Davide Rocco Colacrai – Sezione B 2018

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La memoria di ogni uomo (dedicata a Leonida)

 Il tempo cura le ferite, non le guarisce, e una struggente rassegnazione
tiene a bada il dolore che infligge il ricordo lontano,
e in un’amara delizia mi appare ogni volta a riaprire le ferite[1]

Ricordo il suo incedere, preciso e in equilibrio, deciso,
quasi attraversasse le stagioni tutte d’un fiato,
un galoppare come il vento, senza redini e paure, leggero,
nel tascapane un solo ricordo,
le mani vuote,
il profilo di una rosa che si è spogliata delle sue spine,
nuda di rugiada,
e il suo nome,
di cui sapeva poco o niente

ricordo il silenzio che portava addosso
mentre guardava in alto, nel cielo, quasi cercasse qualcosa,
o qualcuno,
l’attesa che forse la vita principiasse,
la parola inesistente,
i più impalpabili rumori a definire i giorni,
negli occhi la solitudine di chi ha avuto per amico
solo un cuscino,
e l’orizzonte,
di cui non conosceva l’inizio

ricordo che lasciava conciliarsi dal mare,
le ombre lontane,
la cadenza di un ritorno

la sorte stretta forte nel cuore,
la quiete del disincanto,
il coraggio della notte

il suo essere donna in un gesto

e tutto a formare un’eucaristia d’amore con il ventre madre.

 

La porta di Anna

E così fa lei, quando da singole situazioni
Riesce a ricavare i caratteri universali,
Che poi, rivestiti di nomi e fati differenti,
S’insinuano attraverso i sensi fino alle nostre menti[2]

Anna aveva ombre che le dilatavano
il cuore, gli spremevano fuori forme, indefinite
come la verità, a impastare, dolcemente,
la solitudine del giorno, che descriveva un peso,
nudo come la pioggia, e sincero, al mondo:
il lievito d’amore concentrato dove la notte si mostrava
più malinconica, e i soliloqui fiorivano
come azalee.

Anna consolava Dio nel suo essere enorme,
dentro, come l’orizzonte, e profondo,
un seme incorniciato dall’oscurità, quasi
da un’assenza, che si apriva in una stella cometa
per imboccare quelle rifrazioni
di preghiera, che nessuno, neanche i padri,
osava cogliere: erano passatempi abitati da sogni, caldi
come le caldarroste, e decisi.

Anna amava poco le parole, e meno
le intenzioni, preferiva gli spazi senza nomi, le intuizioni
lontane dal dolore, e quei silenzi
che l’avvicinavano al cielo, almeno un po’.

Anna era un turbinio d’amore, l’accordo
di un limitare, senza attese, la porta davanti alle acrobazie complete, e mai ferme, della vita.

The Ellen Foster[3]Seasons
Dicono che ho la fede del mare,
di un dolore appostato in fondo al cuore
dove ha esordito per l’ultima volta mia madre
prima dell’approdo,
ho imparato in fretta la vita,
il silenzio delle ore all’imbrunire, la precisione dell’attesa
davanti alle finestre di casa non mie,
ho capito quanto pesa una desiderio,
e che credere, in qualunque cosa, dà al mio cuore
quello che il pane dà al mio corpo
per vincere la solitudine
quando stringo il capezzolo della terra
e mordo il mio urlo.

Dicono che porto addosso l’odore della zagara,
di una lontananza che ricorda l’arcobaleno
in un amore che si completa,
sarà che ho nel mio tascapane,
piegati nel fazzoletto in cui preme ancora
il ricordo di mia madre,
i miei sogni, ognuno torto a pugno,
a conferma della promessa di una primavera
che non si stanca di rinnovarsi,
neanche quando l’insegna che trafigge il cuscino cambia.

Ho sempre amato il Natale,
il vischio,
la luna d’inverno,
la mezzanotte che partorisce dalla tradizione di una lacrima il perdono,
e il perdono stesso quando accoglie la mia ombra.

Dicono, e continuano a dire, ma nessuno ancora ha detto il mio dire.

 

Un’Anna tra le altre

Le tremano appena le mani,
quando tenta di dare vita ad un’istantanea
o coniugare un’emozione sul cellulare, a mia madre,
quasi portassero addosso quegli anni,
amari e mai assolti,
più sopportabili al presente,
di quando lavorava nei campi, un’Anna tra altre,
la terra tra le dita ad amalgamare una risposta, forse una speranza,
e i sogni a scottarsi al cuore

nel gesto lento e misurato
di mettersi un’onda di capelli dietro l’orecchio,
quasi sempre per abitudine,
inavvertitamente,
c’è tutto il silenzio del mare
di quando lavava, nudo, il sudore dal solco tra l’incavo della pelle
che segnava il passaggio,
più prima che dopo,
da bambina a madre

madre del padre, e dei fratelli,
e dei frutti delle stagioni

senza essere stata anche lei donna.

Qualche volta parla da sola, mia madre,
scopro le labbra, leggere come un pensiero,
che quasi soffiano ricordi,
o forse preghiere,
o cercano ancora oggi la loro canzone
tra le mille che la distanziano
dalla sua Puglia.

Solo alla pioggia si concede veramente, mia madre,
può piangere e fare finta di ridere.

 

Eva ha due papà

È un istmo che salda due sogni d’uomo, Eva,
in un’ora d’acqua
indefinita come l’orizzonte,
nel suo aver bucato la parentesi di due vite in un cuore
e aver smosso zolle di preghiere
-terra dopo terra
sangue a sangue-
a forgiare molliche di carne in un corpo di donna,
dove l’ambra di un’alba esilia l’ombra
al nutrirsi instancabile di due api
della polpa che i grappoli penduli di un glicine
portano in grembo.

È il nome che si compie, Eva,
in una perfetta simmetria d’amore
dove tutte le variabili di due uomini combaciano,
nel suo aver tracciato la spuma congiunta di un’esistenza
e aver destato le lancette di un brivido
-cielo dopo cielo
miele a miele-
a liberare la radice di due semi in una nuvola d’argilla,
dove il vento accorda la sua voce d’arpa
al germogliare instancabile dei colori di Dio
che tingono il corpo al buio
di una notte d’airone.

È l’approdo di una magia esausta di silenzio e attesa, Eva,
morbido di rugiada
dall’odore della neve.

 

[1] Leonida, Nada Malanima, Ed. Atlantide

[2] Versi del poeta inglese sir John Davis

[3] In inglese, la parola foster può riferirsi non solo ad un cognome, peraltro molto diffuso, ma anche alla c.d. foster family, cioè la famiglia di adozione.

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