Gocce di sara Marino – Sezione D 2018

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Piove.

Piove, lo sento dal ticchettio delle gocce sul davanzale. Lo vedo dalle miriadi di gocce che colpiscono il vetro e lentamente lo percorrono fino a scendere per terra. Osservo ogni goccia percorrere tutto il vetro, vibrare e poi piombare per terra, aumentando quella piccola pozza che si sta formando alla sua base.

Che stupida, dovrei chiudere la finestra o si bagnerà tutto il pavimento, compreso il tappeto rosso comprato due giorni fa al mercato e che non avrei dovuto acquistare perché costava troppo. Entrerà umidità in tutta casa.

I bambini rischieranno di bagnarsi i piedi o scivolare e farsi male.

Non sono una brava donna di casa, non sono una brava moglie. Non sono una brava madre.

Eppure ci ho privato. All’inizio, quando tutto è iniziato, lui non voleva neanche che spostassi un bicchiere.

Ricordo ancora il suo urlare perché non facessi sforzi, non muovessi nulla, perché per lui ero la sua principessa e non avrei mai dovuto sporcarmi le mani, ma io amavo prendermi cura di lui, farlo contento, preparargli cose buone.

Quando, per la prima volta l’avevo portato a casa, mia madre ne era stata entusiasta e per tutta la cene gli aveva regalato un ampio sorriso e, anche se lo aveva sommerso di domande, lui era sempre stato gentile e rispondeva con garbo. Mio padre invece, forse memore di un pensiero profondo, lo aveva scrutato e ponderato per tutta la sera e quando lui se ne andò, salutandomi come al solito sulla soglia con un bacio da mille e una notte, mi aveva guardato torva, chiedendomi se davvero ero sicura, se davvero volessi passare il resto della mia vita con lui, dato che durante la cena era uscita per la prima volta la parola convivenza.

Io avevo sgranato gli occhi sbalordita dal suo non accettarlo, sentendomi ferita e non capita e avevo urlato con tutto il fiato in corpo che lui era l’unico, che lui sarebbe stato per sempre, fino alla morte.

Osservo ogni goccia e ogni goccia è una colpa.

Ogni goccia mi ricorda mille cose sbagliate che ho fatto, le decisioni non prese, le parole taciute. Il nascondere, il tacere.

Ogni goccia, mi riporta al mio passato. A quell’incontro sotto il sole, ai baci, alle risate, alle promesse.

Non mantenute, schiacciate, negate.

Quando, dopo sette mesi di fidanzamento, mi aveva sorpreso davanti al negozio di abbigliamento dove lavoravo, in orario di chiusura, con un mazzo di fiori in mano, ero in estasi.

Una sorpresa bellissima e gradita, quando poi in quel mazzo di fiori avevo scorto una piccola bustina, la mia gioia raggiunse i massimi livelli. Appena aperta, vi scorsi all’interno una chiave.

Vivere insieme, vivere con me, iniziare una vita solo noi due, creare una famiglia.

Non mi importava che lui avesse scelto la casa senza chiedermi nulla. Sarebbe stata di sicuro bellissima.

Non m’importava se il luogo scelto era dall’altra parte della città, lontano dalla mia famiglia, dal lavoro, costringendomi così ad andare avanti e indietro quattro volte al giorno, non sarei stata l’unica, molte mie colleghe venivano anche da più lontano.

Quando varcai per la prima volta la soglia della mia nuova casa, la trovai incredibilmente arredata fin nei minimi particolari.

Aveva scelto tutto. I mobili, le lenzuola, gli asciugamani e ogni piccolo ninnolo sui mobili.

Rimasi colpita, ma pensai che fosse una carineria per me, per farmi l’ennesima sorpresa.

Sorrido, ripensando ai nove mesi di convivenza idilliaca. Di come lui mi facesse trovare la colazione pronta la mattina sul tavolo della cucina.

Di come mi coccolasse nella vasca da bagno dopo il turno serale al lavoro.

Non mi importava se mi avesse imposto, alla fine, di tenere la casa in un certo ordine specifico.

I lenzuoli, divisi per colore, nel cassetto alto dell’armadio. Gli asciugamani, solo nel bagno, nel mobiletto sotto il lavello e sempre divisi per colori e misure. I detersivi, tenuti in ordine di altezza in terrazzo, ma così avevamo spazio in più e si trovavano meglio.

Non diedi peso alla mania di controllare come facevo il letto, senza una piega, perfetto, i cuscini inclinati a destra.

Non mi resi neanche conto che in quei nove mesi, non avevo visto i miei non più di quattro volte e per non più di un paio d’ore, per un incontro rapido o un pranzo domenicale con l’orologio che ne decantava il tempo.

Non mi resi conto che non uscissi con le mie amiche, da sola dall’inizio della nostra storia e se all’inizio loro mi tartassavano, adesso i messaggi erano radi e sporadici e con note dolente al loro interno.

Era sparita, eclissata, comandata da lui e queste frasi mi facevano rabbia perché io non lo vedevo così.

Io vedevo lui e solo lui.

Vedevo solo lui anche quando, senza sé e senza ma, decise che dovevamo avere un bambino, altrimenti sarei stata troppo vecchia e anche lui voleva fare il padre, non il nonno. Che se, chiaramente dichiarato, fosse stata femmina, ci avremo riprovato subito per avere il maschio.

Che lui voleva l’erede del suo cognome, ma anche una femmina da poter sfoggiare per grazia.

Non mossi un muscolo, quando le mie piccole anticoncezionali, finirono nel lavandino e dopo due mesi, mi ritrovai incinta perché ero felice.

Felice di creare una famiglia con lui.

Non importava se dopo quella linea rosa, nel test di gravidanza, non avrei mai più messo piede al lavoro. Dovevo tutelare la gravidanza e una donna incinta non poteva lavorare.

Ricordo come in una nebbia la visita di controllo dove ci dissero che era femmina e che stava benissimo, perché le sue urla nel parcheggio e lo schiaffo feroce che mi spaccò il labbro mi bruciano ancora adesso.

Le urla sul fatto che non ero neanche buona a fare un maschio, che mi sarei dovuta impegnare di più, la prossima volta. Che se fosse stata femmina anche la seconda, non avrebbe visto la luce del sole.

Mi ritrovai in una camera, al buio a piangere, con sua madre che mi decantava le doti positive del figlio, che lo scatto d’ira era solo un attimo di dispiacere e che mai, mai avrei dovuto dirlo ai miei genitori che da lì ha poco sarebbero arrivati per congratularsi con noi.

Mio padre appena mi vide, si accorse del labbro gonfio, ma io subito spiegai che ero solo stata goffa, che in un attimo di cali di zuccheri avevo sbattuto sulla porta del bagno, che tutto quello che doveva pensare era l’arrivo della nipotina.

Lui lo fulminò con lo sguardo, ma per farmi felice non disse mai nulla, mentre mia madre come in estasi sembrò non rendersi conto di nulla.

Non si rese conto che chiedevo sempre e solo a lei di accompagnarmi alle visite perché lui impegnato, nascondendo che non era molto interessato alla salute della bimba. Non si rese mai conto che per tutti i nove mesi stranamente passavo sempre più tempo con loro e che dopo il parto, dove lui non prese mai in collo la figlia per i tre giorni di ricovero, io ero sempre da loro con la bambina.

Ero terrorizzata nel tornare a casa perché se la bambina piangeva, lui urlava furioso e il mio terrore e che facesse del male alla piccola, così cercavo di stargli lontana il più possibile e mi beccavo tutte le sue sfuriate.

Nessuno si fece domande su come e perché, tre mesi dopo il parto, ero di nuovo incinta. Di come lui, questa volta, dopo il controllo era in estasi perché era maschio. Di come sia lui che tutta la sua famiglia iniziarono ha bombardarmi di regali per il bambino, ignorando quasi la piccola.

Nella mia mente passano i momenti felici, quelli con noi quattro tutti insieme, pochi, rari e adesso so finti. Oscurati sempre dal suo ostentare il maschio, farlo prevalere anche sulla sorella.

Con rabbia, con cattiveria.

I suoi urli sempre più frequenti e le mani sempre alzate, verso di me, verso di loro.

L’inveire sempre su qualsiasi cosa io dicessi, facessi.

Lo sminuirmi perché non ero una brava cuoca. Che sua madre cucinava decisamente meglio e che se i bambini, specialmente il maschio era così magrolino non era costituzione, ma colpa mia perché non lo sapevo nutrire bene.

Che se il bambino, anche se aveva solo quattro anni non era un portento a calcio, erano i geni difettati della mia famiglia. Che se avesse preso da me, sarebbe diventato un buono a nulla, proprio come la madre.

Che la femmina già sembrava una piccola donnaccia e che io non sapevo tenerla buona, farle fare le cose che le brave bambine facevano.

Osservo ogni goccia e rivedo le urla per un piatto storto, un asciugamano stirato male.

Ripenso al primo schiaffo, a quel dolore sordo e quelle sue parole sussurrate

«Mi dispiace.»

Bugiardo, non era vero, non sei vero.

Rivedo le sue mani, colpirmi, ferirmi mille e mille volte e l’accusa assurda che era tutta colpa mia, che me lo meritavo, che ero io ha renderlo così. Se fossi stata brava, bella, buona, lui non si sarebbe mai infuriato.

Ripenso alle scuse dette hai miei per le maglie lunghe, gli occhiali da sole e la fatica nell’usare il trucco per coprire i lividi, sempre di più, sempre più grandi, più dolorosi, più frequenti.

Con orrore ricordo quando, senza che me ne rendessi conto, il piccolo era riuscito a entrare in bagno e ingenuamente, per giocare, aveva aperto il rubinetto del bidè, bagnando per terra e spargendo gli asciugamani per terra, per cercare di asciugare.

Non avevo fatto in tempo a sistemare prima del suo ritorno e quando mi aveva trovato lì, intenta ad asciugare per terra si era infuriato come non mai.

Con più panico, l’avevo visto uscire dal bagno e dirigersi come una furia nella stanza dei bambini e afferrare la bambina per un braccio e scaraventarla dall’altro lato della stanza.

Lei aveva sbattuto la schiena sull’armadio, rimanendo però muta.

Senza una lacrima, senza un gemito.

Avevo visto con terrore il maschio avvicinarsi e afferrandogli le gambe dirgli di stare fermo, di non toccarla, di non farle male e lui lo aveva schiaffeggiato così forte da lasciargli un segno rosso sulla guancia.

Allora ero intervenuta e lui come preso da una furia ceca, mi aveva riempito di botte.

Avevo sentito primi schiaffi, sulla faccia, sulle braccia, ma poi il pugno in piena pancia mi aveva piegato in due e quando finii per terra, i calci avevano annebbiato definitivamente la mia mente.

Solo le urla dei bambini, alla fine terrorizzati dal mio essere inerme per terra, lo aveva fermato.

Mi aveva guardato, osservato i figli e poi aveva solo detto che non era successo nulla e finché i lividi non sarebbero spariti nessuno di noi avrebbe messo piede fuori casa.

Avevo passato la notte sul tappetto della cameretta stringendo i miei figli e non sapendo cosa fare, cosa dire.

Ricordo solo le scuse assurdo trovate per non uscire di casa, per non farmi vedere da nessuno.

Chiudo gli occhi e quando li riapro, non posso non continuare a osservare quelle bellissime e gelide gocce.

Ogni goccia adesso è un rimpianto, un non essere stata abbastanza forte dal ribellarmi, dal fuggire.

Sarei dovuta scappare al primo schiaffo, fuggire al primo atteggiamento furioso. Non avrei dovuto mai permettere che mi facesse quello e che il mio dolce e bel bimbo vedesse i lividi, i pianti, ascoltasse le urla.

Che la mia piccolina si sentisse sempre inferiore, sminuita e lo sfogo del padre anche quando la colpa era del fratello.

Sento una lacrima solcarmi il volto, anche se non la vedo, so che si mescolerà alle gocce di pioggia, ma so anche che adesso in quella pozza informe, vicino alla finestra della cucina, posso vedere altro.

Scorgo il mio sangue macchiare le gocce di pioggia.

Osservo la macchia allargarsi sempre di più, mentre adesso le lacrime sorpassano le gocce di pioggia.

Cerco di respirare e sento i polmoni rispondere debolmente, dovrei alzarmi, ma non sento più il mio corpo, percepisco solo freddo e solitudine.

Adesso le lacrime iniziano a solcare il mio volto più fortemente.

Piango perché non sentirò più la voce di mia madre, chiamarmi felice.

Piango perché non potrò più accompagnare mia sorella nelle sue spese folli e poi rinchiuderci in un bar per una chiacchierata tra sorelle.

Come sopravvivranno a questo, come affronteranno tale dolore?

Piango perché non sentirò più, le piccole manine di mio figlio stringermi forte e sussurrarmi all’orecchio che mi vuole bene, che lui è il mio principe e io sono la sua principessa.

Lui così piccolo e indifeso adesso è solo al mondo con un peso enorme che lo accompagnerà per la vita.

Non vedrò più la mia piccola principessa vestita con il tutù e i capelli raccolti emozionata per il saggio di danza e con il desiderio da grande di fare la ballerina, per volare via, lontano da qui.

Tutto perché non sono scappata, non ho avuto la forza di denunciare questo amore che in realtà, adesso so, non è amore.

È possessione, è delirio, è amore malato.

Perdonami mio piccolo uomo, perdona tua madre per aver creduto fino alla fine di dover proteggere questa immagine di famiglia, perfetta per gli altri, ma inferno per noi.

Non fare mai, il mio stesso errore, lotta, reagisci, combatti.

Perdonami mia dolce figlia per non averti fatto capire, da subito, cosa vuol dire incontrare un uomo innamorato.

Per averti dato in errore l’idea che l’amore sia dolore e sofferenza.

Sento l’aria scemare tra le mie labbra e per un attimo un dolore sordo attraversarmi le membra. Per un secondo percepisco di nuovo il caos, le urla, le botte, il dolore delle coltellate, la sensazione della lama nella mia carme e il sangue caldo sulla mia pelle.

Respiro, ci provo, lo provo solo per voi, ma perdo la mia battaglia.

Riesco solo a voltare la testa e vedo lui, il mio amore, il mio carnefice, il mio assassino.

Immobile seduto per terra con la schiena contro il muro che mi fissa stranito.

«Mi hai ucciso» sussurro e lui apre la bocca e poi la richiude un paio di volte.

«È colpa tua, sei stata tu ha farmi fare questo» e ringrazio il Dio che i miei bellissimi e preziosissimi bambini sono dai nonni, al sicuro tra le braccia dei miei genitori che so, d’ora in avanti li stringeranno al posto mio, facendo loro capire cosa sia il bene e il male.

Lui mi fissa e poi vedo il coltello nella sua mano e una singola lacrima solcargli il volto.

«Ho fatto un casino. Sì, lo so. Non so perché» e allunga il coltello verso di me, ma più di così, non puoi fermi male.

«Nessuno capirà» e l’unica cosa che sento sono un rumore sordo e rantoli di agonia.

So cosa ha fatto, ma non gli darò l’ultimo barlume di perdono che cerca fissandolo, no, tu mi hai tolto tutto e adesso io non ti darà niente di più.

Muori da solo, come solo avresti dovuto essere.

Muori senza perdono perché anche dopo, quando tutti sapranno cosa hai fatto, nessuno ti potrà perdonare e l’inferno di queste quattro mura, finalmente verrà allo scoperto e tutti capiranno come sia semplice vivere l’inferno in terra. Tutti sapranno che dietro la tua maschera di persona per bene, di padre e marito esemplare si nascondeva un mostro terribile, capace di atroci sofferenze.

Tutti finalmente sapranno, come la tua famiglia abbia coperto per anni questi orrori, inculcandomi che fosse colpa mia, colpa dei bambini, colpa di chiunque, ma mai sua e anche loro patiranno adesso le pene dell’inferno, come, per dolore, lo patiranno tutti coloro che mi amavano e che si malediranno per non avermi salvata, che si struggeranno nel non potermi abbracciare mai più.

 

Scruto il cielo un’ultima volta, osservo la pioggia fermarsi e le nuvole aprirsi.

Una stella, luminosa, bellissima mi scruta, dandomi la pace di cui ho bisogno e non sento più nulla, non penso più nulla.

Sono una goccia in una pozzanghera, una tra tante, una tra il sangue innocente.

 

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