CRUMBS KNEES – GINOCCHIA IN BRICIOLE di Lila Ria – Sezione C 2018

donna-felice-vestita-di-biancoQuando andai a letto, una fitta lacerava il ginocchio destro. Una spina d’acciaio trafiggeva il tendine rotuleo, passando dall’altra parte. Avrei volevo gridare. O strapparmi via l’articolazione con le unghie.

Mi misi sul lato sinistro, quello del cuore. Mi rannicchiai in posizione fetale. Infilai un cuscino tra le ginocchia e lasciai che Morfeo mi rapisse.

Feci un sogno strano. Non uno di quei sogni a puntate, che ne sogni una parte stanotte, una fra tre sere. Un sogno unico ma destabilizzante.

È un sabato pomeriggio di sole. Sono appena uscita dal parrucchiere con le mie nuove meches bionde e sto tornando a casa per cambiarmi.

«Cerca di vestire bianco o colori chiari» mi aveva avvertito lo zio «anche la biancheria intima.» Non possiedo biancheria bianca. Abitualmente vesto con indumenti scuri e, in quest’occasione, opto per dei pantaloni della tuta color ghiaccio di mia sorella, una maglietta azzurro cielo di mia madre, scarpe da tennis beige e biancheria intima rosa. Questo è il massimo che posso concedere.
Perché vogliano vestiamo tutti con colori chiari, mi sembra una richiesta assurda, ma per una volta decido di mettere da parte i miei pregiudizi verso la medicina alternativa e di provare questa strada.

Prima che andassi dal parrucchiere, mio zio mi ha telefonato:
«Se vuoi, al centro dove vado, arriva un ragazzo brasiliano. Non so bene di cosa si tratti. Credo esponga la sua teoria curativa e poi ti guarisce dal dolore.»

Ho sempre diffidato di queste faccende alternative/magiche. Arriva però un momento della tua vita in cui sei stufa marcia di sentirti dire che «dovrai prendere analgesici tutta la vita». Quindi? Proviamo quest’altra via. Al massimo sarà l’ennesimo tentativo fallito. E poi non pago. Non è un cialtrone: lui lo fa per missione, non per soldi.
Mio zio mi ha raccontato che alcune sue compagne di corso sono state guarite da lui. Il guaritore viene solo una volta l’anno.

Saluto i miei famigliari e col mio straordinario abbigliamento salgo in macchina diretta verso l’autostrada.
Sono propositiva. Se non sei ben disposta queste cose non funzionano. E rido dentro di me.

Un anno fa non l’avresti mai fatto. Sì, sei proprio cambiata. Be positive!

Oltre i finestrini c’è il sole di Giugno. Dentro i finestrini c’è In Time dei R.E.M. Anzi, c’è solo una canzone: “Daysleeper”. Come se il tragitto da casa mia a Varese durasse solo tre minuti e quaranta.

Non c’è traffico. Forse, però, il fatto che non trovi l’abitazione dello zio al primo colpo doveva presagire il mio ritorno a casa. Ma io i segni non li leggo. Cioè, li leggo, ma ci tiro una bella riga sopra, la ripasso più volte, in modo da farli scomparire, come se non fossero mai esistiti.
Al terzo tentativo imbrocco la via giusta sulla destra. Lì c’è lo zio che mi fa cenni di saluto agitando le braccia nel cielo, simili ai segnali per gli aerei.

«Ciao bella! Fatto fatica a trovare la via?»

«No, no trovata subito» mento.
«Brava brava ti sei vestita di chiaro, vedo. »

«Certo, come mi avevi chiesto.»

«Allora entriamo. Viene anche Andrea con noi. Sta finendo di preparare i bambini, poi si veste e partiamo.»

Lo zio è un tipo fascinoso. Non è altissimo. Da qualche anno ha anche un accenno di gobba. Ma ha lo charme del brizzolato, gli occhi chiari e la fama di tombeur de femme.

Mi vuole un bene dell’anima. Anche mia cugina Andrea mi vuole molto bene. Ha otto anni più di me e, quando ero bambina, i miei genitori portavano me e mia sorella più piccola da lei la domenica pomeriggio e, chiuse in camera, giocavamo con i puffi, con i peluches, con le sue mille penne colorate. Ora che siamo grandi, Andrea è sposata e ha due bambini.

«Andrea… bambini… c’è Claudia» strilla mio zio da in fondo al vialetto.

I bimbi mi corrono incontro.

Mi vedono una volta all’anno. Eppure mi baciano e mi abbracciano come se fossi loro sorella.

Dopo avermi salutata mi chiedono:
«Ci metti il dvd?»

«Quale dvd?»

«Quello di Nemo.»

«Ma… devo vedere. Non so come funziona questo coso.»

«Io lo so» dice entusiasta Vinicio.

«Tu non lo tocchi» urla dall’altra stanza Andrea, venendo verso di noi.

«Ciao Cicci! Scusa il casino, ma Carlo non è ancora rientrato dal suo viaggio a Dubai.»

«È a Dubai? Con questo caldo?»
«Non è andato in vacanza. È là per lavoro. Quando gli dicono di andare, prende l’aereo e va. C’è l’aria condizionata ovunque, non soffre poi tanto.»

«Quando rientra?»

«Spero domani. I bambini sono iperattivi e mia suocera che fa tanto la disponibile, quando hai bisogno di una mano, non c’è mai. Ha detto che arriva tra poco.»
«Posso aiutarti?»
«Se mi dai una mano a vestire Sofia, mi cambio anch’io, e appena arriva la loro nonna andiamo.»
Sofia viene da me in mutandine e canottiera. Tiene i vestitini in mano. La prendo in braccio.

«Claudia…» mi guarda incuriosita coi suoi occhioni blu.
«Dimmi Sofi.»
«Ma tu li hai i peli?»
Mi sento un po’ in imbarazzo. Ho sempre detestato i peli. Avrei preferito nascere completamente glabra.

«Beh, sì. Li ho.»
«Anche la mamma li ha, sotto le ascelle. Li ho visti, quando si lavava.»

«Sotto le ascelle non li ho. Uso il rasoio.»
«E allora noi siamo gemelle di ascelle!» ride.
Finisco di vestirla e mi dà un bacio.
Andrea scoppia in una risata e fa partire il lettore. Va poi nell’altra stanza e torna in salotto da noi con indosso una maglietta salmone e dei pantaloni grigio antracite e lo zio la guarda con disappunto.

«Pà non rompere le balle! Il resto è a lavare. La biancheria è bianca, giuro.»

In quel momento entra la suocera, una distinta signora con i capelli nerissimi legati in una coda di cavallo, un tailleur estivo arancione e dei sandali con il tacco.
Bacia Andrea sulla guancia, appoggiandole una mano sulla spalla, mentre a metà dell’altro braccio sorregge una grossa borsa di stoffa, con i manici di plastica.
«Scusa l’ora Andrea, ma l’estetista era in ritardo.»

«L’importante è che sia arrivata signora.»

Salutiamo e prendiamo l’ascensore che conduce nei garage.

Avete l’ascensore che dall’appartamento va nei garage?» chiedo stupita.

«Sì Cicci. Pago le spese, no? E non lo uso mai. Ora ci sei te, lo usiamo» si giustifica Andrea.

Saliamo tutti e tre sulla Bmw dello zio. Partiamo.

«Ho un paio d’ore, non di più. Poi porto Vinny a una festa da un amichetto» precisa Andrea.

«Chiedo se Claudia può essere ricevuta per prima.»

«Sì, zio. Anche perché alle diciannove dovrei essere al Barbaresco per un aperitivo.»

«Facciamo il possibile. Non sono nemmeno le sedici.»

Lasciamo l’auto nel parcheggio.

Percorriamo una salita di ciottoli. C’è un piccolo edificio sulla sinistra. Un immenso prato verde. In fondo una specie di gazebo. Appartato.

Entriamo. Io e Andrea ci sediamo in ultima fila. Lo zio va alla ricerca di uno degli organizzatori, per chiedere se posso essere una delle privilegiate.

La piccola stanza è gremita di persone. Io sono la più giovane. Indossano tutti capi bianchi e un sorriso invasato. Andrea e io ci guardiamo perplesse.
«Tu credi siano fatti di Lexotan?»
«Non so dirti. Sembrano così strani. Come avessero aureole in testa e camminassero sui fiori. Guarda come si salutano tutti.»
«A me basta essere a casa tra due ore.»
«Massì tranquilla. Adesso arriverà.»
«Claudia, a cosa pensi?»
«A nulla. Sono aperta a una nuova esperienza.»
«Hai male al ginocchio?»
«Parecchio. Il destro.»
«Non so che dirti. Mio padre mi parla spesso di questo gruppo con cui fa yoga. Ora mi sembra un po’ strano la richiesta di un particolare abbigliamento, il non bere alcolici…»
«Come se l’essere vestita di bianco o di fuxia facesse la differenza.»
«Ormai siamo qui. Speriamo possa fare qualcosa per te.»

«Hai visto la vecchina in prima fila? Ha il bastone.»
«Secondo te? La guarirà?» ride.

«Se lei la guarisce, io riprendo a correre!» rido.

«Dai, stiamo serie. Altrimenti sembra che siamo qui a sfotterli.»
Una signora molto bella, vestita di bianco ci spiega che sulle mensole ai lati della stanza sono poggiati dei fogliettini e dei portapenne. Ognuno di noi deve compilarli con i propri dati anagrafici e dichiarare il motivo per cui si trova qui oggi.

«Io non lo compilo» esclama Andrea.

«Dai Andrea, sii collaborativa. Mica hai sempre mal di testa? Scrivi di quello no?» la esorta il padre.

«Però non metto il mio cognome.»
«Beh, nemmeno io lascio cognome e indirizzo mail al Maestro» dico per rassicurarla.

Nella scatoletta ovattata in cui mi sono inserita c’è un pspspsp continuo e sottovoce. Il semi-silenzio presente e l’accortezza posta nel fare i movimenti permettono alle mie orecchie di udire distintamente i “ting” delle penne riposte nelle tazze di porcellana.

Non appena tutti consegnano le schedine alla donna elegante, quest’ultima ci dice che il Maestro sta per arrivare. È fermo a Gazzada. Ci chiede di iniziare a stare in silenzio. Il silenzio si protrae per venti minuti.

Dalla porta entra un bel ragazzo di colore sui trent’anni, accompagnato da una longilinea ragazza brasiliana.

Il ragazzo con i capelli corti, una tee-shirt rossa, un paio di jeans e un sorriso grande è il Maestro.

La ragazza magra con la lunga veste e il turbante è la traduttrice.

«Così è questo il Maestro?» mi domanda Andrea.

«Beh, almeno non è uno di quei santoni con la tunica bianca e la barba lunga.»

Il Maestro brasiliano conosce pochissime parole in italiano. Esordisce con un «ciao!», ma per la mezz’ora seguente è un tennis tra lui e l’interprete.

Spiega che Dio è amore. Qualunque sia il Dio in cui crediamo. Dice che lui è un messaggero e guarisce, col potere conferitogli da Dio, le persone malate che hanno Fede.

Racconta che in Italia non può esercitare negli ospedali, perché la sua è medicina alternativa, non riconosciuta. Nel suo Paese, invece, può operare liberamente e ha una comunità di bambini disagiati. Chi vuole, potrà dare un’offerta al termine della propria prestazione.

Annuncia che oggi avrebbe guarito alcune persone pubblicamente e poi, singolarmente o in piccoli gruppi, gli altri.

Avrebbe ora letto alcuni brani del vangelo in portoghese. Si scusa perché non conosce la nostra lingua. Promette che per l’incontro dell’anno prossimo lo tradurrà in italiano.

Dal pubblico sale un applauso distinto ma gioioso.

Per mezz’ora, credo, legge il suo vangelo. A questo punto la donna al suo fianco è solo un’immagine muta. Non riesco a seguirlo. Non conosco il portoghese.

Cosa sta dicendo? Se anziché preghiere a Dio fossero insulti verso una massa di italiani creduloni?

La lettura termina.
Silenzio.
Si china.

Prende una veste bianca che qualcuno, precedentemente, doveva aver stirato e ripiegato sotto il suo tavolo.

La indossa.

Ingabbia per un minuto la faccia tra le mani.

La libera.

Ha un’espressione diversa. Non ha più il viso rassicurante di prima. I lineamenti sono duri.

«Per cooosa sieeete qui?»

Domanda una voce cupa. Cattiva. Che sembra uscire dal fondo di un tombino.

«Ma… ha cambiato voce?» chiedo ad Andrea.

«No, ma questo è scemo! Ci sta prendendo per il culo» s’infuria mia cugina.

Lo zio sorride.

«Mi sento strana.»

«A me gira la testa.»

Qualcuno risponde: «Siamo qui per guarire.»

«Cooosa? Piu’ fooorte!»

Allora tanti rispondono: «Siamo . Qui . Per . Guarire.»
«Beeene.»

Non capisco come mai prima parlasse normalmente, mentre ora, oltre a gridare, si trascina le lettere.

«No, Claudia. Io non ce la faccio. Sto male. Mi faccio venire a prendere da un’amica e vado a casa dai miei bimbi. Scusami.»

Lo zio siede al mio fianco. Io ho un leggero senso di nausea.

«Chiii ha maaale schieeena?»

Varie persone alzano il braccio. Ne sceglie una. Prende una sedia. Le chiede di sedersi.

«Tu hai mal di schiena da cinque anniii.»
«Sì, Maestro.»

«È successo dopo un brutto incidente in auuuto.»
«Certo maestro.»
«Piega te in avaaanti.»
La donna si piega a squadra, lui le pratica delle manipolazioni.

«Ma cosa fa? Credevo ti facesse fare stretching o delle posture, non che ti toccasse!»

«Dai bella, a te dico di non toccarti.»

«Non voglio che nessuno mi tocchi le ginocchia, ok zio?»

La traduttrice, che si è riappropriata del suo ruolo, dà al maestro un bicchiere con dell’acqua. Quest’ultimo ci intinge qualcosa e benedice la donna. Poi le fa risollevare la schiena.
Avrebbe sentito dolore ancora per un paio di giorni, durante i quali non doveva bere alcolici, astenersi dal fare sesso e sarebbe guarita.

Il pubblico la guarda estasiato.

La donna sorride, ringrazia, torna al suo posto.

«Chiii ha maaale teeesta?»

Una persona si incammina verso di lui.

«Nooo! Tu sieeedi. Io sceeelgo.»

E indica un’altra persona col braccio alzato, che felice gli va incontro.

La fa sedere.

«Tu hai maaaale testa da venti lunghi anni.»

«Sì, Maestro.»
Gli dice che lo ha maggiormente a sinistra e la Donna Cavia annuisce inebetita.

Le massaggia le tempie, la fronte, ci mette dell’acqua. Poi un composto. Un pezzo di garza con dello scotch.

Niente alcolici e niente sesso per due giorni e guarirai.

«Chiii ha maaale ooocchi?» s’informa portandosi un dito vicino all’occhio.

Sceglie un uomo seduto nella fila di sinistra, accanto alla mia. Non lo fa alzare.

Gli dice porti gli occhiali da sei anni, quest’occhio ci vede meno di quello e gli fa togliere gli occhiali.

La donna longilinea sorregge il contenitore con l’acqua.

Lui inizia a massaggiargli la palpebra dell’occhio più malato. Ci mette l’acqua. Continua a trastullare. Sempre con più foga la palpebra. E quello rimane immobile, a farsi massaggiare.

Lo stomaco e tutto il pranzo e il caffè e la brioche sono all’inizio della mia gola.

Mi giro verso la parete destra.

La signora anziana seduta di fianco a me chiede gentile:

«Ti fa impressione?»
«Sì, ho la nausea.»

Mi rigiro a sinistra. Quello continua. Massaggia gli occhi.

Non ce la faccio più.

«Esco zio. Mi viene da vomitare.»

Lo zio annuisce, mi sfiora il fianco.

Esco.

Aria.

Aria. Aria finalmente.

Che sta facendo quello?

Voglio andarmene a casa.

Un ragazzo magro, alto, biondo con i capelli lunghi che è in cortile, mi porta una sedia.

«Sembri turbata.»

«Non mi sento tanto bene.»

«Stai tranquilla, a volte capita.»

Resto con lui pochi minuti. Poi esce lo zio.

«Bella che hai?»

«Mi fanno impressione queste cose. Andiamo a casa?»

«Ho parlato con un signore là dentro. Aspetta cinque minuti. Poi il Maestro ti riceve, sei la prima.»

«Non voglio mi tocchi le ginocchia. Ho male anche solo se me le sfiorano.»

«No bella, ti prometto che non ti tocca.»

Tengo la testa tra le mani, la schiena curva in avanti, gli occhi sull’asfalto.

Cosa ci faccio io qui?

Aria.

Riesco a sentire l’aria. Finalmente.

Alle mie spalle, a poco a poco, arrivano un sacco di persone. La sala si sta svuotando.

L’Uomo Dell’occhio sorride. Ha un occhio bendato, come i pirati.

Esce anche il Maestro. Lo guardo fisso negli occhi.

Mi chiedo chi sia davvero.

Mi guarda. Intenso.

Una ragazza pressappoco della mia età mi si avvicina.

«Attraversiamo insieme il chiostro, sarai la prima paziente.»

«Io mi faccio vedere da lui, ma non voglio mi tocchi.»
«Stai tranquilla, ok?»

Attraversiamo il cortiletto ghiaioso. Salgo due scalini con lo zio. Entro in una stanza.

«Ora il Maestro ti guarisce. Hai Fede?»

«Sì. Non sono praticante, ma ho Fede.»
«Brava, allora stai tranquilla. Sei un po’ agitata. Stai tremando.»

«Ho paura.»

«Paura? E di che? Non ti accadrà nulla» sorride.

Nella stanza ci sono due lettini gemelli con lenzuola bianche. Ognuno ha un guanciale bianco. Guanciale e lenzuolo sono coperti da una striscia di carta bianca, come dal medico.

«Togli le scarpe. E i pantaloni. Ora arriva.»

Mi spoglio.

Il cuore batte forte.

Arriva un’altra ragazza.

«Come ti chiami?»
«Claudia.»
«Quanti anni hai?»
«Ventisette.»

«Sembri agitata. Stai tranquilla, apri il tuo cuore.»

«Io ho un problema alle ginocchia: non voglio…»
«Shhh. Il Maestro sa già tutto. Ti ha già vista nella saletta, non devi dire nulla.»

Sono sdraiata. Le braccia distese lungo i fianchi. Il cuore sbatte contro al torace legato da una molla impazzita.

Il maestro arriva. Ora è sopra i miei occhi.

«Ciaaao.»

«Salve.»

Mi prende il naso tra indice e medio piegati, come si fa con i bambini, e sorride.

«Seeei troooppo agitaaata.»

«Sì, lo sono.»
«Quaaale ti faa piu maaale?»
«Il destro.»

«Stai tranquilla» ripetono le due ragazze.

Più le ragazze mi esortano a stare tranquilla, più io mi agito.
Mi appoggiano un asciugamano sul viso.

Il Maestro mi tocca il ginocchio. Un mio riflesso incondizionato gli sposta la mano.
«Lasciati guarire» insistono le ragazze.

Mi tasta un po’ il ginocchio, più delicatamente. La rotula, ai lati. Ci butta sopra qualcosa di umido. Poi mi massaggia con qualcosa di più compatto. Ci mette una garza, dello scotch.

Mi levano il telo dagli occhi.

«Il Maestro ti ha operato. Ora non camminare per due giorni, al terzo levi la garzina e sarai guarita. Rivestiti, lentamente.»

Sono stufa marcia di questa pantomima.

Mi rimetto i pantaloni, le scarpe.

«Alzati piano. Fatti aiutare a camminare.»

Chiedo allo zio una mano.

«Ora ti ha guarito il destro. Se vuoi, tra un mesetto vieni a Milano: ti guarirà anche il sinistro.»

Non dico nulla. Voglio uscire.

Al di là dei gradini, persone sconosciute guardano me, La Miracolata.

«Come stai?» / «ti ha guarita?» / «come va il ginocchio?»

Ma chi siete voi? Chi vi conosce?

«Dai bella, andiamo alla macchina.»
Il Pirata con un bimbo seduto sulla spalla, mi guarda sorridendo.

Se mi guardassi da fuori credo vedrei una ragazza scazzata, con lo sguardo inebetito, quasi assente.

Mi sento confusa.

Non capisco dove mi trovo.

Non riesco a essere lucida.

È come se un vortice mi stesse risucchiando.

Ero sudata.

Mi passai una mano tra i capelli, per dare sollievo alla fronte. Volevo un bicchiere d’acqua. Scesi dal letto. Appoggiai i piedi nudi sul marmo. Feci dieci passi. Aprii la porta. Uscii dalla stanza. Aprii la porta del corridoio. Andai in cucina. Sette passi. La luce del frigo mi accecò. Bevvi dal collo della bottiglia.

Uscii dalla cucina, girai a destra, in bagno. Lasciai la porta aperta. Poggiai i glutei sull’asse, i gomiti sulle ginocchia. Mentre urinavo, mi sfregai gli occhi. Guardai le ginocchia.

Guardai il ginocchio destro: c’era sopra un cerotto bianco quadrato di carta.

E questo? Quando l’avevo messo?

53 commenti Aggiungi il tuo

  1. Federica ha detto:

    Racconto scorrevole e mai tedioso, avrei voluto fosse il primo capitolo di un romanzo, da proseguire nella lettura. Brava Ila

    "Mi piace"

  2. Fabio Gusmaroli ha detto:

    Ottimo racconto Ila! Fabio

    "Mi piace"

  3. Ivo Stelluti ha detto:

    Racconto stupendo…ricco di suspense! ti tiene incollato fino alla fine… descrivi come sempre il dolore in maniera magistrale e attenta a non cadere nel banale… A quando la pubblicazione del romanzo?
    Ivo

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...