Elie di Andrea Ferazzoli – Sezione D 2018

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“La prima volta che scappai di casa avevo sedici anni. E fu anche la volta del primo ceffone. Ero così stanca di nascondermi, di cercare scuse, di mentire”.

Eccola, Elie, col passo dei suoi tacchi decisi sul marciapiede, con la sigaretta accesa tra le dita, col sorriso amaro tra i lineamenti marcati del volto.

A chi si rivolgesse non lo si poteva certo immaginare, solitaria tra i viali notturni della città, di ritorno a casa.

Eccola, dunque, truccata con tratto deciso, alta e con i capelli lisci di color nero; una bella donna di trentacinque anni, dalle forme sinuose e sensuali.

Camminava quel marciapiede accompagnata dal dolore felice della propria storia, dalla soddisfazione sofferta della propria conquista, dalla rabbia tenera della propria tenacia.

“Sedici anni, già! Quanto cazzo di tempo è passato …” – a testa china, come se ripercorresse a rallentatore le tappe del suo passato remoto, ché la strada, poi, era tutta dritta e lei la conosceva a memoria.

I lampioni le illuminavano il viso di luce fioca, di tanto in tanto, non appena vi transitava sotto, superandoli; e poi la penombra, come era solito accadere nella sua vita: un amore, la felicità, e poi il buio, la sofferenza, a fasi alterne, tra lacrime, incomprensioni, abbandoni, urla, litigi e notti insonni.

“Il primo ceffone non si scorda mai!” – scoppiando in una risata fragorosa che echeggiò nel desolato parco circostante.

Camminava, Elie.

L’ora tarda non le faceva più paura; chi mai avrebbe potuto farle ancor più male? Chi graffiarle ancora quel cuore aspro di sentimenti e violato di sogni.

Era bella, Elie.

Dolce, Elie.

Corrado aveva lasciato il posto a quella donna, a quella femminilità innata che sempre – finché poté – aveva custodito segretamente nell’animo.

Lo aveva compreso quasi subito, non appena ebbe la coscienza della sua diversità: nei giochi, a scuola, nei dubbi ricorrenti, nelle attrazioni costanti verso il suo stesso sesso, nelle sue fantasie erotiche; e poi, a seguire – corollario impietoso – le offese masticate, la derisione e la vergogna pubblica.

Eh no!, Elie non poteva sopportarlo, e la prima volta che scappò fu a sedici anni.

La seconda a diciotto, per non voltarsi più.

Mai più indietro, niente più abusi – ché non sono per forza corporei -, nessuna violenza ancora.

“Ma come cazzo ti vesti?!” – le aveva gridato quel padre che lo voleva Corrado ad ogni costo; lui che, per l’ennesima volta, le infrangeva senza compassione tutti i sogni colorati della sua grigia esistenza.

E lei, satura di incomprensione e fiduciosa di amore, gli aveva risposto di farsi i cazzi suoi, che lei era felice con quella nuance di rossetto e con quel velo di matita sugli occhi.

Poi il ceffone, il secondo.

E la fuga, quella vera.

Elie andò nella sua camera e riempì la borsa della palestra – unica valigia di vita povera – dei suoi pochi indumenti intimi, di un diario, di un paio di jeans, di quei trucchi e di tutte le speranze di una vita migliore; una vita che le regalasse la felicità di un sogno nuovo, di un amore che la facesse sentire speciale e perfetta così, proprio com’era.

La madre bussò alla porta, ed entrando: “Corrado, dove te ne vai?” – al figlio che dà più pensieri gli si dedicano più pensieri.

“Non la so, . Non posso più, non ce la faccio più!” – Corrado si voltò, distrutto, impaurito, terrorizzato da ciò che sarebbe stato, che sarebbe accaduto.

La donna – con le lacrime che versava dagli occhi, nel tentativo di asciugarle col canovaccio da cucina legato in vita – l’abbracciò stretto: “Non ti ammalare, riguardati”.

Sapeva, eccome se sapeva!: l’aveva partorito, l’aveva sfamato, l’aveva stretto ai propri seni, l’aveva osservato di nascosto; sapeva tutto, e l’avrebbe sostenuto e protetto contro chiunque, anche nel silenzio cui era costretta, contro quelle convenzioni che – sì! – adesso taccava proprio a lei ingoiare, insieme alla sua rabbia o alla voglia di gridare al mondo che quel figlio era splendido così.

L’abbracciava forte, lo stringeva al petto, e poi ancora, e poi di nuovo finché non si irrigidì, in un lampo, in un attimo fulmineo che giunse come uno spada che trafigge, impietosa, cuori fragili.

La donna lo strinse sulle braccia, all’altezza dei gomiti, lo serrò, lo scosse e con tutta la forza che poté: “Promettimi di non tornare, promettimi che sarai felice! Non tornare qua! Pensa a te e alla tua felicità. Non fare la fine mia!”.

“Ho paura, …” – ma Corrado non fece in tempo a terminare che fu distratto dal gesto inaspettato di quella madre.

La donna, infatti, tirò fuori dai suoi seni un gomitolo di soldi – ben custoditi nel petto -, i risparmi di una vita, come presagisse che sarebbero occorsi, utili, a quel figlio.

Glieli consegnò e si strinsero le mani, da cuore a cuore.

“Non devi tornare! Mi hai capito?! Prometti!” – la donna glielo gridò soffocata, digrignando i denti.

Ella, poi, non resse al singhiozzo convulso e scappò in bagno, con la mano destra sulla bocca, a rendere muto quel dolore.

Oh, bellaaaaa!” – un grido si levò improvvisamente da un motorino in corsa che quasi la sfiorò sul marciapiede.

“Grazie, amore!” – Elie rispose all’uomo, gridando, sulla scia di quel rombo dissonante con la notte quieta intorno.

“Ti piacerebbe, eh?” – disse lei, persa nelle sue riflessioni, ad alta voce, mentre rientrava a casa.

“Eh, lo so! Me la ricordo bene la prima volta”, – gettando la sigaretta nel parco, al ritmo alterno dei suoi tacchi al suolo e con le braccia, ora, conserte – “quanti anni avrò avuto? Venti, forse. Che bello, che baci! Che notte …” – riprese nostalgica – “e poi? Finito. Tutto finito. In un lampo, tutto andato. Lo scambiai per amore, certo. Che potevo saperne? Sposato?! Io l’amavo e lui era sposato” – di nuovo una risata amara ad irrompere nella quiete di quella notte primaverile.

“Una scopata, ecco: uno svago, un sfizio, un gioco nuovo. Che cazzo ne potevo sapere, io, della vita? Chi l’aveva mai vista una città così grande? Tutti gli uomini mi sembrava potessero proteggermi, accudirmi, amarmi. Che stupida! Una scopata e via, avrei dovuto capirlo. E invece mi innamoravo, incantata da quell’armatura di principe che volevo vedere, che desideravo disperatamente” – Elie fece un repentino gesto col capo per scansare davanti gli occhi i suoi lunghi capelli neri.

“ <Amore, sei bellissima; quanto mi piaci?! Ti amo!>, subito prima dell’orgasmo, ed io che ci cascavo tutte le volte, che godevo con loro, che immaginavo una vita da trascorrere insieme, a poggiare il capo di notte sul loro petto. Ma vaffanculo, va!”.

Camminava, Elie, sola, col suo coraggio, col dolore della sua storia, con l’amore riposto nel cassetto, offesa di ipocrisia.

I grilli iniziavano a cantare, l’aria era limpida e fresca; aveva fretta di arrivare, Elie.

Ma dove? E perché?

Il leggero trench di color nero le cingeva la vita sottile e le arrivava fin sulle ginocchia, a coprirle la minigonna, e si vedevano solo le calze.

Elie aveva lasciato tutto, dimenticato le sue origini, dissolto le offese, le ingiurie; voleva vivere, emozionarsi distesa sulla sabbia del mare a contar stelle, baciare felice labbra sincere, fare l’amore al chiaro della luna.

Non era stato facile, certo: il percorso, le terapie, la transizione, gli ostacoli burocratici, la diffidenza.

E la solitudine.

Giunta in città le si era posto il problema dei soldi, della vita da vivere, del cibo da mangiare, del letto in cui dormire, della casa in cui abitare.

Imparò subito a comprendere – nella nuova e grande città, distante così tanti chilometri dal suo paese – che non avrebbe potuto vivere di soli sogni, che avrebbe dovuto imparare un mestiere che la sfamasse.

Un corso di formazione, ecco.

L’occasione della vita, l’opportunità che un’amministrazione pubblica le offriva gratuitamente, senza pagare nulla, senza sborsare denaro, ché già ne aveva così poco: “Corso di formazione per estetisti e make up artistico”, il corso cui decise di iscriversi, ripromettendosi di terminarlo nei sei mesi previsti.

Certo, un corso base, un primo approccio alla materia, ma di certo utilissimo per farsi largo nell’inflazionato settore che sembrava – all’epoca – andasse di gran moda nella città del nord Italia dove si era trasferita.

Il sogno di Elie che diveniva realtà, le sue aspirazioni di lavorare nel settore della moda, del teatro, in qualche centro estetico in voga dove farsi fotografare insieme a personaggi famosi truccati da lei stessa.

Iniziò a frequentare quotidianamente le sue lezioni pomeridiane, a studiare, ad impegnarsi in quel futuro professionale; lei – alla soglia dei vent’anni – prese il titolo con il massimo dei voti e iniziò da subito a lavorare presso un centro estetico in città, felice che non gli sembrava esser possibile, tanto che, dopo i molti anni trascorsi, ci lavorava ancora.

Quel cuore – a metà strada tra lui e lei – si aprì alla bellezza, si nutrì di leggerezza, oltrepassò i rimproveri, i veti e la morale; si svelò innanzi i suoi occhi un mondo in cui gli sembrò del tutto naturale mettere un ombra di fard e un tocco di rossetto.

Anzi, ad un certo punto, gli sembrò addirittura di anticipare – o, comunque – di cavalcare l’onda di quelle mode che imperavano all’estero – Londra, Parigi, New York – secondo le quali l’ambiguità sessuale la faceva da padrona, diveniva sinonimo di avanguardia, di divertimento, di cool e di tendenze internazionali; miti musicali, cinematografici e teatrali sembravano irrompere attraverso i media infrangendo i cliché di canoniche appartenenze sessuali.

Il resto giunse con naturalezza e consapevolezza: i trattamenti estetici, le terapie ormonali, il fiorire dei seni, le sinuosità del suo corpo; poco alla volta, piano, e col sostegno delle strutture di riferimento: psicologi, distretti sanitari, circoli.

In poco tempo Elie divenne la preferita dalle signore bene della città; la più richiesta per maquillage e trucchi da sera.

Divenne la gioia che trasformò il suo dolore in forza, l’ebrezza di una vita normale, come quella che sognava mentre – nella pausa pranzo, nel retro del negozio – mangiava da sola quel panino che le consentiva di accantonare il denaro per il suo ulteriore futuro, ché mica era finita lì.

Amata dalla sua titolare, stimata dalle sue colleghe; tutte tranne una, che non le risparmiava invidia e sarcasmo.

“Adesso la voglio proprio vedere!” – proseguendo lungo il marciapiede, quasi in dirittura di arrivo a casa – “<Ah, non puoi proprio capire, oggi ho il ciclo …>, <Certo che noi donne quando ci innamoriamo sogniamo ad occhi aperti…>, <Tipico di noi donne …>” – Elie la mimava nelle movenze e distorcendone la voce stridula.

“Certo! Perché per lei essere donna significa avere il ciclo! E perché no, magari anche e soltanto avere un figlio? Che stronza. Manco lo immagina quanto mi abbia ferito, umiliato”.

Ed ancora, con voce più tenue: “Come se essere donna dipendesse da un uomo, come se dovessimo metterci alla prova davanti ad un Padreterno! Dio mi ama come sono, ecco! Lo so che mi vuole bene, che mi protegge. Che male avrei fatto? Desiderare di essere amata, e allora? E’ peccato? No. E quando lo prego lui mi ascolta, mi ama davvero” – Elie si lisciò con la mano destra nuovamente i suoi splendidi capelli – “che poi … se non avessi lui, chi mi rimarrebbe?” – disse con un filo di voce.

La donna giunse innanzi il portone del suo condominio, prese la borsa tra le mani e tirò fuori le chiavi; aprì il portone e salì in ascensore fino al suo secondo piano; doveva essere davvero stanca: tutto il giorno in piedi a lavorare, fino alle dieci di sera.

Psssssss!” – si sentì chiamare non appena aperta la porta di casa.

Elie si voltò al Signor Ennio.

“Buonasera, signor Ennio. Come sta?” – disse a lui, che faceva capolino dallo spiraglio aperto della propria abitazione.

“Aspetta, ho una cosa per te” – le disse l’uomo, sussurrando.

Il signor Ennio – pensionato, vedovo settantenne, dal buon cuore e nonno felice – rientrò in casa e riapparve sull’uscio trascorsi pochi istanti, con un piatto di insalata di riso pronta per esser mangiata: “Poi, con calma, mi riporti il piatto. Sono sere che ti sento rientrare tardi. Mangia e vai a letto a dormire”.

Gliela porse come un padre che ha premura che la propria figlia si nutra dopo le fatiche del giorno; quella premura che Elie non assaporò dal suo, di padre.

“Grazie, Ennio. Lei è troppo gentile” – col sorriso della riconoscenza.

“Buonanotte! E a presto” – concluse lui, socchiudendo quell’uscio col garbo di altri tempi.

“Notte e grazie” – sussurrò Elie, che si affrettò a fare ingresso in casa, col piatto in mano.

Lei – che giunse in quel condominio già come Elie – non si domandò neppure se quell’uomo sapesse, se sapesse davvero a chi stesse porgendo il piatto; ma che importanza avrebbe avuto? Cosa sarebbe potuto cambiare? L’anziano avrebbe, forse, bruscamente, ripreso dalla sue mani la pietanza? L’avrebbe insultata o guardata con disprezzo? Elie non lo credette possibile e pensò, infatti, che il gesto di Ennio volesse giungere nel suo cuore e non indagare circa i suoi dati anagrafici.

Ella spalancò le finestre alla sera, alla notte, e sedette a mangiare il riso, buonissimo, che il vicino le aveva donato con amore e gentilezza.

Fece un ampio respiro, sciolse il diaframma ed espirò fiduciosa, rilassandosi.

“Non mi sembra vero!” – esclamò seduta a tavola, da sola, lei e la luna.

Una volta consumato il pasto si avviò nella sua stanza, si sdraiò sul letto matrimoniale – che nessuna memoria custodiva di amori e felicità – e compose il numero:

“Pronto, …” – distesa su un fianco.

“Tesoro mio!” – all’altro capo della cornetta.

“Come stai?”.

“Bene, e tu? sei rientrata?” – la madre, con chissà quanta forza nell’immaginarla donna.

“Eh, si. Ho lavorato tanto”.

“Hai mangiato?”.

“Si, il vicino mi ha fatto trovare la cena”.

“Che brav’uomo”.

“Lui come sta?” – chiese Elie.

“Sta bene, un po’ meglio”.

“Sicura?”.

“Si, si”.

Elie non aveva smesso di pensare a quel padre che da qualche anno aveva iniziato a non stare più bene come un volta: “una lieve depressione”, disse il medico, ma tanto blanda, quella tristezza, non doveva poi essere, visto che l’uomo non sorrideva più da tempo.

La ragazza ne aveva il pensiero costante – il rimorso, il senso di colpa, il dubbio che tutto dipendesse da quel loro rapporto abortito – e nonostante non si vedessero da anni – al contrario della madre che, almeno un paio di volte l’anno, prendeva il treno e la raggiungeva in città – voleva essere aggiornata sul suo stato di salute.

“Ma ti chiede?”.

“No. Lo sai come è fatto”.

Lo cercava, Elie, lo desiderava, ne avvertiva la mancanza specialmente ora che avrebbe avuto bisogno di sostegno e coraggio.

“Ma magari … se scendo…”.

“Elie”, – e si ripeté come quel giorno lontano –“pensa a te, non guardare indietro, non tornare, pensa alla tua vita e alla tua felicità”.

“Mi piacerebbe solo …”.

“Figlia mia, è il massimo che abbia saputo fare, perdonalo e vai avanti, a lui penserò io”.

“E a te chi ci pensa, ?”.

“Io basta che so che sei felice, ecco chi ci pensa” – il profondo amore che legava le due donne – di quella madre, e di quella figlia – viaggiava lungo le frequenze di quel telefono attraversando tutto il cielo stellato della notte.

“Dimmi, è tutto pronto?” – chiese la madre.

“Tutto”.

“Che hai?” – domandò ancora, allarmata un poco dal tono di voce dimesso di Elie – “non sei felice?”.

“Sono felicissima, ; troppo felice, emozionata”.

“La valigia è pronta?”.

“Si” – ed Elie si voltò ai piedi del letto dove, in effetti, quella bellissima valigia color madreperla traboccava di vestiario e beauty che avrebbe riordinato per bene al mattino, prima di partire.

“Tu lo sai che devi essere forte?”.

“Si, ”.

“E lo sai che poi devi festeggiare, che devi fare una cena bellissima con tutti gli amici e le colleghe di lavoro?”.

“Si! Hai ragione, !”, – sorrise, Elie, immaginandosi di ritorno dal viaggio ed elegantissima a quella cena – “farò una bella festa con caviale e champagne!” – le giunse nuovamente l’entusiasmo che diluì la lieve malinconia degli istanti trascorsi.

Weeeee! E chi paga!? Ahahahahah!” – sorrise, la donna, al telefono.

“Tutto a mie spese, ! Offre tutto la casa!”.

Si salutarono felici, con la promessa di aggiornarsi non appena la figlia sarebbe giunta a destinazione.

Elie verificò nuovamente che tutto fosse in valigia, che non mancasse nulla; si struccò il volto, si lavò i denti e si coricò, fiduciosa che tutto sarebbe andato per il meglio.

Le avevano detto dalla clinica che la degenza sarebbe stata delicata e lunga.

Ma Elie non aveva paura, anzi, non vedeva l’ora, sorrideva di gioia, a letto, appena spenta l’abatjour; iniziò a fantasticare su come sarebbe stato, su come avrebbe reagito il suo corpo, su come si sarebbe sentita lei una volta sepolto per sempre Corrado.

Pensava, emozionata in quel letto, a quell’uomo che aveva scelto un corpo sbagliato, a quel bambino estraneo cui non avrebbe mai smesso di voler bene, a quell’anima incolpevole di aver occupato un cuore altrove, a quel ragazzo che avrebbe voluto procreare da madre, e non da padre.

E, poi, ancora, a Parigi, la meta dei suoi sogni; avrebbe lavorato in pieno centro, pranzato nei bistrot, passeggiato lungo la Senna, cenato nei più eleganti ristoranti della città.

Aveva messo i soldi da parte – panino dopo panino -, aveva centellinato le spese e ridotto i consumi; avrebbe lasciato la casa, salutato il signor Ennio, abbracciato le colleghe e avrebbe trovato l’amore dall’accento francese e si sarebbero amati, felici.

E, finalmente, avrebbe gridato al mondo che – sì!- lei era una donna.

Una donna allo specchio, nel cuore e sui documenti; perché nessuno potesse più confonderla.

66 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marika ha detto:

    Ho vissuto le emozioni di Elie e respirato la sua determinazione nel riuscire a vivere la sua essenza. Una scrittura fluida che definirei quasi tridimensionale, tanto è riuscita a farmi sentire dentro la storia. Complimenti Andrea Ferazzoli.

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  2. Tiziana ha detto:

    Le emozioni in parole ….lei è la luna

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  3. Francesca ha detto:

    Grazie Andrea, è bellissimo.

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  4. Barbara ha detto:

    Emozionante!

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  5. Daniela ha detto:

    Andrea Ferazzoli, hai un dono speciale! Con il tuo splendido modo di scrivere riesci a trasmettere emozioni e sensazioni così reali che sembra di viverle. Grazie

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  6. Giorgia Villa ha detto:

    Leggevo riga dopo riga…e mi sono ritrovata con gli occhi colmi di lacrime! Arrivi sempre al cuore, con infinita delicatezza!

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  7. Guido Dall'Aglio ha detto:

    Andrea Ferazzoli arriva diretto al cuore…. Accarezza l’anima. Non è una novità. Una lacrima che riga il mio viso ed un sorriso. Riprendo a camminare mentre Borough Market si risveglia.

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  8. Marco ha detto:

    Bravo Andrea, bellissimo racconto

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  9. Marina Bernardi ha detto:

    Grazie Andrea per questo racconto delicato e pieno di sentimento

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  10. Mattia Galdiolo ha detto:

    Un tema difficile che richiede mille accortezze svolto molto bene, bravissimo Andrea!

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  11. Sabine Fiorini ha detto:

    Bello e emozionante.
    Bravo Andrea

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  12. Leonardo ha detto:

    Grazie Andrea…..

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  13. Giada ha detto:

    Complimenti Andrea!

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  14. Simon Gaier ha detto:

    Fai davvero vivere il momento.

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  15. Elena ha detto:

    “(…) Perché nessuno potesse più confonderla”. La descrizione di tutti i temi più intimi in una sola frase, lasciando una speranza di respiro di vita futuro.

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  16. Michael ha detto:

    Bravo Andrea, complimenti mi è piaciuto moltissimo!!

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