Il riflesso dell’acqua di Sandra Vannicola – Sezione C 2018

download

Pluf!!!! Un sasso d’argento cade dal cielo e, come spigolo vivo, taglia la superficie dell’acqua. Il bello si divide dal brutto, il giusto si separa da ciò che è sbagliato, il caldo si allontana dal freddo. La montagna ascolta attenta il verso dell’aquila che ritorna dalla vetta più alta mai raggiunta e, nel riprendere il suo volo, sovrasta l’immensa distesa della natura sotto di lei. Il mondo degli uomini rinasce di un nuovo mattino, dai sentieri della grande Africa alle maestose onde del Nord. Il bimbo gioca libero come può o schiavo come non mai, nella prigione moderna che la tecnologia ha sapientemente preparato per lui. Sguardi fuggevoli di gente assente che siede ai tavoli della superficialità e dell’apparenza, che risolve quiz moderni densi di vuoto e solitudine. L’anima è dentro, nascosta in sentieri e rivoli sempre più impervi, dentro la maschera di gente comune, ma forse meno speciale di sempre. Di qua dalla riva più ampia del mare Adriatico oggi nasce una nuova vita, la piccola Gaia, raccolta in una calda nuvola di affetto. Di là dal confine più a Sud della Sicilia sta tramontando l’ultimo sole per lui, un uomo che sta lottando disperatamente per vivere, ma sa già che stavolta non ce la farà. E quell’anima è ancora in bilico, in un continuo peregrinare, in una ricerca di sé che non ha fine, in una smania di rivincita che non le dà pace. È anche il giorno in cui, da qualche parte, nel cosmo, un uomo e una donna prendono la decisione più bella e difficile che è adottare un figlio. Essi lo fanno nel teso colloquio di un corridoio bielorusso con le valigie pronte per una nuova avventura. Ed essa si nasconde ancora, tra i mille sentieri e giochi del tempo, tra gli spazi vuoti ed indefiniti di un altro giorno nascente, tra le tante troppe prove di questa strana modernità. E intanto nasce un altro domani, fitto di nebbia delle coscienze e dei cuori, tanto grande ma molto più piccolo del tempo che esso racchiude. Il bagaglio di luce che essa nasconde è linfa per l’umanità distratta, è oro per l’universo, è sano e pacato ristoro dai mali del presente. Da sempre ogni essere ne possiede una, nascosta negli antri più bui e lontani di sé. Taluni la conducono al proprio fianco ogni giorno da sempre. Talaltri la cercano invano tutta una vita senza trovarne traccia. Pochi la raggiungono in pieno, centrandone il senso e l’essenza. Una luce di pace e di energia, di sano risveglio di sé, di vita ideale. Un bagno di salutare chiarore che ridesta le coscienze ed allinea verso il giusto ciò che giusto non è. Alcuni per conoscerla attendono il filo sottile, impercettibile ma reale che collega la vita e la morte. Talaltri hanno la forza di trovarla dentro sé prima dell’ultimo approdo. C’è uno specchio d’infinito proprio dietro te adulto di oggi. Tu che rincorri ogni giorno la voglia di avere senza mai dare, che siedi al tavolo dell’indifferenza per giudicare. Pensa che c’è una scia di luce anche per te, da afferrare all’orizzonte del passaggio tra l’oggi e il domani. Salendo sul treno del tempo, entra il bimbo che soffre per un male senza scampo; di qua dal riflesso dell’acqua, c’è un bambino di questa scura modernità che non sa più giocare come un tempo, che non conosce il sapore di stare all’aria aperta insieme ai suoi amici ed a cui la tecnologia ha bruciato l’essenza più candida di sé. Ecco un acquazzone che si prepara da lontano a rischiarare i cuori e le coscienze. E’ il temporale più forte di sempre, a creare l’illusione di un nuovo mattino e di rinnovati orizzonti. “Pluf” fa il sasso ancora una volta, ma, aldilà di quel riflesso, adesso torna a scorrere il flusso più sano e normale della vita. È una storia degli anni Ottanta, vissuta in un piccolo paese di campagna, un fazzoletto di poco più di millecinquecento abitanti. Qui vivono anime nuove, che hanno ritrovato sé stesse e vinto la tentazione e schiavitù della modernità a tutti i costi. Casette imperfette quasi disegnate dal pennello di un artista esordiente. Ogni cosa a suo posto, nessuna apparente stranezza. Dietro la chiesa c’è Maicol, un bambino moro e sorridente, che gioca a palla con i suoi amichetti di sempre. E’ appena l’imbrunire e la voce stridula di nonna Giovanna lo richiama verso casa. Lei gli ha preparato la sua gustosa ed immancabile fetta di pane e cioccolata, come fa quasi ogni giorno per lui. Insieme a Maicol, si radunano tutti i compagni del pomeriggio d’allegria, uniti tutti insieme, un po’come accade agli adulti, quando la gioia di ritrovarsi insieme spensierati è più grande di ciò che si fa davvero. Vicino alla piazza del paese ecco arrivare Marco e Serena, che si preparano per una bella serata in allegria, insieme a Filippo, Lorenzo, Cristina e Fabiola, i mitici sei del muretto arancione. Essi si apprestano a colorare le giornate con i sorrisi e l’allegria di un’adolescenza scanzonata, un po’ esagerata nelle proprie manifestazioni, ma autentica come non mai. Poco più in là, nel vivo del quartiere, due mani di bimba disegnano a terra una campana con i gessetti bianchi, gli stessi che Allegra ha rubato alla mamma insegnante e che ella tiene segretamente nascosti nel cassetto verde della cucina. Dentro a quella campana, si intrecciano le storie di bambini spensierati e liberi; di quelli che all’uscita da scuola si fermano cinque minuti prima di pranzare, e di quelli che ci ritornano e stanno lì per tutto il pomeriggio. Nel parco del Belvedere un fazzoletto rosa svolazza nell’aria e offre il richiamo per le fanciulle più grandi che giocano ad esprimere desideri, già un po’ proibiti, con i maschietti loro compagni di scuola che le guardano da lontano con sommessa ma guardinga indifferenza. Tra i comignoli di un’Italia anni Ottanta si sentono ancora i profumi dei fiori. Nelle campagne farfalle colorate pennellano i contorni della natura, talvolta rincorse da qualche bambino curioso che non sa resistere al dolce fascino che esse sprigionano. In quella stessa Italia, in qualche nascosto luogo di magia o di perdizione, un uomo e una donna si arrotolano dentro ad una storia di carta più grande di loro: essa racconta ad un tempo l’imbarazzo e la paura, mescolate alla voglia matta di trovare il sale più puro di un’emozione. Qualche chilometro più in là, dentro la masseria di zio Giovanni, le massaie imburrate dei giorni di festa disegnano preziosi quadretti culinari. Un grembiule di lino a quadretti, capelli raccolti ordinatamente, farina e uova tra le mani, il giusto e insostituibile peso dell’esperienza dentro a due braccia d’oro che impastano il sapore più buono e salutare di sempre. Gusti, sapori e tradizioni mai perse, che rinascono e si tramandano uguali a sé stesse nel gioco sottile della vita e del ricambio di generazioni. Scendendo un po’ più sotto, si arriva fino al colle di San Giovanni e già si respira il profumo dell’uva bastarda, di quella che non ha bisogno di cure, che basta a sé stessa insieme al sole che la riscalda dolcemente. Si è formata una staccionata di vite stagionale, che pare una sorta di candido ricamo. Esso è il richiamo dolce ed armonioso di qualche bimbo che, passando di lì con la bicicletta, allunga le mani per provare il buono di quel sapore. Tra i crinali dorati della pianura si sentono, poi, le voci forti di Mario e Serenella, uniti nel comune sentimento della terra, una terra benigna e fiorente che restituisce alla fatica quotidiana i frutti di un amore lungo una vita. Stanno preparando il necessario per infrascare le piante di pomodori e lo fanno, come ogni anno, come da tradizione, quasi rispettando alla lettera un manuale d’altri tempi. Una canna di bambù incrociata sapientemente con l’altra e fermata con quei laccettini di vimini che Serenella ha sapientemente ripulito durante tutta l’invernata, di fronte ad un invitante caminetto amico ed a quella polenta di mais gustata pian piano. La terra sa fare anche questo agli uomini, ingegnandoli ad arte quando essa vuole perché nella cura di ciò che passa tra le nostre mani si avverte il sapore della vita. Marito e moglie si sentono urlare e punzecchiare per tutto il giorno lungo i campi, qualche pausa solo durante mezzogiorno; poi di nuovo accendersi una frizzante tiritera familiare, che oscilla tra il consiglio e la saggezza benigna di un tempo. Poco distante, nella casa di campagna lì a fianco c’è il ritrovo dei conigli di nonna Matilde, una vecchietta arzilla e pimpante di quasi ottant’anni che parla con quegli animaletti e li accudisce con l’affetto più grande che mai. Ogni tanto si avvicina il suo nipotino Riccardo che, con il dito, accarezza un coniglietto di poche settimane e guarda attento mentre esso beve da quella cannula d’alluminio che sporge dalla gabbietta argentata: insieme essi esprimono la tenerezza e l’innocenza più grandi. Davanti alla casa in collina della famiglia Branchi, proprio a fianco ad un portone di legno ormai graffiato dal tempo, sta il caro e dolce nonno Anselmo; un insieme di anni ed esperienza seduti con convinzione su una sedia di vimini bianca ormai ingiallita dal tempo che, da sola, sorregge il peso dei suoi anni. Egli se ne sta lì ogni giorno con il suo bastone marrone che, di tanto in tanto, batte per terra alla vista di qualche bicicletta o passante, per strappare loro un sorriso o una parola. La dolce Chantal oggi ha fatto una scampagnata con la famiglia, come accade spesso in questi anni di amore e di lavoro assoluti, di mancanza di fronzoli sociali e tecnologici. Nello specchio e nella luce di questi anni, c’è posto anche per me. La voce di un ricordo che sento ancora addosso.

Mi trovo immersa dentro ad un cunicolo informe e indefinito che è la mia vita. Le gambe quasi bloccate ed i movimenti lenti fuori e dentro me. Riesco ancora a muovermi, ma a fatica; cerco uno spazio, un’apertura dentro che possa alleggerire il respiro. Intanto, una luce si fa spazio tra i pensieri. Trovo gli occhi di una bambina che guarda con entusiasmo intorno a sé, dall’alto di una finestra blu ormai sbiadita. Le immagini ed i colori di incantato stupore vanno e vengono, si fanno via via più nitide ma subito si impallidiscono. Trovano l’ostacolo della ragione che vuol frenare ogni cosa, raccolta negli impervi antri di sé. Subito quella luce riprende forma e illumina il passo stanco ma soddisfatto di una mamma che va di corsa. E’ una di quelle donne moderne, io, che corre dietro al tempo cercando invano di dominarlo ma che non ha mai smesso di essere bambina dentro, per ritrovare l’entusiasmo ed il chiarore mai sopiti.

Sono in ufficio davanti alla luce blu del monitor: oggi devo finire quel lavoro; lo spazio dentro al cunicolo si è stretto nuovamente.  Rivedo il colore blu dell’infanzia e quei ricordi incontrano la forza di anni ormai lontani, quando era facile viaggiare. Arriva uno squillo che rompe ogni cosa: i miei pensieri ingenui di benessere e serenità in famiglia e quella beatitudine dentro che mi ha dato pensare a mia nonna improvvisamente sbiadiscono. Ha aspettato che io ritornassi dai due giorni di corso a Milano, ormai dieci anni fa, poi ha dolcemente abbassato la saracinesca dei suoi occhi. Io, però, li vedo ancora dentro me: stanno lì da quel giorno, immobili e potenti a ricordarmi quella che sono stata e che sono ancora. Ritorna inaspettato uno strano buio, è ora di andare a quella visita che forse non porterà nulla di buono. Mentre sono distesa si distendono stranamente anche i pensieri. Improvvisamente non mi importa più nulla di quell’esito: ora penso solo ad essere felice perché quando tornerò a casa, troverò ad accogliermi il calore dell’essenza più viva di me, la mia famiglia e lì si saprò regalare un sorriso.

Sono ancora in ufficio, la penna tra le mani, e quella tastiera che oggi fa i capricci. Amo il mio lavoro, occorre trovare il verso, quello giusto, quello che fa scorrere tutto in una provvidente linearità, la linearità della vita. Scambio qualche parola con i colleghi del pranzo oggi che non ho fatto in tempo a preparare nulla da casa. Un simpatico incrocio di esperienze di fronte ad un primo fumante ed ecco uscire qualche timido sorriso che man mano prende forza e va a scalare le resistenze che trovo in me. Si affaccia un lembo della mia anima a tirare un sospiro. Oggi è sabato, vorrei dormire ancora un po’, so che potrei: la voce di Alessio che vuole andare di là a giocare sembra quasi un pugnale, ma non ferisce. Sento che lui ha bisogno di me, oggi che, allungando la sua dolce manina verso di me trova me e non un cuscino vuoto. Cerco di liberare tutte le mie energie per lui; metto a terra i tappetini colorati ad incastro comprati all’Ikea, tutte le sue moto e macchinine. Siamo insieme liberi per quasi due ore. Abbracci e sorrisi si completano a vicenda. Improvvisamente, la voce di Chiara che ancora dorme e che adesso mi reclama tutta per lei. È un dolce gioco di pretese fluttuanti. Lei è sveglia, si avvicina, sembra che ancora ciucci con quel dolce e amoroso vezzo del labbro che le è rimasto da quando ha tolto il succhiotto e che fa quando ha ancora sonno. Mi sfiora l’orecchio, cerca me in ogni sguardo, non sembra vero neanche a lei di vedermi nel salotto insieme a giocare. Quello spazio dentro me si fa più grande e conquista una dimensione di pienezza.

Mi viene in mente lo scalino rotondo di marmo del caminetto della mia casa materna: io, seduta pacatamente, mentre divoro pane e prosciutto che nonno mi ha tagliato. Il suo ginocchio appoggiato premurosamente al mio, e quello sguardo di umanità che ricordo ancora oggi. Babbo mi ha sgridato per quel pasto risicato che ho mandato giù a fatica. L’occhio vigile del padre, mio nonno appunto, che non approva quella gratuita severità di gesti e di parole a cui cerca di porre rimedio con la dolcezza del suo sguardo. Occhi color cristallo che mi accarezzavano e lo fanno ancora oggi, in quella finestra fatata che apro ogni giorno dentro me in cui c’è un posto sempre per lui.

Esco d’improvviso da quel cunicolo e, davanti a me, ci sono due cascate: l’acqua scorre lesta e greve, il rumore delle rapide è forte, a tratti assordante. Mi lascio dolcemente cullare da quegli sprazzi di acqua che mi bagnano di nuovi stimoli e carezze: non so quale delle due guardare od in quale di esse perdermi. Mi lascio guidare dai sensi chiudendo gli occhi: chissà quale delle due vie stavolta io abbia deciso di percorrere. Sono all’inizio della scuola, un giorno che, ancora bambina, ho dovuto scegliere se pensare a me o evitare un dispiacere ad un’amica. Anche stavolta non ho saputo scegliere, eppure avevo le due opportunità davanti ai miei occhi. Ed il cunicolo si riaffaccia nei pensieri. Ed anche lo stomaco si muove: uno strano senso di inutilità mi assale e mi viene di nascondermi dal mondo. Non lo faccio però, ci penso soltanto.

L’altro giorno ho saputo che mia madre spiava me e mia sorella quando studiavamo. Me lo ha detto lei la sera prima di fare la colonscopia perché uno strano senso di precarietà l’ha assalita ed io l’ho chiaramente percepito. Il suo timore era che avessimo un calo di zuccheri nella foga, tutta nostra, di scorrere le pagine dei libri di scuola e di università. Quante soddisfazioni dentro il cuore di mamma e babbo! Il cunicolo strano dei pensieri e delle preoccupazioni non c’era ancora.

Una stanza come tante adibita ora a gioco ora a sala da pranzo; mia madre che fa il bucato in garage, mia nonna è a riposare. Io e i miei due fratelli ad inventarci il gioco più bello: la guerra dei bottoni. Ora che nonna dorme prendiamo la sua preziosa cassetta dei bottoni, quella da sarta che ha solo lei; noi scegliamo i più grandi e rimettiamo subito la cassetta al suo posto. Si apre un arcobaleno di mille bolle rumorose e danzanti sopra ad un pavimento marrone sbucciato dolcemente dal tempo; io, nascosta dietro al divano grande, sono l’ultima a tirare il colpo.

Sono ancora ai piedi di quella cascata, il cunicolo sembra non esserci più. Ora scorgo un universo color verde smeraldo proprio davanti a me che mi dà la percezione di pacata tranquillità. Esso non è chiaramente definito, mi sembra di vederlo solo da lontano, mi avvicino, ma quella foschia pare permanente. C’è sempre un’ombra, uno strano velo di inutilità: io la percepisco non come ostacolo al mio essere, ma quale stimolo a fare sempre meglio, a non accontentarmi. Saprei uscire con facilità dal cunicolo se dovessi rientrarci anche solo per un istante e, forse, ci rientrerò. Saprei trovare la luce: lo farei liberando quella parte dentro ancora permanentemente bambina, e quella mossa di adulta che anela a rimanere per sempre nell’ingenuità e spensieratezza. Basta riconoscere la strada, che sia un cunicolo, che passi per una cascata o si immerga in un bosco incantato.

Ed ecco pennellate semplici storie di uomini e di situazioni essenziali come tante altre in tempi ormai lontani, prima che una strana nuvola di civiltà e tecnologia a tutti i costi potesse giungere ad offuscare il senso reale e più profondo delle nostre vite.

Dentro a quel riflesso bagnato rimane impresso il bene e il lato più bello e pulito dell’umanità. Una passata di ovatta soffice a ripulire le impurità che restano ed il quadro della vita è completato, come progetto finalmente e lungamente compiuto. Rivedo le immagini della mia infanzia ed insieme ad esse rivivo le emozioni purissime di quegli anni. Sono gli anni della musica in discoteca al pomeriggio, con ai piedi due pattini a rotelle nuovi, calzati con il sapore della domenica tra i capelli. Respiro tutto il profumo che trovo dentro di me. Quel sasso argentato diventa d’oro e fa capolino tra lo strato più sottile ed imprevedibile di quell’acqua. Il suo riflesso si spegne lasciando il posto a ciò che resta del presente. Ed ecco un pellicano bianco intravedersi da lontano che disegna velatamente i confini di quel riflesso, i contorni più caldi di quell’acqua. L’anima ha trovato finalmente la sua casa e la sua dimensione più vera. Si addormenta dolcemente. Mi vedo riflessa in quello specchio di acqua ed il mio viso ha una nuova serenità.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. GLC ha detto:

    Un bel racconto che crea interesse. L’autore ha fatto un buon lavoro.
    Complimenti.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...