Un’anima di riserva di Liviana Ceccarelli

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Posso muovere le mani come voglio adesso che ho gettato via i guanti. Quel velo di pelle su pelle bloccava i miei movimenti come avessi indosso manette e catene.

I guanti sono rotolati a terra come farfalle addormentate dalle ali richiuse, piccoli ombrelli maldestri abbandonati a terra sopiti.

Porto in giro le mie mani come amiche immaginarie, mi aiutano a percepire la vita.

Ne incontro altre, già sveglie all’alba.

Col naso all’insù, si voltano dall’altra parte, le mani smagrite di un’attricetta che sale in taxi.

Mani smaniose di laccarsi per una grande serata e ambiti incontri, snobbano quelle di un passante troppo di passaggio.

Lui prende il suo bagaglio.

Le mani frettolose si avvinghiano alla valigia pesante e la trascinano fino a raggiungere il binario. Accaldate, soffiano via la fatica sul dorso arrossato, frugano nello zaino per afferrare un mazzo di chiavi e il biglietto del treno.

Le mani del macchinista si stagliano al cielo e poi a destra, di nuovo in alto e ancora giù perché l’arrivo del treno è vicino.

Una vecchia prende il suo pacchetto, sale sul treno e apre la mano in segno di saluto.

Si asciuga gli occhi e un fazzoletto si sente stringere da mani sagge e comprensive.

Suo nipote è là, sulla banchina, che saluta triste con una mano in tasca e l’altra stretta alla sciarpa che porta al collo, quella di sua nonna. Il macchinista afferra il volante del treno e pigiando il bottone verde lancia il treno in corsa.

Scopa e secchio pieno d’acqua, l’omino delle pulizie si accinge a ripulire prima dell’arrivo del nuovo treno.

Le sue mani stanche e callose asciugano il sudore e coprono gli occhi quando i fari della stazione illuminano il buio al quale sono ormai abituati.

Mani che pregano, mani che vivono. Mani che uccidono.

Un cane attraversa la banchina.

Chiudo la finestra.

È rotolata a terra anche la chiave oltre alla serratura andata in pezzi e alla maniglia divelta dell’ultima volta.

Schiavo io di qualche suo contagio.

Le piace guardare fuori da quella finestra che s’affaccia sulla stazione. È la sua malattia.

Ma i treni sono solo lombrichi viscidi dentro labirinti di gallerie terrose.

Inutili vie di scampo. Non le appartengono.

Lei è con me.

Anche stavolta perdere il controllo è stato più facile.

Quella furiosa cecità che mi prende, divora stralci di pensieri e nessun gesto assume più i contorni di un ritorno pacato.

In meno di un secondo, è come se avessi perso conoscenza.

E in un istante, incosciente, perdo me stesso. L’ho fatto ancora.

Annego in una rabbia sottile e respiro un profumo raffinato di potenza. Il cuore stretto, spremuto in un pugno, si frantuma in uno scricchiolio di foglie morte.

Credo di essere più forte, perché così mi fa sentire. Forte. Più forte, invincibile.

Quando la rabbiosa voluttà mi prende, non è uno scatto di collera, ma una sosta.

Una sosta sospesa tra cielo e terra.

Urlo al cielo e maledico la terra che mi tiene così appiccicato al suolo tanto da farmi sentire troppo uomo, troppo imperfetto.

Solo.

È accaduto di nuovo e la porta, stavolta, l’ho sbattuta più forte delle altre.

Non mi guarda.

È la sua maschera quella e, si sa, una maschera copre solo la pelle, ma gli occhi sono allo scoperto, senza protezione alcuna, spiattellati in faccia al mondo.

I capelli indomabili, sento di volerli afferrare. Una cascata invadente ricade sul seno seminascosto.

Indossa un vestito, non proprio coprente, che lascia intravedere rombi di carne qua e là.

Una collana di perline, nude anch’esse, ciondola libera lungo quella maledetta scollatura procace.

Nessuna cintura cinge la vita. Nessun nodo ad impedire i movimenti.

Scivola liquida, tra lo specchio, invaghito di lei, e un servizievole pouf scendiletto.

Un velo di rossetto lucido accarezza le labbra della sua bocca in apri e chiudi.

Un orecchino dondola dai lobi piccoli.

La scatolina di talco dorato, pronta ad essere aperta e sbuffata sulle due gote lisce un po’ incavate, sa di buono. Sa di me e di lei insieme.

M’inebria e mi travolge, senza toccarmi.

Le mani avvolgono le caviglie nel nastro di cuoio e i tacchi alti vestono i piedi nudi.

Una smorfia la sua che invita ad avventarsi sul suo corpo. La ripete sempre. Sempre la stessa. Lo stesso morso alle labbra a denti stretti, troppo bianchi per non essere notati.

Il naso piccolo m’invaghisce e mi accende di desiderio.

Voglio essere sfiorato dal suo profilo, anche così, dentro quella distanza di sicurezza che lei tiene ogni volta.

Non può fare altro. È sola con me.

La guardo. In estasi.

La sua ombra si allunga fino a toccare la mia. Sul pavimento loro, le ombre, si mescolano già.

Consenzienti.

Disciolte l’una nell’altra.

La voglio e lei si volta, di scatto. Il collo libero, pronto come vittima al sacrificio.

Mi lascia davanti agli occhi la schiena nuda e profonda. Non mia.

Le mani si muovono come vogliono adesso, adesso che ha gettato via i guanti. Quel velo di pelle su pelle bloccava i suoi movimenti come avesse indossato manette e catene.

Non ne ha bisogno. Non ne ho bisogno.

I guanti sono rotolati a terra, farfalle addormentate dalle ali richiuse.

Nello stomaco sento un pugno che logora e non posso resistere. Non ne sono capace.

Nessuno mi ha mai spinto alla resa.

Un cacciatore deve placare il suo istinto di sangue per non dirsi vinto e sconfitto.

Sono un uomo io. Lei la mia preda.

Si è voltata. Le avevo detto di restare.

Non ubbidisce. Non mi sente. Non mi vuole.

Ecco che accade.

Istinto ordina e io mi avvicino.

Il suo rifiuto sa di vomito. Rigetta il mio invito, il mio richiamo.

Nega il mio essere uomo e non posso permetterlo.

L’afferro, impreco. Gli occhi ciechi di lei sulle mie voglie.

Quello schiaffo è andato a finire proprio dove volevo piazzarlo ed è arrivata, improvvisa, quella sensazione di fuoco che brucia nello stomaco fino a sentire la pelle ardere con violenza, in un sottile arrogante piacere di vittoria.

Le mie mani incontrollabili e prigioniere, afferrano e strappano.

Tutto era perfettamente immobile prima.

Tutto, tranne il desiderio indomabile d’un pezzo d’uomo.

L’aggroviglio di mani senza tregua e sento la sua pelle piangere nuda sotto le dita.

Non farlo. Non serve a nulla. Non mi fermo. Non posso.

Non ho sorretto la sua schiena e si perde nel vuoto. Ricade sul pavimento più e più volte.

Si sente un tonfo e poi un altro. E un altro ancora.

I denti serrati. Volge, serrati, anche gli occhi altrove.

Sordo, continuo il mio percorso dentro e fuori di lei. Ancora un grido, ancora sudore, ancora carne.

È la vittoria che voglio. È lei intorno a me, arresa.

Io dentro di lei, nascosto nella vergogna di una sadica rivincita sul suo terrore.

Io, carnefice cieco, madido di umori e di rabbia, arranco in esilio sul suo corpo inerme.

Lei, arresa, distrutta di lacrime e disperazione, non si divincola, non combatte.

Sa che ogni volta, ogni giorno e ogni notte, io abbia voglia, il sacrificio è sempre lo stesso.

Stesso rituale, affatto magico, che nessuno sciamano dal volto di brace, potrà mai sciogliere.

Nessuna danza liberatoria. Perché io sono un uomo.

Provo dolore anch’io. Provo dolore anch’io quando incasso il suo rifiuto.

Sottile, viscido e audace insieme. Non mi piego, ma tremo.

Non posso perdere davanti a una donna e se lei resiste, io mi sento sconfitto.

La sconfitta non è roba per me. Temo altro io.

Temo lei che fugge, soggiogata d’amore rancido per un altro uomo.

Temo le parole putrefatte di pietà che lei non pronuncia perché ormai, muta, sa di non potersi salvare.

Temo la solitudine vuota che mi opprime di notte e mi fa impazzire di giorno.

Temo il pensiero di lei lontano da me, temo lei contro di me, sciogliersi in gesti e parole che non posso controllare.

Temo lei, la mia donna, incapace di vivere senza la mia condanna.

Arresa di fronte a me, si inginocchia, rigida e sconfitta.

La finestra è chiusa e fuori i treni continuano il loro dentro/fuori.

Non sento più lo sferragliare dei binari. Partenze in ritardo scandiscono i minuti che ho perso.

Mani continuano il loro lavorio di vita e, ogni tanto, quando la strada lo richiede, si lasciano leggere da sapienti guru onniscienti.

L’orologio è fermo per me.

Le mie mani, crollate a terra assieme al corpo nudo e bianco, giacciono esauste lungo i fianchi, o forse un po’ più su, a mo’ di croce. Ostia sacrificata senza diritto di resurrezione.

La mia ombra disegna a terra un arabesco di morte.

Resto immobile, perché essere un tutt’uno con la terra mi fa sentire ancora viva.

Fredda, ma viva.

La pelle piange ancora, rughe intarsiate dentro un urlo che nessuno ha sentito.

Troppo cinico il mondo fuori per fermarsi a raccogliere cocci di niente.

Altari eretti a giudizio, tribunali che additano cose e carte, solo compiendo codardi passi indietro, camuffati da ostentata beneficenza.

A terra, bocca sul pavimento, un rivolo di respiro.

Non mi alzo.

Ti seguo oltre lo sguardo appannato e tumefatto, ti vedo alzare il corpo pesante e febbrile, mentre trascini in bagno il tuo vile essere uomo.

Resto immobile.

Scorra via la vita, da qualunque parte voglia andare, da qualunque via d’uscita. Scorra via, la vita, dai pori manomessi e dalle lacrime fiacche.

Trasudi la pelle che non dimentica, ma la vita, almeno lei, resti salva.

Mi lasci solo un corpo, col quale giocare al sacrificio.

Almeno la vita, resti salva e voli via.

Si dipani l’anima, tra un fiotto a l’altro di sangue, tra le ferite scollate di questo mucchio d’ossa da manichino.

Non ho altro che il disegno di me, accantonata in un angolo come spazzatura, dopo il passaggio di una tempesta di vento.

Tu sei ancora in bagno e tenti di lavar via le tue colpe.

Intravedo i tuoi movimenti attraverso la serratura. Poggi le mani al lavandino e ti sporgi in avanti. Lo fai tutte le volte.

Il vomito ti sale su, strozzando in gola ogni parvenza di parola. Ti soffoca quasi come fossero le mie mani ad afferrarti alla gola.

Ci ho pensato, sai? Ho pensato tante volte di poterlo fare. Ho temuto di essere a un passo dal farlo, ma, irretita e terrorizzata, ho desistito.

Non solo la paura mi ha bloccato.

Ti ho amato. E Amore non uccide se stesso, anche se lui stesso divora.

Ti amo anche adesso, ora che ti vedo esausto, ora che credi di aver vinto.

Un mutualismo senza mezzi termini il nostro rapporto.

Non sapresti vivere senza. Non sapresti respirare, parassita di me e di te stesso.

Mi manca il coraggio. Non mi resta che una simbiotica morte.

Afferri la testa tra le mani, ubriaco ancora di rabbia, folgorato dalla ferocia.

Veleno sottile scivola ai lati della bocca.

Ti osservo, ebbra di stanchezza, mentre mi lasci abbandonata a terra come i miei vestiti strappati tra le gambe di una sedia rovesciata.

Ti osservo, mentre ti asciughi il viso con l’asciugamano.

Cosa vuoi lavare via? Il veleno resta.

Resta aggrappato a te, a te e a me insieme, che per l’ultima volta abbiamo sposato lo stesso corpo in un connubio a senso unico.

Resta di me qualche brandello, resta di me il pensiero che sopravvive, nonostante la pazzia.

Quella pazzia, unica colpevole, che mi ha fatto credere fino ad ora di non essere all’altezza. Lei, follia colpevole, che mi ha convinto che una donna non basta a se stessa senza un uomo accanto.

Follia sposa Veleno e, come vestale fedele, offre la sua vittima sacrificale.

Non mi resta che una simbiotica morte.

Voglio volermi bene.

Non ti resta che una simbiotica morte.

Ho fallito. Ho bisogno di perdono.

Perdo ogni battaglia, ne esco sconfitto ogni volta. Sono le grida le mie armi.

Schierato davanti al nemico, mostro la maschera che ho di me stesso e con occhi muti e fulminei, creo la mia armatura.

Per non essere vulnerabile scaglio frecce e mi difendo.

Come un arciere, accecato dall’ira, scocco un colpo dopo l’altro e mi ritrovo lacerato tanto quanto il mio bersaglio.

Non si richiudono i colpi inferti e mi sento morire.

Esausto e debolmente vivo, mi riprendo i dardi scagliati, uno a uno, ma i fiotti di sangue dei punti toccati, lavano le mie mani lasciando segni di colpe mal espiate.

Mai espiate.

Cara donna senza nome,

quella notte, sono poi uscita dalla stanza con le mie gambe.

La luna mi guardava impotente.

Il suo corpo mi dormiva accanto come niente fosse accaduto.

Poggiato sul letto, sacco vuoto dal cuore affusolato come un gatto sotto i piedi. Cuore strattonato dal petto per essere gettato nei rifiuti di un mezzo uomo con gli artigli di bestia.

Lui non ha provato a trattenermi. Neanche un tentativo. Eppure ho esitato. Molto.

Un sussulto solo, dopo essermi chiusa la porta alle spalle.

Era buio, dentro e fuori.

Ho serrato i pugni e graffiato il pavimento con occhi e cuore.

Arrancavo lenta, in silenzio. Ho richiamato tutte le forze, rifugiate in ogni angolo.

Sono venute in soccorso come fanno ogni volta. Sanno già come agire e come portarmi fuori.

Mi sostenevano da entrambe le braccia, come ali d’amianto che si ergono alte. Mi hanno portato fuori, le mie forze. Fuori dalla porta e lontano da chi continuava a mordermi il cuore per sopravvivere.

Mi hanno portato fuori le mie forze, come angeli custodi vestiti da soldati vittoriosi.

Mi hanno portato oltre quelle mura, perché ho scelto di volermi bene, più bene a me che a lui.

E’ il dono più grande che io abbia potuto farmi.

Voglio regalarmi ancora mondo, ancora vita, ancora ali.

Valgo poco più di niente, come mi ripeteva, contro un uomo violento che mostra i denti, invece dei baci.

Vale poco più di niente la mia vita, se la sua si è nutrita della mia.

Valgo meno, potrebbe essere così. Ma credo nei miracoli che danno respiro a chi non ne ha.

Credo che guardare in alto sia il mio destino. E non solo il mio.

Cara donna senza volto e senza nome,

che vivi all’ombra di un uomo che camuffa d’amore la violenza, scuoti l’anima fuori dalla finestra come fosse il tuo unico prezioso lenzuolo di lino.

Sprimaccia il cuscino e abbracciati.

Non è mai stato così sano un abbraccio.

Guardati da fuori e cercati. Presentati di nuovo a te stessa, come fosse la prima volta.

Ti troverai fragile, ma comincia a ricostruirti pian piano.

L’anima sgualcita riponila con delicatezza per invogliarla a guarire.

Leccati le ferite, una ad una, come un gatto, ma riparti da te.

Ritrova la lentezza. Assapora il silenzio pulito di un bacio.

Sciogli i capelli e inebriati del tocco fugace dei profumi. Fai pace con il buio e con il sole.

Rientra in te e, da dietro i tuoi occhi, ricomincia a guardare ogni uomo che incontrerai come colui che ti ha derubato, ladro colpevole, ma pronto alla redenzione.

Meriti di rinascere. E non solo perché esiste sempre una seconda possibilità.

Meriti di innamorarti.

Vesti di nuovo i contorni della bellezza perché sei unica e irripetibile, diversa da ogni altro e capace di afferrare questo mondo cattivo a denti stretti. Sai farlo. Anche tu.

Sei un tesoro prezioso che custodisce il cuore, prima del sangue.

Ritrova le impronte sulla sabbia e il profumo del tuo corpo pulito sotto la doccia. Assapora le tue carezze, perché valgono tanto quanto quelle che hai ricevuto appena nata.

Ricorda il ventre di madre che ti ha partorito e riannoda i fili con la vita.

Sei stata cielo, prima di essere destinata alla terra. Riparti da te.

La bambina che eri, merita una donna nuova. Con un’anima di riserva.

52 commenti Aggiungi il tuo

  1. Laura Dondolini ha detto:

    Il tema, nella sua attualità, è molto crudo e toccante. Il racconto è scritto con delicatezza e partecipazione e il finale promuove la speranza. Brava, come sempre!

    "Mi piace"

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