Diego Bello

Femminicidio-vogliamo-la-Giusta-Pena.-Per-Giordana-uccisa-a-20-anni-dal-suo-ex

Dov’è andata la notte?

 

E’ qui intorno il deserto

nello spazio orizzonte. Cammino

contro il sole che sale

con un lato scoperto.

Finalmente fa sera

e la parte mi brucia,

poggio l’altra al dormire.

E il giorno risale, riprende

nel deserto il cammino,

scoperto

su quel lato fa male.

Ora è piaga e non vedo

nonostante le stelle. Mi piego

su di un lato: è già l’alba

che mi scalda il dolore.

Uno strappo ci vuole

alla piaga che strazia

e trascino

nel deserto immutabile

questo corpo che trema.

Col pugnale recido

e nel sangue che bolle

ce la lascio marcire.

Ora tutto è coperto

anche il pezzo

che mi gocciola ancora,

una scia nel deserto e davanti

l’infinito per gli occhi.

Dov’è andata la notte?

 

L’urlo di stracci

(Dedicata a Siff, Soraya, Sophia, Saphiria e al disperato padre Faycal)

 

 

La luna non ha retto il graffio – stilla

di ghiaccio aguzzo d’ogni giorno.

 

Miseria-orgoglio

addensa fumo al piatto rotto.

 

Inciso resta l’urlo sulla soglia

di stracci

– come sparso

dall’onda che dispera.

 

 

 

Martire in vetrina

 

Sei tu l’eroe di questi giorni triti

e delle notti larghe d’asfissia.

Ti spingi in scorci di sorrisi ambiti

tu che ti neghi il sole e scacci via

l’anima pesta in lago morto senza

vento. Tu che ti spremi il sangue in orci

dentro pareti buie ove l’assenza

d’una speranza nutre fuochi lerci.

Ti senti vile e tutti i giorni avanza

un resto d’avaria alla tua bile:

la danza macabra, la testa china

come il silenzio imploso a tracotanza.

Legno consunto, baco del barile

privo di lustro, martire in vetrina.

 

 

 

Senza riparo

(Dedicata ai pastori rumeni barbaramente uccisi a Castelrosso)

 

Raggiunto il bosco è il cielo il suo riparo

azzurro ancora intatto brilla vivo

quando il respiro fa tremare un faro

e il sale brucia il sonno del sollievo.

Sente il sicuro lui, la furia spenta

nel fumo nero al letto di metallo

nel sangue del fratello al cimitero

di Castelrosso, al prato del pastore.

Poi il nero-solo-nero come il cielo

e come i guanti stretti sul bastone.

Nebbia che cade – punta di un macigno –

la madre che gli tira giù il cappello.

Lontano inverno, la carezza cede

al vento e buio il bacio che ha strozzato.

 

 

Indifferenza è carne che s’incrocia

 

Cammina nell’autunno ancora acerba

mattina di bambini e di pacciame

attorno gonfie viscere – letame –

il male vomitato dentro serba.

Il marciapiede scotta di ferocia

il transito singhiozza nella buca

con la foga tatuata sulla nuca

indifferenza è carne che s’incrocia.

Adombra il vento un oasi che acquieta

d’altare assente altrove – dolce grata –

e s’apre al soffio d’alberi la meta

come il grido di bile macinata.

Sul sangue della lama sparge seta

e un cordolo di tregua alla giornata.

 

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