Storia di donna di Annamaria Marconicchio

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Fin da bambina, Michela aveva dovuto imparare a mettere da parte ogni suo desiderio. Denaro in casa non ce n’era molto e i fratellini più piccoli avevano sicuramente esigenze maggiori delle sue. Nonostante la sua giovane età, sua madre le aveva più volte parlato delle difficoltà in cui versavano. Suo padre aveva un lavoro precario, lo stipendio era particolarmente basso e spesso restava disoccupato. Per questo motivo anche sua madre si dava da fare lavorando a ore presso alcune famiglie, tenendo loro in ordine la casa e cucinando. Anche se non si lamentava mai, per Michela, costretta a rinunciare a un giocattolo oggi e a un libro domani, era ancora difficile comprendere il significato di una realtà così triste. Nella sua mente di bimba, la fantasia inventava strane storie dove lei si sentiva defraudata dei suoi affetti in un mondo dove nessuno la amava, dove tutti preferivano i suoi fratelli a lei. Non comprendeva il motivo per cui suo padre pareva avere sempre un occhio di riguardo per la sua sorellina e perché sua madre dedicasse così tanto tempo al fratellino. Non la sfiorava il pensiero che i più piccoli avessero necessità di cure maggiori, di essere più seguiti. Sentiva i suoi genitori sempre più distanti, credeva che non lo amassero e immaginava di essere stata adottata e che per questo motivo nessuno tenesse a lei.

«Dovrei scappare da casa.» si diceva la sera, sola nel suo lettino, con le coperte strette fra le braccia per vincere la sua paura del buio «Nessuno mi troverebbe se mi nascondessi nell’erba alta vicino casa.»

Ma non scappava mai, temendo le conseguenze di quel suo eventuale gesto.

Crescendo, cercò di capire, ma fu peggio. Comprese che non bastava rinunciare ai giocattoli per far quadrare il bilancio familiare: era necessario rinunciare a tutti i suoi sogni.

«Diventerò qualcuno!» aveva pensato un giorno, mentre una sartina le insegnava a cucire. Pianse in silenzio, la testa china sul tessuto che stringeva tra le mani «Quando diventerò maggiorenne, sarò qualcuno e riscatterò questi giorni infelici.»

Le erano sembrati lontani, allora, i suoi ventun anni, ma il tempo passò in fretta, come un giro di giostra.

Credette di sognare il giorno in cui s’iscrisse alla scuola superiore. Ne avevano discusso tanto a casa prima di decidere.

«Vorrei che potesse continuare a studiare,» aveva detto suo padre a un’amica di famiglia «ma con quello che guadagno è già tanto che riesca a portare avanti la baracca.»

«Le faremo frequentare un corso professionale.» aveva aggiunto sua madre «Potrebbe fare l’infermiera oppure la stenodattilografa…»

La loro amica aveva guardato Michela i cui occhi tradivano tutta la sua triste resa, poi si era rivolta ai genitori.

«Non toglietele quello che ama di più!» aveva detto con enfasi «E’ un grosso sacrificio, lo so, ma ne vale la pena.»

Michela non deluse mai quel sacrificio: promozioni a pieni voti e borse di studio compensarono tutto quanto. Sentì una volta suo padre raccontare dei suoi successi a un parente e notò tanto orgoglio nella sua voce. Ne fu felice e comprese che quanto suo padre la amasse e come non fosse capace di dimostrarlo.

Ebbe tanti amici, tanto affetto e tanto rispetto.

«Nessuno potrebbe prendersi gioco di te.» Le disse un giorno un suo compagno di classe «Sei una ragazza che deve essere assolutamente presa sul serio…»

Certo. Tutti la prendevano sul serio. Era per questo che mentre tutte le sue compagne avevano un ragazzo fisso, lei restava da sola? O semplicemente non era abbastanza carina da destare l’attenzione dei suoi compagni?

Intanto a scuola incontrò il primo amore, la prima grande delusione.

Michela aveva creduto che quel ragazzo dal sorriso aperto e dal viso pulito le volesse bene davvero. Invece si sbagliava: il ragazzo era più scaltro di quanto non sembrasse e la usò per ingelosire la ragazza di cui era veramente innamorato. Mise fine alla loro storia, dopo solo due mesi lasciandola con l’amaro in bocca.

Michela aveva sciupato il suo primo bacio, le sue prime emozioni, per qualcuno che alla fine non ebbe neppure il coraggio di dirle: “E’ finita!”

«… e la vita continua.» citava in un suo romanzo una famosa scrittrice. Michela ci credeva e continuava il suo cammino nella vita per raggiungere quello che si era ripromessa da bambina.

I suoi sogni avevano preso forma. Desiderava diventare una giornalista. Amava scrivere e qualcuno diceva che era brava. Avrebbe iniziato a lavorare per un piccolo giornale, poi magari avrebbe fatto carriera e sarebbe arrivata a una di quelle famose testate che vedeva in edicola.

Poco prima del diploma, conobbe un ragazzo che sembrava dovesse essere l’amore della sua vita. Appena più grande di lei, le prometteva amore eterno facendole sognare apici di felicità.

Michela si diplomò con il massimo dei voti. Sergio allora era militare. Non fu presente all’esame, non le disse neanche: “Brava!”

«Che cosa hai intenzione di fare adesso?» Le chiese a bruciapelo durante una licenza.

Michela rimase interdetta a guardarlo, cercando di capire il senso di quella domanda.

«Spero di trovare un lavoro. Poi vorrei andare all’università.» Non provo neppure ad accennare al suo desiderio di fare giornalismo, Probabilmente lui non avrebbe capito.

Il viso di Sergio si rabbuiò.

«No!» disse con rabbia «Che bisogno hai di studiare ancora? E il lavoro poi… E’ proprio necessario?»

«Sergio, i miei mi hanno dato tanto. Ora è tempo che io pensi a me stessa e, se possibile, anche a loro.»

Sergio, pur senza insistere, non era d’accordo. Una gelosia assurda e un’educazione troppo rigida gli mostravano la donna indipendente in maniera ambigua, assurdamente sporca.

Michela riuscì a trovare lavoro in un ufficio piccolo e disordinato, dove riceveva un compenso esiguo e, in sostanza, non imparava nulla.

Intanto, il rapporto con Sergio s’incrinava sempre di più. Michela non riuscì a iscriversi all’università e cercò di convincersi che era stata una scelta propria e non dettata da imposizioni. Anche le sue aspirazioni giornalistiche vennero messe da parte. Poteva continuare a scrivere, certo, ma solo per se stessa.

Cambiò lavoro due volte, ma niente le dava le soddisfazioni che cercava. Era sempre un’impiegata qualunque di un ufficio qualunque in una qualunque città.

Un giorno Sergio le mostrò una lettera. Era di una ragazza che lui aveva conosciuto nel periodo del servizio di leva. Dal tono si capiva che non sapeva dell’esistenza di una fidanzata e s’insinuò in lei il dubbio che Sergio avesse dato molto di più a quella ragazza che non una semplice amicizia.

Michela si accorgeva che Sergio era cambiato, che non stavano più bene insieme, ma non voleva pensare che potesse finire tutto. Lei credeva ancora di amarlo e poi temeva troppo la reazione di suo padre se avessero annunciato la rottura del fidanzamento.

«Ci hai pensato bene?» le aveva chiesto suo padre tre anni prima e lei sapeva che quella domanda era un modo per dirle che non gli piaceva l’idea che lei cambiasse spesso ragazzo. In quel momento Michela si era sentita più che sicura.

Era il giorno del suo ventunesimo compleanno. Quanto aveva sognato quel giorno! Nel suo cuore, quello era il punto di partenza di tutto il suo futuro.

Sergio arrivò a casa con una scatola di caramelle che deluse particolarmente Michela. Non perché tenesse al regalo in sé, quanto piuttosto perché la faceva sentire particolarmente insignificante.

Alcuni amici le regalarono una fantastica torta. Furono accese le candeline e preparato lo spumante e, mentre l’atmosfera di festa prendeva corpo, Sergio si avvicinò a Michela e le sussurrò: «E’ finita!»

Lo disse quasi sorridendo, come se fosse stato un gioco.

Michela lo fissò, muta.

«Hai capito bene.» riprese Sergio «Tra noi finisce qui.»

«Perché?» Michela si rese conto di aver fatto una domanda stupida «Perché proprio oggi?»

«Dai Michela!» La voce degli amici coprì la risposta di Sergio «Spegnile tutte insieme.»

E Michela soffiò sulle candeline, senza però riuscire spegnerle tutte in una sola volta: i suoi desideri sarebbero restati tali.

Cominciò a piangere piano, mentre qualcuno apriva lo spumante e tutti le furono intorno, per prenderla in giro, certi che le sue lacrime fossero dovute alla commozione.

Per Michela fu come se il mondo quel giorno le fosse crollato addosso. Aveva costruito la sua vita attorno a quel ragazzo e ora, a soli ventun anni, si ritrovava da sola, senza un vero amico e con tanti sogni irrealizzati. Aveva rinunciato a tutto per lui e ora era costretta a rinunciare anche a lui.

Prese a uscire con la comitiva della sorella, per non restare sola, per non pensare. Fece amicizia con un ragazzo del gruppo, timido e introverso, che aveva conosciuto Sergio e cercava di convincerla a rivederlo.

«Vedrai che tornerete insieme.» le diceva «Non può essere finito tutto dopo tre anni…»

Infatti, circa un mese dopo, Sergio la cercò e le fissò un appuntamento.

Quando s’incontrarono, Michela ebbe l’impressione che fosse cambiato, che fosse tornato il ragazzo di una volta.

«Non posso restare lontano da te.» le disse lui con dolcezza «Se avevo preso quella decisione, è stato per non farti del male… Ma sono troppo egoista: ti voglio con me.»

Michela non comprendeva le sue parole e Sergio si dilungò in una commovente spiegazione che la lasciò di sasso.

«Sono stato dal medico tempo fa.» raccontò Sergio «Rischio di rimanere paralizzato in breve tempo. Si tratta di una malattia delle ossa… Capisci ora perché volevo lasciarti?»

«Come hai potuto!» mormorò Michela, incapace di aggiungere altro.

Sergio la abbracciò.

«Voglio che resti con me, Michela. Fino alla fine. Giurami che lo farai.»

Lei fece di sì con la testa, disperata.

Gli aveva creduto senza un attimo di esitazione. Neanche per un istante la sfiorò il pensiero che Sergio stesse recitando.

Che ingenua!

Quando si rese conto che si era trattato di una commedia, imbastita per approfittare di lei, fu troppo tardi.

«Non voglio, Sergio!» disse quando lui, un giorno, le chiese senza mezzi termini di fare l’amore.

«Se ti rifiuti, dirò a tutti che sei stata a letto con me, comunque.»

«Non puoi farlo! Non è vero!» gridò lei spaventata.

«Certo che lo farò e stai tranquilla che mi crederanno…»

Michela cercò di opporsi con tutte le sue forze, ma invano.

«Non sei più la mia ragazza,» disse Sergio «ma non lo sarai di nessun altro.»

«Tu sei pazzo! Cosa vuoi da me?» pianse Michela.

«Che tu finga che ti piaccia.» Rispose lui senza espressione.

Lei continuò  a piangere, mentre Sergio le rubava quel momento che lei non gli avrebbe mai concesso spontaneamente.

Appena ne ebbe la possibilità, scappò via, sconvolta. Non rivide Sergio mai più.

La sua vita era cambiata di colpo. Si sentiva più grande, più sola, i suoi ventun anni distrutti.

Quell’amico che le aveva consigliato di tornare da Sergio le fu molto vicino in quei giorni. E solo dopo Michela capì di aver sbagliato a cercarlo, a frequentarlo. Quell’amicizia che li univa si trasformò troppo in fretta in qualcosa di simile all’amore, che forse amore non era. Michela aveva bisogno di dimenticare, aveva bisogno di affetto e la trappola scattò. Non ebbe il tempo di capire cosa la legasse a Gianni. Era amore quel sentimento che le era nato dentro improvvisamente? O era solo il desiderio di sentirsi protetta e coccolata dopo tanto odio?

Non lo seppe mai, ma quando lo sposò era emozionata e felice.

Gianni era geloso del suo passato e non credeva molto alla storia che Michela gli aveva raccontato, ma le voleva bene e cercò di non tornare più sull’argomento, anche se aveva talmente poca fiducia in lei che le controllava ogni mossa, fin quasi a cronometrare ogni sua azione.

Nonostante tutto, il loro matrimonio reggeva abbastanza saldamente.

Michela, però, era insoddisfatta. Alla sua vita mancava qualcosa. Continuava a pensare ai suoi sogni, smarriti negli anni, che tanto avrebbe desiderato ritrovare e realizzare.

Ora lavorava presso un ufficio di rappresentanze, dove aveva conquistato la stima di tutti, divenendo presto responsabile del suo settore.

Anche i clienti avevano fiducia in lei e quelle voci impersonali, che Michela aveva un tempo sentito solo al telefono, ora avevano un volto, una personalità che coloravano il suo mondo.

Poi, un giorno, una di quelle voci piombò in ufficio, come un fulmine a ciel sereno, portando con sé un’incredibile contagiosa allegria.

Così giovane, così estroverso, Marco riuscì a intromettersi nella vita di Michela che con lui aveva l’impressione di ritornare indietro di dieci anni.

«Ho perso tanti anni per colpe non imputabili a me.» Confessò un giorno Michela al ragazzo «Oggi mi sento pronta a riscattarli, grazie a te.»

Finalmente, dopo tante rinunce e tanti rimpianti, Michela riprese a studiare e s’iscrisse all’università. Le sembrò che il suo mondo fosse cambiato all’improvviso ma c’erano alcune cose che la spaventavano.

Marco, ad esempio.

Un’amicizia troppo forte, troppo sincera, la legava al ragazzo. Un’amicizia senza barriere, senza alcuna protezione, che prendeva sempre più spazio nella sua vita.

«Non credi che tu questo potrebbe diventare pericoloso?» chiedeva e Marco rideva, un riso esasperato, nervoso, che la lasciava perplessa.

«Siamo abbastanza grandi da capire quando è il momento di fermarci.» diceva «Non siamo tipi da colpi di testa, noi.»

Certo che no! Si ripeteva Michela e vanamente tentava di arginare quell’amicizia in crescendo, più per proteggere Marco che se stessa.

Si rendeva conto che ormai era in grado di vivere due vite diverse, quasi si trattasse di due persone. Da una parte voleva bene a suo marito e si sentiva legata alla sua famiglia, dall’altra viveva in dipendenza di Marco e di un amore allo stato latente fatto di dolcezza e di mille piccole cose.

Solo quando nascevano delle divergenze fra lei e il marito, le sue due personalità si confondevano e lei si trovava e desiderare di essere con Marco, perché la vita con lui le appariva più tranquilla e ricca di tenerezza.

Quando una sera, poi, il marito, più nervoso del solito, se la prese con lei e con il loro bambino, senza alcuna ragione, Michela fu sul punto di scegliere.

«Perché non ve ne andate entrambi?» aveva urlato Gianni «Quando avrò la grazie di rientrare a casa e trovare un biglietto nel quale mi dici che ve ne siete andati per sempre?»

Michela non pianse, non reagì, ma per un attimo fu sul punto di rompere gli argini e lasciare che la piena di un amore sconosciuto e rinnegato la travolgesse.

Era stanca di lottare per gli altri, di privarsi delle sue piccole gioie: voleva vivere. Il pianto del bambino la riportò alla realtà. Lui faceva parte del suo vero mondo, dove c’era spazio per i sogni, ma non per realizzarli. Non poteva far del male a quella creatura che aveva messo al mondo con tanto amore.

E Marco? Lui faceva parte dei suoi sogni, ma era anche una realtà che non poteva non considerare. Così giovane, così tenero, non aveva il diritto di essere felice. E lei non aveva il diritto di rovinare la sua vita, non poteva ferirlo se credeva di amarlo.

No, non aveva il diritto di realizzare i suoi sogni a danno delle uniche persone al mondo per le quali sentiva un affetto così profondo.

La sua storia di donna finiva lì, il resto sarebbe stato una farsa a vantaggio di chi non avrebbe mai conosciuto la verità.

9 commenti Aggiungi il tuo

  1. Antonio ha detto:

    Interessante analisi di una vita vissuta con compromessi

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  2. Sarah Iossa ha detto:

    Sei bravissima e la storia molto toccante… Appartenente a molte donne della nostra generazione!!!grazie x aver fatto luce su situazioni che spesso si ignorano o si fa finta di… Un abbraccio e continua così…

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  3. MARTINA ha detto:

    Una storia di vita vissuta e sempre attuale, scritta in modo semplice ma con attenzione ai dettagli. Leggendo la storia ci si riesce a immedesimare nello stato d’animo della protagonista, cosa che permette di comprenderne la psicologia.

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  4. Bruno ha detto:

    Annamaria cara una novella bellissima di vita vissuta, esistenziale che trova similitudini ancora oggi, e fa capire che troppe volte per un capriccio si distrugge tutta una vita ad un essere fragile e bisognevole d’affetto. Scritto con lessico ineccepibile e padronanza assoluta della comunicativa, facile ad essere capita piacevolissima anche se triste. Mi aguro che la Michela del romanzo abbia solo trovato il suo equilibrio. Sei Bravissima …Anche io sto lavorando al libro di poesie che devo fare da parecchio tempo e sto cercando di aggiornare il dischetto sia in tante cose messe prima che non hanno più senso sia in poesie nuove, oltre che aggiornare il courriculum quasi definitivamente perchè il tempo passa ed io non credo che poso questa pubblicazione (la quinta) ne farò altre. Un abbraccio nell’arte resti sempre una cara persona e mia grande amica, unica rimasta di tutto il tuo gruppo di conoscenze, segno che è vera amicizia. Ciaoooo

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  5. Claudio ha detto:

    Una storia comune a molte donne, scritta con grazia e arricchita da quel dubbio adolescenziale che dovrebbe essere sempre presente in ogni racconto.

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  6. Roberta ha detto:

    Una storia diversa, vera. Nessun lieto fine, nessun colpo di scena; la semplice rappresentazione della quotidianità che molte donne sono costrette ad affrontare ogni giorno. E’ proprio questo che ci permette di provare empatia per Michela e di riflettere su cosa significhi molto spesso crescere.

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  7. Maria ha detto:

    Una storia vera ed autentica. COMPLIMENTI 🙂

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  8. Laura Frachlich ha detto:

    Annamaria leggere di Michela è stato in certi passagi un rivedermi, come in un sogno che si tuffa nel passato e torna a far male, un passato non proprio remoto. Unica consolazione l’acquisita consapevolezza che l’interiorità femminile non passa più attraverso l’egoismo e il pregiudizio di chi ci ha voluto inferiori. L’anima non è manipolabile e non è mai, mai corruttibile!!!!

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  9. Olga ha detto:

    Che tristezza. Dovremmo essere più coraggiose, noi donne.

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