Fosse stato un romanzo di Cristina Biolcati

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Mai concedere all’ex che non si rassegna un ultimo appuntamento, magari in un posto isolato, dove nessuno può assistere. È cosa assodata. A differenza di tante compagne di “sventura”, Stella aveva però un asso nella manica.

Augusto, questo il nome di lui, in quel periodo era in vacanza. Sul suo profilo Facebook erano apparse le foto di una località balneare e, a giudicare da come si mostrava avvinghiato a una procace ragazza bionda, aveva già voltato pagina. Quando aveva invitato Stella a casa sua per restituirle la collana, aveva fatto presente che ad aprirle la porta ci sarebbe stato suo padre. Risiedeva fuori città, in un’antica casa colonica dai muri spessi e un colonnato austero. Un imponente cancello in ferro battuto, posto a delimitare l’ingresso dalle coltivazioni adiacenti, costituiva il segnale che si era arrivati.

Nei mesi che Augusto e Stella si erano frequentati, lei aveva trascorso lì tutti i fine settimana, quando vi era la certezza di essere soli. Lui abitava col padre e zia Agostina, una donna la cui salute mentale era stata gravemente compromessa in seguito a una delusione d’amore. I due fratelli, però, erano soliti trascorrere il week-end in una casa che avevano al mare.

Le stanze che i ragazzi utilizzavano erano sempre le stesse: una lugubre sala da pranzo, dove Augusto buttava due tovagliette per accogliere i cartoni delle pizze che si faceva portare a domicilio, e la camera da letto, in cui si rinchiudevano e non uscivano per due giorni. Stella dava la colpa al fatto che fosse inverno. Era logico che Augusto preferisse passare le giornate a casa, davanti al fuoco del camino, e le serate a guardare la tv sullo schermo gigante posto di fronte al letto. C’era tuttavia, nel modo in cui la guardava, un piccolo guizzo che la metteva a disagio. E non era per le pratiche sessuali a cui lui la sottoponeva. No, su questo Stella non aveva niente da dire. Augusto a letto era un normale ragazzo ventenne con molta fantasia, né più né meno di tanti suoi coetanei. Piuttosto, era per alcuni repentini cambi d’umore; per quell’andare in collera per futili motivi; per quella gelosia che gli si leggeva lì, a fior di labbra, sebbene non osasse pronunciarla in modo esplicito.

Quando lo aveva conosciuto, sei mesi prima, su quel diretto per Milano dove entrambi andavano a studiare, le era parso un ragazzo dai modi impeccabili e l’abbigliamento d’altri tempi. Formale, nel suo completo scuro, troppo serioso per un ragazzo così giovane. Portava anche un gilet dal quale si affacciava un foulard di seta. L’aveva colpita per la grande importanza che lui le aveva dato in quella conversazione. Da parecchio tempo Stella non si sentiva così interessante agli occhi di qualcuno. La loro relazione era iniziata con lunghe telefonate e miriadi di sms, in cui Augusto le chiedeva come fosse vestita, chi ci fosse accanto a lei e se poteva toccarsi per lui. Anche di notte, tanto che la ragazza faceva fatica a preparare l’esame di storia romana, che doveva dare di lì a poco.

Augusto le comunicò subito che cambiava facoltà e anche città, tanto che arrivarono alla conclusione che sarebbe stato meglio vedersi nei fine settimana a casa di lui, quando appunto l’appartamento era tutto per loro. Ai suoi genitori Stella non aveva detto niente. Quando passava la notte fuori preferiva far credere di essere dalla sua amica Marina. Una voce le diceva che, in fondo, quella storia non sarebbe durata.

La prima notte era stata un po’ surreale, ma anche eccitante. Tutto era nuovo e sapeva di una vita che può essere immaginata solo nei romanzi. Una casa bellissima ma lugubre. Isolata dal mondo. Un ragazzo gentile e attento, anche se con parecchie zone d’ombra. La paura dell’ignoto. Tutti ingredienti da costruirci un film. Nei racconti di Augusto c’erano sempre elucubrazioni. Mai niente di concreto. C’era poi uno strano modo in cui lui si perdeva a guardare il fuoco del camino, come se fra le fiamme bruciassero i suoi mille demoni. E quegli occhi torvi che in un attimo diventavano buoni, così, a comando. Piccoli dettagli, insomma, che nell’ultimo periodo la facevano rabbrividire.

Avevano passato due giorni a litigare. Nel loro ultimo fine settimana insieme, infatti, Augusto aveva pianto come un bambino, quando aveva capito che Stella lo voleva lasciare. Aveva accusato sintomi di soffocamento. Vomito e giramenti di testa. Tanto che la ragazza aveva dovuto assecondarlo, passando il resto del tempo con lui nel letto, per essere certa che, la domenica pomeriggio, la riportasse come sempre a casa.

Nelle telefonate successive, però, lei lo aveva messo a parte della chiara intenzione di lasciarlo, e lui aveva iniziato a tempestarla di messaggi, dove la invitava a  ripensarci. Per paura che le facesse delle scenate, Stella aveva preso l’abitudine di farsi accompagnare in facoltà da Marina e il suo fidanzato, un ragazzone quest’ultimo, grande e grosso come un armadio.

A poco a poco i messaggi di Augusto avevano iniziato a scemare, forse se ne era fatta una ragione.

Un’unica volta Stella ebbe la sensazione di essere seguita, quando le arrivò un sms da un numero sconosciuto con scritto: Chi è quello stronzo? Ma la cosa non ebbe seguito.

I contatti terminarono; poi un giorno lui le aveva telefonato, dicendole con tono affranto di avere sbagliato tutto. Fece un discorso sensato, da uomo maturo, ammettendo di essere stato sotto pressione e di avere fatto uso di qualche anfetamina che forse non lo rendeva tanto lucido. Adesso, ribadiva, si era disintossicato e aveva cambiato registro. Si scusava di tutto, e se lei voleva poteva riavere quel ciondolo che aveva lasciato a casa sua l’ultima volta che si erano visti. A quella collana, dimenticata sul comodino mentre si rivestiva di fretta, Stella era molto affezionata. Era un cimelio di famiglia, appartenuto a sua nonna. Ma pur di non avere niente a che fare con Augusto, non ne aveva mai fatto cenno.

Se Augusto avesse provato a convincerla a tornare con lui, Stella avrebbe avuto sentore di trappola.

Lui giocò invece un’ottima carta.

So quanto tu sia legata a quel ciondolo, e sapere che te ne sei privata per causa mia mi fa stare male. Vorrei ridartelo, ma non ti fideresti. Allora vieni tu a casa, a prenderlo, quando vuoi. Questo fine settimana c’è papà. Te lo darà lui. Vorrei risarcirti per tutto il male che ti ho fatto.

Così, quel sabato mattina, Stella aveva deciso di passare a casa di Augusto, a riprendersi il gioiello. In autobus, lo stesso che era solita prendere quando andava da lui, quello che la metteva giù alla fermata giusto di fronte al grande cancello in ferro battuto, aveva controllato se sulla pagina Facebook del ragazzo ci fossero delle novità. Proprio pochi minuti prima lui aveva pubblicato una foto con la solita bionda. Stavano evidentemente facendo il bagno, in questa località di mare, dove cavalloni bianchi s’impennavano sullo sfondo.

Noi ci siamo, diceva la didascalia. E fra i tanti “mi piace”, gente che si complimentava e consigliava alla coppia sostanzialmente una cosa sola: darci dentro il più possibile.

Eppure, quando suonò il citofono di quel cancello, e apparve la casa lugubre in pietra sullo sfondo, un brivido freddo le percorse la schiena. Le parve, per un attimo, di essere in trappola, come le era capitato l’ultima volta che era stata lì. Ma fu solo un istante. Quando la voce maschile chiese chi fosse, lei rispose: Sono Stella. Un’amica di Augusto.

Dall’altra parte si udì solo un: Ah sì, vieni.

E il cancello si aprì.  Stella fu sollevata. Il padre di Augusto era al corrente della situazione. Sarebbe bastato un attimo. Lui le avrebbe dato il suo ciondolo e sarebbe tutto finito. Rientrando in quella casa, alla ragazza sembrò che lo stomaco le si chiudesse. No, non doveva vomitare. Doveva respirare a fondo. Sarebbe andato tutto bene.

In quel soggiorno, dove lei spesso aveva mangiato pizze su cartoni umidicci insieme ad Augusto, stava una donna corpulenta, con in mano una ramazza di quelle di una volta, totalmente abbigliata e calata nella parte di Mami di Via col vento. Persino la cuffia bianca in testa, con l’inconfondibile crestina, le dava un’aria surreale. La donna si voltò e offrì a Stella un sorriso ebete, sdentato.

«Ciao signorina» disse.

Stella riconobbe gli occhi azzurri del nipote, evidentemente di famiglia. Ma per il resto, dalla postura e le movenze della donna, ebbe l’impressione di trovarsi in un reparto psichiatrico, dal quale avrebbe voluto presto darsela a gambe. La donna le venne vicino, e Stella indietreggiò di qualche passo. Ma lei la raggiunse, e la sua enorme mano, dalle unghie tutte rovinate, le sfregò sul viso una carezza ruvida.

«Come sei bella!» le disse, mentre Stella, stupita, odorava il suo alito fetido. E poi prese a osservarla, cercando di lisciarle il vestito con gesti maldestri.

Una voce maschile, d’ammonimento, si levò dal fondo delle scale, che portavano al piano di sopra. Un uomo esile, calvo, fece capolino e giunse sulla scena.

«Agostina!» disse «lascia in pace la nostra ospite».

E con il gesto della mano, l’allontanò come fosse una mosca. La donna si ritirò in buon ordine, borbottando fra sé delle parole incomprensibili.

«Chiedo scusa per mia sorella» disse lui, mentre le rivolgeva un sorriso forzato e, nel complesso, poco rassicurante.

«Non è abituata a ricevere gente a casa e non si sa comportare» concluse poi.

L’uomo le porse una mano secca e legnosa, che a Stella fece venire in mente un rettile. Molti credono infatti che la pelle dei serpenti sia viscida, mentre invece è asciutta, stranamente morbida al tatto.

«Sono qui per il mio ciondolo» disse la ragazza, andando subito al sodo.

L’uomo strinse gli occhi, azzurri come quelli del figlio e della sorella, in un gesto di compatimento.

«Lo so perché lei è qui».

E dopo averle chiesto di accomodarsi, le disse che andava di sopra a prenderlo.

Stella si sentì sollevata, quando lui girò i tacchi e s’incamminò.

Ma, allo stesso tempo, fu assalita da un attacco di panico. E se quel donnone ante tempo fosse ricomparsa a tormentarle la faccia? Chissà dov’era andata Agostina? Magari attendeva che il fratello si assentasse per tornare in azione.

Stella pensò che avrebbe potuto fare a meno della sua collana. Che quella casa e quelle due persone le mettevano i brividi, e che venire lì era stato un errore.

Così diede un’occhiata furtiva alla porta del salotto e una alla base delle scale. Nessuno in vista.

Agì in fretta, e con rapide falcate raggiunse la porta. Tentò di aprirla, ma era bloccata.

Avvertì un fruscio alle sue spalle, quasi se qualcuno le fosse balzato addosso.

Poi il dolore di una puntura sul collo la fece trasalire, mentre udiva una voce impastata che diceva che andare via così era da maleducati e Stella perdeva i sensi.

Si risvegliò nella solita stanza, su quel letto sfatto che aveva condiviso con Augusto, ma che adesso puzzava di muffa. La benda che aveva sulla bocca accentuava la sua nausea. Le tempie pulsavano, e il cuore pareva scoppiarle nel petto quando realizzò ciò che era successo.

Mille pensieri giunsero ad annebbiare il cervello, e una lacrima scivolò incauta quando capì che, molto probabilmente, non avrebbe più rivisto la sua famiglia. La nostalgia s’impossessò di lei, mentre inorridita cercava di pensare a quale segreto si celasse in quella casa. Da quali mostri era popolata? Cosa non aveva visto di quella situazione pericolosa in cui si era andata a cacciare?

Era logico che, una volta scomparsa, i suoi amici avrebbero pensato che ci fosse lo zampino di Augusto. Ma cosa si sapeva?

La stessa Stella conveniva di conoscerlo poco. Si vedevano sempre quando e come voleva lui. La portava a casa sua, ed erano soli. Magari non si chiamava nemmeno Augusto Armaroli. Sul campanello di casa c’era uno spazio bianco.

Il profilo di Facebook poteva essere falso; ogni cosa adesso pareva essere stata creata ad arte, per farla cadere in trappola. Un ragazzo vestito da “dandy” che adesca una studentessa su un treno.

A un tratto pensò alla ragazza bionda ritratta nelle foto con Augusto. Anche lei era in pericolo: era la sua prossima vittima. Ma si rese conto che le avevano tappato la bocca proprio per impedirle di parlare.

Nel tempo in cui Stella rimase inerme su quel letto – aveva polsi e gambe legati con un cordone da tende – fece mille congetture.

Forse Augusto non c’entrava niente. Forse lui era innocente, ed erano questi due bruti le bestie della famiglia. Forse il padre era un pervertito che si divertiva a registrare le prestazioni amorose del figlio, per infierire in seguito sulle sue compagne. Oppure, era una sorta di vendicatore neppure tanto mascherato, che puniva chi aveva fatto soffrire il ragazzo.

Magari si trattava di un’associazione a delinquere nel mondo del porno; una sorta di “tratta delle schiave”, donne in vendita per sesso. O cosa altro ancora?

Forse l’avrebbero uccisa senza pietà, e gettata nella cantina fredda e buia della villa, dove altre ragazze scomparse negli anni e mai più ritrovate davano adesso bella mostra delle loro ossa.

E Agostina? Che ruolo aveva in tutto questo? Era una vittima ignara, povera creatura innocente, oppure era un’istigatrice e la principale fruitrice di questo squallore? Difficile a dirsi.

Era impazzita per amore o perché aveva visto cose che, all’inizio, non poteva accettare?

Era incredibile quante idee le venissero in quel lasso di tempo. Ma a cosa credere?

D’un tratto le balenarono nella testa dei fotogrammi. Frammenti di occhi. Azzurri. Gli stessi.

E vide il suo corpo risalire dalla nebbia. E un investigatore spiegare a una folla di attoniti astanti quanto fosse successo, come nella scena finale di Psycho, solo che là, a chiarire tutto, era stato uno psichiatra.

Allora signori, per capire quello che è avvenuto qui, vi dovrete mettere nei panni di un ragazzo solo. Orfano di madre e con un padre violento. E con una zia complice, ridotta in fin di vita dal fratello stesso, che l’ha resa di cervello menomata. Ma quel ragazzo cresce, e si vendica. Uccide padre e zia, e seppellisce i loro corpi in cantina, dando ad intendere che essi siano andati a vivere al mare, in una casa di loro proprietà. La famiglia non ha mai avuto grandi frequentazioni, la gente ci crede. Ma il ragazzo si sente solo, e inizia a ricercare compagnia femminile. Le ragazze all’inizio sono lusingate, perché è gentile e di bell’aspetto. Ma poi notano in lui delle stranezze, e ne hanno paura. Lo lasciano. Lui finge di accettare, ma poi si vendica. A una a una, le induce a tornare nella sua abitazione con una scusa. Si finge assente. In casa ci sono solo il padre e la zia, a sua detta. Ma lui li ha uccisi. Ed è qui che il piano diventa paradossalmente ancora più diabolico. Lui ha una passione segreta per i travestimenti, e con trucchi di un vero trasformista, alla “Tale e Quale Show” per chi voglia un esempio tangibile, ne assume le sembianze. Le ragazze si sentono al sicuro, perché non lo riconoscono, ma è sempre lui…

Stella strabuzzò gli occhi, non riuscendo a reggere l’orrore della sua stessa visione. E cercò di ricordare ogni minimo particolare. Poteva essere possibile quell’idea che la sua mente aveva appena partorito? Si concentrò sui particolari. È vero, padre e zia non erano mai stati presenti, tutte le volte che lei era stata in quella casa. Ma a che pro, quell’abominio? Gli occhi erano uguali: capita spesso fra membri di una stessa stirpe.

Stella visualizzava e inquadrava ogni particolare. La mano che aveva stretto poco prima, secca e legnosa, poteva essere quella di Augusto? E quella di Agostina, callosa e grassoccia? Pensa un particolare. Un neo, un segno sulla pelle che ti porti alla realtà…

Pensa a ragazze scomparse in questa zona… Ce ne sono state?

Poi tutto si annebbiò, e si sentì perduta.

Ma un po’ si sentì anche sollevata, perché avrebbe potuto essere come in quei giochi di ruolo che aveva visto alla tv. Chi ti circondava ti faceva credere cose che non esistevano, per poi rivelarti alla fine che era tutto un gioco. Una sorta di candid camera macabra, che ti aveva fatto vivere per un po’ come dentro a un incubo ma era perfettamente riuscita.

La sua immaginazione le aprì due ulteriori scenari, quasi in simultanea.

Marina e il suo fidanzato, che avevano mangiato la foglia e l’avevano seguita, e adesso stavano per entrare da quella porta a liberarla. Lo stesso poliziotto di prima, che con la sua flemma, metteva a parte il pubblico sulla sua fine.

Quando ha visto la mal parata, il pazzo è fuggito. La ragazza è rimasta ad agonizzare sul letto, ed è stata ritrovata un anno dopo da un agente immobiliare che intendeva mettere in vendita la proprietà. Poverina, è morta di stenti.

Le parole riecheggiavano a una velocità vorticosa. Stella non sapeva se fermarle e lottare, oppure arrendersi a quel destino che per lei sembrava già segnato.

Chi c’era al di là di quella porta? Cosa voleva da lei? E soprattutto, aveva una possibilità di salvarsi?

La sveglia suonò, puntuale alle sette, come tutte le mattine. C’era un treno da prendere per Milano e un esame di storia romana, che in passato non era andato bene, da ripetere.

Stella si sentiva ancora scombussolata dall’incubo che aveva appena avuto. Era sembrato così reale.

I sogni spesso celano un presentimento. O, in questo caso, un sentore di salvezza.

Una cosa era certa: quel sabato venturo, non sarebbe andata a casa di Augusto e il gioiello di sua nonna non avrebbe fatto ritorno. D’ora in poi avrebbe evitato i ragazzi in treno vestiti da dandy. E non importa se facevano sentire importanti.

 

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