A occhi chiusi di Claudia Ruscitti – Sezione D 2018

donna-picchiata-massacrata-2Era giunta in anticipo. Le piaceva guardare, senza essere notata, la gente che passava davanti alle vetrine del Caffè Buratti, una vera icona per la città. La folla scorreva mai uguale, sullo stesso palcoscenico di ombre e luci … a occhi chiusi. Era poca, infatti, la distanza che la separava da quell’andirivieni eccitato, assorto, talvolta disperato, solo il piano rialzato del locale e il sottile spessore del vetro, eppure era invisibile a tutti:lei e il suo ennesimo livido in pieno volto, che aveva tentato di camuffare con vari strati di trucco.

Era accaduto di nuovo. Si chiedeva ogni volta come faceva a uscirne ancora viva. Non erano solo le percosse, era qualcosa di più che la logorava intensamente, erano le sue parole umilianti, era la rabbia di cui le nutriva e che le ricadevano addosso come fango, luride e pesanti.

Lui le batteva la bocca, come se avesse voluto smorzarle ogni fiato, aspettava che sanguinasse e a quel punto si liberava del suo carico distruttivo in altre parti del suo corpo. Alla fine, esausto, si calmava e la lasciava a terra. Terminava di mangiare come se nulla fosse, mentre la bambina assisteva terrorizzata.

Guardò l’orologio. A breve Enzo sarebbe arrivato. Aveva scelto lei il luogo dell’incontro. C’era stata alcune volte con Laura e non era passato molto tempo dall’ultima. In quell’occasione aveva parlato più del solito del suo matrimonio sofferente.

“La vita è un cactus” le aveva detto affogando lentamente i suoi dispiaceri nella bibita che stava sorseggiando.

“E tu togli le spine!” aveva esclamato Laura nel tentativo di tirarla su di morale “Svegliati! Non lasciarti andare, pensa che non sei sola. Pensa a tua figlia”.

Aveva sorriso malinconica, annuendo, ma era rimasta prigioniera delle sue indecisioni, vinta dalla paura della libertà. Facile per Laura,lei un lavoro l’aveva: era la portalettere del quartiere. Aveva cercato tanto un’occupazione che la tenesse lontana da quella prigione che era diventata la sua casa, inutilmente. Ovunque andasse chiedevano esperienze che non aveva, e lei si sentiva sempre più abbattuta e infelice. Con Laura si vedevano ogni giorno, da quando l’amica aveva saputo. Di Enzo, però, non le aveva mai parlato. Lui rappresentava il “suo” sogno, e dei suoi sogni non parlava, per il timore che si trasformassero in evanescenti bolle di sapone e poi, a dire il vero, non ne aveva da molto, molto tempo.

Aveva imparato a stare in silenzio a lungo, ma non aveva dimenticato il canto che arrivava dal suo cuore, un lungo canto represso che parlava di speranza, di un futuro diverso, possibile. Ci credeva ancora. Voleva crederci. Un giorno si sarebbe lasciata alle spalle tutto il dolore, l’infinita pena di una esistenza senza senso. Si ricordava giovane sposa, con le mani piene di promesse, la prima volta che era entrata in quella casa, che avrebbe dovuto essere un rifugio accogliente. La nascita della bambina le aveva dato un nuovo impulso, ma le cose non erano migliorate, come si aspettava, anzi, lui era diventato ancor più intollerante e lontano, e lei aveva iniziato a desiderare qualcosa per sé, che le donasse ciò che fino a quel momento era stata una irragiungibile gioia di vivere.

Si iscrisse a un sito di incontri ed era stato in quel modo che aveva conosciuto Enzo.

Lei lentamente gli aveva rivelato la sua condizione e lui aveva mostrato di comprenderla. Si era creata una tale affinità di mente e cuore, che aspettava sempre con rinnovata gioia le loro conversazioni. Era piacevole parlargli, lui intuiva tutto, come se le leggesse nell’anima, e questo la rassicurava: era proprio l’uomo che che cercava.

Dopo alcuni mesi si erano incontrati. Le era subito piaciuto:bello, gentile, premuroso. Le aveva accarezzato l’anima pesta, promettendo che l’avrebbe presto portata via, poi l’aveva accompagnata nell’albergo più elegante della città.

Uno sconosciuto.

In altre circostanze si sarebbe data della folle, ma in quell’occasione le era sembrato tutto così normale. Era stata un’amante appassionata e per la prima volta era approdata a un piacere voluto e cercato, che nessuno le aveva fatto pesare.

Desiderava poco, solo un ritaglio di felicità, che le era stata negata. Sua figlia li avrebbe raggiunti a cose fatte. Lui avrebbe preso anche la bambina e di questo gli era profondamente grata. Le aveva persino fatto sapere che stava preparando una cameretta per Elena e per questo le aveva chiesto del denaro, in modo che alla bambina non dovesse mancare proprio nulla. Le sembrò una richiesta giusta, ma soldi suoi non ne aveva, i conti li portava il marito, così chiese a sua madre, approfittando del compleanno della piccola. Sua madre non avrebbe mai accettato la verità. Era così desiderosa di dare una svolta a una vita di sofferenza che non si era nemmeno posta il problema di quella bugia. Ricevuto il denaro, glielo aveva subito consegnato. Enzo le aveva detto che era stata proprio brava e che la bambina avrebbe avuto quanto di meglio ci potesse essere, poi era partito per un viaggio d’affari. Al suo ritorno l’avrebbe portata con sè.

Aveva aspettato quel giorno col cuore sollevato. Presto tutto sarebbe finito per lei e sua figlia. Non avrebbe più dovuto nascondersi o vergognarsi,o piangere d’infelicità e di rabbia. Immaginava la sua nuova esistenza fatta di rispetto, amore, condivisione. Elena non avrebbe avuto più incubi la notte, né si sarebbe più bagnata, finalmente con un vero papà. Sarebbe stata una bambina come le altre, presa solo dai suoi giochi.

Quel pomeriggio l’aveva condotta da sua madre, giustificandosi con una visita medica.Sua madre aveva fatto finta di non vedere i lividi, il volto tumefatto. Non voleva darle modo di lamentarsi. Anche lei aveva sopportato in silenzio la stessa brutalità, fino a che il padre era morto e con lui si era spento ogni desiderio di ricominciare una nuova vita. Era sorta, al suo posto, la più tenace diffidenza verso il nuovo. Una donna senza slanci, arida, assorta in un mondo suo, intorno a cui aveva innalzato una inespugnabile muraglia.

“In fondo è buono” le diceva la madre “sei tu che non sai prenderlo per il verso giusto”.

Sua madre sembrava essere diventata una insensibile sconosciuta, la violenza fa anche questo:a un certo punto ci si abitua e sembra che sia l’altro ad avere ragione, perché il torto è solo tuo, che provochi, che non ti comporti nel modo giusto.

Per anni aveva coltivato, come una pianta velenosa, quel senso di colpa, acuito dalle parole di lui.

“Vedi, vedi che cosa mi costringi a fare?” e adesso che sua figlia cresceva l’isolamento in cui viveva non poteva certo giovare alla sua bambina. Elena cresceva senza amicizie, spaventata.

Laura aveva ragione, doveva reagire per la sua piccola, sempre più silenziosa e triste, ma non era mai riuscita, nonostante i tanti buoni propositi. Se ne vergognava profondamente e,come sua madre da ragazza, aveva nascosto per molto tempo la realtà, anche a se stessa, dicendosi che tutto quello che accadeva non succedeva a lei.

“Soffro di vertigini, mi capita di svenire e cadendo batto la testa sugli spigoli” aveva dichiarato al medico dell’ospedale, a cui si era rivolta un giorno che credeva di morire.

Suo marito aveva voluto leggere il referto, sospettoso com’era, poi si era messo a ridere e l’aveva presa in giro: aveva una moglie che non stava in piedi. Gli aveva offerto, proprio lei, una degna copertura.

Pensare che l’aveva voluto a dispetto di ogni pettegolezzo. Era lui quello che desiderava accanto a sé. In verità ciò che soprattutto l’aveva spinta era stata la volontà di andar via di casa, stufa di suo padre e sua madre, perennemente discordi. Quante volte proprio Laura le aveva detto che era un uomo poco affidabile, a sentir quello che si diceva in giro. Il suo precedente matrimonio era fallito da anni per via delle sue mani pesanti, riferiva qualcuno, ma lei non aveva voluto sentir alcuna ragione.

Per colpa dell’attaccamento della sua prima moglie alla bottiglia, sosteneva lui. Bastava poco: la pasta non sufficientemente al dente, o il bicchiere non del tutto brillante, o semplicemente il rubinetto che gocciolava ed era lo scontro, in cui immancabilmente ricordava la moglie che l’aveva lasciato e scaricava tutto il livore sopito e mai cancellato sul suo corpo inerme. Avrebbe voluto diventare piccolissima, per potergli sfuggire, così si rannicchiava come poteva e incassava.

“Sei un ‘incapace. Sei come lei, maledetta!” urlava senza più controllo, nemmeno il pianto della bambina lo calmava.

Doveva proteggere sua figlia, Laura aveva ragione, non poteva lasciare che diventasse come lei, ostaggio di un uomo che magari solo un minuto prima le aveva giurato amore, per poi massacrarla di botte, fino alla sazietà, fino a che i pugni gli facevano male e si fosse stancato di prenderla a calci. Restava a terra, mentre la voce della piccola la chiamava tra i singhiozzi. Sua figlia doveva avere una vita sana, felice, con qualcuno che l’avrebbe amata veramente, cancellandosi così i brutti ricordi. Quanto sarebbe stato facile per lei, diversamente, essere avvicinata da un uomo che così tanto assomigliava a suo padre! Era una facile preda e la violenza si sarebbe ripetuta, all’infinito. L’idea di poterlo cambiare, di facerla, diversamente da sua madre, l’aveva sostenuta per anni, poi lentamente si era resa conto che non è mai così, nessuno cambia. In fondo era stata innamorata di lui. Col tempo l’affetto si era dissolto e nella loro casa era entrato solo tanto freddo e un’aria triste, posata come la polvere su ogni cosa e dentro le cose. Si sentiva già morta.

“Vuole ordinare ancora qualcosa?” la voce della cameriera diradò la nebbia dei pensieri. Vide che le indicava delle persone in piedi che stavano aspettando per sedersi. Guardò l’orologio. Lui era terribilmente in ritardo. Ordinò del tè, del tè caldo per prendere tempo e pensare al da farsi, lei che non aveva più avuto modo di agire, con la testa piena di farò, che annichilivano in un angolo della casa, ogni giorno. Compose il numero di Enzo tremando. Sentì il telefono squillare e ogni volta sperava che qualcuno le rispondesse, con voce gentile.

Nessuna risposta. Un imprevisto, un incidente, un ripensamento e fu il buio. Il vuoto della solitudine dilatò ogni sensazione. In bagno si guardò allo specchio,mentre le lacrime scendevano copiose, ma il suo viso era impassibile e quasi ne ebbe paura,poi si lavò a lungo. Sta per arrivare, è solo in ritardo, pensava. Era un uomo buono, diverso, solo non chiamava e la faceva stare in pensiero. Quando sarebbe arrivato glielo avrebbe detto e sicuramente l’avrebbe stretta tra le braccia affettuosamente per farsi perdonare.

Gli telefonò ancora:il telefono squillava a vuoto. Perché la trattava in quel modo? Che cosa era accaduto?

Ecco chi sei veramente, pensò, quando vide riflessa l’enorme macchia scura, ormai senza più gli strati di trucco, nello specchio.

Ora sì che sei sveglia e non tremi nel vederti.

Enzo non verrà, si disse, non verrà. Le parole la dilaniavano, togliendole il respiro. Telefonò ancora, e ancora. Nulla.

La cameriera le si avvicinò:

-Tutto bene signora?

Abbozzò un sorriso e annuì. Aveva notato sicuramente l’occhio tumefatto, dal momento che aveva tolto gli occhiali.

-Vado via-disse a mezza bocca, pagando le consumazioni.

Attraverso gli occhiali scuri riusciva a guardare la gente ai tavolini. Com’è fatta la felicità? Ha il volto di quella donna bionda che ride a ogni battuta, o si tratta di quella signora dai capelli candidi, che beve una cioccolata che le ha lasciato una riga spessa sul labbro superiore e non essendosene accorta la porta con noncuranza. Non riusciva a darsi una risposta,piuttosto sapeva molto bene che cosa non era felicità.

Sentì un brivido attraversarle la schiena quando fu all’aperto. Non era solo il freddo di quella sera particolamente rigida. Avrebbe voluto essere la ragazza stretta al suo uomo che le passava accanto senza guardarla. Dipendeva da lei, in fondo, cambiare in meglio la sua vita. A casa non sarebbe tornata, di questo era certa. Dal ponte l’acqua del fiume baluginava infiniti riflessi, che la invitavano come sirene nella notte. Sarebbe stata la cosa più facile, sarebbe bastato scendere alcuni gradini. Quante volte aveva pensato alla morte mentre lui la picchiava, a volte l’aveva proprio desiderata, poi il pensiero di Elena era prevalso. Enzo non sarebbe più venuto all’appuntamento, se lo ripeteva infinite volte, un pensiero che diventava una piaga che si allargava sempre più.

Difficile dirselo, ma Enzo l’aveva solo usata per il suo denaro. Ora capiva la sua gentilezza, la sua richiesta, il niente che era in lui. Enzo si era preso gioco di lei, era stato facile, lei ci aveva creduto, disperata com’era. Questo era stata la sua debolezza. Chiuse gli occhi e respirò a fondo. Il ponte iniziava a popolarsi di stanchi gabbiani, in cerca di un rifugio per la notte. Si sistemavano in riga senza litigare e diventavano molto numerosi.

Pensò che non sapeva nuotare e l’acqua gelida l’avrebbe trascinata via in pochi istanti. Era veramente questo che voleva?Farsi del male a che cosa sarebbe servito, e la sua bambina sarebbe stata nelle mani di un padre che non era un padre. Non era quella la soluzione. Strinse le mani a pugno nelle tasche e avanzò verso i gradini, senza più pensare. Inciampò su qualcosa di morbido. Una bambola di pezza, abbandonata nella polvere, le mostrava tutte le sue ferite, ma seppur lacerata in più punti le era rimasto un simpatico e tenero sorriso. La prese e se la mise tra il cappotto buono e il vestito, per scaldarla. Un po’ si sentiva così anche lei, come una bambola ferita e devastata. Una donna a cui era stata tolta la dignità, a cui era negato tutto, tranne la sofferenza.

-Vorrei parlarti di me-disse rivolta alla bambola- vorrei dirti perché non ho concluso mai nulla. Mi dicevano che non valevo niente, anche senza parlare, col buio negli occhi. Io ci ho creduto, per anni, e mi sono portata dietro il sangue rinsecchito sul viso, senza mai pensare di pulirlo. Ho teso le mani deboli alla fede, non sono riuscita ad averne conforto.

Ritornò sulla strada con la sua bambola stretta in petto, decisa ad affrontare la verità, a non nasconderla, a non negarla, anzi a dirla tutta, senza paura. E dire che ne aveva tanta, ma solo in quel modo sarebbe tornata a essere una persona, non più un mucchietto d’ossa da prendere a calci. Un piccolo, malconcio, ma sempre più determinato desiderio di cambiamento, di vita reclamava giustizia,lo gridava forte. Immaginava che non sarebbe stato facile, ma voleva provarci con tutte le sue forze e quel sogno di dignità e di liberazione nessuno poteva portarglielo via. Qualcosa sarebbe accaduto, qualcosa sarebbe cambiato, era inevitabile, ora che lei lo voleva. Aveva dormito un lungo sonno, in cui la disperazione colorava a fosche tinte ogni cosa. Non voleva più essere posseduta da un uomo che non l’amava, che non amava. Una donna non dovrebbe mai difendersi da chi ama. Il silenzio era terminato, di questo era sicura. Stringeva la bambola a sé, era come se una forza dilagasse in ogni parte del suo corpo, e le faceva dire basta: doveva esserci una fine e un nuovo inizio per lei e la bambina. Nessuno l’avrebbe fermata, tantomeno sua madre, sempre pronta a coprire tutto. Nessuno. Era tanta la rabbia che sentiva, per tutto quello che le era stato fatto, e tolto, che l’insicurezza si dissolveva come la nebbia del canale al mattino. Ora il suo sguardo era chiaro, la sua visione limpida.

Il lungo sonno era finito.

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