Davide Rocco Colacrai

femminicidio

Assolo vermiglio (Atto I & II)

(Coro: La nostra orma è una remota variazione dell’attesa)

Forbici di bruma
hanno diviso in due l’assolo della vita
in un’eco che ha risposto
di un abisso teso al fondo.

Io sono di una nuvola
lo sfilacciamento più consunto
che sgocciola di vermiglia assenza

piano piano, zitto zitto
come una morte lenta, in punta di piedi,
che si specchia nella vanità
di una clessidra, piegata al sudario
del destino:

è la voce del mondo che forse s’infrange?

(Coro: La nostra orma è un impercettibile alito del desiderio)

Tace nel nascondiglio della sua intimità
il cuore, che indossa impronte
che non gli appartengono:

è forse il peso dell’infinitezza del sentire?

un tempo senza corpo –
un corpo senza carne –
carne di ossa –
ossa che gemono come foglie d’autunno –
un autunno dalle pagine diseredate –
pagine senza chioma –
una chioma vizza nell’età –
un’età ruvida e finita come di una croce
il chiodo.

(Coro: Può la nostra orma essere la compiuta attesa di un desiderio remoto?)

 

Sinopia di una rosa dal colore del latte

Mary è il mio nome
e del colore del latte il mio capello.

-Vi dirò-
Ho sfiorato con le dita un batticuore
senza eco

lungo le radici della mia carne già
madida di sangue.

-Vi dirò-
Ho salutato l’orlo solcato della mia
rosa come il giorno saluta la notte

lungo la grammatica del mio cuore
infranta da pietra.

-Vi dirò-
Fu lo sbadiglio aspro senza volto
alla mia nudità a vestirla di canti di limbo e pianto

come rami che spingono verso sogni
reduci senza linfa.

-Vi dirò-
Tale fu il principio e tale fu l’epilogo.

-Vi dirò-
Mi vendette il padre e mi negò la madre

nelle ore s’impigliarono i passi del Cristo

ed io arrancavo in un alito d’anima
che non era il mio.

-Vi dirò-
C’era cenere e questa cenere era mia.

Del colore del latte è il mio capello
e Mary il mio nome.

 

La rivoluzione di mia madre

Perché le donne sanno come ricordare
e ricordano con piacere tutte, o quasi, di quando erano bambine.

Lavorava in fabbrica, mia madre, fasciata in una virgola di pioggia,
la immaginavo come un’ape regina a snodarsi tra le viole,
era morbida e mai stanca, sapeva di buono,
come quando si è certi
che tutto, in un modo o nell’altro, sarà o potrà essere,
solenne nel suo spazio, e nel conservarlo,
con il cuore tra le mani
per provare, forse più a se stessa che a noi,
che niente era destino e tutto era, o sarebbe potuto essere, nostro,
anche il mondo.

Gli occhi di mia madre erano profondi ma mai troppo, due ostie di mare libere e certe
come la domenica lo erano la pasta e il sugo fatti in casa, e il vino del nonno,
e la promessa che noi figli saremmo rimasti di là
confinati nella nostra camera,
con le pareti bianche, sporcate da pochi colori, come nostro orizzonte
a segnare un equilibrio, precario quanto basta,
e dilatare quell’ora più in un’abitudine che in un gioco
mentre in un controluce senza polvere,
tra bomboniere e santi, strisciava l’ansia per una perfezione
che nessuno osava contraddire.

C’era sempre un dopodomani per i desideri,
che si trattasse di un gesto d’amore o di una parola non importava,
i giorni sopravvivevano alle rinunce,
una volta era la televisione a farle tacere, un’altra si facevano perdonare da nuove promesse,
il tempo era poco, troppo poco, per parlare,
ce n’era ancora meno per sognare o riconoscersi, per ricordare,
e non ce n’era affatto per un’orma.

E madre e figli eravamo estranei, ombre quanto basta, di una stessa favola che si lasciava accordare dalla
malattia di attendere.

 

Il quarantasettesimo scalino (dedicata a Madhu)

Credo in un solo Dio,
non credo nelle tradizioni confinate in un nome,
credo nell’anima e nelle sue verità,
non credo al corpo,
credo nel mio destino, di essere una hijra , e nelle sue distrazioni,
credo all’amore,
o forse non ci credo più.

Sono figlia di Kamathipura e, prima di entrare nella sua terra,
sono morta due volte,
la prima quando mi ha inclinato il ripudio della radice
e inciso il mio essere orfana addosso,
la seconda dopo aver superato quel punto, di richiamo della vita attraverso il dolore,
a completare la mia natura,
ed entrambe nell’approdo, comunque molto labile, ad un senso primordiale, quasi di plenilunio,
che da sempre mi attanagliava
senza mai assopirsi.

La gente mi chiedeva cosa fossi, e non chi, e me lo chiedevo anch’io.

Ogni anno che andava a caricare una generazione
fino a spezzarla,
e scardinava i loro sogni e i miei,
affievoliva il mio dubbio, e con esso il bisogno di chiedere perdono, e il tormento del ripudio,
capivo che sarebbe potuto essere diverso,
che se solo mio padre avesse, e mia madre non avesse,
e soprattutto io non fossi,
e capivo anche che si può morire, una o più volte, e non lasciarsi andare, e dimenticare,
ricordare com’erano le cose più piccole, insignificanti,
magari l’odore di una carezza ancora pugno, la sponda di una rupia, o il vizio del paan , per non essere risucchiati da quel nulla
che fascia il cuore quando non sei nessuno.

E con le babbucce in una mano, e un gulab nell’altra, gli occhi scontornati da ombre, i miei credo avvolti in
un sari bianco, manna o sudario, nell’azzurro del cielo in fondo alla città, cerco ancora
una risposta.

 

(Adamo + Eva)²
già il fatto che non siamo angeli/ e ci inventiamo il paradiso/
con quattro nuvole di fumo/
e l’illusione di un gran volo che/ ci muore in viso

 

Ci dicono che siamo uomini e nient’altro, nomi verticali arati nella linea dell’orizzonte,
l’imitazione della carne, la solitudine precisa dell’ora.

Poi vediamo quella stella che scivola via
come il giorno che inforna nel suo tascapane le nostre attese,
i forse che tramutano se stessi in perché,
i sogni se sopravvivono, la parola a sciogliersi nei silenzi di una tastiera,
orme che infrangono altre orme
a generare la clessidra delle nostre cose, comuni e asettiche,
e senza odore, dove non osiamo,
il cielo la nostra pelle a dirci che tutto va oltre,
e leggiamo l’imbroglio esatto della presenza, e la meccanica del ritorno, e l’eco del pane,
il confine al millimetro del corpo, e la speranza.

Siamo segni inconfutabili di un’illusione che non ricorda,
conchiglie in braccio ad un’onda madre
prima di morire e stillare come latte dal seno fecondo della vita.

Dall’oblò delle nostre tasche assaggiamo il paradiso senza farci il segno della croce,
l’amore senza colpa, e il perdono,
la rugiada vergine del giorno, l’ostia del nostro cuore tra le mani di Dio, e il coraggio di non essere la gente.

Perché noi non siamo uomini e nient’altro

noi l’infinito che si lascia imboccare dalla nostra buonanotte alla luna per consumare un destino,
le ombre incorniciate dal guanciale, e il mondo accanto.

 

 

 

 

 

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Come sempre poesie di grandissima qualità.

    "Mi piace"

  2. Silvia ha detto:

    Poesie leggere e pesanti insieme, profonde e splendide.

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  3. Claudia Magnasco ha detto:

    Magnifica penna. Di tutte le sillogi presenti io preferisco questa, per spessore e grandissima originalità. Siccome il mio commento suona falso come i tanti che ho letto sotto altre sillogi, ci tengo a precisare che non conosco questo autore.

    "Mi piace"

  4. Alessandra Leonardi ha detto:

    Versi bellissimi, i migliori tra quelli letti.

    "Mi piace"

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