Le donne del borgo vecchio di Francesco Rubino – Sezione D 2018

violenza-donna

La lingua ufficiale, in questa enclave chiamata “U Burgu”, per i non palermitani quartiere del- borgo vecchio- è quella siciliana. Molti degli abitanti parlano fluentemente solo questa mentre con molte difficoltà e con enormi quantità di errori quella italiana. Basterebbe questa semplice notazione per capire bene quale contesto culturale anima la vita di questo quartiere . Tutto ciò ,in un periodo in cui l’obbligo scolastico avrebbe dovuto colmare questa lacuna, qui come in tanti altri quartieri poveri e degradati, purtroppo non è accaduto .La dispersione scolastica ha ancora numeri piuttosto consistenti, che priva di conseguenza, tanti bambini e tanta gioventù di quella minima cultura di base sia linguistica che generale indispensabile anche alla crescita umana e sociale. Pertanto ,scusandomi con i puristi del linguaggio, proverò ad italianizzare al meglio, i dialoghi in essa contenuti. Lungi da me dallo scimmiottare narratori e letterati di ben altro lustro che si sono trovati a raccontare storie siciliane di e con personaggi con il solo slang siculo. La mattina del dieci ottobre del duemila sedici ,il sole splendeva caldo e luminoso sul cielo di Palermo nonostante il calendario ricordasse che eravamo in autunno. Evidentemente a casa di Jessica questa luce e questo calore non riuscivano a penetrare mai e sopra tutto, ancora una volta, contrastavano con il grigio e freddo parlare di Tony. – Ti dissi ca’ tu in questa minchia di associazione non ci devi andare ,u capisti?- (Ti ho detto che tu in questa minchia di associazione non ci devi andare. Hai capito?) affermò Tony quasi urlando – A chi ti servi a licenza media, a ghiri a travagghiari? Mi pari di no! E allura statti a casa! (A cosa ti serve la licenza media devi andare a lavorare? Mi sembra di no. E allora resta a casa) -Ma iu cci vogghiu iri lu stissu .La scola è mpurtanti ppi la vita, ppi cunusciri lu munnu e apririsi l’occhi. U capisti?- ( Ma io ci voglio andare lo stesso. La scuola è importante per la vita, per conoscere il mondo e aprirsi gli occhi) Replicò Jessica -Ma allura parru arabbu!Tu sì fimmina e tà stari a casa a pulizziare e serviri a me. Chiaru? E ora zittuti o ti rumpu li jammi! (Ma allora parlo arabo ! Tu sei donna e devi stare a casa a fare le pulizie e a servire me. Chiaro? E ora stai zitta o ti spezzo le gambe!) Affermò minaccioso Tony Questi erano i diktat e le considerazioni che Jessica si sentiva porre con gli occhi spalancati dalla rabbia e con il palmo della mano aperto e minaccioso molto vicino al suo viso , dal suo fidanzato Tony. Succedeva anche in presenza dei genitori di lei ,che invece di difenderla, davano manforte al suo compagno, tutte le volte che Jessica manifestava l’intenzione e la volontà di frequentare l’associazione “Spazio Donna”. Da qualche tempo infatti questa associazione si era insediata all’interno di quel difficile quartiere. L’ unico e ammirevole scopo sociale di questa Onlus è quello di elevare la condizione femminile e prevenire la violenza verso loro ed i bambini. Al “Borgo” così come in tanti altri quartieri degradati di altre città , le aiuta ad affrancarsi da quella sottocultura gretta, maschilista e violenta a cui sono obbligate a sottostare da parte di tutti i maschi che avevano e avrebbero incrociato nella loro vita. E dire che a Jessica studiare piaceva moltissimo, tanto da averle fatto conseguire la licenza elementare con tutti dieci e i primi mesi di frequenza in prima media, aveva già ottenuto ottimi profitti in tutte le materie. Proprio una mattina di quel primo anno di scuola media, mentre stava per uscire da casa per recarvisi venne fermata violentemente dalle urla e dalle mani del padre che l’acchiappavano per i capelli, per evitarne l’uscita: – Ma unni stai jennu cumminata accussi?- (Ma dove stai andando vestita in questo modo?) “A scuola ,perchè? – Perche’? Tu ,vistuta accussì a scuola nun ci vai. Anzi ti dicu ca di oggi in avanti tu non ci vai cchiù, e basta . Ma ti taliasti a lu specchiu? Nun lu vidi cà pari na buttanella? Chi annu a diri i cristiani du Burgu? Ca a figghia i don Totò è già na troia? Levati davanti a mia prima ca t’ammazzu! U capisti?- (Tu vestita in questo modo non esci da casa e anzi da oggi a scuola non ci vai più. Basta! Ma ti sei guardata allo specchio? Non lo vedi che sembri una puttanella? Cosa devono dire le persone del Borgo? Che la figlia di don Totò è già una maiala? Levati davanti a me prima che ti uccido. Lo hai capito? A nulla poterono le lacrime e la disperazione di Jessica a questo ordine tanto perentorio quanto ingiusto e violento del padre. Ben conoscendo di che pasta fosse fatto quell’uomo che si trovava davanti, avendolo visto più volte sfogare la rabbia e la violenza che albergava in lui ,sul corpo di sua madre, su quello della sorella e anche sul suo , per evitare di prendere anche una razione di botte, decise di non replicare e chiudersi nel suo pianto e nella sua disperazione. Quella mattina l’unica colpa di Jessica, che aveva scatenato l’ira e la conseguente decisione del padre era stata solo quella di indossare una gonna leggermente più corta delle solite. Probabilmente, anche l’accorgersi da parte dell’uomo, che il corpo della figlia, allora undicenne, stava lasciando i connotati da bambina per assumere quelli di ragazza già quasi totalmente formata. Quella visione aveva scatenato in lui quella morbosa gelosia e malata possessività tipica dei maschi ignoranti e rozzi che pensano di impadronirsi delle “loro donne” come fossero oggetti personali di cui poter disporre a proprio uso , consumo e volontà in nome della difesa dell’onore di padre. Con certezza , nella reazione del padre, aveva pesato di più il pensiero di evitare i sicuri giudizi che avrebbero emesso i vicini di casa e i conoscenti del vicolo in cui abitavano. Non escludendo anche quelli del quartiere tutto, che Jessica era costretta ad attraversare per raggiungere la vicina scuola media. E dire che questo quartiere chiamato “U Burgu” dista dalla Palermo residenziale ed evoluta solo qualche isolato. Si sviluppa dentro un rettangolo parallelo a Viale della Libertà , il centro città che conta, con palazzi d’epoca e negozi di prestigiose griffe della moda da migliaia e migliaia di euro al metro quadro. Ma questa enclave , abitata da gente molto povera, in molti casi ai limiti della sussistenza e anche da molti malavitosi di piccolo e medio calibro, dove l’arte di arrangiarsi diventa l’attività primaria, vive invece con regole, linguaggi , rituali ed usanze datate e proprie . In questi vicoli, ben presto, diventano familiari oltre gli odori, i sapori, i colori, le -abbanniate-(urla per pubblicizzare i prodotti) dei venditori di frutta, pesce, esposte sulle bancarelle per reclamizzare i loro prodotti anche l’abitudine a vivere in mezzo a tanta gente e al tanto chiasso. Familiari pure le frequenti risse a cui si è costretti assistere, quasi sempre per poche lire, alle piccole e grandi violenze che si consumano ad opera di malavitosi o di manovali e mezze figure della mafia. E sopra tutto le donne ,fin da bambine, abituate a quelle violente atmosfere, non riescono ad immaginarsi in un contesto diverso, maturando il convincimento che è ” normale” essere picchiate o umiliate , nel non finire la scuola dell’obbligo, di non dovere lavorare e badare solo al marito, ai figli e persino che divertirsi e godere di un minimo di libertà è prerogativa riservata solo ai maschi. Nascere donna in questo come in altri quartieri simili è una iattura che si porta appresso per tutta la vita. In quanto donna ci si deve abituare fin da piccola ad essere schiavizzata e servizievole verso i maschi di casa, ubbidire a loro sempre , desideri sessuali compresi, di ogni tipo e quando ne hanno voglia loro .Bisogna totalmente azzerare la propria volontà e ancor peggio la propria dignità. Ma quel sole e quella luce speciale, di quella mattina speciale di ottobre del duemila sedici , che evocava spazi aperti, luminosi, di vita, di libertà, a Jessica, che da poco aveva compiuto diciassette anni, illuminarono di colpo la mente, l’orgoglio di donna e la forza di reagire. Le diedero il coraggio di immaginare la propria vita in maniera diversa , tanto da replicare al diktat urlato da Tony: – Tony ,lo sai che dico? Mi hai rotto le palle cu stu schifìu di gilusia ! Io ’nveci all’associazione ci vaiu lu stissu! Picchì mi piace e picchì mi voghhiu pignari a licenza media. Si a tia nun ti piaci, vuol diri ca nni lassamu!- ( Con questo schifo di gelosia hai rotto. Io all’associazione ci vado lo stesso perché mi piace e voglio prendermi la licenza media. Se a te non piace vuol dire che rompiamo il fidanzamento). -Ma oggi niscisti fuoddi? Nun ti pirmittiri mai di parrarimi accussì,picchì t’ammazzu!- (Ma oggi sei uscita pazza? Non ti permettere mai di parlarmi così perché ti uccido! Urlò Tony con la bava alla bocca. Non aveva ancora finito di pronunciare quella frase che le mani di Tony e di suo padre, intervenuto anche lui per dargli manforte, erano crollate pesantemente su di lei. Prevedendo quanto sarebbe accaduto da lì a poco, conoscendo il carattere violento di entrambi, con mossa fulminea aiutata dalla sua esile figura, riuscì a divincolarsi e aprire di scatto la porta che la separava dal vicolo alla cui fine si allargava nella piazza dove sorge l’associazione “Spazio Donna”. Percorse quei cento metri che si frapponevano tra lei, i suoi sogni e da una parziale agognata libertà, di corsa e col cuore in gola, senza mai girarsi indietro. Era certa che i due maschi di casa la stessero inseguendo per poterla fermare, ma altrettanto consapevole che le due prominenti e ridicole pance dei suoi inseguitori, abituate ad imponenti abbuffate e bevute, non avrebbero permesso di raggiungerla. Alla” Associazione” fu accolta dalle larghe e calde braccia di Grace, Gabriella e Alessandra le tre responsabili del centro. Piangendo a dirotto, raccontò brevemente la sua storia ,i suoi desideri e la tanta voglia di normalità e rispetto che albergava nel suo cuore. Esattamente uguale a quella che vive nel cuore di tutte le donne ed in particolare a quelle del “Borgo”. Mezz’ora fu sufficiente alle operatrici per rasserenarla e anche per spigare al padre, al fidanzato, nel frattempo sopraggiunti e invitati ad entrare, la bontà del progetto dell’associazione. Spiegarono loro che altro non era, se non quello di aiutare a far conseguire la licenza media a Jessica e ad altre donne come lei e creare per loro solo uno spazio di amicizia fra tutte. Apparentemente convinti dalle spiegazioni delle tre operatrici, i due maschietti lasciarono mestamente l’associazione e si avviarono verso casa accompagnati dall’amaro sapore della sconfitta inflitta alla loro autorità di maschi e al loro malsano concetto di onore. Pensavano sopra tutto alle tante critiche e ai sfottò che avrebbero rimediato dai comuni amici e conoscenti maschietti. Per loro questa circostanza, conclusa con l’affermazione della volontà di Jessica, avrebbe costituito in futuro una sicura, grossa macchia nera alla rispettiva autorità di padre e di fidanzato ufficiale. Nelle loro menti malate maturò persino il pensiero di incendiare la sede dell’associazione. Messo fortunatamente da parte un secondo dopo averlo partorito. Jessica da quel giorno di sole di Ottobre, frequenta l’associazione e a Giugno 2017 ha superato brillantemente l’esame per la licenza media, riuscendo così a realizzare uno dei suoi sogni. Nel frattempo coltiva alcune amicizie che continua a costruirsi con la frequentazione a “Spazio Donna”. Ormai sono una sessantina le donne ed una ventina i bambini che frequentano” il centro” .Tutte con il loro carico di sofferenze, di limitazioni, di aspirazioni e di sogni. Le loro vite , tutte diverse tra loro, hanno comunque e sempre un denominatore comune :La sottomissione verso i loro uomini e la totale mancanza di autonomia e libertà. Spesso ad appena trenta anni , alcune di loro ,con bruttissime esperienze alle spalle, sono madri di tre/quattro figli, unico modo che permette loro di essere riconosciute socialmente. La quasi totalità , pur vivendo ad un passo dal centro città, non è mai entrata in un cinema e men che mai in un teatro o in un museo. Non ha mai preso un treno e sconosce persino gli altri quartieri della città. Da quando frequentano “Spazio Donna” alcune di loro hanno conseguito la licenza media , qualcuna addirittura il diploma, aiutate e soprattutto ascoltate dalle operatrici. Tutte hanno trovato principalmente un’oasi di pace per se stesse, qualcuno che le ascolta senza giudicarle e che fa capire loro le grandi e piccole possibilità che la vita può offrire, rendendole consapevoli di se stesse e delle violenze subìte. Alcune hanno trovato un poco di pace solo quando il loro ” amore malato” è stato spedito in carcere perché spacciatore, rapinatore o estortore. Liberandole si spera, dalla loro ingombrante presenza e dando ad esse ,in quella circostanza , il coraggio di denunciarli per le percosse subite senza nessun motivo anche quando erano in attesa di un bambino. Ora queste donne hanno tutte una nuova vita, anche se il ” tribunale popolare del Borgo” per questo motivo, non le guarda più in faccia come se fossero diventate trasparenti e non le giudica più bene. Su di loro pesa la condanna di essere “Sbirre” ( Spione ,collaboratori di giustizia) ree di avere spezzato un cerchio di omertà che imprigiona tutto il quartiere. E anche per aver portato alla luce una realtà che tutti conoscono ma che bisogna tenere nascosta in nome della salvaguardia dello ”onore” di tutti. Onore? Ma qual’ è il concetto di onore di cui gli abitanti del “Borgo” si riempiono la bocca? Forse essere- uomo d’onore- di una famiglia mafiosa? Tenere segregate le figlie o le mogli per paura che qualcuno dubiti sull’illibatezza o la moralità? Vietare loro di andate in gita? Vietare loro di prendere la patente o andare a lavorare? Picchiarle senza motivo ? E’ onore tutto questo? Bene ! Se tutto questo è onore , noi che viviamo lontani dal “ Borgo” e non solo in senso fisico, diciamo loro e a quelli che la pensano come loro, di qualunque via, piazza ,città: – Siamo fieri e felici di essere donne e uomini senza nessuno onore e che peggioreremo sempre più. E’ bene che se ne facciano da subito una precisa ragione. Noi non cambieremo mai. E’ giunta l’ora che cambino loro!-

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