Spina di Nadia Banaudi

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Snervante il dolore saliva come un scarica elettrica, le attraversava la testa, passando per la gola. Partiva dal polso. Le faceva male. Ogni volta di più.

Alzare il frugoletto per metterlo sul fasciatoio diventava un’impresa. Un lavoro di mano continuo, il suo. Sbottona la tutina, slaccia il panno, alza le gambotte, pulisci, butta la salvietta, chiudi il body, accompagna la schiena, fagli due moine. E così senza sosta per tutti e sei, il parco bimbi al completo che le spettava. Il polso proprio non ne voleva sapere di collaborare:le faceva vedere le stelle a ogni movimento.

« Cri, scusa, ho bisogno di aiuto. » Anche se le costava chiedere, non poteva più farne a meno. Con la mano sana teneva poggiato il bimbo sulla schiena lasciando che scalciasse in aria con i piedini paffuti, ma contava i secondi.

Cristina era la sostituta della cooperativa, nonostante lo stipendio non fosse equiparato alle  mansioni, sapeva il fatto suo. Avevano la stessa età. Lei era di novembre, mentre Cri di agosto, ma quisquilie. Subentrata alla collega in maternità, era ormai parte integrante dell’organico. Ricordava perfettamente il giorno in cui lei e Rita le avevano dato la notizia.

« Cri sei dei nostri e per parecchio tempo. Cecilia ha appena telefonato che le nausee erano dovute proprio all’atteso erede, e domani porterà il foglio di maternità a rischio, quindi benvenuta nel trio!» Lei, Cristina e Rita da quel giorno avevano stretto molto più che un rapporto di lavoro, una vera e propria sorellanza.

Si erano abbracciate tutte e tre saltellando davanti ai bimbi sul tappetone. E Cristina da quel momento aveva iniziato a fare previsioni, ipotecando tra acquisti e progetti lo stipendio di un intero anno, più che felice di non essere precaria per almeno una manciata di mesi.

Avevano legato subito. Stesso modo di trattare i bimbi, stessa serietà sul lavoro. Le differenze erano ben altre.

Cristina irradiava serenità e dolcezza dal volto e disponibilità dagli occhi. Lei da tempo era invece sbrigativa e asciutta. La sua testa sempre altrove, le maniere ruvide come la carta a vetro. Fortuna che arrivava sempre al momento giusto, non appena i nervi erano pronti a saltare. Una mano dal cielo. A proposito di mano, che dolore! Il polso doveva essere rotto, lo vedeva gonfiare.

« Che succede? Qualcuno fa il monello?»

« No Cri, ho bisogno urgente di andare al bagno, credo di avere mangiato qualche cosa di terribile. Scusa. Scappo di corsa.»

Già nel corridoio sentiva rimorderle la coscienza, aveva nascosto in tempo la mano. Una bugia non era poi così tragica, ma una sola non poteva reggere il resto del turno. Avrebbe dovuto ripeterla ancora per altri momenti strategici. Tipo infilare i piccoli nei seggioloni per mangiare e poi a nanna, quando erano da rassicurare per addormentarsi, magari cullandoli un po’. E l’indomani? Rischiava a mettersi in malattia? Certo, poteva anche rubare un paio di giorni adducendo all’influenza intestinale. Avrebbe preso due lassativi per fingere meglio. Con qualche ragionevole giorno di riposo, se non era rotto, poteva piano piano tornare alla normalità. Se…

Nel bagno, facendo il punto della situazione, ripassava il discorso per essere più credibile. Non avrebbe continuato il turno. Il polso la logorava dal male. Forse due o tre giorni non sarebbero bastati. Le colleghe le avrebbero creduto senza dubbio pur di tutelare i bambini dal contagio.

Ma era già troppo lontana, per accorgersi dello storcere il naso delle altre educatrici, davanti al suo camminare spedito verso la porta.

« Secondo te, ha un appuntamento importante e chiude prima il turno? A me sa di scusa. » Rita da tempo notava che qualcosa nell’amica non andava.

« No, credo non stia bene davvero, la sentivo lamentarsi al cambio panni. » Cristina tentava di far cambiare idea alla collega, ma sapeva anche lei di mentire a se stessa giustificandola. Caterina nascondeva un segreto, forse troppo intimo da condividere con loro.

« Comunque nessuno mi leva dalla testa ci sia qualcosa che non va. Te la ricordi i primi tempi? Sorridente, sempre pronta con la battuta, quante risate ci siamo fatte in pizzeria. Poi di colpo è diventata seria, anzi proprio scontrosa, sulle sue, con problemi da risolvere, scuse pronte per non venire più con noi. Ah cara ragazza, resto della mia idea, gli uomini fanno più danno che regalo. » Rita un matrimonio fallito alle spalle non aveva dubbi, se c’erano colpe da dare a qualcuno, un uomo c’entrava sempre. E il ragazzo di Caterina non le piaceva davvero, aveva occhi sfuggenti, quello.

La giornata stava finalmente finendo. Per quella miseria di stipendio sgobbava anche troppo. Tirare l’intonaco del muro sotto gli occhi del capocantiere lo stressava. Mantenere il ritmo veloce che pretendeva gli aveva infiammato la spalla destra. Eccolo il motivo per cui non era venuto perfetto il lavoro, e gli era toccato sentire la lavata di capo nello spogliatoio. Sempre a chinare la schiena e la testa. Non era la vita che voleva. Non per quella manciata di spiccioli che tre volte al bar, un paio di scarpe e due jeans, belli che andati. E che cazzo! Mica si lavora sempre per il padrone. A saperlo, a crescere avrebbe aspettato. A casa almeno vitto e alloggio erano pagati e restava tutto per il divertimento.

La vita mai a regalare una soddisfazione. Un culo tanto al lavoro e poi serate noiose a guardare la tele sul divano. La donna è stanca e non te la molla, la voglia te la fanno salire certe sventole della pubblicità e rischi ancora di andare in bianco un giorno dopo l’altro, sfogandoti da solo in bagno. E no. A casa chi comanda si deve capire da subito. Poche regole ma buone.

Fortuna che esistono i bar, le lunghe ore dopo il lavoro e la sete infinita da sfondarsi nelle bionde da boccale.

Scrollata la polvere dai capelli prima di entrare al Giro Blu lo vide nel vicolo appoggiato al muro mentre se ne fumava una. Era proprio lui, incredibile, almeno sei anni che non si vedevano.

«Ciao Spina. Ci facciamo una birra? »

«Ehi Flo! Quanto tempo. Come no, anche due. Un giro a testa. Ne abbiamo del tempo da recuperare. »

Ecco come cambia la giornata a incontrare gli amici giusti. Altro che la solita tiritera del fatti il culo e tieni il profilo basso. Due birre e poi vedi come lo spacco il mondo.

Seduti al bancone ridevano di brutto. Parlare la stessa lingua era proprio un’altra cosa, niente barriere, niente paura di essere troppo volgare. E poi Flo da quando aveva combinato quel casino  era sparito per un po’. Lo davano per spacciato in giro, ma si sa che per far piacere alla gente devi far credere di esserti ripulito e tornare solo al momento giusto.

«Quando si dice la cazzo di fortuna! Mi stavo già sparando una spina da solo, fortuna che sei arrivato tu a farmi compagnia! Ce ne fai due medie, capo?»

Ora ne era certo sarebbe stata una serata da sballo, come ai vecchi tempi, almeno di quella giornata di merda avrebbe salvato qualcosa. Il resto lo avrebbe dimenticato, o meglio rimosso, potere dell’alcool.

Anche a girare lentamente il volante le faceva un male cane. Quel polso non ne voleva sapere di collaborare. Forse era meglio farlo un salto in ospedale. Era gonfio, arrossato e poteva solo peggiorare.

Sì, ma a raccontare cosa? Una caduta da tipico incidente domestico? A lei le bugie si leggevano in faccia. Non avrebbe retto.

Allora un giochino erotico troppo focoso. Visto che l’argomento toccava la sfera personale, le infermiere avrebbero evitato altre domande.

Non poteva certo esserne sicura al cento per cento.

Era quasi pronta a mettere la freccia per girare verso il pronto soccorso, quando l’idea della coda che l’aspettava e l’ora tarda che avrebbe fatto le fecero cambiare idea. Era uscita prima dal lavoro, doveva approfittare delle ore in regalo. Aveva parte del pomeriggio per riposare.

Appena in tempo. Un gran rischio, altrimenti! Arrivare a casa in ritardo significava litigare, dare spiegazioni, farlo arrabbiare. No, no. Chissà cosa poteva succedere. Della sua rabbia conosceva anche troppo gli effetti, il polso era solo l’ultimo in ordine di tempo. Gli altri si erano mimetizzati come tatuaggi, ormai.

Ecco cosa avrebbe fatto. Una bella fasciatura al polso, per tenerlo rigido e fermo. Magari poggiandoci sopra del ghiaccio, che fa sempre miracoli. Poi la pentola dell’acqua sul fuoco per far cuocere la pasta e nel frattempo un bel sugo. All’amatriciana come gli piaceva tanto. Gli ingredienti in casa c’erano, il tempo anche. Avrebbe recuperato. Una bella serata, un sipario di tranquillità, magari anche una piacevole chiacchierata. Se sapeva prenderlo per il verso giusto, era possibile anche parlargli, spiegargli che non potevano continuare così. Ragionare a volte è l’unica soluzione almeno per capire i motivi.

Gli avrebbe chiarito che i segni non si potevano nascondere a lungo. Erano sempre più numerosi, più frequenti e poi, con l’arrivo della bella stagione, indossando una canotta si sarebbero visti i lividi, e allora sarebbero servite spiegazioni. Imbarazzante.

Era la serata giusta per interrompere il brutto giro che rischiava di prendere la loro storia. Dopotutto si erano messi insieme per stare bene. E se era vero che le cose bastava volerle… Poi avrebbero fatto l’amore, a suggellare il patto che ognuno poteva andare incontro all’altro, perché dopotutto loro si amavano. Se lo sentiva, lo aveva chiaro in mente.

La padella era ancora tiepida. Conservava il calore per diverso tempo dopo aver spento. Funzionano così i nuovi tegami in pietra. Regalo di mamma per il compleanno.

«Cosa vuoi tesoro quest’anno? Profumo, trucchi, scarpe? »

«No mamma, ho visto un set di padelle bellissime nel nuovo negozio di casalinghi. Sono sicura che la cottura senza grassi sia più salutare e sto risparmiando per comprarne una alla volta. »

«Oh la mia bambina sta diventando proprio una donna! Dopo il lavoro fisso al nido, anche l’amore. Allora fate le cose sul serio tu e Silvano. É così un bel ragazzo, sai che figli verranno fuori?»

Certo, Silvano detto Spina era bello, bello davvero, ma non esattamente l’uomo con cui mettere su famiglia con figli al seguito. Non ne aveva per lo meno ancora la testa. Piano piano lo aveva capito, ma svanito l’innamoramento dei primi mesi era un po’ tardi per tornare indietro e dire “scusa non credo siamo fatti l’uno per l’altro” e chiuderla lì. Anche per dirlo a mamma e darle un inutile dolore. In quel pasticcio ci si era cacciata da sola, e da sola se ne sarebbe tirata fuori.

Solo che era più facile a dirsi che a farsi.

La pentola era sempre lì in attesa di cuocer la pasta. La padella stava ferma al suo posto sul gas. Piena di succulento sugo alla amatriciana. Le era venuto bene. Gustoso, cremoso. Peccato non poterlo assaporare.

Di questo era certa, non lo avrebbe assaggiato.

Strana però la vita.

Il silenzio era quello che conosceva benissimo. Il silenzio del dopo.

Come quando sta per grandinare e alcuni secondi prima, nulla si muove. Né una foglia, né un sospiro di vento. Tutto immobile, in rigorosa attesa che lo spettacolo abbia inizio. Poi lo strazio.

Nel suo mondo all’incontrario. Tutto all’inverso. Prima lo strazio, dopo il silenzio.

Poteva succedere prima o poi. Il rischio c’era e lo sapeva. Poteva succedere.

Ma lo poteva prevedere? Forse no.

Ora comunque era tardi per rifletterci su, per fare ipotesi e cambiare le cose. Tardi.

Poco più in là, in corridoio, l’armadio.

Due segni. Le ammaccature dei pugni. L’antina bollata del sangue di quelle mani. In quelle mani dovevano esserci rimaste le schegge di legno. Ma non era stato uno scambio equo. L’armadio poteva essere riparato.

Dovevano essere stati proprio forti quei pugni.

«Eccoti finalmente. Ma dove sei stato? Non rispondevi al telefono, non hai avvisato del ritardo, cominciavo a preoccuparmi. Sarebbe ora di cambiare abitudini, bello mio. Non so mamma quanto ti lasciasse fare, ma decisamente ora qui si cambia registro. Io sono stanca quanto te, tanto vale che lo sai subito: starò due o tre giorni a casa per vedere di guarire con il polso, ma ti informo che…»

Non c’era stato modo di dire altro. Due occhi grigi iniettati di sangue la fissavano duri. Inespressivi e sconosciuti. Le si era gelato il sangue dentro, con il respiro. Troppo tardi.

Si era preparata così bene il discorso. «Sappi che se non cambi, torno a casa dai miei, perché mi sono stancata dei tuoi modi. Poi non mi venire a cercare perché di possibilità te ne ho date abbastanza!» Doveva essere il segnale che era determinata, che non gli avrebbe più concesso spazio. Poteva funzionare tra loro se lui fosse cambiato e avesse accettato di ascoltarla. Rispetto, dialogo, tolleranza. Tre paroline nuove da usare reciprocamente.

«Non mi rompere stronza. »

Quattro parole. Trascinate, ma decise. Pensate, calcolate.

Quattro colpi, uno a parola. Un colpo intervallato a parola.

Forse ne sarebbe bastato uno, due. Con quelle pale al posto delle mani. Dopotutto faceva il manovale in cantiere e lo strato di calli era come una seconda pelle, più dura del ferro.

Tutti e quattro come una grandinata.

Restava a terra in posizione innaturale con la testa ripiegata all’indietro. Il polso però non le faceva più male. Lo sentiva lieve.

Peccato non aver nemmeno intinto una volta un pezzo di pane in quel sugo, ora non avrebbe più potuto farlo.

Stava passando in rassegna gli ultimi metri della casa, non riusciva a staccarsi da quel pezzo di vita che era stato così vicino alla felicità da averlo scambiato per vero. Quella era la trappola. Il cuore, il suo filtro.

Lo guardava, rovesciato sul divano, ancora vestito, con le scarpe a macchiare il tessuto chiaro, russare smodatamente. Ignaro di come svariate birre gli avessero dato il coraggio di interrompere l’assillo di una sciacquetta che si era illusa di averlo preso all’amo. Sì, come no. Doveva ancora nascere quella in grado di metterlo sotto. Le donne, mute devono stare. Flo. Parole di Flo. Bello rincontrarsi. E giro dopo giro, conoscere anche i suoi amici. Un turno per ognuno. In effetti dalle 7 alle 10 di giri ne erano usciti parecchi. Però che figata una serata tra uomini. Da rifare.

Gli decifrò i pensieri uno per uno, mentre gli passava accanto. Era diventato trasparente da leggergli attraverso. Si soffermò a osservarlo con pietà.  Cosa ci aveva trovato di tanto irresistibile da sceglierlo? I capelli? La forma del viso? La struttura muscolosa del corpo? Gli sfuggiva, era così poco attraente a guardarlo bene, e ora ne era sicura avrebbe fatto altri disastri se qualcuno non lo avesse fermato. Però non era più compito suo. Aveva fallito per sé figuriamoci se era in grado di aiutare gli altri. Anche all’ultimo non aveva capito con chi aveva a che fare, avrebbe potuto aspettare un minuto e scappare da quella porta. Scivolargli da sotto le mani, fuggire via. Invece di stare immobile a incassare tutta quella rabbia.

Sul mobile in bella vista c’era un cuore, in vetro soffiato, comprato a Burano. Prima vacanza insieme. Primo regalo.

Ecco. Non aveva più senso.

Avvicinò la mano, ma forse per colpa del ricordo del dolore al polso non riuscì ad afferrarlo. Poi soffiò forte e allora sì.

Un rumore tintinnante di vetro rotto, un mucchietto di scaglie rosse in terra. L’indomani avrebbe avuto molto da fare.

Pulizie, un funerale, scuse da inventare, ricordi da riordinare… ma il buco nero da post sbronza rischiava di essere sempre un’ottima soluzione. Forse non abbastanza per cavarsela. Il suo cadavere fermo lì avrebbe svelato la sua vera identità. Chi è mostro resta tale.

Scelse la finestra per uscire. Ora che il corpo non la ostacolava più, tutto era finalmente lieve.

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