con ciò gli altri a fare lo stesso.

«È una puttanella» affermò un altro, come a giustificare la loro codardia. «Chissà a quanti l’ha già data.»

«Uno più uno meno non cambia nulla» soggiunse il terzo.

«Che dite?» intervenne il vento, stupito. «Verso una donna è permessa violenza?»

Ma non ebbe risposta.

Come nulla fosse stato, gli operai ripresero a fissare la maglia metallica ai pali di cemento, piantati a terra, e nessuno di loro notò che l’ululato di Scirocco si era trasformato in un ruggito, mentre abbandonava la terra ferma e si tuffava tra le onde per non vedere e non sentire le umane oscenità.

 

21 commenti Aggiungi il tuo

  1. angycargent ha detto:

    Mi è piaciuto molto questo racconto che descrive in maniera esaustiva l’indifferenza della gente. Gente che potrebbe intervenire, a volte, a porgere aiuto e volta la faccia dall’altra parte per non vedere. A livello narrativo è interessante l’escamotage di utilizzare il vento come entità incorporea che si accorge di tutto quello che sta succedendo ma non può fare altro che fuggire di fronte all’insensibilità umana:” l’ululato di Scirocco si era trasformato in un ruggito, mentre abbandonava la terra ferma e si tuffava tra le onde per non vedere e non sentire le umane oscenità.” Bravo Alberto.

    Piace a 1 persona

  2. Pino Campo ha detto:

    Anch’io ho apprezzato tanto l’espediente narrativo del vento-personaggio, oltre al rimarcare l’indifferenza che ci accomuna, tutti, verso questo cancro che pervade l’umanità. Complimenti Alberto.

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  3. Alberto Di girolamo ha detto:

    Grazie Angy! l’indifferenza della gente è il tema dominante del racconto. Un’indifferenza che si fa più persistente e diffusa se la vittima è una donna, perché se l’è voluta, se l’è cercata, ecc.

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  4. Gianpiero Pisso ha detto:

    La solita eleganza nel modo di esprimersi, con trame mai banali e contenuti mai scontati od ovvi. Riconoscerei lo stile di Alberto tra mille racconti di scrittori diversi e forse è per questo che lo apprezzo.

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  5. francescamereu ha detto:

    Un bellissimo racconto che descrive l’indifferenza verso la violenza.

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  6. Alberto Di girolamo ha detto:

    Grazie Pino! Come sai lo scirocco è di casa nella nostra isola e mi ispira tanto.

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  7. Alberto Di girolamo ha detto:

    Grazie Gianpiero! È il più bel complimento che abbia mai ricevuto.

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  8. Alberto Di girolamo ha detto:

    Grazie Francesca! Il tuo apprezzamento mi ha reso felice.

    Piace a 1 persona

  9. Questo racconto è un’accusa sociale oltre ad una sconsolata e deprimente constatazione della indifferenza e della vigliaccheria della gente comune per un reato di inaudita violenza verso una donna indifesa e un’amara realtà umana messa a nudo dal talento e dalla capacità espressiva di questo scrittore. Complimenti!

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  10. Alberto Di girolamo ha detto:

    Grazie Vittorio! Come sempre hai saputo cogliere l’essenza profonda della storia narrata.

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  11. Fabio Falugiani ha detto:

    Mi piace. È bello e vero, purtroppo. Complimenti Alberto, ideato e scritto benissimo.

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  12. Emanuele Marcuccio ha detto:

    Alberto Di Girolamo, con un racconto dalla caratura poetica – peculiare la accurata personificazione del vento di scirocco – offre al lettore uno scritto civile di denuncia, uno squarcio in un assolato agosto sferzato dallo scirocco, presso una sperduta provincia siciliana carica di omertosa vigliaccheria. Un racconto che rivela le tante violenze che si consumano giorno per giorno contro la donna.
    “Soltanto il vento” si mosse a pietà, ‘Scirocco’, ma non poté far nulla per impedire la cieca violenza dello ‘Sciacallo’ su Fedora. Alla fine il vento poté sfogarsi soltanto in un “ruggito, mentre abbandonava la terra ferma e si tuffava tra le onde per non vedere e non sentire le umane oscenità”.

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  13. Eleonora ha detto:

    Bellissima la descrizione degli ambienti e delle sensazioni..tutto sembra dipinto..tutto sembra reale..percepivo,leggendo,La furia del vento e la paura della ragazza…il tema fa riflettere molto ed è lo specchio purtroppo della nostra società. Complimenti a questo grande scrittore

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  14. Annalisa ha detto:

    Parole toccanti, che descrivono le scene in modo tale che ci si ritrova quasi a fare parte della storia. Triste realtà purtroppo, di una società indifferente e cosciente di non essere tutelata dalla legge. Complimenti all’autore, sempre capace di toccare l’anima del lettore

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  15. Emanuele Marcuccio ha detto:

    L’ha ribloggato su Emanuele-Marcuccio's Bloge ha commentato:
    Alberto Di Girolamo, con un racconto dalla caratura poetica – peculiare la accurata personificazione del vento di scirocco – offre al lettore uno scritto civile di denuncia, uno squarcio in un assolato agosto sferzato dallo scirocco, presso una sperduta provincia siciliana carica di omertosa vigliaccheria. Un racconto che rivela le tante violenze che si consumano giorno per giorno contro la donna.
    “Soltanto il vento” si mosse a pietà, ‘Scirocco’, ma non poté far nulla per impedire la cieca violenza dello ‘Sciacallo’ su Fedora. Alla fine il vento poté sfogarsi soltanto in un “ruggito, mentre abbandonava la terra ferma e si tuffava tra le onde per non vedere e non sentire le umane oscenità”.

    Buona lettura!

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  16. Daniela Pandozi ha detto:

    Un racconto breve ma estremamente pregnante nel quale riconosco lo stile di Alberto Di Girolamo che ormai sto imparando a conoscere ed apprezzare. E appare un contrasto tra le forze della natura che vorrebbe scuotere l’umana indifferenza fatta di ignoranza e gli esseri umani, ciechi. E l’uomo, come sempre, non ci fa una bella figura.

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  17. Bruno Sebastiani ha detto:

    Bruno Sebastiani Complimenti, trovo magistrale il tuo racconto che, benché essenziale, è ricco di sfumature che delineano un ambiente, una situazione, un presagio. Pare che in questo paese, come dovunque del resto, nulla si possa fare contro i prepotenti che si avvalgono di una patente indiscutibile: il calcio della pistola che sporge dalla cintola dei pantaloni. Solo il vento ci prova, drammatica conferma che è illusorio aspettarsi aiuto dagli uomini. Se poi la vittima della violenza è una donna, vi sono altre mille ragioni per lasciarla nelle mani del suo aguzzino, chissà a quanti l’ha già data, guardala, così bella di sicuro se l’è cercata. Come diceva il buon Cecco Angiolieri: s’io fossi foco arderei lo mondo, se fossi vento lo tempesterei… ma contro l’indifferenza nemmeno il vento tempestoso otterrebbe qualche risultato, non resta che l’amarezza per la sconfitta. Di nuovo complimenti.

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  18. Dario ha detto:

    Personificare il vento una grande idea. Purtroppo l’omertà è dilagante in tanti campi, dalla violenza sulle donne ai reati mafiosi alla delinquenza di ogni genere. La fuga del vento di fronte all’insensibilità umana rappresenta il fiore all’occhiello di questo racconto che deve far riflettere. Il mancato lieto fine serve proprio a questo. Pure lu ventu si schifia di fronte a certe cose. Lettura non fine a se stessa.
    Complimenti!

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  19. tonyborghesi2005 ha detto:

    Un racconto terribile sull’umanità indifferente a chi riceve violenza. Bravo Alberto

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  20. Rossella ha detto:

    È un racconto molto toccante, che mette in evidenza l’omertoso atteggiamento di molte persone verso uno dei mali sociali del nostro tempo:la violenza sulle donne. Nessuna donna va violata e questa poetica narrazione dell’autore, accentuata dalla personificazione del vento di scirocco, grida questo dolore e lancia un messaggio: denunciare e non subire. Complimenti Alberto Di Girolamo

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  21. Diana D'Angelo ha detto:

    Sublime racconto dagli antichi sapori di una Sicilia che, soggiogata dal l’ineluttabile destino, sempre si accontenta e spesso cade. E più il tempo passa, più è faticoso rialzarsi. Grazie Alberto 🖤

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