Emilia detta “Emi” di Maria Concetta Distefano – Sezione D 2018

brokenmirrorDopo alcune ore di affollata solitudine, Emilia se ne stava seduta in mezzo sul divano, con le mani in grembo che stringevano con forza un fazzoletto di lino intriso di lacrime. Ogni tanto se lo portava agli occhi, rossi e gonfi per il troppo piangere, e dopo lo appallottolava di nuovo, strozzandolo con le dita. Con lei quattro amiche, o, per meglio dire, quattro mogli di amici di Vittorio.

Dopo il servizio funebre, in puro stile americano, proprio come lo stesso Vittorio avrebbe voluto se avesse avuto la possibilità di dire la sua sui propri estremi onori, Emilia aveva organizzato una festa d’addio per i suoi amici e i suoi pochissimi parenti in città.

Per tutto il tempo si era aggirata distrattamente attenta nella grande sala da pranzo, dove un’organizzazione di catering fra le migliori in città aveva provveduto a portare e, dopo, a servire, tramezzini, tartine, involtini e mini quiche e versare nei calici vini d’annata e champagne ghiacciato.

Per tutto il tempo aveva sorvegliato con cura – e per lunga abitudine – che tutto procedesse al meglio. Che gli ospiti fossero a loro agio, che avessero i piattini sempre pieni e i calici colmi. Avevano formato piccoli capannelli. Da ciascun capannello, sussurrate o dette a mezza voce, venivano le stesse smozzicate considerazioni, soprattutto quando pensavano che lei non fosse a portata d’orecchio.

– Una morte così stupida, così incredibile, non riesco a capacitarmi. Proprio non ce la faccio. Così…

– Proprio adesso che era all’apice della carriera, del successo. Si era fatto un nome anche all’estero, un marchio, quasi…

– Tutto, aveva tutto, bellissima casa questa qui in città, villa in campagna, al mare, una moglie invidiabile. Bellissima, per quanto…

– Certo. Tutto, però… poverino, una moglie così bella ma sterile che non aveva saputo dargli neanche un figlio… chissà che angoscia si portava nel cuore, il povero Vittorio…

Poi, uno a uno, dopo abbracci, strette di mano, promesse di aiuto in qualsiasi momento, di giorno e di notte, erano quasi tutti sciamati via nella notte calda e umida di quell’estate incipiente. A farle ancora compagnia erano rimaste solo quattro amiche. Anzi, per meglio dire, le mogli di quattro amici e colleghi di Vittorio. Perché lei, Emilia, non aveva amiche.

Gli addetti del catering le avevano chiesto se preferiva che tornassero l’indomani a portar via le loro cose e lei li aveva congedati ringraziando per la comprensione. – Grazie, domani in mattinata andrà benissimo.

 

Graziana e Lucilla si erano sedute sul divano accanto a lei, una alla sua destra e l’altra alla sua sinistra, sul divano di alcantara rosso mattone a lato del caminetto. Luisa e Carlotta su due poltrone Frau bordò poste di fronte al divano, appena oltre il basamento del camino. Tutt’e quattro si lanciavano tentennanti sguardi incrociati come a chiedersi cosa fare, cosa dire. Intanto lei piangeva.

– Emilia, Emi, tesoro, rilassati adesso. Se credi, una di noi può stare qui a dormire e farti compagnia. Io, ad esempio, posso senz’altro lasciare che per una volta sia Gualtiero a mettere il pigiamino al piccolo. Mi dispiacerebbe non dargli il bacio della buona notte, ma in un momento come questo… – Graziana non poté fare a meno di menzionare un figlio piccolo cui mettere il pigiamino. Lei aveva sempre invidiato Emilia per il suo corpo perfetto, il suo fisico da modella. Ma un figlio? Ce l’aveva lei un figlio?

– Anch’io posso fermarmi, se vuoi. – Lucilla sperò ardentemente che Emilia rifiutasse la sua ipocrita

offerta. Odiava risvegliarsi in un letto non suo.

– Io non ho problemi a dormire nella camera degli ospiti. Così domani mattina potrei preparati la colazione e aiutarti a organizzare la giornata. Del resto è proprio questo il mio lavoro. – Carlotta era manager di un’importante azienda tessile della zona.

– Anch’io posso restare a farti compagnia. Avrai uno spazzolino nuovo da darmi, no? – Luisa si mosse a disagio sulla poltrona. Cosa mai avevano lei ed Emilia in comune? Non si erano mai frequentate da sole. Solo a cene di rappresentanza con i rispettivi mariti. Ma, a pensarci bene, dove erano le amiche di Emilia? Non ne vedeva, non ne aveva viste, non ne aveva mai sentito parlare.

 

Emilia scosse la testa.

– No, no, grazie a tutte. Siete molto gentili ma posso benissimo dormire da sola.

Erano mesi che dormiva da sola. Che lui l’aveva bandita dal letto matrimoniale per non disturbarla con la luce dello schermo del suo portatile. Diceva che doveva lavorare anche di notte se voleva far fronte a tutti gli impegni presi e “mantenerti nel lusso in cui vivi.” Questo lo aveva aggiunto per buona misura, per non farle mai dimenticare, nemmeno per un secondo, che era a lui che doveva tutto. Lei lo aveva accontentato. Una sera, però, che si era sentita più sola del solito, nostalgica, che si era riempita la testa di immagini romantiche lette in un libro, si era alzata dal letto nella camera degli ospiti e, d’impulso, era andata nella loro camera per cercare… non sapeva nemmeno lei bene cosa. Un abbraccio, un contatto vero, umano, una conversazione seria, una condivisione di qualcosa in comune che, forse, volendo, sforzandosi, avrebbero ancora potuto trovare. Un residuo di antichissima tenerezza, nascosta sotto strati di disprezzo. Sarebbero riandati coi ricordi al loro primo incontro in un bar dieci anni prima. Emilia era ancora affranta per la recente morte dei genitori e lui, notandola sola e in disparte con una tazza di tè su un tavolo d’angolo le aveva chiesto il permesso di sedersi con lei. Lei gli aveva detto di sì e poi avevano cominciato a parlare, parlare, parlare. Alla fine di quella prima ora insieme lui si era offerto di darle dei consigli per la ristrutturazione dell’appartamento dei genitori che lei aveva appena ereditato e poi gli appuntamenti di lavoro erano diventai appuntamenti d’amore. E così lei era caduta nella sua rete di abile tessitore di lusinghe. Gli serviva una moglie giovane e bella di rappresentanza e lei, così ingenua e semplice, era stata una preda facilissima. Messa da parte – momentaneamente, aveva pensato – la sua laurea in lingue, si era dedicata all’arredamento della loro casa da coppia perfetta. Vittorio l’aveva convinta a vendere l’appartamento dei suoi per non darle “inutili problemi e preoccupazioni legati a possibili beghe con affittuari” e lei aveva detto sì. Aveva continuato a dire di sì a tutto. Perdendo viepiù la voglia di argomentare, discutere con lui e, men che meno, mettere in discussione ogni sua singola decisione che era sempre “la migliore decisione possibile.” Ma quella sera aveva sentito prepotente e dolce insieme la voglia di ricucire, di unire, di capire e farsi capire. Voleva trovare il coraggio e la forza di parlargli della sua voglia di cercare un lavoro, di “cercare” un figlio. Invece, quando lei era entrata in camera, il sorriso che gli aleggiava sulle labbra mentre ancora aveva lo sguardo sullo schermo del computer gli si era spento di botto. Poi si era affrettato a chiudere il portatile che aveva in grembo, sul letto, e l’aveva scacciata come mosca molesta. “Ti ho detto che devo lavorare! Vai a dormire e lasciami in pace.”

Emilia si tolse dal collo la lunga sciarpa di seta grigia che aveva indossato sull’abito nero smanicato per coprire le braccia in chiesa e che poi aveva tenuto anche in casa come per cercarvi un sostegno. Vi si era aggrappata con le mani, ai bordi, quando sentiva che il brusio nella sala stava diventando insostenibile, insostenibili gli sguardi di commiserazione per il nulla cui, tutti pensavano, la morte di Vittorio l’aveva rigettata.

Cominciava a sentire molto caldo.

– Emilia, tesoro, bevi almeno un po’ d’acqua! Non dico un caffè, che non è il caso, ma un po’ d’acqua… Qui dentro si soffoca. L’estate è arrivata di colpo. Ci saranno almeno trenta gradi! – Graziana si alzò, si recò in cucina, e, riempito d’acqua fredda un bicchiere, di ritorno in soggiorno cercò di portarlo alle labbra dell’amica. Ma Emilia scosse la testa e ricominciò a piangere, quasi potessero, le lacrime, saziare la sete che le urgeva dentro, scivolandole copiose sulle labbra e dentro la bocca.

– Vittorio non vorrebbe affatto vederti così. Lo sai, no, quanto ci teneva al tuo aspetto, come esigeva sempre di vederti in ghingheri, sempre a posto, perfetta come una modella, anche nei tuoi giorni “no”!

 

“E fattelo passare il mal di testa, cazzo, Emi!Prendi un’aspirina. Prendine due! Lo sai quanto i miei clienti americani ci tengano alla famiglia! Non posso presentarmi a questa cena senza moglie!”

Ma ci tenevano anche i cinesi, i giapponesi, tutti. Tranne lui. Naturalmente. Escluso un figlio per loro. “Mi ci vedi a fare il padre, eh? Ti ci vedi a cambiare pannolini, non dormire la notte e rovinarti la linea, la forma fisica, la salute? Toglitelo dalla testa un figlio!”

 – Luisa ha ragione – incalzò Carlotta – pensa a lui, a come ti voleva e ti avrebbe voluto anche oggi, e cerca di tirarti su. Fra un po’ la realtà, il fatto di essere rimasta vedova, si farà strada a forza nella tua vita e tu dovrai farti animo, cara. Immagino che ti senta frastornata, al momento. È normale. Ma è così. Riprenderai a vivere, che tu lo voglia o no. Smettila di piangere. Hai retto così bene finora!

– Pensa a quanto ti voleva bene, a come si preoccupava sempre per te fino al punto di toglierti un bicchiere di vino di mano per paura che ti facesse andare troppo su di giri o ingrassare; a come ti spegneva, con un sorriso, la sigaretta che avevi appena acceso per non farti invecchiare la pelle anzitempo! – Luisa sospirò ai ricordi e strinse il braccio inerte di Emilia con una mano per infonderle coraggio. – Mio marito non l’avrebbe mai fatto.

“E stasera cerca di non mettermi a disagio. Non ci provare nemmeno a bere. Di’ che sei astemia, che hai mal di testa, che hai preso un farmaco che non consente di bere alcolici, inventati che cazzo vuoi. E non ti azzardare ad abbandonare il tavolo per uscire a fumare come una drogata! Sai che figura ci farei io?”

 – Capisco – ricominciò Graziana – che questo è un momento difficile per te, per tutti noi… Morire per uno shock anafilattico a quarant’anni… non è facile accettarlo. Chi poteva immaginare che fosse allergico ai semi di sesamo! Se non lo sapeva lui stesso!

“E non ti venisse in mente di fare la simpaticona con le altri mogli parlando dei miei ‘lati oscuri’ come hai fatto quella volta a cena coi miei clienti inglesi! Dovevi per forza fare sfoggio della tua inutile laure in lingue, vero?Del tuo inglese perfetto. Parlando dei miei ‘dark sides’! Non ci tengo che si sappia della mia ‘mania per la simmetria’ dell’ ‘appaiamento dei calzini, delle scarpe’. È solo ordine mentale. Cosa che tu, evidentemente, non hai. E meno male che non hai tirato fuori le mie allergie alimentari! Non ne sa niente nessuno tranne te. Non ci tengo a farmi ridere dietro perché non posso mangiare la frutta con guscio come un bimbetto!

– Certo… fosse rimasto al tavolo dopo aver assaggiato l’hummus che credeva una semplice salsa a base di maionese, non fosse corso in bagno, da solo, forse avremmo potuto salvarlo! Io ad esempio ho sempre del cortisone in borsa per la mia asma. E avremmo chiamato i soccorsi in tempo! Abbiamo tutti pensato che avesse un bisogno urgente. Anche tu, no Emi? Chi mai poteva immaginare uno shock anafilattico? Oppure, magari, era destino che andasse a finire così… Tu, però, devi cercare di concentrarti sui ricordi più belli, pensare solo ai momenti più piacevoli e divertenti…

Emilia ascoltava in silenzio. Sì, i momenti più belli. L’aveva visto allungare la mano verso la ciotola con l’hummus e aveva pregato in silenzio che, distratto dal suo stesso concionare sui nuovi materiali da usare per la costruzione di ville di pregio, non facesse caso a cosa stava per mettere nel cucchiaio. In quegli attimi aveva trattenuto il respiro, si era fermata con la forchetta a mezz’aria. Aveva pensato di fermargli la mano, impedirgli di mettere in bocca il cucchiaio con l’hummus. Poi, come sempre, aveva eseguito i suoi ordini. Anche quella sera, prima di uscire, le aveva intimato di non metterlo in imbarazzo in alcun modo. Come avrebbe, dunque, potuto intimargli un “alt” da vigile urbano, poliziotto stradale con tanto di paletta? Bloccargli il polso? L’ avrebbe di sicuro messo in grande, grandissimo imbarazzo. Aveva taciuto col fiato sospeso. Sapeva che avrebbe subito cominciato a sentire prurito, un senso di gonfiore, di nausea, una sensazione di vomito imminente. Forse sarebbe rimasto a tavola, forse si sarebbe allontanato di corsa verso i bagni dove sarebbero andati a cercarlo quando ormai sarebbe stato troppo tardi.

 

– E, dietro quella sua aria così seriosa, sapeva anche essere un burlone, quando voleva. Ti ricordi, vero – cominciò Lucilla, che era stata zitta fino a quel momento, – di quando, per farti uno scherzo, sapendo della tua fissa per la sicurezza in casa ti fece credere, nella vostra villa di campagna, che avevi lasciato la valvola della bombola del gas aperta e aveva spalancato tutte le finestre, in pieno inverno, per fare uscire la puzza che… non c’era mai stata?!

– Ti stava per venire un coccolone al solo pensiero di quello che sarebbe potuto succedere se fossi rientrata prima tu e, non avvertendo l’odoraccio del gas per quel brutto raffreddore che ti aveva otturato il naso, avessi acceso la luce!

– In compenso ti è venuta la febbre a quaranta per la temperatura siberiana in cui era sprofondata la casa! – Carlotta abbozzò un sorriso. – E non siete potuti partire per quel viaggio in Grecia cui tenevi tanto…

– E quando ti ha spostato la sveglia indietro di un’ora e sei arrivata in ritardo per quel nuovo lavoro che poi non ti hanno dato? E questo perché non voleva che tu ti stancassi a lavorare e non trovassi più il tempo per lui e per te! – Luisa sospirò languida. – Come ti amava! Così dolce poi quando ti chiamava Emi perché eri la sua metà… anzi, una donna a metà, come diceva lui, perché non riuscivi a dargli un figlio!

Bastardo! Aveva pure preteso che lei si addossasse la colpa della mancanza di figli. Lui sì che poteva tirare in ballo addirittura fantomatici esami medici per gridare ai quattro venti che lei era sterile. Emi.. già. Come ‘emisfero’, ‘emiciclo’, come ‘emicrania’, quel mal di testa pulsante e pressoché costante che Emilia aveva ormai da anni e la sfiancava.

 

– Aveva sempre il tuo nome sulle labbra… Emi… emi… emi! – Carlotta echeggiò il nome dell’amica e sorrise. – Proprio non riusciva a fare a meno di te! E tu di lui, naturalmente. Così fragile, dopo la morte dei tuoi… dopo la scoperta di non poter aver figli…

– Sì, però ora basta! Se continuiamo così non l’aiutiamo affatto. Basta rievocare Vittorio. E tu, cara, vai un attimo in bagno a darti una rinfrescata che fra un po’, se sei proprio sicura di non aver bisogno di noi, ce ne torniamo a casa.

Emilia, ubbidiente si alzò dal divano e si diresse verso la camera da letto. Sostò un attimo davanti allo specchio lungo dell’armadio e si guardò. Decisamente il nero le donava. Bionda com’era, faceva un bel contrasto col colore dei capelli e la carnagione chiara del viso.

Poi andò in bagno, si sciacquò il viso con l’acqua fredda, si pettinò e distese un filo di rossetto sulle labbra esangui. Aveva il suo solito mal di testa e stava per prendere un’aspirina. Poi decise di no. Sentiva che stavolta sarebbe svanito da solo. Notò la scatola delle pillole anticoncezionali che Vittorio l’aveva costretta a prendere e le buttò nel cestino della spazzatura. Tornò in soggiorno.

– Emi, cara, vedo con piacere che hai seguito i nostri consigli! Così va decisamente meglio. Ti siamo state d’aiuto, allora? – chiese Graziana con un filo di esitazione nella voce.

– Sì, grazie. Solo, da questo momento in poi, non chiamatemi mai più Emi. Emilia andrà benissimo. – Emilia si assettò meglio la sciarpa sulle spalle, aspettò che le quattro donne uscissero di casa e chiuse la porta a chiave alle loro spalle. Si diresse verso uno dei tavoli ancora imbanditi. Prese un calice vuoto e lo riempì di champagne da una bottiglia ancora quasi piena. Col bicchiere in mano andò verso il grande specchio all’entrata e brindò “a Emilia!” Toccò il bordo del calice riflesso nello specchio e il tintinnio riecheggiò nella sala come un rintocco di campana a festa.

40 commenti Aggiungi il tuo

  1. Stefania ha detto:

    Bello!
    Racconto coinvolgente fino alla fine, un mix di crudezza e sagacia, disperazione.
    Da leggere!
    👏👏👏

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  2. Maurizio Merlo ha detto:

    Intensa come sempre! Complimenti Maria Concetta.

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  3. Maria Grazia ha detto:

    Racconto struggente.. Molto intenso, che infonde amarezza per la condizione cui alcune donne sono sottoposte da “uomini” che molto hanno di bestia e poco di umano! Alla fine Emily ha avuto il coraggio di trasformare la sua sottomissione in rivincita!

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  4. Anna Rosa ha detto:

    Molto carino, di piacevole lettura.

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  5. Pervinca ha detto:

    Veramente coinvolgente.

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  6. Giuseppina Valla ha detto:

    ‘L’ affollata solitudine’ tipica dei grandi funerali in cui l’ostentare prende il sopravvento sulla sincera partecipazione al dolore.
    Un elogio dell’ipocrisia vissuta tristemente in famiglia e nell’amicizia, sapientemente messo in luce da una scrittura secca, precisa, senza alcuna sfumatura.
    Un invito per le donne ad abbandonare ‘gli abili tessitori di lusinghe’ e a riprendere in mano la propria vita.

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  7. Alessandra ha detto:

    Molto bello e coinvolgente. Peccato esistano molto uomini come Vittorio e troppe Emilia sottomesse o spaventate. ..

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  8. Agnese Magliano ha detto:

    Bello, avvincente. Ha descritto perfettamente la condizione di tante donne che si annullano per uomini di successo.

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  9. Catia Boetti ha detto:

    Ciao Maria, ho letto il tuo racconto. L’ho trovato piacevole alla lettura come tutti i tuoi racconti, stile impeccabile, se dovessi definirlo con un aggettivo direi “raffinato” come la protagonista. Brava !

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  10. Doriana ha detto:

    La differenza tra ciò che appare e ciò che è viene messa bene in evidenza. E per fortuna la sorte dà una mano ad Emilia per una svolta che viene voglia di applaudire! Bel colpo!

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  11. Gianna Neri ha detto:

    Bello, molto bello. Parte “in sordina” e svela pian piano la violenza di quest’uomo. Sì, perché la violenza psicologica distrugge tanto quanto quella fisica.

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  12. Iolanda Arcidiacono ha detto:

    Un’amara realtà descritta in maniera superlativa. Soprattutto nell’alternarsi del presente e passato, delineando con eccezionale chiarezza l’intera storia e conseguente finale. Complimenti di cuore alla bravissima autrice.

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  13. Silvia Parenti ha detto:

    Cin cin Emilia! Fantastico questo racconto… Un libro?

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  14. Nicola Pera ha detto:

    Un bel racconto, amaro, ma con un finale inaspettato. Brava!

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  15. Certe prigioni non hanno le sbarre… Brava!

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  16. Maria Finotti ha detto:

    Racconto molto bello,avvincente fino alla fine.La protagonista brinda a se stessa,per un nuovo inizio nuova vita. La violenza psicologica e’ piu subdola di quella fisica. L’autrice con la sua sensibilita’ e’ riuscita a farla emergere. Complimenti

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  17. Caterina Pagliasso ha detto:

    Odioso Vittorio e amiche serpi! Ho tremato di indignazione…

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  18. franceschina57 ha detto:

    Bellissimo racconto, intenso e coinvolgente, che tiene avvinti dalla prima all’ultima riga. E anche molto vero, ahimè! Finale che rende giustizia alla protagonista! Complimenti.

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  19. hogwordsblog ha detto:

    Sliding doors e la vita di Emilia poteva essere diversa. Se solo sapessimo in anticipo i risultati delle nostre scelte… Complimenti all’autrice.

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  20. Patrizia Rampini ha detto:

    Addio marito caro. Adesso comincia la vita. Cin con a tutte!
    .

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  21. Maria Concetta Distefano ha detto:

    Scrivo due righe due perché, essendo l’autrice, non commento in senso stretto.
    Solo per essere aggiornata sugli altrui commenti.
    No comment, quindi.

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  22. Elena ha detto:

    Una sorpresa fino alla fine. Coinvolgente. Accende una fiammella sui mille volti dell’animo umano e sui “dark sides”.

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  23. Anna Pia Fantoni ha detto:

    Mi ha toccato nel profondo. Bravissima.

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  24. Paola Giannò ha detto:

    Bello! Mi è sembrato di essere in mezzo alle non amiche di Emi…anzi, Emilia!😉

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  25. Mariele Rosina ha detto:

    Evviva le apparenze che sono un capolavoro d’ipocrisia e il tuo racconto le evidenzia tutte. Brava!

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  26. Salvo ha detto:

    Struttura iimpeccabile, linguaggio colto e raffinato per una storia di violenza psicologica che si dipana in crescendo fino ad un finale da nemesi divina.
    Bravissima l’autrice!

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  27. Laura ha detto:

    Come sempre emozionante come tutti i tuoi racconti

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  28. Maria ha detto:

    Stile inconfondibile e originale : suspense fino alla fine del racconto, niente di scontato, la narrazione ti cattura, le immagini si formano e scorrono una dietro l’altra, in un crescendo di curiosità e coinvolgimento emotivo, verso la protagonista. Complimenti alla scrittrice!

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  29. Serena ha detto:

    Interessante come le attenzioni nei confronti di Emilia , tali solo agli occhi delle “amiche”, celino in realtà delle agghiaccianti sofferenze per Emilia. Agghiaccianti come il colpo di scena finale. Complimenti all’autrice per l’eleganza con cui riesce a mostrarci delle realtà tutt’altro che eleganti

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  30. Tiziana Colusso ha detto:

    Scrittura essenziale ed affilata, che sa come colpire e come lasciar andare. Il carattere di “Emi”, il suo destino a metà, già implicito nel diminutivo, è tratteggoato con tratti sicuri ma eleganti, come il tratto di un pennello da calligrafia.

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  31. Lucilla C. ha detto:

    Scrittura tesa, dal ritmo incalzante, intelligente anche per la scelta del nome, Emilia, che si presta a giochi di parole volti a sminuire, di1/2zzare, schiacciare la donna che porta quel nome.
    E, a proposito di nomi, un po’ stupita di vedere il mio attribuito ad un’amica così poco sincera, per nulla affidabile.
    Lucilla C.

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    1. Maria Concetta Distefano ha detto:

      Lucilla è un bellissimo nome che mi è sempre piaciuto e volevo semplicemente usarlo. Non solo, ma qui, con le sue parole, porta “luce” e ancora più consapevolezza a Emilia che sa nel profondo che solo lei può dare una direzione “luminosa” alla sua vita.
      Grazie per lo splendido commento.

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  32. marll ha detto:

    Brava come sempre! Bellissimo racconto molto attuale!

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  33. Diana ha detto:

    L’autrice ha saputo in un breve racconto mettere a nudo le due personalità di un marito padrone, dove tutti i conoscenti della coppia non potevano che lodare le sue continue attenzioni ad Emilia, non sapendo però delle torture psicologiche a cui veniva sottoposta quotidianamente, come del resto capita nella realtà. Che dire di Emilia, donna fragile e completamente oggetto di un marito da cui non era amata da anni, sembrava in trance. Ma finalmente, la resa dei conti. Vittorio se ne va nel migliore dei modi. Liberando Emilia.
    Bel finale, me lo aspettavo diverso, più cruento, preferisco questo.
    Grazie a Maria Concetta di Stefano.

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  34. Roberta Andreato ha detto:

    Maria ha colpito nel segno anche questa volta, racconto avvincente, da leggere tutto d’un fiato, quasi in apnea.
    Una storia di meritato riscatto

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  35. Daniela ha detto:

    Bel racconto,fluido e coinvolgente fino alla fine. Emilia è stata fortunata,ma i Vittorio che brindano sono molti putroppo.

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  36. Jolanta ha detto:

    Bellissima “rivincita” delle donne! Solo il tenente Colombo sarebbe in grado di risolvere questo caso. Complimenti, mi sono divertita leggendolo

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  37. Leonella ha detto:

    Avvincente e raffinato,la protagonista in quella sua prigione dorata mi ha ricordato la Rebecca più famosa dell’omonima pellicola.Il finale però rivela una donna forteche abbatte il muro e si riprende in mano la sua vita.

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  38. Maria Grazia Caruso ha detto:

    Lettura scorrevole e coinvolgente. Mi è piaciuto molto!

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  39. Carmelo Distefano ha detto:

    Un racconto fuori dai cliché, non banale. Bravissima.

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