Un pianoforte nella notte di Stefania Maida

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“Portali al monte dei pegni, è il posto giusto.”

“Al monte dei pegni?”

“Certo, cosa credi che accettano solo oro e gioielli? Ti rivelo un segreto, io porto sempre i regali che ricevo e che non mi piacciono. “

“Marina tu sei veramente cinica, vorrei avere un decimo della tua intraprendenza.” Disse Giovanna ridendo.

“È questo il tuo problema, prendi tutto troppo sul serio, sempre così rigida e rigorosa, segui il mio consiglio, ti aiuterò io a trasportarli, tra la biancheria ricamata e i servizi di bicchieri e tazze, ne ricaverai una bella cifra, del resto è tutto nuovo, almeno la biancheria, per tazze e bicchieri non si vede certo se sono usati o meno, basta che non siano spaiati o sbeccati.”

“No, ho tutti i servizi da dodici ancora interi, non li ho mai usati.”

“I tuoi gioielli tienili, non venderli, potrebbero servirti in seguito.”

“Hai ragione Marina, appena torno a casa inizio a preparare le scatole, non vedo l’ora di disfarmene, accetto la tua offerta di accompagnarmi.”

“Certo, io sono di casa.”

Risero entrambi e finirono di bere l’aperitivo sedute all’esterno di un bar del centro; era un giorno di metà settembre, l’estate non aveva nessuna intenzione di lasciare il posto all’autunno e le temperature erano ancora molto alte.

Intorno a loro scorreva la vita frenetica di sempre, la folla sfilava veloce sotto i loro occhi, chi aveva fretta di tornare a casa, chi invece a casa non avrebbe mai voluto tornare e rinviava quel momento il più tardi possibile, perdendosi nei riti dell’aperitivo o degli inutili acquisti.

Come Giovanna.

Aveva dietro di sé un divorzio difficile, il suo ex marito aveva fatto di tutto per creare ostacoli ottenendo sempre rinvii, alla fine dovette arrendersi; ma continuava a perseguitarla, aspettandola spesso la sera davanti al portone di casa.

“Passavo da queste parti e volevo sapere come stavi.” Le ripeteva ogni volta.

In realtà voleva continuare a controllarla, come aveva sempre fatto; Giovanna aveva da tempo capito che lui non si sarebbe mai arreso, avrebbe fatto di tutto perché non si dimenticasse mai di lui.

“Quindi decisa ad andartene in Spagna?”

“Si Marina, conosco abbastanza la lingua e questo mi faciliterà nella ricerca di un lavoro, ho quasi quaranta anni non voglio continuare a vivere con quest’ombra che mi segue ovunque io vada, e sento proprio il desiderio di conoscere posti e gente nuova, di cercare una mia strada.”

“Non sarà facile, non hai viaggiato, le vacanze le hai sempre trascorse al mare a casa dei tuoi suoceri.”

“Sai una cosa? Non sono affatto spaventata, sono consapevole che dovrò affrontare molte difficoltà, ma la prospettiva di iniziare una nuova vita mi affascina. Non voglio e non posso continuare così, sento solo tanta rabbia perché la legge non protegge le vittime, alla fine malgrado una sentenza, non sono riuscita a liberarmi di lui.”

“Sono in tante nella tua stessa situazione e non tutte hanno il coraggio o la possibilità di fare la stessa tua scelta, non lo dico per consolarti ma di storie come la tua ne ho sentite molte.”

L’idea di Marina si era rivelata vincente, dalla vendita al monte dei pegni aveva ricavato una bella cifra che le avrebbe consentito di potersi mantenere per un lungo periodo, in attesa di trovare un lavoro.

Giovanna era contenta, essersi liberata di tutte quelle cose significava per lei chiudere una fase della sua vita che voleva dimenticare in fretta.

Il giorno della partenza Marina l’accompagnò all’aeroporto, era molto affezionata a Giovanna, per tutto il tragitto aveva scherzato e si era nascosta dietro il suo solito cinismo. Non voleva farle capire quanto soffriva, sapeva quanto le era costata questa scelta e voleva darle tutto il suo appoggio.

Perché in fondo Marina non era molto diversa da Giovanna, certo aveva ottenuto quello che voleva, un marito benestante e fare la vita che aveva sempre sognato, ma in fondo era una donna sola.

“Se ti occorre qualcosa chiamami, metti da parte l’orgoglio, lo sai che su di me puoi sempre contare.”

“Lo so Marina, stai tranquilla, se dovessi avere delle difficoltà lo farò.”

“Chissà potrei farti una sorpresa e raggiungerti.”

“Ne saresti capace.” E risero e piansero, abbracciandosi strette.

“Adesso vai o perderai l’aereo.”

Giovanna si voltò spesso per salutare l’amica fino a quando non sparì dalla sua vista, in quel momento non poteva certo immaginare di come questo viaggio le avrebbe cambiato la vita.

Arrivò a destinazione a sera già inoltrata, la casa, dove aveva affittato una camera con bagno era accogliente e pulita, si trovava al secondo piano di un piccolo condominio all’angolo della piazza del paese.

Aveva scelto un borgo sulla costa, lontano dalle mete turistiche; l’accolse Elena, la padrona di casa, una donna anziana alta e magra con i capelli grigi raccolti dietro la nuca, aveva una voce dolce come dolce era il suo sguardo; le mostrò la camera e le offrì la cena, ma Giovanna era troppo stanca, il viaggio e la tensione accumulata nei giorni antecedenti la partenza, l’avevano spossata e preferì andare subito a riposare, si gettò sul letto vestita e si addormentò di colpo.

Si svegliò durante la notte, accese la luce e non ricordava più dov’era, ebbe attimi di panico, poi tutto le tornò alla mente.

Cercando di non fare rumore si alzò e andò in bagno, si guardò nello specchio, era bella, ancora molto bella Giovanna, malgrado qualche ruga agli angoli della bocca, sulla fronte e le occhiaie violacee che ne invecchiavano il volto.

I capelli tagliati corti erano schizzati di bianco, non aveva mai voluto tingerli e mettevano in risalto un collo da cigno.

Avvertiva un profondo senso di solitudine, si sedette sul bordo della vasca e iniziò a piangere, un pianto silenzioso e liberatorio.

Poi tornò a letto e si riaddormentò.

Si svegliò con il sole già alto; in cucina trovò Elena e la tavola apparecchiata per la colazione.

“Stanotte ti ho sentita piangere.” Le disse appena entrata.

“Non so cosa mi è preso ma ora è tutto passato.”

“Forse hai provato nostalgia per il tuo Paese e la tua casa.”

“No nessuna nostalgia, sono felice della scelta di partire, è stato solo un momento di tristezza.”

“Ti occorre aiuto?”

“Mi occorre un lavoro, spero di trovarlo in fretta.”

 Qui l’unica fabbrica che abbiamo è quella dove lavorano il pesce, il direttore è mio amico, gliene parlerò.”

Giovanna prese le mani di Elena, le strinse forte, non si sentì più sola come la notte appena trascorsa.

Tutte le mattine andava in spiaggia a passeggiare; la spiaggia era separata dall’abitato da una strada sul cui bordo c’erano delle baracche di legno utilizzate dai pescatori, in fondo, da un lato, si trovava il porto, al lato opposto non c’era che spiaggia deserta, tranne che nel tratto finale, dove terminava il paese e dove la spiaggia si restringeva.

Costruita a ridosso di una scogliera le apparve in lontananza una costruzione più grande delle baracche dei pescatori.

Si avvicinò, sembrava abbandonata, le imposte di legno che un tempo dovevano essere azzurre erano bruciate dal sole e dalla salsedine, l’intonaco era quasi tutto scrostato e in alcuni punti si intravedevano i mattoni. Cercò di vederne l’interno, ma la polvere accumulata nel tempo aveva creato sui vetri una tenda naturale che ne impediva la vista.

“Se avessi i soldi, mi piacerebbe ristrutturarla e abitarla, è bello vivere qui, aprire le finestre ogni mattina e vedere e sentire il mare, è isolata ma che importa, quest’angolo è stupendo.” Si disse parlando ad alta voce.

I giorni trascorrevano e lei non poteva fare altro che aspettare.

 “Ho visto alla fine del paese, costruita sugli scogli, una casa abbandonata.” Disse ad Elena.

“Non è abbandonata, lì vive un amico di Felipe, il padrone del bar. In paese si dicono molte cose su di lui: che un tempo era ricco, che è un po’ matto e altre ancora, ma sono solo chiacchiere, Felipe ha sempre e solo detto: “È un mio amico.” Non si conosce neanche il suo nome.”.

“Nelle mie passeggiate non l’ho mai visto.”

“Nessuno lo ha mai visto.”

Giovanna sentì un brivido lungo la schiena, forse si era accorto di lei mentre guardava dalla finestra.

Non si avvicinò più alla casa, avvertiva un senso di angoscia pensando alla solitudine di quell’uomo.

Erano ormai trascorsi due mesi dal suo arrivo, una mattina al rientro dalla solita passeggiata Elena le comunicò la bella notizia.

“Mi ha chiamato Mario il mio amico direttore della fabbrica, una delle operarie si è licenziata se vuoi puoi prenderne il posto già da domani.”

“Se voglio? Non aspettavo altro, Elena ti sono riconoscente per il tuo aiuto.”.

Per Giovanna quel lavoro rappresentava l’inizio di una nuova vita, certo era pesante per lei abituata al lavoro di ufficio, in compenso i colleghi erano cordiali e con qualcuno erano nate amicizie sincere.

Chiamava spesso Marina, che la sottoponeva ogni volta ad un vero e proprio interrogatorio, non cambiava mai Marina, sempre così razionale e determinata, in fondo avrebbe voluto essere come lei.

Un sabato si recò nella vicina città per comprarsi dei vestiti, passò davanti ad una cartoleria e si bloccò fissando la vetrina, dove vi erano esposti album da disegno di varie dimensioni e scatole di colori di tutti i tipi;  pensò con nostalgia che una volta le piaceva disegnare.

“Perché no? Perché non potrei riprendere?” Si chiese.

Decisa entrò nel negozio e acquistò album, matite e colori.

Quasi tutte le domeniche mattine le trascorreva sulla spiaggia, davanti alla vecchia casa, si sedeva sulla sabbia e disegnava.

Non si accorse mai dell’uomo nascosto dietro i vetri, che l’aveva notata sin dal primo giorno, e da quel momento, Jorge, questo il suo nome, non faceva altro che aspettare il suo arrivo, restando incantato a guardarla, come fosse un’apparizione magica, un momento di luce e speranza nella sua tetra e silenziosa vita.

Era affascinato da quel corpo esile, sempre coperto da vestiti chiari e ampi, che si gonfiavano con il vento e che la facevano assomigliare ad una dea che danzava inseguendo le onde del mare.

Era stato un grande musicista Jorge, sin da piccolo aveva dimostrato un immenso talento nel suonare il pianoforte e nel comporre musica; finiti gli studi iniziò subito a esibirsi sui palcoscenici dei più importanti teatri del mondo, suonando anche le sue composizioni oltre al repertorio classico.

Non era bello ma i tratti del volto, la profondità del suo sguardo, il sorriso dolce e soprattutto il successo travolgente, come per tutti gli artisti, lo rendevano affascinante.

Sempre circondato da ammiratrici, in ogni città una donna e una storia diversa, ma non si era mai innamorato, il suo grande amore era la musica.

Era un ingenuo Jorge, immerso nel suo mondo di note non riusciva a vedere la falsità e l’ipocrisia di tutti quelli che lo circondavano, compresi i suoi parenti, non si curava neanche dei suoi interessi delegando il suo agente e i fratelli. Sentiva su di sé una pressione molto forte, dai parenti che diventavano sempre più avidi, dalle case discografiche, dai media e dagli ammiratori.

In fondo era solo un ragazzo.

Per superare lo stato di ansia in cui viveva, iniziò ad abusare di alcool e droga, un binomio distruttivo.

In pochi anni perse tutto, il suo immenso talento non poteva più nascondere gli effetti devastanti delle sostanze che assumeva; fu dimenticato in fretta dal suo pubblico, i parenti lo derubarono di tutto quello che aveva guadagnato negli anni del successo, tutti i presunti amici sparirono dalla sua vita, gli rimase accanto solo Felipe, l’amico d’infanzia, l’unico che non lo abbandonò mai.

Ad un’asta aveva acquistato un pianoforte e glielo aveva portato in casa; Jorge non gli disse nulla e non lo ringraziò, guardò lo strumento con indifferenza e non lo aveva mai sfiorato.

Felipe non voleva arrendersi, era certo che il Maestro, come continuava a chiamarlo solo con la moglie, sarebbe tornato.

“Ha bisogno di tempo per ritrovarsi ma sono sicuro che ce la farà.”

Ripeteva a sé stesso tutte le sere, quando gli portava la cena, entrando nella stanza e guardando il pianoforte coperto di polvere.

Jorge ormai tutte le domeniche nascosto dietro una finestra aspettava Giovanna, la osservava mentre camminava e disegnava seduta sulla sabbia dandogli le spalle. A volte lei si girava e lui per timore di essere visto indietreggiava.

Una mattina Giovanna aveva trovato un aquilone, lo raccolse e cercò di farlo volare, ma non ne era capace, saltava, cercando di lanciarlo più in alto possibile ma non restava in aria che per pochi istanti e poi ricadeva sulla sabbia, ci provò molte volte e da sola rideva per la sua incapacità, una risata cristallina che si mescolava con la voce del vento e del mare ma che a Jorge giungeva nitida anche attraverso i vetri chiusi.

L’immagine di quel corpo lanciato verso il cielo e del volo dell’aquilone, il suono della risata, del vento e del mare, nella sua mente divennero una musica, dopo anni di silenzio le note erano tornate.

Si sedette davanti al pianoforte, con le mani sfiorò la tastiera per pochi secondi, poi le lasciò cadere lungo il corpo.

“Non ci riesco, non sono più capace.”

Andò in bagno a bagnarsi il viso, dopo anni si rivide allo specchio, i capelli ormai tutti bianchi, la pelle giallastra, il volto scavato su cui spiccavano gli occhi chiari infossati.

“Sono vecchio, sono diventato un inutile vecchio.”

Si buttò sul letto e a occhi chiusi ripercorse la sua vita, le lacrime scorrevano senza che se ne rendesse conto, ma la musica nella sua testa non lo abbandonava, diventava sempre più forte era impossibile non sentirla, si prese il capo tra le mani:

“Basta non voglio ascoltarti.”

Gridava a sé stesso, ma non riusciva a farla smettere e diventava sempre più martellante.

Si alzò che era già notte e ritornò al pianoforte, appoggiò le mani sui tasti; per qualche interminabile minuto rimase immobile, poi le note dalla sua mente e dal cuore scivolarono dolcemente nelle mani che iniziarono a muoversi sulla tastiera come se non avessero mai smesso.

Nacque una musica struggente che il vento sollevò nell’aria come l’aquilone di Giovanna, entrò nelle strade, nelle case e anche se era notte inoltrata, la gente aprì le finestre per capire cosa stava succedendo, da dove provenisse quella musica così dolce che entrava nell’anima.

Solo Felipe aveva intuito la verità, lui lo aveva sempre saputo, lui ci aveva sempre creduto:

“È Jorge, il Maestro è tornato.”

Disse alla moglie con la voce rotta dalla commozione.

Nel borgo il giorno dopo non si parlava che della musica della notte.

Anche nella fabbrica durante la pausa pranzo si chiedevano da dove giungesse e chi era a suonarla:

“Era la televisione, forse quel matto di Victor, sordo com’è, avrà alzato al massimo il volume.”

“A me è parso venisse dalla casa di Felipe, quella sulla spiaggia.”

” Passeggio sempre lì davanti e non ho mai sentito suonare nessuno.” Disse Giovanna.

“Tu passeggi di giorno non di notte, sono sicuro che sia quel tipo che ci abita che suona, una volta ho sentito Felipe parlare con sua moglie e le diceva che era un grande musicista.”

“Fantasie, te lo sarai sognato, Felipe non ha mai detto nulla del genere, uno che suona in quel modo, non abiterebbe mai una catapecchia come quella e non vivrebbe in questo posto.”

Ognuno dava un’interpretazione diversa su quanto era accaduto, anche durante la cena Elena e Giovanna commentarono la vicenda:

“Io sono sicura di non aver mai sentito suonare nessuno in quella casa, non credo che sia l’amico di Felipe.”

Da quel giorno udirono spesso suonare il pianoforte, si abituarono a quella musica e non fecero più commenti e congetture.

Giovanna ogni domenica tornava sulla spiaggia davanti alla casa, guardava con discrezione ma non vedeva mai nessuno, si sedeva e iniziava a disegnare, ormai aveva riempito due album con paesaggi marini e ritratti di pescatori, tutti disegnati a matita; era concentrata sul disegno quando udì la musica mescolarsi al rumore delle onde, si girò di scatto, proveniva dalla casa, per la prima volta c’era una finestra aperta.

Rimase per qualche momento incantata ad ascoltarla, poi riprese a disegnare seguendo il ritmo delle note.

Dopo una mezz’ora la musica cessò.

Raccolta su quello che stava facendo, non sentì i passi alle sue spalle ma solo una voce profonda che le disse:

“Ha una buona mano, sono belli i suoi disegni.”

Sobbalzò e si alzò in piedi, l’album le cadde sulla sabbia e il vento fece volare alcuni fogli.

Jorge li rincorse e li riprese tutti prima che finissero in acqua.

“Mi dispiace non era mia intenzione spaventarla.” E le porse i fogli recuperati.

Giovanna prese i disegni e osservò il suo volto, teso e addolorato ma con negli occhi una profonda dolcezza.

“Non è colpa sua, non l’ho sentita arrivare, era lei che suonava il piano vero?”

“Si ero io.”

“Suona molto bene e la musica ti entra nel cuore, forse lo troverà ridicolo ma mi piaceva disegnare ascoltandola.”

“Entri in casa, disegnerà meglio al coperto senza il vento, ed io suonerò per lei.”

Le tese la mano sorridendole, Giovanna vide quel volto triste illuminarsi, il dolore, la tristezza e gli anni erano scomparsi, come se una macchina del tempo lo avesse riportato indietro a quando era un ragazzo.

Intorno a loro il vento iniziò a soffiare forte e le onde del mare si alzavano minacciose fino ad arrivare a metà spiaggia.

Giovanna prese la sua mano e lui la strinse, un brivido percorse i loro corpi, si sentirono come due naufraghi attaccati ad un relitto, sballottati dalla furia del mare e che da lontano intravedono la spiaggia, la loro salvezza.

Tenendosi per mano s’incamminarono verso la casa.

17 commenti Aggiungi il tuo

  1. Renato ha detto:

    Il racconto scorre velocemente alla ricerca di sentimenti ed emozioni perdute.L’autorevesprime questa ricerca con spirito tranquillo e sereno attraverso il suo stile efficace

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  2. Nicoletta Chiozzi ha detto:

    Questo breve racconto mi è piaciuto molto. Il coraggio e la determinazione della protagonista nella ricerca di una nuova vita e dimensione. la rinascita del pianista alla vita. Stile essenziale ed empatico.

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  3. daniela ha detto:

    praticamente comincia quando finisce …come le favole…si legge tutto d’un fiato perchè è coinvolgente!!!

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  4. Caterina Mameli ha detto:

    Bellissimo racconto, ben scritto ed avvincente.

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  5. Gil M. Amezcua Almagro ha detto:

    Como siempre, profesora, nos deleitas con tus magníficos relatos. Sigue asi. Te lo traduciré al español.

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  6. giancarla ha detto:

    Un bel Racconto che scorre veloce nella lettura con un finale che fa presagire l’inizio di una tenera storia d’Amore destinata a durare nel tempo.

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  7. Mario ha detto:

    L’attentata descrizione dei dettagli cala il lettore nella scena che descrivi, brava !!

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  8. Sandra Grampa ha detto:

    …Il racconto della scrittrice Madia, scorre velocemente come tutti gli altri. Una storia d’amore vero che assomiglia ad una favola….Mi è piaciuto il racconto. Grazie !

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  9. Edgar Medina ha detto:

    Me gustó mucho el relato, muy romántico sin ser dulzón. Ante todo es un tema no usual, presentado muy suavemente, casi como una caricia.

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  10. Alessandro ha detto:

    È una bella storia romantica, dove l’amore e l’amicizia sono al primo posto nella mente dei personaggi in primo piano.
    Il testo è scorrevole e di piacevole lettura.
    Mi è piaciuto molto leggerlo.

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  11. GIULIANO GIOVANNI MENGA ha detto:

    L’affascinante storia della nascita di un amore nato dall’incontro di due solitudini è raccontata in maniera magistrale. Il grado di coinvolgimento emotivo è inversamente proporzionale alla brevità del racconto. Mi ha nuovamente stupito favorevolmente la capacità di aggiungere nel corso del racconto frammenti che, con la giusta misura, inquadrano i personaggi e la situazione. Ho avuto la sensazione di seguire un piano sequenza, al termine del quale si disvela l’intreccio. Complimenti

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  12. Francesco Rossi ha detto:

    As a non native Italian speaker I found this story well written and easy to follow. It is a lovely story that maintains your interest all the way through it. I look forward to reading the next one!

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  13. giancarla ha detto:

    Commento di Enzo tratto da facebook

    ..una tenera fiaba quella di Stefania Maida..con la “fata turchina” che tanti vorrebbero incontrare..^_^..

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  14. giancarla ha detto:

    Sempre da Facebook il commento di Chiara

    L’inizio di una nuova vita … Un bel racconto.

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  15. Juan Luis Salvi ha detto:

    Gracias a la destreza narrativa de Stefania Maida he podido leer este relato como si estuviera viendo un film.

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  16. Laura ha detto:

    Bellissimo!!!!!!
    Scrittura elegante e coinvolente
    Il vento, il mare, la musica ……
    leggendo sembrava sentirli

    Brava brava brava

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  17. Josep Feliu ha detto:

    Un bel racconto scritto con molta delicatezza e sensibilità. Mi piace molto lo stilo agevole, piano, depurato e senza pretensione.
    Anche a risaltare, la capacità di creare una amosfera intrigante che da prima ti prende

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