La mia pelle non dimentica. E neanche il mio cuore – Cenere di Anastassia C. Angioi – Sezione D 2018

donna-picchiata

A chi trova il coraggio di aver a che fare col proprio irrisolto

Ai forti, le anime fragili che si prendono cura di sè

A chi lotta. A chi spera. All’amore

Gli uomini non odiano le donne.

È che esistono alcuni uomini che non sanno amarle, le donne.

E forse nemmeno se stessi, ed è forse questo che odiano, non le donne.

Proiettano, desiderano, traspongono in loro ciò di cui hanno timore, ciò che le donne mettono in luce, ciò che si sentono di dover dimostrare per ricoprire quel ruolo. Ma quale? uomo.

É che esistono alcuni uomini che non sanno come stare al mondo, hanno bisogno di negare e negarsi, per non affondare, non affrontare. Fragili. Umani. Ciechi. Hanno paura, non sanno di averla non sanno per cosa, nè come trovare parole per dirne qualcosa.

Gli uomini non odiano le donne. È che esistono alcuni uomini che amano male, le donne. Sono retti insieme da un insieme irrisolto, insondato, soffocato di terrore, sintomo e ossessione, fratturato, in bilico, in continuo paragone, spremuto ed esaltato dall’orgoglio, di sembrare, continuamente risolti, mai coinvolti, meschinamente forti.

É che esistono alcuni uomini che confondono tutto questo con l’Amore.

Ma non so che cosa sia ciò che hanno di irrisolto, come forse non so che cosa sia ciò che a gran voce chiamiamo Amore. Però son sicura che per Lui, non ci si muore.

Forse Irrisolto è un signore vecchio e muto, un insieme di passato non vissuto e un futuro poco amato, assordato di colpa e di rimbombo, un presente rattoppato, un pericolo indomato.

Bisognerebbe chiederlo a loro di cosa sappia questo irrisolto, ma se anche loro, come me, potessero rispondere sul vecchio canuto beh, avrebbero scelto le parole per articolarlo, consapevoli di ciò che non si son dati il permesso di dirsi per tempo, potersi guardare dentro e dirsi coinvolti, preziosi, uomini forti.

E forse è per questo che non sono capaci di dirlo al di fuori, non sanno dirselo neanche da soli. E allora non sanno che farsene nè di Irrisolto, nè dell’Amore.

E ripetersi sempre, io non posso aiutare a salvarti se tu non lo vuoi.

Le donne irrisolte non fanno eccezione. E forse son loro, le prime, a confondere questo, con ciò che pensano Amore.

Nessuna distinzione, nessuna giustificazione, non carnefici, non vittime, non follia, non etichette. Ma persone.

Io non posso salvarmi la vita curando una vita che ignora la mia inclusione. E non ci si muore. Per un no, per un’opinione, uno sguardo, per una decisione. Non si muore tra le mani delle sere d’estate, non si sparisce tra le pietre il primo di gennaio.

Ho scelto la violenza. Non sono in grado di raccontarne. Ancora.

Ho scelto la violenza, la speranza il non amore.

Il collo le spalle, le braccia e le ossa. Le unghie gli occhi le bugie la bocca, son scivolata, le scale, serranti il respiro. Ho resistito, conosciuto e scampato l’orrore.

Non sono in grado di raccontarne il dolore. Mi aggrappo alla legge poi la rifiuto, l’analisi e le lacrime, la forza e la rassegnazione, come il diritto poi lo rifiuto, ti portano via se dico qualcosa, io la vergogna me donna me straccio me che ti vuole. Tu scissione buono e non buono. Ti difendo, ti vivo e ti rivivo. Di nascosto. Ancora. Per quanto ancora?

Ma di Amore no che non si muore, nè si gioca al miracolo o alla sorte.

E dove le mani stringevano la gola ci ho marchiato di nero una parola, un divieto cucito sul collo e sul cuore. Se sposti i miei boccoli stanchi ora lo vedi cosa nasce da un dolore, chissà, magari un giorno oltre la colpa, nel mese dei lumi e della più grande paura, agosto bastardo sei freddo, oltre le mura oltre la paura.

Ti ho amato. Non sono riuscita a cambiare le cose ci ho scritto nel coraggio del corsivo più scuro, vietata la morte.

A chi si è salvato, a chi non ci riesce.

A chi voleva altro tempo. A chi non ha avuto più tempo.

A chi ancora si ostina. Senti cos’è. È solo un inganno, un altro rintocco.

Non aspettare,

àmati in Vita, l’altra non è che un’ora perduta, di sperata speranza stordita, che frulla l’Amore, non t’ingannare, al contrario s’avvita

Ma tutto è ancora fermo. Tutto è ancora calmo. Tutto è ancora immobile. O almeno è così che mi sembra.

Come quando il cielo è dipinto di timido rosa, pennellato di giallo d’avena e docile azzurro, e la luna canuta sta appesa, dolce e paziente, illumina di bianco i vuoti della gente.

È così che mi sembra. Ed è così che ho voglia di essere ora, leggera. Lanciami, fammi volare. É ora che sento il coraggio di dire che voglio qualcosa. Mi sento di essere qui e di essere ora, preciso frammento, momento, ogni granello di me m’appartiene, aria che brucia, apre i polmoni che scoppia le vene, ora respiro, come si fa. Ma poi c’è la vita, poi c’è la pace. Caos ordinato, forza d’andare.

Non ho più paura. Sopra le onde ora è vacanza, baci d’estate. Allora ti sbrighi? Spargimi senza pensare, alta nel cielo.

Essere vento, velo per reti. Non con gli umani. Almeno stavolta, senza costante paura.

La brezza, la senti? Accarezza il tuo viso. È già più cresciuta, è più che bambina, l’aria che tira. È strano, non credi? in vita stringevi le mani sulle mie ossa fino a scoppiarle di sangue, ora hai paura a tenermi per mano, eppure peso meno di un ricordo, ala grigia di un giovane gabbiano.

Apri e rovescia, che ti manca ora, il coraggio? lo vedo che piangi, gocce pesanti che timbrano sabbia, ormai si confondono a gocce gemelle, che siano dagli occhi che vivano in acqua, tornano a casa, salate, nel mare, cadenti come le stelle. E anch’io torno a casa, sfinita, è finita. Casa nel vento. Svuotata di pesi, ostili battaglie, vissute e non vinte, ma cosa m’importa.

Ho fatto di tutto, ti ho dato il mio tutto. Anima amore corpo e capelli. Non ti è bastato. Ma dimmi cos’altro sarebbe bastato?

È a primavera che mi sentirai più vicina, forte in autunno nascosta tra i funghi, vivrò nelle cose, nelle tue rughe, dentro al caffè, nei giorni annoiati, scarni e fumati, notti ubriache di sesso e disgusto, corpi ripieni e anime vuote.

Desideri me nei fianchi che avrai, tra dita che intreccerai, in ogni viso che cucirai, negli occhi che cercherai, alle parole, le tue, a cui non più crederai, e sarai stanco a ricordar le mie risa negli occhi degli altri, lacrime e baci e vorrai salutarmi, ultima volta, una e per sempre, e io accetterò finalmente, ciò che sei stato, fragile furia, svista, momento nauseante omissione.

Cuori gonfi, li vedo, proteggono menzogna nel giorno di Addio, salutano il mio corpo. Anima lontana, verità che va, lentischio che prega. Sarò cisto ed erba pungente. Elicriso odoroso.

C’erano tutti. A dire disgrazia, poverina che cara. Anche la zia.

Eppure non vi volevo. Eppure non ti volevo. Eppure ti ho scelto. E poi ti ho riscelto. E scelto di nuovo. Ancora son qui che ripeto il tuo nome, di nuovo.

Le peonie in una mano, i ranuncoli nell’altra, in bilico sul mento, io che ci credevo, quanti erano gli inganni, mille, ma davvero? i miei preferiti, l’uno sull’altro. All’anniversario. Non è presto che sei arrivato? non ero poi tanto bella, mai abbastanza.

Con labbra più rosse sembravo più grande, con gli occhi più neri sembravo più cieca, con l’abito lungo che amavi e impazzivi, coi tacchi più alti, poco sinceri, velo di seta, sembrare più donna.

Ancora più bella, dicevi, che non meritavi. E io non volevo sentire, serravo eresie con baci sul collo, volgendoti a me, al mio profumo che amava respingere il tuo, già condannati, amanti ossessivi e dannati.

Delizia apparente, nausea profonda, felice ricamo a cui aggrappavo sogni per due. Dichiaro e prometto, dicevi, e io che speravo, ma non comprendevo. Che tutto sarebbe un giorno trascorso, risolto, andante, mandato. Mandante.

Ma cosa ho risolto? Buio. Presente, frattale, infinito groviglio torciglio, attorciglio. Più miglioravo più allontanavo il tuo collo dal mio, più lavoravo più imbestialivo il tuo corpo nel mio.

Posavi zucchine nel forno, amore che più non serviva, docile cura, inganno scherniva. Fossi vento per sempre, per ammirarti così, così premuroso per sempre.

Un dì m’hai portato dei semi, li ho piantati sul nostro balcone, quello di sempre da riordinare, tenda da rattoppare, tegole da sistemare. Un po’ come tutto, come il divano, calze spaiate, la lavatrice, mensole rotte. Bello così, più caos, più famiglia.

Bello così, mi dicevi, sembrava famiglia.

Candele per sere d’estate, per ora c’è solo l’abete, quello del nostro primo Natale, il primo di tanti, al sicuro con me, ricordi, dicevi?

Ricordi in cosa credevi? e mentre m’abbracci c’è lui che ci guarda, cuore maldestro, un po’ spelacchiato.

Semi preziosi porgesti al mattino, ch’era un inverno di qualche anno fa, ero stupita, entusiasta, rapita, commosso dicesti fanne qualcosa, io non ne sono capace. Insegnami tu, com’è che si fa ad amare.

Sei tu che ci riesci, come con me. Sto bene, solo con te. Come farei, senza te. Io che mi perdo senza il tuo cuore, mani preziose.

Piccola e forte, com’è che resisti, risolvi e poi resti, con me nonostante, incolli di cocci me vuoto senza di te?

Io coccio, tu coccio, risposi, ricordi? grande e imperfetto ma unito d’amore.

Io non ne sono capace, i semi, non me ne voglio occupare, son troppo per me. Son fatti per te.

So che di vita hai paura, enigma irrisolto dentro il tuo cuore, di te hai terrore. Ti sfoghi con me, mi dici la olpa è tutta la mia. La prendo, ne faccio una torta.

Voglio, lo sai, ma non posso non riesco non voglio, mani rugose, grezze e tarchiarte, non sono capace. Potrei, te lo dico, mi credi, ma sai, io in realtà non voglio provare.

Non preoccuparti, questi semini, se poi ti dimentichi ci sarò io.

Era sbagliato, ora ch’è tardi, lo so, tentarla così. E impari che piante e bambini lo sentono forte se ami o non vuoi, passavano i giorni e paziente innaffiavo, di lacrime e dolci, li coccolavo, gli raccontavo del sole al mattino col giallo e col verde appena spuntato.

Non era un più caso se poi fosse livido.

Due fiori neri.

Con quanta cura che m’hai rimboccato, avessi saputo avrei respirato più forte l’ultima notte, avrei salutato la mamma e il gatto in cucina, avrei arrestato da sola il mio cuore con il fuoco del camino.

Lenzuola di sotto celavano il nero, il segno del blu, la riga del viola, vergogna sottesa, lacrime unte, colpa asciugata dalle preghiere, vita strappata poi soffocata.

Hai anche cantato la nostra canzone ma al tuo rimorso non gli bastava.

M’hai tagliato il melone non masticavo, hai ricordato la storia dei nostri bambini, hai steso il tuo corpo un po’ accanto al mio, pregavi che cosa, io non capivo. Che ho fatto che ho fatto, io sono pazzo.

Amavo che mi guardassi dormire, poi mi svegliavo, tu disperato, io consolavo d’amore adulato, odiavo le scuse, sfinita.

Un ultimo bacio, hai spento la luce. Lasciandomi sola.

Occhio di bue, ora vai in scena. Buona fortuna attore mancato.

Eppure non sai che in tasca ti ho accompagnato, vegliarti coprirti dal freddo, dalle parole, dal gelo d’inverno, dall’afa d’estate. Passato pungente, presente insperato.

Sempre con me, Signora Paura, acre e meschina.

C’erano tutti. Fanfare e parole non le volevo, i fiori, le cure nemmeno. Che me ne faccio di belle parole? voglio che vita ritorni e in mano un Amore.

Sembrare felici, siamo felici, infiocchettati, dorati e ammirati, cammina e poi sfila, la coppia perfetta, scruta e ripensa, agisce e non pensa, scaglia sicura parole inventate non cura se stessa, ammala la vita, folle di chiesa, folla felice, non vede non sente non vuole capire.

Folla che sa, non sa che si sa, è poco sano sapere. Fa strano, sapere. Speranza di sempre. Cos’è questo sempre, qual è il tuo per sempre? Sei e non sei, cos’è esattamente che sei? e sai che lo sanno, ma è strano, fa strano sapere. Manto di pelle non bianca, bruciata da grida, pezzi di muro, lacrime e mani, carezze di spigoli e baci di tavoli, sedie levate da tanta magia, sedili e finestre, portiere impazzite.
Colpa, tentazione, provocante ribellione.

Sei venuto anche tu, eppure non ti volevo. Eppure ti ho scelto. E poi ti ho riscelto. Avevi bisogno di me. Come i semini, che vanno ascoltati, capiti, accuditi. E io? ce la faccio, ancora una volta. Resisterò, aspetterò e spererò, sopra la soglia in basalto di casa, fottuta la soglia oltre il dolore.

Socchiusa la porta mandate al portone, una sigilla donna Speranza, una soffoca figlia la Gioia, l’ultima nega nipote l’Amore.

Non ti ricordi? erano loro, che al numero tre balzava il mio cuore, rumore di chiavi che aprivano il giorno, nascosta nel letto in braccio di corsa a giocar con la sabbia, la spesa, la lista, non cucinare, che di contorno mangiamo le grida.

Ah, com’è strano. Tutto è più calmo. O almeno è così che ti sembra.

M’addormentai che ancora ero al caldo, ho sempre più freddo, perchè ho così freddo? mi sento gelare, dai piedi alle labbra, capelli, le mani.

Poi ho sentito bussare, e poi un colpo forte, niente mandate, chi mi è venuto a trovare? mi venivi a svegliare.

Invece non c’eri. Luci e sirene, erano in tanti, ero impaurita, folla gremita, gridava. Ma cosa si urlava?

Poi ho sentito che sei arrivato, ero contenta. Via quella calca. Che ci faceva, cosa si urlava? uscire a scaldarmi con te coi pinoli, latte con miele e torte al limone.

Ma non mi hai sorriso. Non non mi hai protetto, non mi hai preteso, riconosciuto, non mi hai voluto, tra tutti quegli occhi, le nostre speranze storpiate da voci volgari.

Forse, ho pensato, è solo un momento, è carnevale se avevi la maschera bianca, ma niente occhi blu, nè le tue labbra.

La gente sgualciva le nostre lenzuola. Io non capivo, ma non m’ importava, era te che cercavo.

Troppe le maschere per potermi scrutare, allora ho pensato, lasciali stare, resto così, certa saresti tornato. Ma tutto si fece più cheto, mani mi presero, urtando i miei seni, e hanno svelato quel mondo celato, dalle lenzuola spogliato, avvolto portato lontano, portiamola via. Ora, lontano.

Ma io ti sentivo, sentivo il tuo odore, intriso di anni a fare l’amore, ciò che dicesti al mio cuore fu chiaro e spiazzante ma cosa ti ho fatto, ti chiedo perdono, scusami amore mentre a gran voce in mezzo alla gente piangevi insistente imploravi giustizia, ma che le hanno fatto? giovane e bella, l’ho vista per poco, un paio di volte, sfuggiva sfuggente, tu la conosci? ti chiesero in coro.

No, non scherziamo, mai conosciuta, solo un’amica Da quanto tempo?proprio non so parlar di quel tempo, due giorni o appena. Quantifica appena.

Non so.

Appena è quel tempo già o poco più, il tanto per cucirci una vita su.

Non hai fatto niente per tenermi con te. Hai preferito stringerti a Te. Tu che lo odiavi quel lato di te, ero io ad attutire, ad ammorbidire, a compensare, sperare badare, credere al nulla, domare.

Ma non è bastato e ora fa freddo, viso di un angelo a cui ancora credo, nasconde segreto. Penso ho fallito, forse la colla, i cocci, quei semi, mentre da solo senza avvisarmi eri Te che sceglievi, quand’io conservavo quel nostro, quel tenero fragile altro da Te.

Ma forse non c’era e non c’è un tuo Te, un mio Te o un altro da Te.

Esiste un morboso e malato intero, interno che solo io vedo poi nego, che fingi di non ricordare, vaghi tra gente, smarrisci quel volto non fa carnevale, viso di angelo nasconde segreto, domabile se, se avessi voluto solo da Te. Ora ho capito, non era per me.

E io presuntuosa di forza presunta volevo resistere e amare e domarti, e io presuntuosa di forza presunta volevo tenere ragione d’amarti.

Io non vedevo, io non mi amavo, non accettavo quel Te nell’insieme, prendere e andarmene in tempo, lontano da Te fuori tempo. Non riesco, non posso cambiarti, nel mondo impossibile tempo e lancette, l’ora che scocca al contrario. Ma ora ho capito ch’è tardi.

L’ennesima sera, ennesima scusa, ennesimo grido, è stato lo spigolo. Nessuno saprà, in casa che accade, solo un momento. E l’hai preso tu, tu mica io. Ma io, io chi? io tu, o tu io?

E poi mi hai riempito d’amore, di cure, carezze, la cena, la ninna, il libro di casa, coperte, koala, le triple mandate, sigillo di vita.

Nessuno abita dentro una casa se non chi ci vive, mura garanti di vita, hanno applaudito, hanno ammirato il nostro copione consolidato. Ma finalmente ribalta si spegne, le quinte sommerse da volti e domade. Ora che fai?

Ma tu dici che non sai niente, e io come fiore resto a guardare. La scena è conclusa, fugge la furia, era una svista.

È il tuo momento, puoi comandarti la vita, vento segreto, con pena e tristezza neghi il mio nome.

Perchè tanta cura a me zitta velata di viola contrita?

M’hanno portato in un posto gelato ed ero più sola di prima. Non ero più a casa, niente frittata o zucchina, forse nell’aria ricordo di dolci, spero che tu li abbia mangiati. Ho perso di vista per sempre i tuoi occhi, i miei da accudire, tra puzza di ferro, e rancido rosso, livido blu di quando ti tagli e non te ne curi. No, non volevo capire. Dovevo donarti baci e carezze ti asciugo le lacrime io ti perdono, ti calmi? lo vuoi un dolcino?

E poi ti ho riscelto. Ti scelgo e riscelgo più forte di prima. Perchè? Ho ancora bisogno di tempo e lavoro, sgancio quel me, recluso con te. Fanno terrore i conti da dentro, senza platea, non credi sia vero? Dicevi al mio cuore scusami amore, ti chiedo perdono mentre a gran voce in mezzo alla gente piangevi insistente imploravi giustizia.

Ma finalmente il tempo è passato. Cenere d’alba mi ha trasformato, verde di prato e gialla mimosa, raggi di sole, pezzi di barche, nuvole rosa.

Guardi la luna, sei al timone, sorseggi del tè. Tu non lo sai, ho veleggiato per anni con te. Senza lasciarti, senza scollarmi.

Ma finalmente il tempo è passato. I raggi del sole la colla han seccato, mi sono stancata, caduta improvvisa, posso andar via. Non voglio più essere dama marina, tra furie, rimorsi e strette tra dita.

T’ho poggiato sul comodino, vicino alle chiavi, un piccolo fiore.

Petalo blu per giorni di pioggia, petalo giallo perchè vado via, sotto un foglietto: inizia ad amarti, cuore reciso. Promesse, ti prego, non farne, e non ti scordare, chi sul tuo petto leggera dormiva, lei che ti scelse, ascoltava i tuoi sogni, respiri coi miei, è tardi, non dormi?

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Ricanucardo ha detto:

    Vietato morire…
    stay brave

    "Mi piace"

  2. Franco Castia ha detto:

    Spargimi senza pensare…

    "Mi piace"

  3. Elena ha detto:

    Semplicemente una parola: grazie.

    "Mi piace"

  4. Enzo Satta ha detto:

    Un crescendo inesauribile di struggente emozione , un linguaggio duro , tagliente , un lirismo fatto di sonorità sorprendenti , uniche .. un aggettivo solo .. abbagliante

    "Mi piace"

  5. Francesca ha detto:

    Tocchi il cuore, bravissima

    "Mi piace"

  6. Maurizio Fusinetti ha detto:

    Una apparente fragilità…..una grande forza !!!!

    "Mi piace"

  7. Ottaviano ha detto:

    Vietato morire. Sei brutalmente e armonicamente profonda e sincera. Complimenti.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...