L’angelo dagli occhi tristi di Raul Londra – Sezione D 2018

donna-picchiata-1075045Vedo mia madre, nella penombra. Sta sulla porta. Ha aperto uno spiraglio per gettare un’occhiata dentro la stanza. Poi so che richiuderà l’uscio e tornerà di sotto, insieme a papà.

I nostri sguardi s’incrociano per un istante, carichi di pensieri che le nostre labbra non riescono a pronunciare.

“Va tutto bene?” chiedono i suoi occhi.

Annuisco.

“Lei come sta?”

“È tutto okay, adesso.”

Niente. Nemmeno un suono.

Stesa sul letto, sotto le pesanti coperte, studio il profilo di mia madre, la schiena magra, le spalle strette, le mani dalle dita affusolate… La sua figura si volta dopo avermi rivolto un gesto con il capo. La guardo mentre richiude la porta e se ne va. Non mi sta abbandonando, solo sa che in quel frangente non potrebbe essere d’aiuto a me e neppure a lei. Sa che si tratta di uno di quei momenti in cui è necessario restare in silenzio e attendere per essere pronte.

La ringrazio per questo.

Poi i miei occhi scivolano giù, su quel corpicino rannicchiato sotto il piumone, accanto a me, quel piccolo involto di vita, aggrappato al mio petto. Lei sta ancora singhiozzando, dopo aver pianto a lungo di un pianto inconsolabile, ma adesso sta dormendo e non c’è visione più dolce e struggente che possa spezzarmi a metà come vedere il suo volto candido di neve e i suoi capelli biondissimi, quasi bianchi, che stanno lì, accanto a me. Vorrei perdermi ancora e ancora dentro i suoi occhi celesti d’oceano, ma non desidero svegliarla. Ha sofferto a sufficienza ed io me ne sono accorta troppo tardi, ma… Io l’ho salvata, lo so. Ce l’ho fatta, prima che fosse troppo tardi. O almeno, credo di averla salvata dalla sofferenza e dalla tristezza che l’avevano accompagnata per anni. Però in questo momento l’unica cosa importante è che lei sia con me.

 

Quando mi sveglio, apro gli occhi e nell’oscurità della stanza mi rendo conto che forse è domenica mattina. Il tempo passa e scivola via anche se non ce ne accorgiamo, anche se non vogliamo.

La prima cosa di cui mi accorgo è un suono delicato e pacatissimo, una chitarra che emette arpeggi dolci. Sollevo appena la testa e vedo lei, di spalle, la schiena leggermente curva in avanti, le braccia che circondano la forma tondeggiante della mia chitarra, una mano che si muove armoniosamente sul manico.

“Ecco perché continuavo ad andare da lei”, mi dico. “A seguire quelle lezioni. Volevo saper suonare in questo modo. Volevo… essere come lei.”

L’arpeggio prosegue, semplice e delicato, non disturba nessuno. Poi improvvisamente si arresta. Le sue mani si bloccano e intravedo la sua figura che trema, spasmi di dolore la scuotono e singhiozzi soffocati danno il via a un nuovo pianto.

La mia mano inconsciamente si solleva, sbuca dalle coperte e si posa sulla mia guancia sinistra. Non c’è nulla, eppure è come se ancora la mia pelle scottasse, se ci fosse un segno indelebile che l’ha marchiata e allora, di nuovo, come il pomeriggio precedente, capisco.

Sto per piangere anch’io, ma non lo faccio. Devo farmi forza. Mi alzo, mi avvicino a lei e circondo le sue spalle con le mie braccia minute, le braccia di un’adolescente di diciassette anni, troppo sognatrice e ingenua per capire il mondo. Troppo insignificante per combattere i mostri.

Lei lascia la chitarra, la abbandona a terra, si aggrappa a me e piange ancora chiedendomi perdono, ma in realtà io sono distrutta, in frammenti, macerie insanguinate di ragazza. Dovrei essere io a chiederle perdono, perché sono stata troppo stupida per non vedere, troppo incapace di capire cosa stava accadendo mentre la sua pelle bianchissima si tingeva di rosso, viola, verde e giallo, mentre i suoi occhi si facevano sempre più tristi, mentre ferite e innumerevoli cicatrici la segnavano, fuori e dentro.

«Mi dispiace tanto», le dico in un sussurro.

Di nuovo la mia mano cerca la guancia, la sente bruciare. È quel marchio invisibile che mi ha cambiata per sempre, mi ha trasformata.

È bastato un attimo e ora vacillo di fronte a molti pensieri, mi spavento facilmente, mi chiedo cosa sarebbe successo se io e lei non ci fossimo salvate, se non avessi avuto la prontezza di riflessi di afferrarla per un braccio mentre tentava di proteggermi da uno di quei mostri e di trascinarla via per scappare.

La cosa strana è che mi sembra di rivivere tutta la mia intera esistenza ripensandola in funzione di quell’istante in cui sulla mia pelle è stato impresso a fuoco quel segno.

Mi sento debole e insicura. Ora forse sono più come lei e comprendo perché si sia comportata in quel modo per tutto quel tempo, ma non capisco come abbia potuto quell’angelo triste trovare il coraggio e la forza per ergersi tra me e il suo demone.

Lei piange ancora, si volta indietro e non può fare a meno di guardare il mio viso. Scosta la mia mano e accarezza la guancia, lì dove c’è quell’invisibile, orribile marchio. Bacia delicatamente la pelle nel tentativo di lenire la mia sofferenza, ma i suoi occhi celesti che s’incrociano con i miei sanno che è tutto inutile.

 

«Forse dovrei tornare», dice all’improvviso, dopo più di un giorno.

Non ha il coraggio di guardarmi, ma io la fisso in silenzio, spaventata. Cerco di nascondere la mia paura, ma mi tremano le mani. Scuoto la testa.

«Ieri pomeriggio…»

«Non puoi andartene», le dico a bruciapelo. “Non puoi lasciarmi”, penso con insistenza.

Mia madre e mio padre sono ancora di sotto. Li sento discutere ormai da quasi dodici ore ininterrotte su ciò che è successo. Che è successo a me, ma anche a lei. Non possono passarci sopra, dicono. Non possono ignorare la faccenda. Faranno qualcosa di drastico. Sistemeranno le cose.

Lei finalmente rialza lo sguardo triste. «Non potrò restare qui per sempre.»

«Certo che puoi!» esclamo con la mia ingenuità di bambina. «Mamma e papà sono d’accordo! Li ho sentiti. E poi… Non voglio che tu te ne vada», sussurrò abbassando lo sguardo, imbarazzata.

Lei sorride, lo intuisco dal suo silenzio e da come sento i suoi occhi su di me. Il cuore mi batte forte perché dopotutto stare con lei era l’unica cosa che volevo fin dall’inizio, da quando l’ho conosciuta perché m’insegnasse a suonare la chitarra.

«Farebbe troppo male a entrambe», mi dice.

Scuoto il capo con decisione. «Se vuoi qualcosa, non devi lasciartela scappare e… Be’, la devi proteggere.»

«È questo che stai facendo?» mi domanda. «Mi stai proteggendo?»

«Sì», dico.

I suoi occhi si riempiono ancora di lacrime, ma stavolta sono certo che siano lacrime di gioia perché gli angoli della sua bocca si curvano all’insù. Le tremano le labbra e vorrebbe parlare, però non dice nulla. Mi guarda e basta.

Dopo molti minuti in silenzio, parlo ancora, ma pronuncio soltanto quattro parole. «Sono stata una stupida.»

 

Trascorrono ancora diverse ore e in quel lasso di tempo ci fissiamo e senza dire nulla. Lei, sono certa, vorrebbe chiedermi il motivo di quella mia affermazione. Io vorrei che le cose fossero più semplici, che si potesse magari sistemare tutto con una bacchetta magica o con uno schiocco delle dita.

Di nuovo interrompo la quiete della sera. «Non l’avevo capito», le dico con un singhiozzo doloroso, asciugandomi le lacrime con il dorso della mano.

A quel punto è lei a stupirmi. Dice: «Ho detto un sacco di bugie e una donna di trent’anni non dovrebbe inventarsi tutte quelle frottole per proteggere qualcuno. Siamo responsabili di ciò che facciamo e dobbiamo pagarne le conseguenze.»

«Non è vero», singhiozzo ancora, incapace di fronteggiare quella dura verità. Mi sento sovrastata, ma trovo la forza di ribattere e per poco non le punto contro un dito per accusarla. «Non si possono affrontare i mostri da soli.»

«Però si può provare», ammette lei. «Anziché arrendersi e dargliela sempre vinta. Si può provare a contrastarli, a dar loro pan per focaccia, a non permettere che ti facciano del male, ma… è molto difficile.»

«Mi dispiace tanto», ripeto ancora.

Di nuovo un sorriso triste. Lei mi fa cenno di no. «Non è colpa tua.»

«Sì che è colpa mia», ribatto con tono stizzito. «Una parte di me l’ha sempre saputo», confesso. «Ma forse nemmeno io sono stata capace di combattere quel mostro, o di provarci.»

«Tu mi hai dato la forza», mi dice, accarezzandomi la guancia sinistra.

«E come?»

«Perché sei stata tu a difendermi», mormora. «Ieri pomeriggio, quando è tornato, be’, è stato uno spiacevole contrattempo che tu fossi ancora lì, ma lui era… L’hai visto com’era, no? E tu hai…»

Improvvisamente le sue parole s’interrompono, un groppo le risale in gola e qualche singhiozzo la scuote, uno spasmo o due, come se fosse sul punto di vomitare.

Passano i minuti. Lei non parla. Si volta verso la finestra da cui entra la luce della luna. Guarda il cielo nero tempestato di diamanti.

Tutto mi ritorna in mente, mi rimbalza con violenza sulle pareti interne della scatola cranica, come se fossi ancora lì, tra le mura di quella prigione, a proteggerla dal suo demone.

 

Sento delle urla mentre esco dal bagno. Sono urla di rabbia, di qualcuno che non è in sé, che non ragiona e dalle scuse che accampa, mi pare voglia scaricare su qualche innocente malcapitato tutte le proprie frustrazioni e fallimenti.

Insieme alle grida odo anche una voce, sottile e debole, come se cercasse di arginare quel boato d’insulti che la sta soverchiando.

Scendo le scale lentamente, senza far rumore. Lei sa che sto ancora lì, in casa. Lui invece, probabilmente è appena tornato e immagina di essere solo con lei. Mi avvicino alla cucina, mi accosto al muro e le parole del mostro si fanno sempre più forti.

«Dimmi la verità», sbotta a un certo punto. «Tu e quella tua disgraziata di famiglia non vedevate l’ora che fallissi, vero? Non vedevate l’ora di poter venire a ridere di me per ciò che sono, per il mio lavoro e per chissà che altro!»

«Ma no, tesoro, cosa dici?» La voce di lei è un sibilo. Come faccia a chiamarlo in quel modo, non lo capisco proprio.

«Non mentire, puttana!» sbraita e sento qualcosa infrangersi a terra, forse un piatto o un bicchiere. Lei urla dallo spavento ed io trattengo a stento un gemito. «Siete dei bastardi, pronti sempre a puntare il dito, a scaricare la colpa sugli altri, a odiarmi! Tutti uguali: tu, quella schifosa di tua madre… e tuo padre, quell’idiota… quella ritardata di tua cugina, il mio capo e i colleghi…»

«Ma cosa stai…»

«Zitta, stronza!» tuona il mostro e sento il rumore di uno schiaffo. «Non mentire», sibila come un serpente velenoso. «So che ridete di me, che mi detestate e preferireste vedermi morto.»

Lei geme e di nuovo prova a piangere e a parlare, a scusarsi a dirgli che lui ha ragione e lei invece ha torto. Lui continua a vomitarle addosso odio, a colpirla, a gettare oggetti per la cucina che cadono a terra o s’infrangono contro i muri.

Mi avvicino allo stipite della porta e ciò che vedo mi paralizza dal terrore. Lei, il mio angelo dagli occhi tristi, è bloccata sulla sedia, riversa sul tavolo, mentre il mostro le stringe la faccia in una grossa mano sozza e si china su di lei, alitandole addosso il suo puzzo nauseabondo. Le dice che è per colpa sua e della sua famiglia se ha perso il lavoro e se non riesce a trovare niente di meglio che fare il magazziniere a ore in un centro commerciale. Forse lo lasceranno a casa ancora, quasi minaccia, e allora lei e la sua famiglia rideranno di gusto.

«Siete tutti dei bastardi», sentenzia di nuovo sputando il proprio disgusto sul tavolo, a pochi centimetri dal viso di lei. Quindi la lascia andare e lei scatta indietro, terrorizzata, avvicinandosi alla porta, ma quando lui si volta, i suoi occhi dilatati sono bianchi dalla sorpresa, più che per l’odio.

Sono uscita dal mio nascondiglio e lo guardo con disprezzo. Sono spaventata, ma c’è qualcosa che mi ha spinto a muovermi. Quel qualcosa monta dentro di me come magma ed è caldissimo. Sale su dalle viscere del mio corpo e mi costringe quasi a gridare quanto il mostro, a ringhiare come lui, ma io non sono un mostro.

«Chi cazzo sei tu?» grida lui e continua a fissarmi.

Io osservo loro, angelo e demone, uno di fronte all’altro.

«Chi è questa?» chiede, rivolto a lei.

Lei non risponde. Sta per piangere. È paralizzata dall’orrore e non sa che fare perché secondo me immagina cosa potrebbe accadere ora che il mostro mi ha visto.

Non dico nulla, non faccio nulla, ma sospinta dalla furia che mi nasce dentro, avanzo, un passo alla volta, masticando ira e panico e m’infilo tra i due, a fare da scudo per il mio angelo e per combattere quel demone.

Forse è soltanto quel semplice gesto, quella mia presa di posizione a scatenare la rabbia del mostro che, come un lampo, scatta ancora e si avventa su di me.

Un manrovescio mi colpisce sulla guancia sinistra, quasi a volermi scorticare. Chiudo gli occhi dallo spavento e indietreggio a mia volta, mentre l’angelo mi afferra per una mano e mi stringe a sé. Quando riapro gli occhi, guardo il mostro. La pelle mi brucia lì dove lui mi ha picchiata. La sento incandescente sotto le mie dita e dagli occhi mi scendono grossi lacrimoni salati. Sono incredula e mi sento del tutto impotente.

È accaduto tutto in pochi istanti ma sembra che quel dolore non voglia smettere mai. “Sciocca”, mi dico, ma non sono io a parlare. È come se avessi sbattuto contro una realtà che non conosco, contro una di quelle cose da grandi che non riesco ancora a capire e questa sensazione mi fa sentire come se mi mancasse la terra sotto i piedi.

Il demone s’inebria di questo potere, ride della mia intraprendenza e schernisce la mia incoscienza travestita da finta audacia. L’angelo fa di tutto per proteggermi. Pare che dentro il suo cuore sia scattata una molla che non può fermare, un istinto che lo spinge a combattere e proteggermi.

Lui si avventa di nuovo su di me. Lei si volta per farmi scudo con la sua schiena, mentre lui la picchia. Lei mi porta via, m’indica la porta per uscire da quella prigione e fuggire il più lontano possibile. Mentre la osservo, in quella manciata di secondi mi tornano in mente tutte quelle cose che avevo visto nei tre anni precedenti.

Ricordo lei e la brutta ecchimosi sul collo che sembrava una collana viola, i lividi sui polsi, quella smorfia quando l’ho abbracciata e lei mi aveva mentito dicendomi che aveva mal di schiena, ma ora sono certa che fossero due o tre coste rotte, o comunque incrinate. Ricordo quando mi disse di aver sbattuto la faccia contro un pensile della cucina mentre io fissavo il suo occhio pesto, oppure quando poco prima di Natale dell’anno precedente mi disse di non andare da lei a prendere lezioni di chitarra perché si era slogata il polso con una borsa della spesa troppo pesante. Per non parlare di qualche cicatrice strana che avevo notato sulle gambe o i segni che sentivo ogni tanto sulla sua schiena quando l’abbracciavo prima di salutarla e tornare a casa.

Improvvisamente mi odio perché penso che avrei dovuto fare qualcosa per lei prima di arrivare a questo punto e comportarmi come una sciocca adolescente con il complesso della supereroina. Non posso sconfiggere quel mostro e non può neppure lei. Forse insieme, mi dico, allora.

Ed è in quell’istante che capisco cosa fare. Anziché fuggire, afferrò il primo soprammobile che trovo a portata di mano e lo scaglio contro il mostro, centrandolo in pieno petto, poi ne lancio un altro e un altro ancora e lui indietreggia proteggendosi, barcollando e nascondendosi dietro il muro della cucina. A quel punto afferro la mano di lei, che è a terra, ginocchioni, l’aiuto a sollevarsi gridandole di seguirmi e insieme scappiamo fuori, in strada e mentre ci allontaniamo con le urla furenti del mostro che si fanno sempre più fioche, mi sembra di sentirmi più libera, con il cuore che batte all’impazzata perché, sì, dopotutto, forse sono riuscito a salvarla.

 

«Non voglio che tu te ne vada», ripeto mentre mi avvicino a lei che ancora scruta il cielo notturno fuori dalla finestra della mia camera. Poi con coraggio mi siedo sul bordo del letto, avvicino la mia mano e intreccio le mie dite con le sue. La guardo nella penombra della camera e le sorrido.

Sembriamo l’una il contrario dell’altra, penso. Io la donna adulta che dovrebbe proteggere e lei l’adolescente che ha bisogno di protezione e di una guida, eppure non è così, ma non voglio pensare a queste cose. Mi avvicino ancora di più, mi stringo a lei e le dico soltanto: «Io ti salverò.»

In quel momento la vedo sorridere del più bel sorriso che io abbia mai visto e quasi mi scoppia il cuore dalla felicità.

«Mi hai già salvata», risponde.

Non ci sono altre parole da pronunciare in quel momento, non m’interessa ascoltare ciò che mamma e papà si stanno dicendo di sotto. So che anche loro mi aiuteranno a proteggerla, so che non l’abbandoneranno, qualsiasi cosa accada. Sono certa che ora tutto andrà bene e che finalmente il mio angelo dagli occhi tristi non dovrà più aver paura.

Sorrido a mia volta, la cingo con un dolce abbraccio e poi la bacio, sulle labbra. Assaporo il suo dolce tepore e inalo il suo respiro. Non penso a nient’altro.

È l’unica cosa che credo abbia un senso, adesso.

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