V come volontà, V come vittoria di Silvana Stremiz

Joey-Pic

L’aria fresca del mattino colpì in pieno i tre ragazzi appena usciti dalla discoteca con negli occhi ancora quei repentini giochi di luce, nelle orecchie il martellare delle note diffuse a tutto volume e nelle gambe ancora l’adrenalina di una serata spensierata, durante la quale ogni problema, ogni ansia o paura sembravano essere svanite quasi per incanto.

Una brezza lieve, leggermente fredda, li fece ritornare alla realtà percuotendo loro il viso.

Marco, tutto bene? Te la senti di guidare?

Francesca lo osservava dritto negli occhi, mentre Alfredo, l’altro amico, si era letteralmente sdraiato sul cofano della macchina ed osservava estasiato le stelle.

Figurati Francesca, tranquilla, tutto bene, tra l’altro sono astemio, lo sai

In effetti Marco non aveva mai toccato un goccio d’alcool, il solo odore gli dava fastidio e questo era certo un grande vantaggio quando andavano in discoteca, anche se gli costava spesso il doversi sorbire le prese in giro da parte degli altri.

Ok, chiedevo soltanto… ti vedo un po’ stralunato

Tranquilla, il tempo di prendere una bella boccata d’aria, tutte quelle luci mi hanno un po’

stordito’… tutto ok…

Lo scossone di Francesca riportò Alfredo alla realtà, salirono in macchina e, raccontandosi a vicenda le emozioni della serata, iniziarono a dirigersi verso casa.

Erano già passate abbondantemente le quattro del mattino, il sole cercava lentamente di farsi spazio all’orizzonte; non era ancora l’alba, non era ancora giorno ma neanche notte, sembrava quasi una sorta di tempo sospeso, ovattato, segnato soltanto da quella monotona striscia bianca, disegnata sull’asfalto, che Marco seguiva attentamente vista la scarsa illuminazione di quel tratto di strada.

Mancavano appena tre curve prima di poter vedere le luci della città, quel tragitto lo conosceva ormai a memoria, sapeva dove sterzare, dove rallentare, dove poter dare più potenza al motore, ma alla seconda curva accadde qualcosa di inaspettato.

Marco stava accompagnando dolcemente lo sterzo quando una sagoma scura gli si parò davanti, a pochi metri; non fece neanche in tempo a realizzare che un’altra auto, a fari spenti, aveva invaso la sua corsia. L’impatto fu tremendo, il silenzio ovattato del primo mattino venne interrotto da un tonfo assordante, dal rumore di vetri infranti, dalle lamiere che stridevano incontrandosi in un tragico abbraccio, dalle urla dei suoi amici, poi venne sbalzato fuori dalla macchina e l’ultima cosa che vide furono i corpi di Francesca e Alfredo, in quella posizione assurda e scomposta sull’asfalto, poi cadde improvvisamente il buio.

La prima cosa che sentì quando si risvegliò fu il bruciore dell’ago conficcato nel suo braccio; si guardò intorno, tutto era lindo e pulito, tranquillo, rivide per un attimo tutta la scena, la rivide proprio come se stesse accadendo in quel preciso istante, quella macchina che gli si parava davanti, tentò disperatamente di sottrarsi all’urto, cercò di fare forza sulle gambe per muoversi dal letto ma non sentì nulla.

Spostò terrorizzato il lenzuolo, le sue gambe erano ancora lì ma non riusciva a muoverle, non riusciva a sentire nulla; dalla vita in giù era come se la vita lo avesse abbandonato, come se ogni muscolo si fosse svuotato rimanendo inerte ad ogni suo comando.

Iniziò ad urlare come mai aveva fatto nella sua vita; due infermiere entrarono precipitosamente, seguite da un dottore e dai suoi genitori, e soltanto allora si lasciò andare ad un pianto interminabile tra le braccia di sua madre.

Mamma… che è successo?! Non riesco a muovermi… Francesca??? Alfredo???

Sei vivo tesoro… ringrazio Dio per questo… sei vivo…

Francesca??? Alfredo??? – Tornò a ripetere disperatamente. La madre lo abbracciò nuovamente stringendolo forte

– Mi dispiace Marco… mi dispiace tantissimo… –

Marco guardò il padre, che a stento riusciva a trattenere le lacrime mentre nervosamente si passava le mani tra i capelli.

Nei giorni seguenti tentò in tutti i modi di spiegarsi cosa era accaduto, perché i suoi amici non fossero più con lui, ma fu tutto inutile, non c’era una vera ragione, nessuna colpa, soltanto un destino crudele che gli aveva strappato gli amici più cari, condannandolo a vivere quella che in tutti i modi poteva definirsi tranne che vita.

I mesi passarono quasi senza che se ne accorgesse, l’unica cosa della quale si rendeva conto era di quanto fosse diversa la concezione del tempo e dello stesso vivere per chi è costretto a muoversi su una sedia a rotelle, non riuscire più a fare ciò che prima era del tutto naturale, quasi scontato, e soprattutto non riuscire più ad immaginare un futuro senza quella inopportuna compagnia sempre accanto a lui.

Nulla ormai aveva più importanza; ciò che era stato, i suoi ricordi, le gite con gli amici, le partite di calcio, le serate e le feste, tutto adesso assumeva dei contorni sbiaditi, non riusciva più a trasmettergli nessuna emozione.

Che senso aveva aver vissuto pienamente quando poi tutto diventava sterile, senza futuro? Chi vive, chi si abbandona alle emozioni, chi vuole mordere la vita fino in fondo, lo fa perché ogni esperienza non sarà stata vana, perché ogni emozione continuerà a dare i suoi frutti anche domani, ogni problema avrà il suo tempo nel quale pensare e fare tesoro dei propri errori.

Marco quel tempo non lo avrebbe avuto più.

Tutto ciò che aveva fatto fino a poco prima del tragico incidente era ormai lettera morta, emozioni e sensazioni sterili che non avrebbero dato alcun frutto perché non si sarebbero mai più potute ripetere. Iniziò così a provare rabbia osservando dalla finestra i ragazzi che giocavano a pallone, i fidanzati che si nascondevano dietro gli alberi scambiandosi baci e promesse; rabbia e invidia condividevano il suo cuore, la sua anima, niente sarebbe più stato come prima, ma questa regola sembrava valere soltanto per lui, tutti gli altri continuavano la propria vita, senza minimamente pensare che quanto era

accaduto mesi prima sarebbe potuto succedere a chiunque, lo ignoravano, andavano avanti per la loro strada.

D’altra parte, pensava, il mondo continua a girare, noi crediamo di essere al centro dell’attenzione ma per lui siamo semplicemente tante piccole persone che si agitano, piangono, sorridono, che faticosamente tentano di accelerare il passo su un sentiero che è quasi sempre in salita; il mondo ci osserva, ma lo fa distrattamente, senza soffermarsi, forse perché proprio questo è il suo ruolo.

Di tanto in tanto gli ritornavano alla mente gli anni spensierati della gioventù, quando credeva di essere il più forte di tutti, quando era così assolutamente convinto che si sarebbe mangiato il mondo in un solo boccone; anni di spensieratezza, quasi dovesse vivere in eterno, come se nulla avrebbe potuto fargli del male.

In effetti, diceva tra sé e sé spingendo nervosamente la sedia per la stanza, sono ancora vivo, sono sopravvissuto, forse dovrei ringraziare come dice mia madre, anziché stringere i pugni per la rabbia e nascondermi dietro i vetri di una finestra.

Dovrei ringraziare, certo… ma ringraziare di cosa? Quale vita mi è stata data?

Questa non è la mia vita, quella che vivevo e amavo vivere qualche mese fa, questa è soltanto una lenta agonia, una condanna che pian piano mi allontana dal mondo, dalla società, dagli altri, è un supplizio che si consuma nel cuore e nella mente, per il quale non c’è speranza, non c’è futuro, perché nessuno un giorno verrà a trovarmi per restituirmi le mie gambe, nessuno riuscirà mai a farmi dimenticare i volti dei miei amici distesi sull’asfalto, non sarò mai un uomo, sarò soltanto un’ombra che si trascina dietro la sua stessa vita senza neanche il coraggio di porvi finalmente fine.

Il vero problema di Marco, ormai, non era quello di esistere, bensì quello di trovare il modo per riuscirci, di riuscire a sfuggire ad un’esistenza statica, monotona, molto simile ad una morte lenta, inesorabile ed inconscia.

D’altra parte bisogna morire per ritornare a vivere, e Marco, quella tragica sera, era davvero morto, almeno nell’anima, nello spirito.

L’impatto con quella nuova realtà lo aveva profondamente cambiato, facendolo passare da uno spirito libero e sempre pronto all’azione, alla figura di un vecchio e canuto filosofo che argomenta con se stesso, in completa solitudine, estraneo al mondo, gonfio di rabbia che non riesce neanche ad esprimere.

Marco  ormai  impiegava  tutta  la sua  giornata  nell’arduo  compito  di  spingere  in  avanti  le  ore, nell’infuocato e inutile desiderio di riuscire a controllarle affinché il tempo passasse più in fretta, pur essendo cosciente che tutto questo non avrebbe certo cambiato la sua situazione.

Non era pronto per il futuro ma il futuro era davvero pronto per lui?

Le forze spesso sembravano abbandonarlo, una decadenza fisica era costantemente accompagnata dal progresso mentale, dalla maggiore vitalità nel creare e nello scrivere; tutto il resto era lontano, così come le sue ambizioni, tutto era accatastato in fondo alla sua anima, tutto era rimasto fermo sull’asfalto insieme a quel ragazzo che piangeva e singhiozzava, che urlava contro il cielo chiedendo una spiegazione a quanto era accaduto e che non riusciva ad ottenere alcuna risposta.

Pensare che era appena riuscito a ritrovare se stesso, a disegnare i primi contorni del suo futuro, un futuro nel quale c’era una ragazza innamorata, un lavoro, una famiglia, dei figli, una vita semplice vissuta con dignità e sentimento.

I giorni passavano, lenti e inesorabili, dipingendo di nero e rabbia la sua solitudine, quella solitudine che ormai aveva imparato a misurare ascoltando i suoi silenzi, così statici da far apparire solo anche

l’oblio stesso; forse proprio quella era la morte, o almeno una delle sue forme, una morte spirituale, la volontà di vivere che pian piano abbandona il corpo non riconoscendolo più come il proprio.

Non aveva alcun rimpianto del suo passato, ma allo stesso tempo non aveva più un presente e neanche un futuro… non aveva più niente, e quel niente era il prezzo da pagare per una colpa che non aveva mai commesso, per un capriccio del destino che, cieco e senza cuore, aveva scelto proprio lui quella tragica sera.

Marco si rese quindi conto della propria sconfitta, una sconfitta ancora più amara perché frutto di una battaglia che non si combatteva certo ad armi pari, ma che vedeva sul campo uno storpio che faticosamente e goffamente cercava di prendere a pugni il destino.

Passò così la maggior parte del suo tempo a vivere di ricordi, a svegliarsi di soprassalto la notte con nelle orecchie ancora lo schianto delle due auto che si scontrano, chiuso nella sua stanza, spingendo le ruote a caso e lasciando che fosse la sedia a fermarsi dove capitava; d’altra parte, in quella situazione, un posto valeva l’altro, così pensava Marco, almeno fino a quando, un giorno, la sedia non si fermò proprio vicino alla cassapanca nella quale teneva tutti i suoi ricordi d’infanzia.

La prima cosa che gli venne fra le mani fu l’album delle foto, quindi le varie ciocche di capelli che la madre aveva gelosamente conservato, il primo cappellino, la foto di lui sulle ginocchia di suo padre mentre tentava in maniera buffa di imitarlo.

Passò l’intero pomeriggio a rovistare in quella cassapanca e, quando la madre venne per dirgli che era pronta la cena, lo trovò in lacrime mentre stringeva forte al petto il suo primo giocattolo, un orsacchiotto di plastica bianco e blu.

Marco… che succede?…

Sorrise osservando il suo viso visibilmente allarmato.

Niente mamma… niente… però penso che dovrei chiederti scusa…

Scusarti?! Ma per cosa?

Sono stato così a lungo arrabbiato con me stesso e con il destino che ho perso di vista tutto l’amore con il quale mi avete sostenuto

La donna si unì al suo pianto

Ma cosa dici? Non devi scusarti… noi siamo qui, ci saremo sempre… sei nostro figlio

Lo so, soltanto adesso capisco e soltanto adesso apprezzo la mia gioventù passata con voi, quei tanti piccoli gesti che allora mi sembravano insignificanti, ma che invece sono ancora vivi nei miei ricordi. Non posso cambiare quello che è successo, ma non posso neanche permettergli di prendere il sopravvento. Ho così tanti ricordi che potrei riempire pagine e pagine senza stancarmi; ricordi

piacevoli, una gioventù che è passata troppo velocemente ma che, nonostante tutto, nonostante quanto mi sia accaduto, riesce ancora a riempirmi il cuore con tutte quelle piccole cose che adesso ritrovo ancora intatte dentro di me. –

La donna si asciugò gli occhi ed iniziò ad accarezzargli i capelli.

Marco, noi ci siamo sempre, qualunque saranno le tue scelte, vogliamo solo il meglio per te, come è sempre accaduto in quelle che tu chiami le piccole cose

Sì mamma, le piccole cose… proprio da lì voglio ricominciare… quelle che ti fanno compagnia nei momenti di sconforto, i sorrisi che per un attimo ti illuminano il viso per poi rimanerti dentro, nonostante tutto e tutti, le uniche cose per le quali viviamo e per le quali vale la pena vivere. –

Cosa vorresti fare, Marco? Dimmi… Come possiamo aiutarti?

Tutto mamma… voglio fare tutto… voglio vivere, voglio lottare… ricominciare. –

Un singhiozzo interruppe quel discorso: il padre era rimasto in silenzio sulla porta, ascoltando le parole di Marco, fino a quando non era più riuscito a resistere e adesso li stringeva entrambi al suo petto, così forte da fargli mancare quasi l’aria.

Quello che accadde in seguito fu per anni argomento di discussione nei giornali locali, tutti si interessarono a quel ragazzo che qualche tempo prima aveva timidamente bussato alle porte della palestra di terapia riabilitativa, che in maniera risoluta aveva detto all’insegnante “…lo so, sono su una sedia a ruote, ma vedrà che con il tempo non ci farà caso neanche lei… posso farcela… voglio farcela“.

A lungo si continuò a parlare di quel ragazzo su una sedia a ruote che un giorno aveva deciso di sfidare il suo tragico destino eccellendo nello sport, partecipando alle varie gare per atleti disabili, vincendo addirittura per ben tre volte i giochi paraolimpici e trovando anche il tempo per innamorarsi, sposarsi e avere due splendide bambine.

Anche le radio si interessarono alla sua storia e, quando decise di ritirarsi dallo sport per passare il suo tempo con la famiglia e con i genitori, tutti fecero a gara per intervistarlo; in quell’occasione, Marco parlò nuovamente delle piccole cose, quelle che lo avevano spronato a tentare, a non mollare,

e con queste parole salutò il suo pubblico, insieme a Francesca e Alfredo che, da qualche parte del cielo, ancora lo osservavano e ispiravano.

Alla fine, in un giorno qualunque, quando avremo bisogno di pensare seriamente a ciò che siamo stati, a ciò che ci è accaduto, a tutto quello che, in qualche modo, ha cambiato la nostra vita, saranno le piccole cose gli unici ricordi in grado di darci una mano, di sostenerci, di darci la spinta giusta per riprendere il cammino. La vita è un libro scritto soltanto in parte, con un finale che non sempre è un preludio alla fine, ma soltanto una sosta per riprendere in mano la penna e riscrivere la nostra storia. Sono le piccole cose che riempiono la vita, il tesoro che accumuliamo nel tempo e che potrebbe rendere tutti ricchi se solo ci accorgessimo di averlo. –

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