Le chiavi di casa di Domenica Lupia – Sezione D 2018

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Non so chi tu sia, non so se mai ti conoscerò, se mai ti incontrerò ma non importa. Voglio raccontarti una storia, la mia e, se potrai, tu raccontala, raccontala a tutti. So che la mia mente sta per svanire, mi rendo conto di quanto sempre più rari siano i momenti in cui riesco a mettere in ordine le mie idee, i miei pensieri, a essere presente. So che presto morirò e di me non resterà niente ma non importa neanche questo, voglio che ciò che sto per dire rimanga perché non avvenga mai più, che io sia di monito, che sia fonte di paura, forse, di ispirazione, perché non accada ancora. Questa è la mia biografia, la mia storia, la mia non vita…

Sono nata a Torino nel 1978 da una famiglia comune, ogni cosa nella mia vita era comune, priva di eventi degni di nota, da ricordare. Ho frequentato l’asilo, poi le scuole medie e, infine, il liceo. Non amavo particolarmente studiare, preferivo scrivere, disegnare, leggere ciò che mi piaceva e non solo quello che rientrava nel mio programma scolastico. Fui bocciata una volta, avevo 17 anni, beh, quello fu un evento degno di nota, passai l’estate in punizione, non andai al Valentino neppure una volta ma, a chi non è mai capitato? Fu tutto abbastanza comune nella mia esistenza. Mio padre morì quando io compii diciannove anni, caddi in depressione ma fu una conseguenza del lutto alquanto comune. Mia madre si risposò molto presto. Il suo compagno era uno stronzo ma lei non lo capiva, col passare del tempo, i nostri beni diminuirono in modo drastico e improvviso, lei non capiva: era accecata, per lui, da lui, di vent’anni più giovane. Odiavo quell’uomo, lo detestavo con ogni cellula del mio essere, con ogni fibra, con tutta me stessa. Osava fare il padre, impartire regole e propinare sermoni e lezioni di vita che risultavano essere solo teoriche a giudicare dall’andamento della sua, di vita, si comportava da padrone e, osava guardarmi con uno sguardo osceno. Ebbe senz’altro un ruolo, tutto questo, nel resto dello svolgimento della mia vita o, nella sua totale assenza.

In quel periodo restavo in casa per il minor tempo possibile, trascorrevo le mie giornate in biblioteca, immersa fra tomi e saggi di qualunque genere. Visitavo l’intero pianeta e le sue diversità restando seduta a una scrivania. Fu lì che incontrai il mio grande amore, oggi lo chiamerei “la mia via di fuga”. Mi colpì subito la sua cultura e la naturalezza con la quale snocciolava davanti a me infinite nozioni, aneddoti, citazioni divertenti quanto affascinanti. Mi invitò a cena fuori e fu un momento magico: comprò per me delle rose da un ambulante e io ne annusai il profumo per giorni, finché non appassirono e morirono, quando morirono, le conservai lo stesso, all’interno di un libro, tra due pagine. Mi sentivo felice, mi sentivo una persona, non avrei chiesto nulla di meglio al mondo, non c’era di meglio. Era l’uomo perfetto e io ne ero completamente ammaliata, presa al punto giusto, al punto tale da rispondere “sì, lo voglio” senza pensarci due volte, ridendo e non valutando le conseguenze. La nostra luna di miele ci portò in Francia, a Parigi, nel treno fui colta da un improvviso senso di nausea, cercai conforto nel suo sguardo ma vi trovai un moto di disapprovazione, di fastidio. Pensai di essermi sbagliata, la nausea passò e la nostra luna di miele trascorse bellissima tra le strade francesi. Mangiammo nei più bei ristoranti, la notte, dalla mia finestra, vedevo la Tour Eiffel illuminata e la mia insonnia non risultava più così insopportabile. Tornammo in Italia dopo tre settimane. Una sera, mentre ero intenta a spazzare il pavimento e a togliere la polvere che si era accumulata un po’ dovunque, mi disse che ero molto bella, che una donna che svolge le faccende di casa è meravigliosa. Pensai di non aver capito bene ma ringraziai lo stesso per lo strano complimento e gli dissi che l’indomani sarei andata in biblioteca ma la sua risposta demolì i miei piani, «tesoro, ma non lo sai? La biblioteca ha chiuso, non te lo avevo detto?». Mi sentivo profondamente triste, come se avessi perso un mio posto felice, un ricordo ma tirai avanti, avrei letto in altro modo, dopotutto, la mia vita trascorreva felice anche senza quel dettaglio. Poco tempo dopo sarebbe stato il mio compleanno, disse che si sarebbe occupato di tutto quanto. Quando arrivò il giorno mi aspettavo di tutto, ero euforica e pensavo di trovare tutte le mie amiche riunite per me. Entrai in cucina e trovai lui, in piedi vicino al tavolo su cui si mostrava una torta piccola quanto graziosa. Teneva in mano un grappolo di palloncini, non c’era nessun altro. Disse che le mie amiche non erano riuscite a liberarsi, nessuna di loro ci era riuscita. Rimasi delusa, posso ricordare ancora oggi il sapore amaro di quella delusione ingoiata per forza ma avevo lui. Non importava se tutti avevano avuto troppo da fare, se nessuno aveva avuto tempo per me. Lui c’era, avevo solo lui al mondo, gli altri mi stavano abbandonando, non mi volevano bene. Forse, le mie amiche, erano gelose della mia relazione, del mio matrimonio? Era da un pezzo che non le vedevo, avevo un sacco da fare, c’era sempre un sacco da fare, il più delle volte si interfacciavano con lui. Scriveva loro per me, se ero troppo indaffarata o stanca, faceva in modo di salutarle al posto mio per tenere in piedi i rapporti, gli fui grata per questo, anche se non servì a molto. Un giorno, mentre facevamo la spesa, un signore di mezza età mi si avvicinò per chiedermi un’informazione, era molto a disagio e io mi sentì a disagio con lui. Sentì stringermi forte il polso, fino a sentire un dolore atroce che mi tolse il fiato e la voce non permettendomi di urlare, «sei solo una troia!», mi sussurrò all’orecchio mio marito, «sorridi al primo che capita, sai che idee si è già fatto su di te? Che figure mi fai fare? Sei così stupida!» Non riuscì a capire cosa stesse succedendo. Era reale? Era davvero accaduto? Lui continuò a parlarmi con quel tono minaccioso quanto strano, «ti porto a casa per medicarti, poi, sistemeremo la questione!» Rimasi allibita. Non riuscivo a pronunciare una sola parola, tenevo le dita intorno al mio polso dolorante mentre la mano aveva già preso un altro colore. Il viaggio in macchina trascorse in silenzio, non una parola, non un gesto. Solo il suo viso, diverso, mentre digrignava i denti contraendo la mandibola vedevo i nervi che dall’orecchio si intrecciavano fino all’angolo basso del viso, apparivano a ritmo alterno come i tasti schiacciati di un pianoforte. Arrivati a casa mi ordinò di andare a medicarmi nel bagno e di aspettarlo in salotto quando avessi finito, lui, mi avrebbe preparato un’altra camera, «io non dormo con una troia, dopo tutto quello che ho fatto per te… mi fai vomitare, correggeremo questo atteggiamento!»

Aspettai come aveva detto, seduta sul sofà, col polso fasciato stretto, senza un’idea di cosa fosse successo. Provai a farlo ragionare, a capire io stessa come una normalissima giornata si fosse trasformata in quel modo, «ascolta, guarda che hai frainteso, avrai visto male, di sicuro..», non mi degnò di uno sguardo, non alzò neppure la testa, mi rispose facendomi capire che no, il mio tentativo non aveva avuto successo anzi, la mia “vociaccia di merda” lo infastidiva ancora di più. Continuava a ripetere questa frase tenendomi dallo stesso braccio ormai gonfio come un pallone da rugby, trascinandomi verso la mia nuova stanza. Mi spinse dentro con uno spintone tanto forte da farmi perdere l’equilibrio. Caddi a terra. Con le mani sul pavimento fissavo i suoi occhi mentre richiudeva la porta lasciandomi dentro la stanza, il vuoto mi inghiottiva. Tentai di fermarlo, nulla. Mi aggrappai alla porta, per un attimo il cuore mi si fermò nel petto: non c’è la maniglia! Sentivo la paura crescermi dentro e mi veniva da vomitare, non mi riusciva di capire cosa stesse succedendo, perché stesse succedendo a me. Era un incubo, non poteva essere altrimenti, svegliati, dai, apri gli occhi ma non era un sogno e, riaperti gli occhi, era tutto come prima, anzi, peggiore. Piansi per ore, senza fermarmi, senza smettere di chiedere aiuto, perdono, pietà, sì, sarebbe andata bene anche quella purché s’aprisse quella porta, quella galera. Alla fine, stanca e disperata smisi di piangere a dirotto, tirai su col naso e mi gettai sulla brandina alle mie spalle. Non era neanche una branda, era un vecchio materasso poggiato per terra, mi ci lasciai cadere sopra e sprofondai in un sonno profondo e disturbato pensando che l’indomani tutto si sarebbe sistemato, dopotutto, un attimo di perdita del controllo può capitare a tutti, era solo confuso, forse stanco, l’indomani tutto sarebbe andato al suo posto e avremmo dimenticato tutto. L’indomani mi svegliai con in bocca l’angoscia, durò qualche minuto, poi la scacciai, mi misi in ordine e iniziai a chiamarlo attraverso la porta bussando con calma. L’eco che si creava in quella stanza era disturbante. Le mie nocche sul legno della porta, il suono cadeva nel vuoto: nessuna risposta. Dovevo solo aspettare che si svegliasse o, forse, che rientrasse. Non accadde nulla, neppure dopo ore. Rimasi in quella stanza per tre giorni finché si degnò di apparire. Pensai che avesse capito, che fosse lì per scusarsi, per rimettere a posto tutto. Non lo fece. Entrò e si proiettò verso il muro, prese l’orologio e lo portò via. Mi sentì ancora più persa, l’unico contatto col mondo, l’unico contatto con la realtà mi veniva portato via, non avrei più saputo che ore fossero, quanti minuti passassero. Non avrei più potuto guardare le lancette e provare a non pensare per un po’. Ero a pezzi, distrutta, senza speranza. Iniziò a farmi visita solo una volta al giorno. Portava un piatto con qualcosa da mangiare e dell’acqua, nient’altro, neppure una parola, neppure uno sguardo, sarebbe andato bene anche lo sdegno invece, non ricevevo nulla. Ero sola, completamente sola, rifiutata, ingabbiata, prigioniera di un uomo e dei suoi demoni che giorno dopo giorno diventavano i miei e consumavano la mia mente, il mio corpo, le mie ossa. Non avevo un bagno, facevo i miei bisogni in un secchio, finché non fu pieno. Non avevo carta, non avevo sapone, non avevo nulla. Riuscivo a tenere il conto del tempo o, per lo meno dei giorni, graffiando l’intonaco della parete, il mio segreto. Col passare del tempo le visite si fecero più distanti: una volta a settimana se andava bene, la quantità di cibo era sempre minore e, marciva. Non so dire quante volte urlai, per quanto tempo, non mi sentì mai nessuno, forse, tutti fecero finta di non sentire. Urlai tanto da provocarmi un danno permanente alle corde vocali e, col tempo, la mia voce e la mia forza diminuirono così tanto che abbandonai l’impresa. Non era più mio marito, la persona che amavo, che mi amava. Era il mio piantone, il mio aguzzino, il mio solo contatto, colui che mi sfamava, che mi dissetava, se lo meritavo. Non riuscivo neppure a riconoscerlo, a ricordarlo per come fosse in precedenza, certo, avevo perso col tempo gran parte della vista a causa dell’assenza di luce ma non riuscivo a riconoscere nulla dentro quel volto e quello sguardo, non riconoscevo neppure nulla di me, di quando ero normale. Oggi è uno dei giorni in cui mi sento meno peggio, in cui riesco a pensare, a capire, so che ne rimangono pochi, che saranno sempre più rari, sempre più improbabili. Domani sarò più confusa, meno presente, oggi mi va bene per questo ne sto approfittando. Sono riuscita a trovare un vecchio libro straniero su cui scrivere, sa che non conosco il tedesco, per questo il libro è rimasto qui, alla mia portata. Di tanto in tanto la porta si apre e il mostro entra nella mia prigione con uno sguardo diverso, in ogni caso mai rivolto verso di me: non merito neppure quello. Lui e il suo sguardo strano abusano di me in modi che non avrei mai creduto possibili, fino al massimo del dolore e dell’umiliazione, fino al più alto grado di disumanità, poi, mi lascia sul letto come un vecchio cencio senza alcun valore, come un fazzoletto sporco, lercio, lacero, si volta e si allontana senza ancora un solo sguardo verso il corpo che ha brutalizzato e torturato, verso quella che era una donna, un tempo, una persona. L’ultima volta che è stato qui per abusare di me gli cadde una penna a sfera di colore blu, la nascosi perché non potesse portarmela via. Oggi, peso circa trentuno chili, ho perso gran parte dei capelli e dei denti, mi sono accorta d’aver perso anche quelli quando, in un momento di mancanza di lucidità, infilai le dita nella mia bocca per contarmeli senza un reale motivo. Nell’ultimo periodo ho smesso di camminare, mi muovo trascinandomi con le braccia come fanno i soldati in trincea ma la mia trincea è libera, il nemico non mi colpirà di sorpresa, non c’è più nulla che mi stupisca. È davvero faticoso per me, preferisco restare sul materasso tra i resti del mio corpo, il mio sangue, i miei escrementi.

Sto per morire, non so se sarà per la fame, per le malattie, per le infezioni o perché è giunto il momento. Il mio corpo esausto lascerà il posto a qualcos’altro, vorrei che fosse un fiore ma nelle stanze chiuse a chiave dall’esterno, in cui non batte il sole non crescono fiori e dalle mie macerie non ne nascerà uno. Morirò senza essere esistita, senza che nessuno mi abbia stretta a se, compianta. Nessuno si è chiesto chi vivesse in questa stanza, nessuno. Qualcuno ha visto, ha visto sempre, dall’altro lato della strada, al sesto piano, attraverso l’aria, qualcuno ha sentito e non ha mai parlato. Io me ne andrò senza lasciare un segno di me, un ricordo, un piccolo dono per qualcuno, sparirò e sarò dimenticata, nel nulla, non avrò memoria. Mi dimenticherà persino il mio assassino, l’unico che potrà portare il mio ricordo lo getterà come si getta via un vecchio cappotto usurato e fuori moda, inutile. Da bambina cercai la parola “rifiuto” sul dizionario, oggi, penso che possa essere inserita un’altra voce, un altro significato al termine. Tra tutte le cose inutili di cui vuoi disfarti, che vuoi gettare tra l’immondizia ce ne sarà una più inutile di una donna a pezzi in una stanza chiusa? Di un essere che non è più umano, che non respira e non parla più come voi, come gli altri, come te? Mi chiedo a cosa sia servito, per me, nascere se la mia fine e la mia non-vita, si è svolta in questo piccolo spazio privo di luce, di amore, di pace. A cosa è servito? A chi? Quando il mio cuore produrrà il suo ultimo battito, quando i miei polmoni emaneranno un ultimo respiro stanco, quando i miei occhi spenti si fermeranno inseguendo una direzione incomprensibile, quando finalmente arriverà il buio ad abbracciarmi sarà la fine e questo, è il solo ideale di libertà cui possa ancora aspirare.

Io non sarò mai libera, quella porta non si riaprirà mostrando il volto di un vigile del fuoco, di una vecchia, d’un santo, nessuno mi salverà. Sono chiusa in questa stanza da diciannove anni, quattro mesi, undici giorni. Non vedrò mai più la luce del sole senza filtri, non sentirò più la musica, non conoscerò l’amore. Non ti conoscerò mai ma, tu che leggi queste parole, non dimenticarle, non nasconderle, riscrivile su un enorme lenzuolo e mostrale al mondo. Sono stata ingannata, sono stata debole, sono stata usata, plagiata, manipolata, torturata, violentata. Hanno ucciso tutto di me, quasi ogni scintilla, sono stata cancellata e presto non esisterò più.

Ti prego, caro amico, cara amica, madre, padre, sorella, fratello… perché non accada più

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