Il primo giorno di Dora Masi – Sezione D 2018

1536680760235.jpg--donna_picchiata_e_marchiata_a_fuoco__arrestato_il_compagno_aguzzinoOggi sarebbe stato il primo giorno, ma Valerio mi ha appena dato uno schiaffo e devo azzerare la conta.

Non voleva farlo. Non è colpa sua, lo so. Me lo dice sempre, dopo.

Mi mordo la lingua per il dolore misto a bruciore che infiamma la mia guancia: lì si è posata la sua mano quando ha dovuto schiaffeggiarmi.

Lo fa per me, so anche questo. Ma fa male comunque la pelle, al suo tocco.

Lui mi sta parlando. È infervorato, butta giù la minestra senza assaporarla. E mi guarda. Non posso continuare a fissare il piatto o lo farò arrabbiare di più. Alzo lo sguardo lentamente, annuendo a ciò che mi sta dicendo. Se fossi più sveglia non ricadrei ogni volta nello stesso errore ed è questo il concetto, è chiaro, è breve da capire e ricordare, solo che io sono di coccio.

Annuisco; so che non sarà arrabbiato per molto; l’importante è non dire o far nulla che risvegli il suo malumore. È solo nervoso, non dovevo mettermici anche io.

Da quando Valerio ha perso il lavoro è sempre molto giù, ma passerà, come il dolore sul volto. Gli sorrido lentamente, sentendo la pelle tirare nel punto in cui mi ha dato quel ceffone; sparecchio cercando di non fargli intendere il mio dolore o so che sarà peggio.

Apro il rubinetto e lascio scorrere allo stesso modo i miei ricordi di quando lui non era sempre arrabbiato ed io non temevo di offenderlo. Mi rivedo insieme a lui quando eravamo fidanzati e felici. Lui mi diceva che ero solo sua, che nessuno doveva darmi fastidio. A quell’epoca la sua gelosia era un contorno venato da fiaba e io l’accettavo, anzi, ne ero lusingata: Valerio era bello e popolare nel mio paesello ed io mi sentivo fortunata ad aver attirato la sua attenzione, giovane com’ero. Lui aveva molta più esperienza di me in molte cose, aveva viaggiato per lavoro, era stato con altre donne. Per questo non dovevo arrabbiarmi se correggeva il mio modo di pensare, le mie vedute femministe, come le chiamava lui.

Così, mentre sciacquo i bicchieri ricordo della volta in cui venne a prendermi da casa e io avevo pensato di mettere quella bella minigonna in jeans che avevo comprato il giorno prima. Io pensavo sul serio che avrebbe apprezzato, che avrei ricevuto complimenti per le calze trasparenti e tutto il resto. Ci avevo sperato, quantomeno, ma la sua reazione fu diversa: mi strattonò il braccio, urlandomi di andarmi a cambiare, che sembravo una puttana. Fu questa mia sciocca convinzione che rimase delusa non io, per carità: sapevo che lui lo diceva per il mio bene, come mi spiegò dopo quando, baciandomi con forza fino a farmi sanguinare le labbra, mi disse che dovevo vestirmi decentemente, o la gente avrebbe parlato.

Prendo le posate insaponate a faccio scorrere l’acqua; lui è entrato nella stanza, il suo passo è pesante mentre si avvicina da dietro. Mi sta cingendo con le sue braccia e so che devo essere normale, che non devo irrigidirmi, o penserà che non voglio questo contatto che in realtà mi terrorizza e così continuo a lavare i piatti, nel modo più naturale del mondo. Sento il cuore battere forte e irrequieto, perché intuisco subito cosa sta per succedere e Dio solo sa se vorrei essere indifferente ogni volta.

Il suo abbraccio si è trasformato in una presa, le sue mani mi accarezzano e cercano di abbassarmi i pantaloni. Vuole fare sesso e lo fa per me, perché io capisca che lui si arrabbia per il mio interesse, ma che mi ama, mi desidera sempre. Rimango impacciata, guardando i piatti nel lavabo e invidiando la loro sorte di semplici recipienti da cibo: vorrei essere di ceramica anche io e ignorare il suo fiato sul collo, ma devo restare ferma, devo resistere fino a quando non avrà finito.

Mi spinge la testa in avanti, mi posiziona come meglio crede per godere di quel suo modo di amarmi come merito e a me non resta che guardare fisso davanti a me, movendomi mio malgrado mentre lui da dietro spinge via via più forte, man mano più preso. Ultimamente preferisce farlo così, perché dice che può controllarmi meglio, può dimostrami chi comanda in quella casa.

Quando finisce, mi fa voltare, mi bacia con la lingua senza aspettarsi che io ricambi.

«Visto che ti amo, scema?» E io devo sorridergli, mentre piena di lividi mi rialzo i pantaloni e torno a lavare i piatti, mentre mi ripeto che quello schiaffo sarà sicuramente l’ultimo e che tornerà a voler fare l’amore senza buttarmi contro il primo mobile che capita. Non è colpa sua, lo so.

Sono io che sono sbagliata.

Quando finisco di pulire mi dice di accompagnarlo a fare la spesa e io che vorrei pur starmene a casa a leccarmi le ferite alla fine cedo: infilo il cappotto e lo seguo fino al minimarket sottocasa.

Da alcuni mesi è lui che compera le cose, paga le bollette e porta avanti tutte quelle commissioni che per anni sono state di mia responsabilità, non avendo un lavoro. Dice che così mi risparmia una fatica, ma anche che tendo a comprare cose che non ci servono realmente ed io ho dovuto accettare anche questa sua idea, anche se sono sempre stata attenta a risparmiare. Ma io di soldi, infondo, che ne so? Sono stata fortunata a trovare un marito che provvedesse a me invece di uno che mi costringesse a lavorare dalla mattina alla sera. È quanto dice Valerio e deve essere vero.

Entro nel negozio molto serena, cercando di notare i cambiamenti e gli spostamenti della merce. È da tanto tempo che non ci metto piede e seppur alla fine tutto è uguale provo una gioia fanciullesca nell’osservarmi intorno, nel riconoscere i visi noti della gente che prima incontravo lì.

«Signora! Da quanto tempo!»

Io e Valerio ci giriamo, entrambi sorpresi da quella voce. Davanti a noi c’è un uomo con il grembiule del minimarket e ci sta sorridendo, felice. Lo riconosco: è Alberto, il vicedirettore.

«Sono settimane che spero di rivederla. Il detersivo che cercava alla fine ce l’hanno mandato! Volevo dirglielo prima, ma non l’ho più vista qui da noi.»

So che non dovrei essere contenta per una cosa così banale, ma trovo confortante che la gente si ricordi di me, anche se non esco da molto tempo. Ci sono giorni in cui ho pensato che nessuno noterebbe la mia scomparsa …

Ringrazio il vicedirettore e seguo mio marito. Valerio prende delle cose che io non pensavo ci mancassero e va a pagare, ma ho smesso di contestare quello che fa: lui mi ha sempre detto che non ho mai saputo fare la spesa e che da quando la fa lui tutti i conti tornano. So che è un’accusa infondata, la mia mente si ribella ad accettare il rimprovero, ma forse, come al solito, mi sbaglio. Valerio ha più esperienza di vita rispetto a me, devo ricordarmelo, ma a quanto pare non riesco a fare neppure quello.

Ritornando a casa lui non mi parla e io ho imparato da un pezzo a non infastidirlo con le mie chiacchiere da donna, soprattutto dopo quella volta in cui mi tirò i capelli per zittirmi durante un film western. Non volevo disturbarlo, ma speravo di parlare un po’ con lui di noi, della nostra vita, di quelle cose che lui dice essere sciocchezze. Le stesse che prima condividevo con Diana, la mia amica. Ma anche lei ormai fa parte di un’altra vita, perché secondo Valerio aveva un brutto ascendente su di me e ho dovuto rompere ogni rapporto con lei. Ho dovuto allontanare tutti i miei amici, perché mi portavano su cattive strade, dice mio marito.

Appena rientrati sbircio nelle buste prima di svuotarle: c’è del ketchup, del salmone norvegese e tra le altre cose dei biscotti per cane. Ma noi non abbiamo un cane.

«Valerio, guarda fors…»

Qualcosa mi colpisce sul volto. Barcollo, reggendomi al tavolo solo all’ultimo momento. Valerio mi sta davanti, imponente e con lo sguardo infuriato. Il cuore inizia a battermi per la paura di aver detto qualcosa che non dovevo. La mente corre veloce, ma non trova nulla perché sono stata zitta per tutto il tempo, non posso aver detto qualcosa di sbagliato. O forse lui avrebbe voluto che io parlassi? Non ho ancora forse imparato a evitare queste situazioni?

Inizio a tremare e porto la mano sulla guancia, la stessa che mi ha colpito a pranzo. Prima ancora di trovare il coraggio per chiedergli qualcosa è lui ha parlare. Inizia piano, con i denti stretti; sputa la sua convinzione che io sia una poco di buono, che lo sono sempre stata, che le mogli perbene non fanno le zoccole con i commessi dei supermercati.

Io non dovrei replicare, non posso farlo se voglio che la smetta, ma so che non ho fatto nulla di male e prima ancora di pensare alle conseguenze protesto.

«Non ho fatto niente. Ti stai sbagliando.» Ma non è la cosa giusta da dire. Lo vedo prima di sentirlo il secondo ceffone, ma questa volta non trovo nessun appiglio e cado per terra. L’urto mi stordisce per qualche istante, ma non perdo i sensi, purtroppo.

Valerio inizia tirare calci alla spalla, all’addome, qualcuno arriva sul viso, anche se lo proteggo con le braccia e le mani; da lontano sento un suono simile ad un gemito e non capisco subito che in realtà proviene da me. Piango in silenzio, sperando che la smetta, sperando di sopravvivere. O almeno, Dio mio, fai che tutto finisca presto.

Due medici del 118 sono nel nostro salotto. Li ha chiamati Valerio, quando ha visto che non mi muovevo più. Il dottore, un ragazzo giovane e serio, mi ha visitata accuratamente, consigliandomi di andare con loro all’ospedale, ma io non ho voluto. È inutile andarci, ci sono stata altre volte senza concludere nulla. Ma c’è anche una dottoressa che mi si avvicina quando Valerio inizia a parlare con il medico al quale sta spiegando la brutta caduta che ho fatto.

«Sta bene signora?» mi chiede lei, scrutandomi dritta negli occhi.

Annuisco, abbozzo un sorriso e ripeto la solfa già detta da mio marito: sono scivolata, ho perso l’equilibrio, sono caduta. Una cosa vale l’altra. Cose che succedono. Ma lei mi guarda ancora, seria, con quello sguardo che mi fa più male dei colpi avuti al petto: non mi crede, lo so. Ho già visto sguardi come il suo, so già che prova pietà e commiserazione, che pensa di essere in gamba perché magari ha un marito migliore del mio. Ma Valerio non è cattivo, non lo fa apposta, lo so, me lo dice sempre, me lo ripete all’infinito che mi ama.

«Se ha bisogno di aiuto…» sta dicendo intanto la donna, ma io faccio di “no”con la testa, cercando di sorridere in maniera convincente. C’è Valerio che sta guardando dalla nostra parte e seppur non può ascoltarci capirà lo stesso se dico qualcosa che non dovrei neppure pensare. Devo solo far finta di niente, devo convincere questi due estranei che va tutto bene e domani, lo so, domani sarà il primo giorno in cui non mi picchierà. Me lo sento.

A cena, quella sera, Sara e Michele sono nostri ospiti. Io li conosco appena, sono amici di mio marito, come tutti coloro che frequentano casa nostra, tra l’altro. Stanno ascoltando la storia della mia caduta da Valerio, che nel frattempo non mi lascia la mano, guardandomi amorevolmente di tanto in tanto. È dolce e premuroso come lo è ormai solo nei miei sogni. Poi gli uomini iniziano a parlare di calcio e io non posso non notare come gli occhi di Sara vadano spesso verso mio marito, che guarda con fare malizioso. Anche Valerio, appena può, ricambia e io mi chiedo se è lei la donna con cui mi tradisce da settimane. Non so se possa essere lei, ma un’altra c’è di sicuro: la sera chatta fino a notte tarda e spesso è tornato a casa con un profumo addosso che non è il mio. Anche questo dipende da me, dal mio essere una donna poco interessante: me l’ha detto lui, quando quella volta gli ho gridato contro rivelando che sapevo dei suoi tradimenti. Quella fu la prima volta che andai all’ospedale, ridotta ad uno straccio.

Ora nostri ospiti lodano mio marito e Sara non smette di ripetere quanto sia fortunata ad avere un compagno così innamorato di me. Io annuisco, sorrido, porto avanti la falsa pregando Dio che ritorni tutto come era un tempo, ma appena vanno via so che non mi sono comportata bene.

Valerio ha bevuto, lo capisco bene anche senza quell’odore sgradevole di vino che arriva fino a me. Mi accusa di non aver risposto ai complimenti di Sara e Michele, che avrei dovuto confermare quale amorevole marito lui fosse e invece ero stata zitta. Mi vergognavo di lui? Volevo lasciarlo? Bene, non me lo avrebbe permesso. Ero sua, che lo volessi o no.

Mi prende per capelli, mi assesta calci nel sedere, mi sbatte con forza contro la credenza e mi spinge nello sgabuzzino delle scope. Provo a rialzarmi, ma lui continua a picchiarmi ancora fino a quando non smetto di ribellarmi. Quando lo ha fatto le altre volte ho pianto e scongiurato che mi liberasse, terrorizzata com’ero dagli spazi chiusi, impaurita dal buio e dai rumori strani che l’immaginazione crea quando la ragione è bastonata come la pelle. Questa volta, però, sono rimasta zitta, rannicchiata insieme ai ragni, senza poter vedere la chiazza di sangue sui pantaloni.

Al pronto soccorso mi dicono che ho avuto un aborto naturale e se ripenso alle botte prese in questi giorni so che non c’è nulla di spontaneo nella faccenda.

Mi ci ha portato Valerio in ospedale, ma ora è fuori e senza la sua presenza so che la mia storia dell’incidente domestico non regge, non ha forza. O forse sono io che non ho più forze per barricarmi dentro queste menzogne che mi fanno più male delle botte.

Dio mi perdoni se non provo nulla per quella vita che si è spenta senza neppure sapere che fosse in me, perché so che sarebbe stata a sua volta vittima di quest’uomo che dice di amarmi ma in un modo così lontano dal mio. Sto per piangere, ma so che devo tenere duro, che mio marito è al di la della porta e che devo ritornare a casa con lui. È questo che fa una brava moglie: mente, sopporta e ama.

Poi entra quella dottoressa, la stessa donna del 118 venuta a casa mia e nel riconoscerci a vicenda sento qualcosa dentro di me che si spezza, capisco che il muro di paura sta crollando. È come se quella donna avesse con sé la chiave del mio lucchetto interiore. Ad un tratto una scintilla di consapevolezza fa capolino e di colpo ritrovo le forze. Vedo lei e vedo me, attraverso il suo sguardo. Per la prima volta ho pena per questa donna che sono diventata. Per ciò che lui mi ha fatto diventare. È un pensiero nuovo, pericoloso, ma non lo lascio fuggire via. Non voglio più essere trattata così, non voglio più essere guardata così. Mai più.

«Ho bisogno di aiuto» dico tutto d’un fiato, prima di perdere il coraggio.

Voleva farlo. È colpa sua, lo so. Me lo ripeto sempre, ora.

Mi ci vorrà del tempo per capire quanto sono stata sciocca nel giustificare Valerio, nell’accettare le botte come pegno di un amore che invece è stato sempre malato. Non è facile convivere con la vergogna di quello che ho passato, ma il dottore mi dice che non devo provare imbarazzo, che è mio marito che deve farlo. Tornare a pensare a me stessa non è semplice, ma a quanto pare imparerò a ad amarmi, così dicono tutti qui al centro antiviolenza.

Oggi è il sedicesimo giorno da quando sono qui, ma per me è il primo da quando ho capito che non ero io la sbagliata, ma era lui il mostro. Oggi è il primo giorno in cui non sono solo la moglie di Valerio, ma torno a essere Chiara.

21 commenti Aggiungi il tuo

  1. Maristella ha detto:

    Un lavoro bello che narra molto ma emoziona di più, poiché concentrato soprattutto sulle emozioni, sulla descrizione del dolore, che danno al lettore empatia e modo di immedesimarsi in esso. Credo che questo risponda perfettamente al tema richiesto.
    Complimenti

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    1. Dora Masi ha detto:

      Grazie Maristella!

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  2. Maria Lucia ha detto:

    Bravissima Dora !!!

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    1. Dora Masi ha detto:

      Grazie mille!!!

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  3. Irma ha detto:

    Un racconto che mostra come le donne, per amore, sopportano sofferenze che cancellano se stesse. Racchiude l’esperienza che molte hanno dovuto subire e come riprendere il controllo della propria vita sia una sfida notevole.

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    1. Dora Masi ha detto:

      Grazie Irma per averlo letto.

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  4. Eufemia Griffo ha detto:

    Mi è piaciuto tantissimo, mi ha inchiodata. Bravissima l’autrice. Complotti!

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    1. Dora Masi ha detto:

      Grazie Eufemia. Sei molto gentile. Grazie davvero

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      1. Eufemia Griffo ha detto:

        Grazie a te cara Dora☹♥️

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      2. Eufemia Griffo ha detto:

        Scusa è partito un emoticon sbagliato.
        Grazie mille cara Dora♥️

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  5. LaTizi ha detto:

    Nessuno dovrebbe essere vittima di violenza, uomo o donna che sia e questo racconto narra in modo crudo l’animo di chi subisce passivamente sperando che un giorno tutto possa cambiare. il crescendo di emozioni trascina con la protagonista nella sua dimensione fatta di paura e angoscia, tanto da avere il fiato corto e la pelle che brucia.
    Complimenti a Dora.

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    1. Dora Masi ha detto:

      Grazie per la lettura!

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  6. Angel ha detto:

    Bravissima. Un tema, purtroppo, attualissimo e che Dora Masi ha espresso con estrema capacità. Complimenti.

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    1. Dora Masi ha detto:

      Grazie per averlo letto!

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  7. Alfio Merico ha detto:

    La storia centra perfettamente il tema della violenza sulle donne. Per alcuni aspetti, si presenta abbastanza forte, ma proprio per questo fa passare forte e chiaro il messaggio che l’autrice aveva in mente.

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  8. Alberto Di girolamo ha detto:

    Il ritmo incalzante e lo scavo psicologico dei personaggi rendono molto interessante il racconto di Dora Masi.

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    1. Dora Masi ha detto:

      Grazie Alberto. Gentilissimo

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  9. Irene ha detto:

    Emozionante e sopratutto, purtroppo, molto veritiero. Da leggere tutto d’un fiato. Bravissima Dora!

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    1. Dora Masi ha detto:

      Grazie Irene!

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  10. Paola ha detto:

    Complimenti Dora!!!
    Realistico e molto profondo.

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    1. Dora Masi ha detto:

      Grazie mille
      Paola!

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