Una donna nuova di Nadia Nunzi

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La pelle non dimentica se continui a premere sulle ferite che indossa.

Sono passati anni da quando mi ha stregato con i suoi occhi verde mare.

Un abile incantatore dal sorriso gentile appoggiato sopra un viso pulito e giovane.

Si avvicina a me in quell’ormai lontano giorno di fine estate e mi corteggia con tutto.

Le mie lacune sono così evidenti che vibrano nell’aria, in quello spazio che ci distanzia, prima che le mani si sfiorino. Prima che i corpi si cerchino.

Perdermi nei suoi sguardi è un attimo e sentire la corda che tira e poi lega è un brivido.

Eppure non penso mai di essere in pericolo.

«Ciao bela, come ti chiami?»

Una mesticanza di sensazioni nuove mi arriva addosso.

Abbasso lo sguardo, sento le guance avvampare e un insolito tremolio scuotermi dentro.

Quando punto di nuovo gli occhi sul suo viso seducente, le labbra morbide hanno tirato su gli angoli e mostrano la soddisfazione di chi ha già capito tutto e sa perfettamente come proseguire. Quali mosse scegliere. Dove colpire. Lentamente, dolcemente, respiro dopo respiro.

Io però non vedo niente oltre le lentiggini appena percettibili sparse sul volto latteo. E non vedrò più nient’altro per un bel po’.

La verità è una polvere sottile che si percepisce solo se si hanno le lenti giuste per osservarla. E sicuramente una gran dose di coraggio per tenerle testa.

Rispondo il mio nome, torno a sistemare i bicchieri dietro il bancone del bar, le tazzine lavate sopra la macchina del caffè.

«Me ne fai uno machiato

L’espresso di questo locale fa schifo, non vorrei lo bevesse, ma non posso fare altrimenti che servirgliene uno ristretto.

Presso la miscela scura nel gruppo metallico e cerco di renderlo più bevibile che posso aggiungendo il latte come mi ha chiesto.

Quando il liquido bollente gli arriva alle labbra fa una smorfia, ma non dice niente.

È gentile. Vuole essere gentile.

«Grazie.»

Appoggia la tazzina, sorride come ha imparato a fare per conquistare le sue prede, con quegli sguardi che ammiccano, che invitano, irresistibili.

«Sei italiana?»

Rispondo di sì, con fierezza e non so per quale motivo ma lo vedo compiacersi. Poi dice qualcosa nella sua lingua che non comprendo. Ma non importa.

Non sempre sono le parole che ci legano agli altri. Può essere tutto: un bacio, un silenzio, persino una lacrima che scende nel momento meno opportuno. Quando non sei pronta per accoglierla, per esempio. Quando la tua sensibilità e l’ingenuità, te la faranno percepire come un lago che annega. E ti faranno scattare dentro quel senso di volontariato che in amore non vince mai.

«Ci vediamo allora. Tanto ti trovo qui anche domani.»

Mi troverà qui, domani e ancora. E ancora. Fino a quando vorrò portarlo via. Salvarlo. Ma sarà lui che porterà via me. Da me. Lontano.

Conosce poche parole della mia lingua e usa quelle che ha a disposizione, con dimestichezza. Le mescola come un mazzo di tarocchi, poi me le dispone davanti, accostate per bene, con precisione. Per raggiungere me, il mio cuore bisognoso e sicuramente il suo scopo.

La passione che esplode, qualche giorno dopo, tra mura estranee non ha scusanti. È istintiva, travolgente, va oltre le carezze e distrugge i sogni, tutti. Tutti quelli che fino a qualche ora prima tenevo stretti dentro la mia romantica valigia rosa. Nei cassetti. Persino nella matassa di capelli schiariti dall’acqua salata e dal sole di luglio.

Improvvisamente si annidano tutti tra le sue mani esili ma forti, capaci di qualunque cosa. Di accarezzare, sfiorare, percorrere, far godere, lavorare sodo, come di scaraventare oggetti, sollevare tavoli, rompere vetri, picchiare pugni, tirare i capelli, schiaffeggiare.

Di colpo, con la rapidità che solo un sentimento estremo può avere, nulla ha più importanza nella mia vita, a parte lui. La sua felicità. Sempre un po’ meno la mia.

Mi dimentico chi sono perché forse non l’ho ancora mai scoperto. E allora mi affido a lui. A quelle parole che aumentano di giorno in giorno e diventano frasi, poesia, trama e poi famiglia. La nostra.

«Siamo già una famillia io e te, lo sai?»

Siamo niente io e lui insieme. Forse due ombre che si calpestano. La sua quasi sempre prepotentemente sopra la mia. Ma io non lo so.

Accoglierlo in casa è un gesto naturale, che va oltre i giudizi delle persone che guardano storto. Una ragazza dolce appresso a un clandestino che non si sa nemmeno bene da dove arrivi.

Chi se ne frega delle opinioni. Me ne hanno inflitte così tante fin da ragazzina da avermi nauseato.

Sempre troppo magra, non bella, con occhi, naso e bocca, che si spintonano per farsi posto sul viso minuto.

Sempre troppo silenziosa, fragile, pronta a spezzarmi sotto il peso dei commenti altrui. Eppure forte, determinata ad andare avanti sempre, selvatica, con la minigonna e i tacchi alti e tanta voglia di correre libera nel vento, nei boschi. Dappertutto.

«Perché ti vesti in questo modo? A che ti serve scoprirti agli altri? Non ti basto io?»

Arrivano così, in un giorno qualunque tutte le domande che in verità racchiudono una sola parola: copriti. Seguita da un punto e detta con tono imperativo.

Perché diventare di qualcuno è un attimo. Accade e non te ne accorgi, mentre sei intenta a percorrere con la mente i lineamenti del suo volto e ad ascoltare i battiti che accelerano quando ti dorme accanto.

L’ho desiderato così tanto quel batticuore inspiegabile e incontrollabile, che confondermi mi sembra la cosa più bella che mi potesse mai capitare.

Mi sento la ragazza più fortunata di questo mondo nel provare un sentimento così forte e raro per qualcuno. Ancor di più per un giovane così avvenente che, quel giorno, di mattino presto, con gli occhi ancora assonnati, non ha scelto nessun altra che me.

Mi dispiace coprirmi certo, ma in fondo che importa?

Se fa piacere a lui e serve a renderci felici non mi peserà. E invece poi pesa, ogni volta che vedrò una donna libera mi sentirò mancare l’aria. Ma lui tornerà tempestivo a distrarmi.

«Io ti amo tanto. Lo sai che ti amo come non ho mai amato nessuna?»

Non lo so, certo che non lo so. Come posso saperlo? Ma ci credo.

Lui mi guarda intensamente e me lo dice così convincente che non esistono dubbi. Poi me lo mostra quell’amore e me lo fa sentire con il bollore di quel sangue che scalda anche a distanza, che gli appartiene e che lo rende unico. E poi me lo dimostra con le regole e con le imposizioni. Perché quando due persone si amano forte, funziona così. Me lo spiega come un maestro con la sua allieva prediletta, inesperta, bambina, anche se ha più anni di lui.

Perché io sono sua e di nessun altro e non devo parlare con nessuno né guardare nessuno al di fuori di lui. Mai. Nemmeno per sbaglio. Perché se capiterà allora vorrà dire che ho voglia di tradirlo e non mi perdonerà.

Devo apprendere bene tutto. Per questo me lo ripete costantemente alzando sempre di più il tono della voce e cambiando espressione. Usando quella feroce che incute timore, cui non si può controbattere.

Mi chiudo in un guscio impenetrabile agli altri, sempre di più, rannicchiando e scomparendo sotto gonne lunghe dai colori tristi e maglie sempre più larghe e meno scollate.

«A che ti serve mostrare la pelle agli altri? A che ti serve truccarti? Devi conquistare qualcuno anche adesso che hai me?»

Certo che no. Non penso a nessuno, ho occhi e corpo solo per lui. Eppure non basta.

Le premure dei primi tempi iniziano a cambiare forma e diventano regole, imposizioni, soprusi.

Le attenzioni diventano una gelosia lacerante capace di distruggere con un’occhiata obliqua.

«Se ami per davvero accetti anche gli schiaffi» perché sono schiaffi buoni, che servono, che raddrizzano.

Quando me ne arriva uno in pieno volto non so nemmeno che cosa abbia fatto. Forse proprio perché non ho commesso niente.

Piango, urlo, mi incazzo. E vaffanculo. Ma come ti permetti?

«Scusa, non volevo. Non capiterà più. Sono un’idiota.»

È così che si implode tutto. Facendosi abbindolare da quelle parole distorte che stonano ma che vogliamo ascoltare come una melodia.

La rabbia insieme allo sgomento e alla delusione di una mano piena sulla faccia come non mi è capitato mai, si va a impastare con quel sentimento temerario che non mi lascia. Che non comprendo. Che mi piace esageratamente perché mi nutre, perché ho avuto fame di quell’amore così tanto che non posso… non voglio, lasciarlo più andare via.

Se perdoni un gesto ignobile una volta, farlo la seconda diventa più facile.

Ma io le botte non le perdono. Non le permetto. Non le ho mai sopportate sui corpi degli altri e non intendo subirle sulla magrezza del mio.

Le botte però sono anche quelle invisibili che non lasciano lividi ma che ammaccano dentro.

Di quelle ne prenderò tante ancora, sempre più frequenti e sempre più velenose.

Diventerò misera, piegata al suo volere, sempre meno bella, meno curata, sempre più indaffarata a far andare tutto bene senza che nulla invece potrà andarci.

«La casa fa schifo, tu non vali niente. Se ti lascio io chissà chi ti prende.»

Sono un oggetto da possedere, da usare, da gettare. Non sono più una persona. Eppure voglio tornare a esserlo.

Voglio tornare a sorridere, a piacermi quando mi specchio dopo che ho scelto i colori che mi donano per affrontare una giornata di sole e vento, spensierata, con la pancia nuda e l’anima selvaggia, con quella solita voglia di libertà intessuta addosso, che mi contraddistingue.

Io un compagno così non lo voglio. Una vita così nemmeno.

Come ci sono finita in quest’imbroglio?

Di notte inizio a non dormire più e di giorno a non mangiare.

L’ansia del suo controllo su di me pronto a trovarmi una colpa alterando la realtà diventa sempre più forte, tangibile e mi chiude lo stomaco. Mi deforma.

Sono confusa ma non completamente. Il suo gioco di abbonirsi all’occorrenza non funziona più, anzi mi fa sempre più male. Mi aggroviglia dentro. Ma non so come liberarmi.

In fondo ho paura. Lui ha più potere. E allora perché non parlo?

Perché ha studiato tutto, mi ha fatto terra bruciata intorno e mi tiene in pugno.

Di fatto non ho più contatti con il mondo esterno.

Sono andata contro tutti, soprattutto contro me stessa, pur di tenermi accanto lui.

E adesso?

La vergogna, il senso di colpa, il timore, il fallimento… mi rendono muta. Ma io voglio escogitare un piano. Scappare. Ucciderlo nel sonno. Non lo so.

So che un giorno il telefono squilla, lui non c’è e l’apparecchio è dimenticato sul tavolo di legno, nel vano porta oggetti, insieme alle bollette e alle multe che non paga. È appoggiato lì davanti a me, come non accade mai. E mi invita luminoso e insistente a guardare il messaggio che è appena arrivato. Come un segnale divino. La sua amante lo cerca. O una delle tante. Non importa.

«Amore mio dove sei? Quando torni?»

Le mie gambe tremano, gli occhi si lucidano, la gola si prosciuga. Ho una vertigine e mi devo sorreggere al muro per non cadere. Però di colpo mi sveglio.

Quella fedeltà assoluta che mi ha imposto come un mantra sacro e inviolabile, in realtà non gli appartiene affatto. Che stupida a credere il contrario!

Di colpo il coraggio di combatterlo mi invade violento più della sua arroganza.

Quando rientra a casa lo affronto e gli vomito addosso lo schifo che mi fa, insieme a tutta la rabbia repressa che implodo nel petto da mesi.

«Lei non è nessuno. Non si significa niente. E tu hai capito male perché mi ami troppo.»

Sì, lo amo troppo. E troppo poco me. Ma in realtà qui si tratta di tutto tranne che di amore.

Continuo a inveire contro di lui, inarrestabile, affranta, amareggiata, incazzata eppure vittoriosa perché ho finalmente un aggancio per scarcerarmi.

Ed è poco dopo che le percosse, quelle vere, arrivano e mi spiazzano.

Colpire una donna è una vergogna. Colpirne una che è fisicamente la metà di te è una vigliaccheria che si moltiplica all’infinito.

Mi solleva da terra con una sola mano che preme sul volto, dentro gli occhi e mi sbatte via, mi scaraventa sul letto e chiude a chiave la porta.

«Adesso tu muori.»

Me lo dice davanti a una parete di specchi, quelli che ci hanno osservato fare l’amore tante volte e piangere me di nascosto, altrettante.

Me lo dice senza guardarsi, prima con molta lucidità e poi balbettando con molta follia.

Il coraggio di una presa di posizione può rischiare di farti morire ma il silenzio di non provare nemmeno a liberarti significa comunque non vivere. Arrendersi. Marcire dentro.

Cerco di calmarlo, di farlo ragionare. Di riportarlo a quel giorno in cui ci siamo conosciuti al bar e improvviso occhi dolci impauriti mentre la bocca trema e un rivolo di sangue scende da un lato.

Lo sento dentro, sulla lingua e tra i denti, quel sapore rosso inconfondibile che se ingoio mi inacidisce lo stomaco.

Gli prendo le mani, quelle stesse che mi hanno trascinata via come un sacco. Quelle stesse che mi hanno percossa e poi minacciata.

Quelle che ho adorato e che ora non riconosco.

Gliele prendo e continuo a guardarlo.

Tremo e chiedo di potermi sciacquare il viso. E non so perché lo fa, ma da quella casa, dopo che ho sentito scorrere l’acqua fresca sui polsi e dentro la bocca, usciamo insieme e insieme dentro non ci torniamo mai più.

Un attimo dopo le nostre vite si strappano. Io scoppio in un pianto dirompente e chiamo la polizia.

Le denunce però non mi riportano a casa e non lo fanno scomparire.

I suoi inseguimenti intensificano. Le richieste di perdono si ammassano. Ma io non torno più indietro. Mai più. La tenacia di riprendermi la vita dopo tutto quello strazio che mi ha procurato è più determinata delle sue ossessioni e lo sovrasta.

Continua a sembrare predominante con quei suoi occhi venati di sangue che improvvisano lacrime false e che me lo mostrano per quello che è realmente. Ma a predominare adesso sono io, nonostante il viso sfinito, gli occhi spauriti, il fisico ridotto a un cencio.

«La casa ha bisogno di te. Io ho bisogno di te. Torna ti prego.»

Bisogno. Che brutta parola da accostare all’amore. E quante cose comprendo in seguito quando finalmente lui mi lascia in pace e il distacco diventa totale.

Come una bambina che incomincia a camminare riparto da lì, dai quei primi passi inesperti.

Li muovo uno dietro l’altro e traballo. Non so più come si faccia nemmeno la cosa più ordinaria. Ma non demordo e proseguo fino a che non diventano stabili e fieri, in grado di portarmi lontano. Di farmi percorrere la mia strada. Dignitosamente.

Ci vuole un bel po’ prima che mi riabitui alla gente senza provare claustrofobia, altrettanto a tenere alta la testa, a compiere anche il gesto più semplice con la naturalezza di una volta.

Riparto dal principio, osservandomi dentro attentamente e scoprendo una nuova identità. Quella che più mi appartiene e che non avevo mai curato.

Poi un giorno con orgoglio torno a specchiarmi e non vedo nient’altro che me.

L’ovale lucido riflette uno sguardo ridente e mi mostra tutto il mio valore.

Non ci sono segni, non c’è più chi me li voleva marchiare sotto pelle per sempre. Nessuna corda che stringe, niente più dolore né rabbia. I ricordi scomodi li ho lasciati trasportare lontano dal vento.

L’immagine odierna è di una donna nuova, che si prepone al primo posto, che splende e che ha tanta voglia di vita. Che brama ancora l’amore perché le piace ma che non lo cerca più perché sa che non le serve. E per questo stavolta è certa che le arriverà nel momento giusto come un regalo e non più come una proiezione che uccide.

La pelle non dimentica se continui a premere sulle ferite che indossa.

La pelle dimentica se le permetti di rinnovarsi.

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Lara Bellotti Agente letterario ha detto:

    Bellissimo racconto! Rispecchia, purtroppo, la vita di troppe dinne che ancora si fanno annullare, perdono se stesse. Bravissima nel finale, Nadia!

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  2. Lara Bellotti Agente letterario ha detto:

    Sorry “donne” (errore di battitura da cel ) 💝

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