Fine turno di Francesca Compagno – Sezione D 2018

marocchino-picchia-la-moglie-670x274Da anni ormai il signor Giovanni soffriva di una brutta malattia che lo aveva costretto a un’invalidità permanente. Non più autosufficiente, si era affidato a diverse persone, e le cose fino ad allora non erano andate molto bene. Poi arrivò lei.

Teresa era il classico angelo sceso in terra. Una donna minuta, esile, taciturna, di mezza età, segnata in volto da numerose cicatrici. Arrivata in Italia in cerca di lavoro, aveva sempre fatto la badante, all’inizio per necessità, poi per vocazione. Amava aiutare, occuparsi di qualcuno, mostrargli gentilezza; l’empatia era il suo dono.

Di poche parole, di poco appetito ma grande fumatrice, risvegliava nel signor Giovanni una gran voglia di godersi una sigaretta in santa pace in giardino. Di tanto in tanto, per sanare quell’esigenza, le permetteva di consumarla in casa pur di aspirare appieno l’odore del tabacco che bruciava a ogni tiro. Distendeva i nervi e lo aiutava a ragionare. Il dottore poteva ripetere quanto voleva che il fumo faceva male: quando ci voleva, ci voleva.

Teresa era molto attenta alle sue esigenze, anche se inizialmente il signor Giovanni non le aveva reso il compito facile per via del carattere burbero. Nonostante il tono maleducato con cui le chiedeva di lasciarlo in pace, lei era sempre impeccabile nel proprio lavoro e alla fine di grande conforto. Un po’ per la vicinanza di età, un po’ per l’esperienza accumulata in svariati anni alle dipendenze di famiglie bisognose, sapeva come prendere un vecchio brontolone.

Dopo qualche mese di conoscenza entrambi iniziarono ad aprirsi.

A volte si ritrovavano a chiacchierare comodamente seduti in salotto; ben dritta sulla schiena e con le mani giunte sulle gambe, Teresa raccontava della sua terra natia e del passato nel suo italiano perfetto con un pizzico d’accento dell’est. Giovanni la ascoltava sempre con attenzione.

Nata in una famiglia contadina, terza di sei figli, non era benvoluta dal padre che aveva bisogno di braccia forti per coltivare la terra e per il quale era solo una bocca in più da sfamare. Senza protestare e senza mai una parola di conforto da parte sua, aveva svolto con gran dedizione i suoi compiti per aiutare come poteva la famiglia.

Quando nacque l’ultimogenita, per scongiurare il rischio che il padre la sacrificasse per non recare danno all’intero nucleo, abbandonandola nei campi innevati dai primi freddi autunnali, lavorava il doppio pur di portare a casa una parte di raccolto per coprire anche la sua quota giornaliera.

Da quel piccolo paese della Polonia, isolato dai rigidi inverni, non se ne era mai andata. Come tante ragazze polacche, Teresa si era sposata con un uomo più grande di lei scelto dal padre.

Rimasta incinta qualche anno dopo la loro unione, aveva cercato di nascondere la notizia il più possibile per non rischiare di perdere il posto di lavoro, unica fonte di reddito della famiglia.

La mattina si svegliava all’alba e, dopo quasi due ore di autobus, raggiungeva la vicina città in cui svolgeva le pulizie domestiche per un’impresa del luogo. Rimanendo fuori casa tutto il giorno, mangiava solo una zuppa calda della mensa, unico pasto che poteva permettersi per scaldarsi un po’ dal gelo. A fine serata, stremata dalla fatica, correva alla fermata per risalire sul mezzo che l’avrebbe accompagnata a casa, sperando che il primo autobus non fosse in ritardo o non avesse intoppi lungo il cammino, per non rischiare di perdere la coincidenza e rimanere bloccata alla stazione dei pullman.

Una volta al capolinea, raggiungeva a piedi la sua abitazione, altri dieci minuti sotto la fitta coltre di neve. Poi, dalla finestra di casa si accertava che il marito fosse privo di sensi sul divano. In caso contrario rimaneva fuori al freddo fino a quando non lo vedeva crollare a bocca aperta, abbandonando la bottiglia di vodka semivuota sul pavimento. Se osava rientrare prima di quell’indegna scena, lui la picchiava fino a farla sanguinare, senza motivo.

Alcune sere in cui rimaneva a congelare sul portico mentre lui tracannava alcool, lo osservava di nascosto con il cuore gonfio di disprezzo e odio. Un odio freddo e sottile generato dalla consapevolezza della reale pochezza di quell’individuo. Odio che cresceva quando, all’ennesimo sorso, invece di cedere si versava un altro bicchiere, questa volta più generoso e bevuto tutto d’un fiato, mentre lei tremava incontrollatamente dal freddo.

Ancora con il terrore negli occhi raccontò al signor Giovanni della volta in cui con la cinghia di cuoio dei pantaloni, dopo averla frustata, l’aveva strozzata fino a farle mancare l’aria nei polmoni. Aveva stretto così forte da farla diventare viola in viso, con le lacrime che fuoriuscivano dagli occhi per il dolore.

Boccheggiando in cerca di ossigeno, paralizzata dal terrore, pensava sarebbe morta. Poi lui si era fermato, lasciandola riversa sul pavimento della cucina a tossire per cercare di riprendere fiato, pregando e ringraziando Dio di averla salvata anche quella volta.

Ogni mattina, prima di uscire di casa, Teresa doveva lasciare quasi tutti i soldi guadagnati nella giornata precedente sul tavolo della cucina così che suo marito potesse usarli per andare al bar con gli amici a ubriacarsi e giocare a carte.

Oltre a percuotere lei, solo per il gusto di farlo, più di una volta era stato arrestato per una rissa o per aver picchiato un passante o un’automobilista che, a dir suo, lo aveva sorpassato con manovre azzardate. Teresa avrebbe voluto lasciarlo in cella, ma le conseguenze sarebbero state ben peggiori.

Il cuore del signor Giovanni si spezzava a quei racconti. Ora capiva il perché della sua fuga.

Teresa pensava che non se ne sarebbe mai liberata. Invece il giorno decisivo arrivò al quinto mese di gravidanza. Mentre si trovava al lavoro, affaticata dal peso della pancia nascosta da maglioni larghi e sciarpe di lana lasciate cadere sul ventre, ricevette l’ennesima chiamata dalla polizia.

A fine turno, di rientro a casa, si fermò in centrale per pagare la cauzione: una giornata di lavoro buttata via. E i soldi a loro servivano più dell’aria in vista anche dell’arrivo del piccolo.

Uscito di cella, il marito era più aggressivo del solito. Anziché ringraziarla, la trascinò in macchina per i capelli. La sua rabbia era palpabile.

Al poliziotto che intervenne per difenderla rispose: «È mia moglie, faccio quello che voglio!»

Teresa non aveva mai sporto denuncia nei suoi confronti e anche quella volta ringraziò l’agente dicendogli di non preoccuparsi. In macchina il marito la toccava, la leccava, le infilava le mani in mezzo alle gambe facendo poca attenzione alla guida e sbandando da tutte le parti sul manto stradale reso sdrucciolevole dalla coltre di ghiaccio. Arrivati nel vialetto di casa, a stento riuscì a parcheggiare la macchina.

Tirò Teresa per un braccio fuori dall’abitacolo, mentre lei implorava pietà per la creatura che portava in grembo. Annebbiato dall’alcool iniziò a inveirle contro, gridandole di essere una sgualdrina e che quel bastardo non era suo. La colpì al volto sulla soglia, facendole quasi perdere i sensi, e la gettò all’interno dell’appartamento. Teresa lottò contro lo stordimento con tutte le sue forze, conscia che, se fosse crollata al suolo, lui l’avrebbe colpita al ventre con calci violenti.

Al secondo pugno in faccia, però, piombò sul pavimento freddo della cucina. La vista era annebbiata e l’udito ovattato, ma ricordava di aver chiesto aiuto con il volto schiacciato in terra e il sangue che le colava dal naso e dalla bocca, e di avergli urlato di fermarsi.

Era un mostro impazzito, la riempì di calci e pugni.

Il dolore al ventre fu terribile, il fiato le si spezzò in gola, non riusciva più a parlare né a muoversi. Percepì uno strappo e un liquido caldo scorrerle in mezzo alle gambe, finché tutto divenne nero.

Era mattina e la luce le feriva gli occhi. Si rese conto di non trovarsi a casa ma in ospedale; nessuno era al suo fianco. Una infermiera, tenendole la mano, le spiegò la situazione: era stata in coma sette giorni. Le raccontò che l’agente che si era frapposto all’esterno della centrale di polizia li aveva seguiti fino a casa non appena uscito dal lavoro, poco convinto dall’atteggiamento del marito, ed era intervenuto chiamando subito i soccorsi. Poi lo aveva arrestato. Mentre lei giaceva dolorante e con il cuore in frantumi, suo marito si trovava in carcere con l’accusa di tentato omicidio e omicidio di primo grado, avendo causato la morte del bambino che portava in grembo.

Alla notizia della scomparsa di suo figlio l’infermiera le aveva tappato la bocca per smorzare il disumano urlo di disperazione, dicendole di tacere per non terrorizzare le neo mamme ricoverate nel medesimo reparto. Era più importante la felicità delle altre donne che la morte atroce di un bambino mai nato.

Essere al fianco di donne sorridenti e felici, sentendo i pianti di piccoli nascituri, la distruggeva. Per notti e notti quei pianti le avevano riempito le orecchie spezzandole il cuore. Svegliandosi di soprassalto, si alzava senza avere nessuno da accudire.

Questo fu il racconto più toccante e terrificante a cui il signor Giovanni avesse assistito. Non riusciva nemmeno a immaginare quel dolore. Sicuramente in quel momento le ferite, le fratture, gli ematomi, i punti di sutura, niente faceva più male della perdita del suo bambino. Quel figlio rappresentava la speranza di una vita migliore e la possibilità di un mutamento del marito. Ma c’erano cose che non cambiavano mai, altre invece sì: dolorante ma per la prima volta decisa, firmò per le dimissioni e tornò a casa per fare i bagagli.

Con i soldi che teneva celati in una piccola scatola di latta in fondo al mobile del ripostiglio, tra i detersivi, comprò un biglietto di sola andata per l’Italia. Non salutò né informò nessuno della sua partenza, ascoltò solo i dieci messaggi registrati nella segreteria telefonica che insistentemente lampeggiava illuminando il salotto buio, tutti di suo marito. Nel primo la minacciava di ucciderla se non avesse risolto le cose tirandolo fuori dal carcere, in quello successivo le ripeteva come un disco rotto che l’amava, chiedendole scusa, poi nuove minacce per non essersi ancora fatta viva. Non una parola di scuse per aver causato la morte di loro figlio, non il minimo interessamento per le sue condizioni di salute, nessun pentimento, nessun dolore.

Cancellò tutti i messaggi e chiuse la porta dietro sé.

Quando alle prime luci dell’alba l’autobus arrivò, salì sistemandosi nei sedili in fondo. Sfinita nel corpo e nell’anima, tornò indietro con la mente a lei bambina e suo padre che la odiava per essere nata femmina e rappresentare un peso per la famiglia; a lei trentenne promessa e concessa in sposa a quel mostro per una manciata di zloty. Ricordò la madre, l’unica persona che le aveva dimostrato amore e che era scomparsa prematuramente qualche settimana dopo il suo matrimonio.

Pensò a cosa lasciava: anni di percosse, violenze sessuali perpetuate da quel maledetto che più di una volta l’aveva presa contro il suo volere, infine il dolore più grande che una donna potesse provare: la perdita di un figlio mai tenuto tra le braccia di cui aveva percepito la presenza, il battito pulsante e i movimenti dentro il ventre.

Dopo quella gravidanza andata male non aveva più avuto altre possibilità, l’emorragia interna aveva provocato conseguenze tali da costringere la dottoressa a una isterectomia.

Sull’autobus diretto in Italia pianse ininterrottamente. Il mezzo, che odorava di polvere, sudore, zuppa di cipolle, tè caldo e tabacco, era ancora vuoto. Poteva dare sfogo alla sua sofferenza, sconfinata e inconsolabile, un peso sul cuore incurabile, un macigno che non l’avrebbe mai abbandonata. Pianse per ore mentre l’autobus si riempiva di passeggeri, pianse, pianse e pianse. Pianse fino ad addormentarsi.

Arrivata in Italia non sapeva dove andare e a chi rivolgersi. Caso volle che l’incontro con una connazionale le procurò il contatto con un’agenzia a cui affidarsi per il permesso di soggiorno e la ricerca di lavoro. Così il signor Giovanni aveva avuto la possibilità di conoscere una, ormai settantacinquenne, donna tutta d’un pezzo che la vita aveva piegato ma non spezzato.

Nel periodo estivo il signor Giovanni si ritirava a casa della figlia per trascorrere il mese di agosto al mare con la sua famiglia. Teresa era libera per tutto il periodo.

Fu proprio al rientro in città che il signor Giovanni ricevette una chiamata da quello che si presentò come il compagno di Teresa. Si rese conto di non essere a conoscenza di quella parte della sua vita, ma lo esortò a proseguire. Dopo un attimo di esitazione con la voce spezzata lo informò che Teresa era deceduta.

In breve raccontò i tragici avvenimenti.

Negli ultimi venticinque anni Teresa aveva evitato il suo paese nativo per non ricadere in spiacevoli ricordi, comunque marchiati a fuoco sul suo cuore, e per non incrociare persone del posto.

Quell’estate, invece, aveva dovuto officiare il funerale di sua sorella, ultima sopravvissuta della famiglia. Non avendo altri parenti, Teresa si era dovuta occupare di organizzare la funzione e sistemare le varie scartoffie burocratiche, cercando di sbrigarsi per non trascorrere troppi giorni in Polonia con il rischio che la sua permanenza si trasformasse in un incubo.

Poi, un giorno, alla porta di casa di sua sorella si presentò il marito, uscito di prigione già da qualche anno. Sconvolta ma al tempo stesso speranzosa che gli anni di reclusione lo avessero cambiato, lo fece accomodare.

Una volta chiusa la porta alle spalle, quel mostro le era saltato addosso e l’aveva picchiata a sangue fino a lasciarla esanime in terra, promettendo che sarebbe tornato a finire il lavoro, minaccia udita prima che la testa iniziasse a girarle facendole perdere i sensi. Invece di essersi smorzata, l’ira, covata per anni, era esplosa e l’uomo aveva voluto farle scontare gli anni di prigione a causa della sua denuncia.

L’avvertimento era stato così marcato che Teresa, presa dal panico e con dolori lancinanti al ventre e alla testa, aveva raccolto le sue cose senza nemmeno farsi visitare da un dottore. Fuori era freddo e umido, inizialmente non le sembrava di stare tanto male, ma quando tentò di camminare le gambe iniziarono a tremare. Nonostante ciò, con le valigie in mano uscì di casa, barcollò e rischiò di cadere. Dopo qualche secondo di equilibrio precario, piegò le ginocchia accartocciandosi alla fermata dell’autobus come un foglio gettato nel camino acceso.

Salita sul mezzo, riuscì a mettersi a sedere con la schiena appoggiata al sedile, in quella posizione si accorse delle sue precarie condizioni. Sentiva tutto il corpo scivolare verso una completa arrendevolezza. Allo stesso tempo c’era qualcosa che la spingeva a resistere: il suo amore in Italia. Il dolce rollio e il tepore dell’autobus le stavano facendo perdere i sensi: doveva resistere.

Incredibilmente nessuno si era occupato di lei vedendola in quelle condizioni. Le lamentele, i pianti, i lividi e il gonfiore delle percosse erano certamente visibili.

Non aveva parlato con nessuno, incapace di intrattenere una conversazione col poco fiato che aveva nei polmoni, così aveva mandato un SMS al suo compagno per raccontargli quanto successo, chiedendogli di presentarsi al capolinea per accompagnarla in ospedale.

Al suo arrivo, dopo ventiquattro ore di viaggio, scendendo i gradini perse l’equilibrio e cadde sbattendo la faccia in terra, ormai quasi priva di sensi. Il suo stato di incoscienza era durato poco, aveva capito che stava per morire, ma aveva voluto lottare finché ne era stata in grado. Febbricitante e sanguinante, era stata portata in ospedale ma a quel punto era troppo tardi: l’emorragia interna era molto grave. Nella lotta tra la vita e la morte, quest’ultima vinse.

Il signor Giovanni non poté fare a meno di mettersi a piangere; quella piccola grande donna taciturna gli sarebbe mancata tantissimo.

Dopo i primi tentennamenti, si era affezionato a Teresa scoprendo di avere più cose in comune di quante pensasse e stringendo una bellissima amicizia. Le sue seppur strazianti storie avevano aiutato il suo umore, accorciando le giornate che trascorrevano sempre uguali.

Adesso tutto era cambiato, adesso lei non c’era più.

Il suo turno era finito; doveva lasciare spazio a qualcun’altra.

17 commenti Aggiungi il tuo

  1. sartinepercaso ha detto:

    Beh… Che dire, bello! complimenti Francesca

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  2. Edy ha detto:

    Argomento di attualita scritto bene ottimo

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  3. Iacopo ha detto:

    Appassionante e attuale.
    Complimenti.

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  4. Silvia ha detto:

    Questo racconto fa riflettere… Non si può mai sapere quale sia la storia di una persona e del perché fa delle scelte, bisogna saper ascoltare! Brava Francesca!

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  5. jacqueline ha detto:

    Coinvolge e fa riflettere. Molto bello!

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  6. Marina ha detto:

    Attuale, molto bello. Complimenti

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  7. Emanuele ha detto:

    Coinvolgente e ben scritto!!!

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  8. Nadine ha detto:

    Bella la narrazione che spiega bene il fatto non possiamo mai sapere cosa si cela dietro le apparenze nei cuori delle persone, esprime molto bene anche sensazioni ed emozioni di una situazione così estrema.

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  9. Stefania ha detto:

    Attuale !!! Mi piace!!!!

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  10. Silvano ha detto:

    Struggente
    Purtroppo queste situaziaoni sono anche troppo all’ordine del giorno

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  11. Mariacatia ha detto:

    Letto tutto d’un fiato, appassionante . Purtroppo una triste realtà che lacera il cuore. Complimenti Francesca!

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  12. Elena ha detto:

    Veramente coinvolgente e ben scritto. Purtroppo molto attuale. Brava Francesca!

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  13. Antonella Bogani ha detto:

    Brava Francesca, mi piace molto la tua scrittura.
    Complimenti

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  14. MONICA ha detto:

    Argomento attuale e toccante. Complimenti

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  15. Lucia Padovani ha detto:

    Questo racconto fa venire i brividi. Al di là del fatto che è scritto benissimo, ci porta nella vita disgraziata di questa donna che non ha potuto fare abbastanza perchè la giustizia non ci assiste come dovrebbe. Bravissima!

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  16. Carlo Santo Longo ha detto:

    Complimenti, scritto molto bene ed attualissimo. Carlo

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