Un Dio qualsiasi di Laura Mautese

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Rosalia si svegliò a fatica, madida di sudore, nonostante la finestra aperta e un refolo d’aria notturna che s’infilava dalle persiane verdi accostate in mezzo.

Nella quiete della notte, la testa pesante, solo sentiva, oltre il brusio delle macchine in strada, come uno sbattere lontano di porte. Eppure, no… Il rumore era più vicino e, ora, riusciva a distinguerlo e coglieva nei colpi l’urgenza di nocche battute su una porta chiusa.

La porta della figlia Sara.

Con sforzo Rosalia si tirò su a sedere sul letto e guardò di lato: suo marito Gaetano non c’era.

Stordita, come dopo un’ubriacatura che sapeva di non aver preso, si chiese dove mai potesse essere.

Poi ne sentì la voce roca, arrogante, ordinare di aprire la porta a Sara. “Sara, bastarda! Sara, buttana! Sara, femmina schifosa! Aprimi subito che è meglio per te!”

Femmina! Ma se non aveva nemmeno sette anni, Sara! E poi era a lei, Rosalia, che Tano chiamava così!  Era a lei che tempestava di calci e pugni. Tremando disorientata, Rosalia si alzò. Barcollando, si diresse verso la porta di Sara, dall’altra parte del corridoio, appena rischiarato dalla luce della luna che filtrava dalla finestra del bagno.

– Gaetano! – Gridò, ma quello che le uscì dalla bocca fu poco più di un rantolo. – Tano! – Fece più forte.  – Che fai lì?

– Io, che faccio? – Tano si voltò a guardare sua moglie con odio e sibilò: – Domanda piuttosto a quella smorfiosa di tua figlia, che mi ha svegliato in piena notte per un incubo! Dopo otto ore di camion per trovare un poco di pace a casa ecco che la bastarda si mette a sbraitare che ha sognato un mostro!

– Perché non ha chiamato a me? – Rosalia stentava a stare in piedi. Si appoggiò stremata allo stipite della porta del bagno. Signuruzzo, pensò, che mi sta prendendo che non riesco manco a stare dritta e mi gira tutto intorno?

– Ti ha chiamato ma tu non ti svegliavi. Dormivi che parevi una pietra buttata a ripa di mare.

– Com’è possibile?

– Ora parlaci tu con tua figlia. Io me ne torno a letto, che ci avrebbe tutto il diritto, un cristiano, di dormire un poco prima di ripartire col camion domani sera!

Rosalia arrivò alla porta di Sara e si appiattì di lato, come una lucertola contro il muro, per far passare Tano. Il suo tanfo di sudore, il suo ventre biancastro, osceno e sporgente sulle mutande strette, le provocarono la nausea ma si fece forza e si girò di faccia alla porta di Sara.

– Apri.

– Mamma?

– Saruzza, che sognasti?

Sara girò piano la chiave e tirò dentro la madre. Le si accucciò contro il petto, piangendo.

– Che sognasti, Saruzza? Dimmelo, che poi stai meglio.

– Niente sognai, mamma.

– Ma Tano disse…

Al solo sentire quel nome, Sara, minuscola e tremante nel suo pigiamino giallo, si strinse più forte alla madre e iniziò a singhiozzare.

Rosalia sentì la testa schiarirsi di colpo, le intuizioni farsi certezze, il disgusto cedere al furore, il dolore alla paura. La paura antica di non sapere come farcela da sola a crescere l’unico vero amore della sua vita: quella creatura tremante e gracile che le si stringeva contro per cercare aiuto e difesa.

– E bussò altre volte?

– Sì.

– E tu gli apristi?

– No. Ma avevo paura lo stesso.

– Perché non chiamasti a me?

– Tu non sentivi. Tano diceva che avevi mal di testa e non ti dovevo svegliare.

– Non so com’è che mai ti sentii le altre volte ma Tano non ci verrà mai più a bussare alla tua porta! Dormi, ora, che ci sono io con te.

Stesa accanto a Sara, Rosalia, gli occhi sbarrati sul soffitto in penombra a tratti colpito dai lontani bagliori dei fari delle macchine, si rivide in testa il film della sua vita e pianse come davanti a una vera pellicola del cinema. Vide il suo paese ai piedi del vulcano, proprio di faccia al mare; vide sua madre sfinirsi a fare i mestieri in casa d’altri e ripercorse quel giorno infame di prima elementare nella scuola in centro al paese. In quella vicino a casa sua madre non l’aveva voluta mandare perché diceva “che lì le maestre non imparano niente e che ci vanno solo figli di contadini e giornatari senz’arte né parte e per te voglio il meglio.”

Quel primo giorno di scuola la maestra della scuola buona, una donna elegante come un’attrice della TV, l’aveva fatta alzare dalla sedia all’ultimo banco dove era stata piazzata e le aveva chiesto di raccontare il lavoro dei suoi genitori come a tutte. Mio padre non ce l’ho – aveva detto Rosalia a testa bassa. – Mia madre invece ce l’ho, e fa la criata.

Ma sentitela come parla! – Aveva declamato allora la maestra rivolta alle altre scolare, cercando nei loro visi un sorriso di gregaria approvazione. – Proprio non capisco che ci fa una simile zoticona in questa classe!

Per cinque anni, la maestra l’aveva abbandonata a se stessa, correggendole i compiti con mala grazia, lordandoli di rosso senza mai darle una parola di spiegazione.

A scuola media le cose non erano andate diversamente e non aveva mai avuto un’amica. Zotica, l’aveva chiamata la maestra, e come se quello fosse stato il suo vero cognome, un cognome con la “Z”, un cognome da fondo del registro, Rosalia si era sempre trovata all’ultimo banco, all’ultimo posto di ogni cosa, anche in chiesa la domenica a sentir messa con sua madre.

Poi, se pure aveva a tratti sentito il fascino dei libri e delle loro storie, se pure a volte si era lasciata penetrare dal senso vero delle spiegazioni che certo non erano per lei, se pure proprio in un libro aveva capito che quella risibile parola, la criata del suo primo giorno di scuola, era una parola con una sua antica dignità linguistica e veniva da un termine lasciato dagli Spagnoli in eredità ai suoi luoghi e voleva dire cameriera, non era più voluta andare a scuola. Sua madre avrebbe fatto sacrifici per farla ragioniera, ma lei, Rosalia, si era piuttosto trovata un lavoro da domestica in casa d’altri, correndo da una punta all’altra del paese in bicicletta, estate e inverno, col sole e con la pioggia.

Accanto a lei, Sara gemé nel sonno, e Rosalia la strinse lieve a sé.

Rosalia sentì che Tano aveva preso a russare e, per la prima volta, quel suono rantoloso, sconcio, invece di schifarla, come sempre, l’acquietò.

Si girò piano di lato e, gli occhi fissi adesso su un grande orso bianco di peluche sul pavimento che catturava appena sul pelo raso la poca luce di fuori, Rosalia sentì a un tratto in testa tutto l’orrore e il dolore e il disgusto del giorno in cui qualcuno, un bastardo che non era riuscita a guardare in faccia, l’aveva violentata per strada quando si era trovata a terra, caduta dalla bicicletta ai bordi di una vigna, una sera tardi che stava tornando a casa dal lavoro.  L’aveva presa da dietro, precisa una bestia, e poi se n’era scappato tra le viti.

L’aveva lasciata imbrattata ai margini della vigna, come grappolo ancora acerbo reciso da mani empie e scellerate.

Quando fu chiaro che era incinta, a soli sedici anni, sua madre, vedova da una vita di un balordo, si disperò, guaì una notte intera, ma le rimase accanto, sfinendosi ancora di più con i lavori in casa d’altri fino quasi al giorno della sua morte che Sara aveva già tre anni.

Due anni dopo, in paese era tornato uno del posto, Gaetano detto “Tano il camionista”, venuto a cercar moglie da portarsi su al nord adesso che aveva già trent’anni e si era stufato di stare da solo e farsi tutto in casa. Voleva una moglie giovane, ma all’antica, meglio senza scuola, e che non avesse “tanti grilli per la testa come certe buttane del continente!”

Tano si era guardato attorno e aveva messo gli occhi addosso proprio a Rosalia.

Rosalia era bella, bellissima, e poi il guaio l’aveva già combinato e tutti sapevano che non aveva testa e cuore che per quella bastarda di sua figlia. Le vecchie amiche della madre avevano cominciato una molle litania per convincerla a dirgli di sì: “Povera figlia, chi vuoi che ti piglia, con questa creatura senza avvenire… Povera figlia, chi vuoi che ti piglia…”

Rosalia aveva detto sì a Tano e aveva inventato una poesiola di semplici parole:

Sara Saruzza sarà felice

Con la sua mamma sempre al suo fianco

Avrà un futuro di rosa e bianco

Avrà una vita lunga e serena

Senza un affanno e senza una pena

E invece eccola lì, la sua Saruzza, tremante anche nel sonno, già violata nella mente da pensieri scellerati.

Rosalia si toccò la fronte e sentì che scottava.

Si alzò cauta e si accertò che Tano dormisse ancora. Lo sentì russare forte e sgangherato. Rincuorata dal quel suono d’animale, andò in bagno per prendere un’aspirina.

Un’aspirina. Come quella che le aveva dato Tano la sera prima quando lei si era lamentata per un po’ di mal di testa. Com’era stato gentile, Tano! Invece di trattarla come il solito, ricoprendola d’ingiurie, rinfacciandole di non essere buona che a mangiar pane a sbafo assieme alla bastarda, era andato in bagno ed era tornato con una pastiglia in mano.

Rosalia aveva ingoiato la pillola e subito dopo si era sentita la testa pesante, le gambe molli, gli occhi di piombo, proprio come quelle poche volte che aveva preso il sonnifero che le aveva dato il dottore qualche tempo prima, quando non riusciva a prendere sonno per il disgusto del corpo di Tano accanto al suo, quando per sopportarne la vicinanza doveva addormentare i sensi.

Colpita da un pensiero improvviso, Rosalia controllò la boccetta del sonnifero: le pastiglie all’interno sembravano tali e quali aspirine.

Maledetto!

Lesta, Rosalia scambiò le pastiglie delle due boccette per sicurezza – Tano poteva riprovarci – e richiuse l’armadietto sopra il lavabo. Il cuore le pulsava in petto con un ritmo folle ma si sentiva stranamente calma.

Tornò a letto, accanto a Sara, e, lucida come non era mai stata in vita sua, decise di andar via da lì, di portare il suo amore al sicuro. Dopodomani mattina, dopo la partenza dell’indomani sera di Tano per il suo viaggio con il camion, anche lei sarebbe partita. Sarebbe tornata giù al paese e lei, Rosalia, si sarebbe data da fare per campare a Sara e a lei stessa. Forse si sarebbe fatta pure ragioniera. Non avevano bisogno di un uomo, se uomo si poteva chiamare, come a Tano.

Il giorno dopo Rosalia lo passò a ripulire il minuscolo appartamento fino a farne scintillare ogni più recondito angolo in un’ansia di lindore che doveva servire a placare l’ansia creatale dal suo proposito di partire. Nei suoi brevi pellegrinaggi da un locale all’altro, mentre Tano era fuori con gli amici al bar e Sara era giù con altri bambini nel misero cortile interno dell’ancor più misero palazzone di periferia dove abitavano, Rosalia andava facendo mentalmente un facile inventario delle cose da portare via: poche cose che, a guardar bene, altro non erano che ricordi della vita di prima: una foto della madre, pochi petali di gelsomino secchi, una sciarpa di seta verde regalatale dalla signora Agata, una delle signore dalla quale andava a fare i mestieri, ancora avvolta nella carta velina. Rosalia la prese e se l’avvolse attorno al collo facendola ricadere drappeggiante sul petto. Si specchiò e si vide bella. La buona signora Agata aveva avuto ragione a dirle che il verde smeraldo le donava e faceva risaltare i suoi occhi verdi e vellutati come malli di mandorle acerbe.

La signora Agata era stata l’unica che l’aveva sconsigliata di sposare Tano e che la voleva convincere ad aspettare il vero amore, che di sicuro sarebbe arrivato anche per lei perché, come si diceva in paese, “ogni santo ha i suoi devoti”. Nel frattempo, le aveva detto, avrebbe potuto riprendere a studiare da ragioniera, alle scuole serali, e magari imparare a “ragionare” un po’ con la sua testa. La testa! Lei! La zoticona con i quaderni sempre sfigurati da segni rossi!

Rosalia rimise a posto la sciarpa e spostò lo sguardo su un romanzo, Storia di una capinera, l’unico libro che avesse mai letto. Ah impazzire per amore come Maria nel libro! Invece lei stava solo impazzendo di dolore e del tormento che le dava quell’uomo volgare e prepotente cui lei si era sottomessa per amore di Sara.

Richiuso il cassetto dei ricordi, Rosalia si avvicinò alla finestra della camera che dava a ovest. Guardò le alte montagne che incorniciavano il paesaggio di strade e casermoni e rifletté sui brevi tramonti che esse le offrivano. Tramonti avari di luci e sfumature che niente avevano a che fare con le luci e i colori che invece vedeva dal suo vulcano al crepuscolo: il verde argentato degli ulivi, il giallo dorato delle ginestre e dello zafferano, il viola intenso dei crochi e il rosso scarlatto dei fiori di fichidindia.

Forse aveva avuto ragione la signora Agata a consigliarle di non sposare Tano. Ma con Sara piccola, senza più l’aiuto di sua madre, come avrebbe potuto portare il pane a casa? In fondo si trattava di fare la domestica a una sola persona piuttosto che a tante. E tutto avrebbe sopportato ancora, tranne che Tano toccasse Sara. Maledetto! Fortuna che era arrivata in tempo e aveva ancora modo di metterla in salvo!

A Sara non aveva detto nulla del suo progetto di fuga per paura che si lasciasse scappare qualcosa con Tano. Glielo avrebbe detto all’ultimo momento. Tanto, anche la valigia di Sara l’avrebbe fatta in fretta: pochi vestitini di cotone, qualche maglioncino fatto ai ferri, calzoncini lisi e l’orso bianco di peluche. Guai a dimenticare l’orsetto, quell’unico regalo scriteriato – come aveva detto Tano – che lei aveva saputo farle facendo i salti mortali con i pochi soldi che il marito le passava per la casa. E meno male che proprio quel giorno le aveva dato i soldi per la settimana! Se no manco il biglietto del treno avrebbe potuto comprare e le sarebbe toccato vendere gli unici gioielli d’oro ereditati dalla madre: una medaglia di San Cristoforo, un braccialettino leggero e un anello semplice e delicato con un piccolo smeraldo in mezzo a forma di cuore. Da chi avesse avuto l’anello, sua madre non aveva mai voluto dirlo… solo che a rimirarselo al dito, certe sere d’inverno che lo tirava fuori da un cofanetto di velluto, le brillavano gli occhi. La fede nuziale, invece, l’aveva venduta una volta che lei, Rosalia, aveva avuto bisogno di uno specialista per un brutto mal d’orecchi che il medico della mutua non riusciva a farle passare.

Venne sera, finalmente. Tano mangiò in silenzio, a grandi forchettate;Sara, muta anche lei come sempre quando lui era in casa, andò a chiudersi in camera subito dopo la minestra e Rosalia, tranquilla della tranquillità delle decisioni prese, al momento della partenza, salutò Tano sulla porta con un sorriso che lui non ricambiò.

Erano solo le cinque del mattino quando Rosalia, già sveglia da un pezzo per aver fatto i bagagli già da metà nottata, sentì suonare il campanello della porta.

L’idea che poteva essere Tano, tornato in anticipo dal suo viaggio con il camion, le fece girare la testa. Le due valigie, la sua e quella di Sara, erano ben visibili nel corridoio.

Rosalia aprì la porta della stanza di Sara e ve le nascose dietro.

Poi andò alla porta d’ingresso e chiese chi è con la voce di una che si è appena svegliata.

– Sei tu, Tano?

– Carabinieri, signora. Apra, per favore.

Rosalia avvicinò l’occhio allo spioncino e vide due uomini in divisa, uno più anziano e uno più giovane assai, fermi sul pianerottolo.

– Carabinieri?! – Aprì cauta la porta.

– Buongiorno, signora. Ci spiace disturbarla a quest’ora del mattino, ma…

– Lei è la signora Rosalia Spampinato, moglie di Gaetano Puglisi? – Chiese il più giovane con tono più pratico e formale.

– Sì, io sono. Rosalia Spampinato, moglie di Gaetano Puglisi. Perché…

– Possiamo entrare? Farebbe meglio a sedersi, signora. E’ sola in casa?

– Sì… no… cioè, c’è solo la picciridda, mia figlia Sara, che dorme. – Indicò la porta di Sara con la testa.

Intanto si erano tutti seduti in cucina in punta di sedia.

– Suo marito ha avuto un incidente con il camion… E’ stato trovato solo stamattina presto giù per una scarpata ma tutto fa pensare che l’incidente sia avvenuto ieri sera tardi o nelle primissime ore della notte.

– E… ed è… morto?

 – Sì. Il medico legale ha confermato che è morto sul colpo. Non ha sofferto, se questo la può consolare.

– Com’è successo? – Le mani di Rosalia avevano preso a tremare e non c’era verso di farle stare ferme.

– Un colpo di sonno, sembrerebbe. Segni di frenata non ce ne sono. Succede spesso, purtroppo, a chi fa quel mestiere. Ci dispiace, signora. Li chiamano microsleep, questi colpi di sonno che possono durare dai due ai trenta secondi e…

Il carabiniere più anziano fulminò con lo sguardo il collega fresco di corso di aggiornamento e lo interruppe con un gesto della mano.

– Stava bene ieri sera suo marito prima di partire?

– Si era solo lamentato di un poco di mal di gola e aveva preso un’aspirina… – Subito dopo aver pronunciato la parola “aspirina” Rosalia si bloccò di colpo, le mani adesso uno sfarfallio inconsulto e febbrile.

– Si sente poco bene, signora? Forse dovrebbe chiamare qualcuno a farle compagnia. Un parente, un’amica… – Il carabiniere più anziano si alzò dal tavolo e riempì dal rubinetto un bicchiere che aveva trovato sul lavello. – Beva un po’ d’acqua.

– Non ho parenti né amiche.  A me mi basta Saruzza, mia figlia. – Adesso era diventato importantissimo fare una domanda, conoscerne la risposta. – Nell’incidente di mio marito non è rimasto coinvolto qualcun altro? – Rosalia pregò dio, un dio qualsiasi, un dio dei miserabili, degli innocenti, dei disgraziati che non ci fossero state altre vittime senza colpa.

– No, per fortuna. La strada non era molto trafficata a quell’ora e suo marito è uscito di strada sulla destra. Non ha invaso la corsia opposta. Adesso la lasciamo, signora, ma farebbe meglio a fare venire un’amica a farle compagnia. Più tardi potrà passerà dall’ospedale dove è stato condotto suo marito, in obitorio, e potrà occuparsi del funerale.

– Come le dissi, io qua amiche non ne ho. Sto bene, sto. – Rosalia fissò un punto lontano oltre la finestra da cui cominciava a entrare la luce chiara del mattino. – Poi, dopo, a cose finite, me ne tornerò giù al paese, che lì io ci ho ancora la casa di mia madre, e ricomincerò tutto daccapo.

17 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marica ha detto:

    Una storia forte, purtroppo troppo spesso vera. Un racconto che ti tiene con il cuore in gola fino all’ultima frase.

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  2. Maria Concetta Distefano ha detto:

    Un racconto che ha in sé tratti da antica tragedia da (Magna) Grecia. Vi si sente tutta la sicilianità dei personaggi ma, anche, la loro universalità.
    Forte e potente nel linguaggio solo apparentemente dimesso e semplice.
    Un finale che è un riscatto e pacifica.

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  3. Maurizio Merlo ha detto:

    Brava Laura! Grande intensità.

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  4. Roberta Andreato ha detto:

    Complimenti Laura, l’ho letto praticamente in apnea.
    Una storia veramente toccante e che dà speranza.

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  5. Janna Carru ha detto:

    “Si specchiò e si vide bella”.
    La vita può ricominciare, partendo da noi, innanzitutto.
    C’è il coraggio di tutte le donne, la forza del proprio sangue, perché nessuna donna è un niente.
    Duro, forte e realistico, il fato in soccorso alla legge e alla giustizia.
    Brava!

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  6. maria ha detto:

    bel racconto, putroppo dolorosamente realistico con un finale tristemente ottimistico…

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  7. Catia Boetti ha detto:

    Che donne coraggiose in questo racconto… Rosalia e Sara, una bimba ma una piccola donna. Finale bellissimo che ridà fiducia e speranza contro le ingiustizie della vita. Splendido lo stile in cui è scritto.

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  8. Salvatore Mautese ha detto:

    Un racconto mozzafiato. Scritto con un ritmo incalzante e coinvolgente che ti fa venire voglia di essere lì sulla scena del delitto per fermare la violenza del mostro. L’uso della “calata” siciliana rende l’atmosfera intrigante e conduce per mano, quasi musicalmente, a un finale che fa tirare un sospiro di sollievo. Complimenti all’autrice.

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  9. Maria Grazia ha detto:

    Bellissimo racconto, con tinte forti che ti tiene col fiato in gola fino alla fine per portarti poi quasi a gioire nel finale!… Sarei felice se questo racconto finisse nell’antologia dei migliori venti del concorso! Bravissima Laura!

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  10. Maria Finotti ha detto:

    Uno splendido racconto, da pelle d’oca. La forza, il coraggio di una donna pronta ha tutto pur di difendere la figlia e se stessa.Da una bestia incarnata in uomo. Come da legge del contrappasso, e’ capitata la giusta punizione. Ricominciare a nuova vita.
    Splendido

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  11. Solo il coraggio di una madre puo’ tutto.Nella realta’ purtroppo storia che accade veramente. Ed ora che l’orco non c’e’ piu’ giustamente. Rosalia fatti bella per te e per Sara.

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  12. Dani ha detto:

    Donne violentate da uomini e da un contesto sociale ancora troppo maschilista. Un racconto avvincente che cattura subito il lettore .
    C’è ancora molto da fare per raggiungere la parità e l’universalità di questo racconto può dare speranza e coraggio a molte donne affinché il loro grido non rimanga sordo.
    Brava Laura

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  13. linda donati ha detto:

    Molto brava, Laura…La prova che c’è una giustizia, prima o poi, che il male fatto torna indietro, in un racconto ricco di dettagli che fa vivere in maniera emozionante e purtroppo angosciante in quell’incubo. La rinascita con la speranza finale sono un respiro di sollievo dopo averlo trattenuto…

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  14. Maria Bellocchio ha detto:

    Echi verghiani in questa storia ambientata in un luogo arcaico, dove predomina sempre la legge del più forte, che è quella di uomini rozzi e bestiali. Una storia fuori dal tempo, ma che sa raccontare l’emergenza dei nostri tempi in materia di violenza contro le donne.

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  15. Elisa ha detto:

    Una storia che ti coinvolge scritta in modo fluido mi è piaciuta molto

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  16. Paola ha detto:

    Questo racconto si legge tutto d un fiato e dal principio alla fine sono entrata in empatia con la protagonista. Ho condiviso la sua sofferenza la sua costante preoccupazione e la paura
    Fino al finale che riporta speranza. Ho apprezzato le descrizioni accurate, caratterizzate da una scrittura piena di aggettivi , ricercata e classica che trasforma ricordi in immagini vive e vibranti. La storia di Rosalia e Sara deve essere la storia di tante donne che riconoscono il loro mostro e trovano nella disperazione il coraggio di tornare ad una vita migliore. COMPLIMENTI ALL’AUTRICE

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  17. Maria Grazia Caruso ha detto:

    Rosalia,una donna che mostra una grande forza in virtù di un grande e vero amore,la sua figlioletta Sara.

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