Tra i vicoli di Trastevere di Alessandra Leonardi

sara-femminicidio-crepet.jpg

La penombra del crepuscolo rende i vicoli di Trastevere labirinti incantati, e chi non presta attenzione può anche perdersi. Io lo conosco bene, ci sono nata e ho abitato qui per molti anni; amo vagare per queste vie.

La nostra storia d’amore sbocciò in una di queste stradine, dove c’era la scuola di danza che frequentavo.

Ora c’è un negozio di cianfrusaglie cinesi. Mi fermo proprio lì davanti: l’immagine che ho di fronte, la vetrina piena di oggetti colorati, sbiadisce dissolvendosi in un tempo lontano; in sottofondo, le note classiche su cui danzavo come una farfalla sognante.

La sera che ci conoscemmo faceva molto freddo; io cercavo di far partire il mio vecchio motorino e tu eri seduto al bar di fronte a fumare una sigaretta. Le spire di fumo azzurrognolo ti avvolgevano e si mescolavano alla luce giallastra e calda dei lampioni, una luce così diversa da quella fredda dei led che stanno trasformando la città in un luogo cupo.

 Sembravi divertito dai miei sforzi.

«Cos’ hai da ridere?» ti chiesi, stizzita.

«Niente, scusa. Fa uno strano effetto vedere sul tuo visino da bambola di porcellana quegli sforzi sovrumani. Lascia che ti aiuti» mi rispondesti. Avevi il sorriso splendente e quando ti avvicinasti venni travolta dal tuo sguardo blu profondo e dal tuo profumo, discrete note legnose di sottobosco. In un attimo aggiustasti lo scooter e ti presentasti.

«Mi chiamo Mario. Se vuoi ringraziarmi,domani offrimi un caffè prima della tue lezione di danza.»

«D’accordo. Io sono Luisa» ti risposi. Avevo già il batticuore.

Dopo quel caffè ce ne furono altri, seguiti da pizza e cinema, gite fuori porta e tutto il resto: il primo bacio al Gianicolo, la prima notte di sesso appassionato, le presentazioni a parenti e amici, la tua festa di laurea…

Mi affascinavi coi tuoi discorsi colti e raffinati, con la tua capacità di cavartela in ogni situazione; ti ammiravo per i tuoi successi nel tuo  lavoro di medico e per tutti gli amici che sapevi convogliare intorno a te, io che ero sempre stata goffa, timida e imbranata col mio prossimo. Mi dicevo: “Proprio a me è capitata la fortuna di incontrare un ragazzo come lui”.

Sembrava un miracolo.

Non sapevo che abbaglio avevo preso, né  in che cosa mi stessi cacciando.

Sono arrivata davanti alla Casa di Dante, dove mi portavi spesso. Le ombre della sera hanno sommerso i muri dei palazzi, rendendoli tetri e misteriosi, e le strade iniziano a popolarsi della gente della notte:  turisti che cercano l’anima di Roma in questi vicoli, venditori di mercanzie varie, coppiette mano nella mano,  giovani che agognano il pub più alla moda per affogare la realtà nelle bollicine dorate della birra.

Fu  al termine di una lectio Dantis che mi chiedesti di sposarti, mentre la gente ci sciamava intorno ignara della mia felicità.

E dell’inizio della mia agonia.

In quel vicoletto c’è una stramba finestra con appese delle bambole di pezza.

È stato lì davanti che mi chiedesti di lasciare la scuola di ballo, perché non avevi piacere che gli spettatori mi vedessero in calzamaglia aderente o col “culo di fuori”. Ero sorpresa e lusingata allo stesso tempo: una dimostrazione di quanto ci tenessi a me. Sorrisi e risposi:

«Non devi preoccuparti, non c’è nessun pericolo. Io  faccio solo questo, le mie uniche amiche sono le compagne di danza…» Non riuscii a finire la frase che mi colpisti con un malrovescio in faccia.

«Devi smetterla di vedere quelle oche giulive. Sono invidiose di te, si vede come ti guardano quando ti vengo a prendere fuori dalla scuola. Ti parlano dietro! Ora sei fidanzata con un uomo importante, non puoi sculettare su un palco. Hai capito?» Io ti guardavo senza fiato, tenendomi la mano sul volto sperando che mi lenisse il dolore dello schiaffo e annuivo.

«Non volevo farti arrabbiare. Lascerò il corso, te lo prometto» mormorai, presa dal terrore che tu potessi lasciarmi. Senza di te mi sentivo uno zero. Credevo avessi ragione: la tua carriera di medico stava prendendo il volo e la futura moglie di un medico non poteva fare la ballerina. In seguito aggiungesti che lo facevi per me: non volevi che lavorassi e mi affaticassi, dovevo essere la regina della nostra casa.

Continuando a passeggiare arrivo al cuore del quartiere, Santa Maria in Trastevere. Gruppi di giovani sono seduti attorno alla fontana, e in un angolo un’ artista di strada si esibisce con delle torce. Vestita di nero, sembra scomparire tra le ombre della notte; compie una piroetta lanciando le fiaccole in aria e riprendendole; prende a rotearle e l’effetto ottico crea un cerchio fiammeggiante che sfuma tra il giallo e il rosso, lasciando sbalordita la gente che assiste e applaude, lanciando qualche moneta nel cappello della giovane giocoliera.

Il fuoco. Ho ancora impresso il marchio che mi lasciasti quella volta.

Eravamo sposati da poco: al matrimonio da favola c’erano tutti i tuoi parenti e amici, mentre da parte mia solo mia madre e due vecchie zie.

«Ti sembra una camicia ben stirata, questa? Eh? Vuoi che vada al congresso così sciatto?» Io stavo ancora stirando, e tu mi prendesti dalle mani il ferro rovente, mi strappasti la camicia e me lo appoggiasti su una spalla, spingendo. Io gridai per quel dolore lancinante e persi i sensi.

Quando rinvenni,  eri accanto a me che ti scusavi per l’accaduto. “Non accadrà mai più, ti giuro” dicevi.  Me lo avresti detto altre decine, centinaia di volte.

Il vociare della gente mi scuote dai ricordi e continuo a vagare tra i vicoli antichi, vasi sanguigni pulsanti di vita e di storie.

In questa famosa e storica pizzeria avvenne un altro episodio che non posso dimenticare.

In quel periodo uscivamo con Nico e Fabiola, due tuoi amici medici. Mi trovavo bene con loro, erano gentili con me. Eravamo seduti al tavolino di fuori, era estate e il ponentino ci accarezzava, rinfrescandoci. Stavo per ordinare la solita pizza margherita e una birra, quando tu mi interrompesti e dicesti al cameriere che avrei preso solo un’insalata mista. Rimasi basita, ma non dissi una parola; aspettai che il cameriere se ne andasse per chiedere spiegazioni, ma non ce ne fu bisogno. Rivolto alla coppia di amici, spiegasti con uno dei tuoi sorrisi migliori:

«Sta diventando una balena, non trovate anche voi? Se non la tengo sotto controllo mi diventa una vacca!»

I due risero.

In effetti, da quando non danzavo più avevo messo su qualche chilo, ma ero passata dalla taglia 40 alla 42, nulla di rilevante. Mi salì di nuovo l’ansia che potessi lasciarmi, stavolta perché ero troppo grassa.

Iniziai a mangiare di meno, e quando  mi lasciavi sola perché andavi ai tuoi convegni, mi abbuffavo di gelato, di pizza, di ogni cosa trovassi in frigo e poi mi cacciavo due dita in gola e vomitavo.

Un giorno guardavo la televisione senza vederla veramente; facevo zapping finché non mi fermai su un canale che trasmetteva un programma in cui parlavano di maltrattamenti alle donne, di violenza domestica e di come tutto ciò fosse molto diffuso. Diedero anche alcuni numeri di telefono di  centri antiviolenza e quello del telefono rosa. Mi appuntai uno di questi numeri su un foglietto. Dicevano che chi avesse avuto bisogno poteva telefonare anche in forma anonima, anche solo per parlare.

Io non parlavo mai con nessuno, neppure con mia madre. Era anziana e non volevo darle dolori. Quando venivano a cena i tuoi amici pendevano tutti dalle tue labbra: li affabulavi con le sue storie, i tuoi racconti in cui qualsiasi banalità diventava un fatto eccezionale e degno di nota. Dicevi a tutti che ero la tua principessa e che non potevi vivere senza di me. “Certo, ancora non è stata capace di concepire, ma a volte ci vuole più tempo” aggiungevi. Oppure  trovavi un altro motivo per tirarmi una stilettata in mezzo a tanti elogi. Loro mi guardavano sorridendo e annuendo.

Spesso quando andavano via facevamo l’amore più e più volte, fino al mattino. Io mi perdevo in quegli orgasmi ripetuti e prolungati che sapeva farmi provare. Mi annullavi, mi annichilivi con i tuoi pugni e i tuoi insulti sottili e avvilenti per poi farmi sentire più viva che mai con quelle notti focose, coi mazzi di rose che mi spedivi quando eri lontano, con i vestiti firmati e i gioielli che iniziavano a riempire il mio armadio e i miei cassetti.

Proprio quella volta che stavo per chiamare il telefono rosa, rientrasti con un regalo, insieme a un mazzo di fiori. Due biglietti per un viaggio in Madagascar, dove desideravo recarmi da una vita.

L’agenzia di viaggi era qui, dietro la statua di Trilussa; ora c’è una “pizza e kebab” e i viaggi li prenotano tutti online. Mi fermavo spesso, quando passeggiavo con te, davanti a quel manifesto che prometteva un mare da sogno, una natura incontaminata e tanto sole e relax.

Ti buttai le braccia al collo e facemmo l’amore tutta la notte.

La mattina dopo strappai quel foglietto col numero di telefono: non mi occorreva, non facevo parte di quelle donne abusate. Ero certa che tu mi amassi, eri a volte solo un po’ stanco e un po’ nervoso, tutto qui. Volevi il meglio per me.

Quando rimasi incinta divenisti ancora più premuroso: non potevo scendere nemmeno per fare la spesa, pensavi tu a tutto.

Il giorno che andai dal parrucchiere fu quello cruciale.

Quando rientrasti e mi vedesti coi capelli tagliati e laccati, lasciasti cadere la tua borsa di medico e urlasti:

«Come ti è venuto in mente di uscire senza avvertirmi? E poi perché ti sei fatta i capelli, mica abbiamo una serata a teatro oggi. Pensavi di vedere qualcuno, eh? Troia maledetta! Dov’è? Lo nascondi nell’armadio?»

Iniziasti ad aprire tutte le porte e gli armadi di casa, urlando come una furia e spintonandomi mentre cercavo di calmarti. Infine caddi per terra e mi prendesti a calci, su tutto il corpo, dove capitava, mentre io mi contorcevo per proteggere il bambino. Il sangue mi usciva dalla bocca, e poi iniziò a colarmi dalle gambe.

A quel punto mi prendesti in braccio e ti precipitasti giù dalle scale. Mormoravi:

«Tesoro, bambolina mia, guarda cosa mi hai fatto fare, guarda! Ma non ti preoccupare, arriveremo al volo in ospedale, tranquilla.»

Sono stanca. Mi siedo sugli scalini della chiesa di S. Agata, vicino a un mendicante, un invisibile. Proprio come me. Lui però sembra accorgersi della mia presenza, e alza una delle sue folte sopracciglia.

Di quella sera alterno ricordi di attimi nitidissimi a momenti di buio totale. Un andirivieni di medici e infermieri, il tubo della TAC che mi ingurgitava, la luce della sala operatoria con l’anestesista che mi diceva di contare a ritroso da cento in giù. Quando mi ripresi ero sola in una camera privata, ma sentivo un bisbigliare. Non ero proprio sola, c’erano Nico e Fabiola dietro un paravento che guardavano la cartella clinica e parlottavano tra loro.

«Faby, non puoi assolutamente denunciare la cosa. Il mese prossimo Mario diventerà primario, e noi che facciamo? Vuoi forse che la nostra carriera vada in frantumi?»

«No, ma non possiamo tacere.»

«E chi ti dice che è stato lui a picchiarla? Sarà davvero caduta dalla scala, no? Come ci ha detto Mario.»

«Ma ha anche altri segni sul corpo, bruciature, lividi più vecchi, giallognoli.»

«La conosci Luisa, sai che è distratta e va a sbattere da tutte le parti. Mi spiace però che abbia perso il bambino.»

Quando sentii quelle parole piansi tutte le mie lacrime e presi una decisione. La mattina dopo entrasti nella mia camera con uno di tuoi mazzi di fiori giganteschi, ti sedesti accanto a me e mi prendesti la mano. Mi tranquillizzasti, dicendomi che avremmo concepito presto un altro bambino e tutte le tue manfrine su di noi e il nostro amore. Io annuivo come sempre, ma avevo un piano.

Mi ero accorta di essere così isolata da non sapere a chi rivolgermi, ma per fortuna mi avevi regalato uno smartphone, uno dei nuovi cellulari che si connetteva a Internet. Non so perché avevi compiuto questo errore, forse dovevi far vedere a tutti che la tua donna aveva l’ultimo modello di telefono, il più costoso sul mercato; oppure sottovalutavi le mie capacità, pensando che non avrei saputo usare Internet. Mi bastò farmi spiegare due cose dal portantino, la mattina presto quando non c’era nessuno in giro per l’ospedale.

Cercai il numero del telefono rosa, digitai: uno-cinque-due -due e iniziai a parlare con una operatrice.

Dopo averle raccontato la mia storia, mi diede un appuntamento presso la loro sede.

Attesi che le mie condizioni di salute migliorassero e una mattina, tu eri a un congresso fuori Roma, andai all’indirizzo indicato.

Mi accolsero professioniste e volontarie, avvocatesse e psicologhe. Raccontai delle botte, della bulimia, della perdita del bambino, tutto insomma. Mi ascoltarono, parlandomi tra l’altro della possibilità di andare in una casa d’accoglienza per allontanarmi da te.

Iniziai a tentennare. Ero inceppata in un turbinio di sensazioni contrastanti: da un lato la determinazione di uscire dall’incubo in cui era piombata la mia vita, dall’altra la paura dell’ignoto e i sentimenti che ancora provavo per te, che eri tutto il mio mondo.

In quel periodo eri il marito ideale: premuroso, allegro, romantico, attento a desideri e necessità. Sembravi quasi fiutare il mio voler allontanarmi.

Serate al Teatro Argentina, ristoranti gourmet, gite nel weekend; mi ero quasi dimenticata dell’idea di scappare e rifarmi una vita.

Ma la tua natura di predatore non poteva restare sopita a lungo.

Non ti fu difficile prendere il mio smartphone e guardare il registro chiamate. Nella mia immensa ingenuità non lo avevo cancellato – non sapevo neppure che si potesse cancellare, a dire il vero – e trovasti le mie chiamate al telefono rosa.

Ero in bagno in quel momento, ne uscii molto rilassata dopo un idromassaggio e non mi aspettavo quel che stava per accadere.

Prima mi desti un pugno in faccia, spaccandomi il naso. Mi piegai in due, e prendesti a colpirmi con un pesante soprammobile per tutto il corpo. Mentre gridavo, mi insultavi, mi dicevi che volevo rovinare la nostra storia d’amore, denunciandoti e facendoti finire in galera.

Io mi scusai, dicendoti che era stato un momento di debolezza perché nostro figlio era morto, ma non lo avrei fatto mai più e così dicendo scappavo per casa.

Qui davanti alla chiesa dove mi sono fermata c’è un cassonetto stracolmo; un topo scappa via con qualcosa in bocca.

Ecco, mi sentivo come un sorcio in fuga nel pattume inseguito da un derattizzatore.

Stavolta non mi portasti all’ospedale dove eri primario, ma in un altro pronto soccorso. Diagnosi: setto nasale fratturato, tre costole rotte, oltre a ematomi e lesioni in tutto il corpo.

Mi venne a trovare un giorno Valentina, una delle volontarie del Telefono Rosa.

«Come fai a sapere che sono ricoverata qui?» le chiesi, stupita.

« Non ne ero certa. Una mia amica fa l’infermiera in questo reparto e parlando mi ha raccontato del tuo caso: mi stava dicendo che avevi raccontato di essere stata aggredita per la strada da ignoti, che non c’era nessuno come testimone e che tuo marito è un medico in un altro ospedale, così ho ipotizzato che potevi essere tu. E sono passata nell’orario di visita. Avevo ragione a quanto pare.»

«Ti chiederai perché non sono più venuta.»

«No, so che sono percorsi lunghi e difficili e che ci possono essere delle ricadute. Sappi che noi ci siamo e se vuoi quando ti dimetteranno ti veniamo a prendere  noi. La mia amica mi spiffererà il giorno delle tue dimissioni. Pensaci, e riferiscilo a lei.»

Mi alzo dalle tre scale di S. Agata. Il barbone fa un lieve movimento, si ritrae e poi torna alla posizione precedente. Continuo a camminare sui sampietrini, senza meta.

Il piano riuscì, e mi ritrovai nella casa d’accoglienza. Non fu facile: ero abituata al lusso, niente più cene fuori o serate a teatro, niente televisione cinquanta pollici, niente sesso con te.

Mi proposero di lavorare, ma non sapevo fare nulla. Avevo raccontato a una operatrice che un tempo ero una ballerina e questa ricordandoselo mi propose di lavorare come insegnante di ballo.

Credevo di non esserne in grado perché non avevo più fiducia in me e nelle mie capacità, invece col passare del tempo ci riuscii.

Ma tu eri implacabile, e riuscisti a scoprire il mio nuovo numero di telefono.

Quando sentii la tua voce profonda non attaccai. Mi venne il batticuore. Mi mancavano le nostre serate tra amici, le nostre gite, i momenti di intimità. Tu eri molto gentile, mi chiedesti un appuntamento per un chiarimento.

Io acconsentii.

L’appuntamento era qui, davanti alla Casa di Dante a Trastevere, dove mi chiedesti di sposarti. Eri bellissimo, avevi stampato in viso un sorriso dei tuoi migliori, ammaliatore, e mi fissavi con quegli occhi blu penetranti. Mi chiedesti scusa, eri disponibile a risarcirmi, ma in verità desideravi tornare con me perché mi amavi, ero perfetta per te e non avresti mai potuto stare con un’altra donna come con me. Ti risposi che non era possibile, ma iniziavo a ricordare le nostre notti appassionate.

Mi proponesti una passeggiata.

Sto percorrendo la stessa strada, fino alla mia casa d’infanzia, venduta alla morte di mia madre.

Mi mostrasti le chiavi: l’avevi ricomprata tu. Salimmo insieme: era arredata con classe e raffinatezza.

Accendesti lo stereo e le note di un tango appassionato risuonarono nella sala.  Mi prendesti per mano e mi conducesti alla camera da letto, dove facemmo l’amore tra lenzuola di seta nere.

Dopo non ricordo cosa accadde di preciso. Ho dei lampi, immagini nella mente.

Un grosso coltello, fitte di dolore, urla e sangue che fuoriusciva da molte parti del mio corpo espandendosi su quelle lenzuola di seta nere.

E poi buio.

Non so come ti sia sbarazzato del mio cadavere e come abbia fatto a cavartela con la polizia, ma tu affabuli chiunque.

Io, povero spettro invisibile, continuo a camminare tra queste vie di Trastevere da molto tempo, senza fine e senza tregua, attendendo giustizia per il mio femminicidio.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...