Lunetta cara di Cristina Biolcati – Sezione D 2018

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Fosse stata l’accidia il suo peccato più vero, allora forse le cose avrebbero trovato un senso. Invece era da sempre la superbia; quel naturale distacco dal mondo, nel vano tentativo di porsi come un essere “differente”, lontano dalle miserie dell’animo umano. Ma Lunetta, in fondo, questo il suo buffo nome, non era poi tanto diversa dai suoi coetanei più fragili. Abbandonava, per evitare di essere lasciata. Non dava confidenza, per non essere ignorata. Teneva le cose in un perenne stato di ferma, in modo da non doversene occupare.

Non la pensava così invece l’architetto Vittorio Parisi, che in lei aveva visto, più che un potenziale, una sagoma da forgiare a suo piacimento. E, mesi addietro, l’aveva assunta come segretaria nel suo studio di Piazza dei Signori, in pieno centro storico.

Lunina santa, come la chiamava sua nonna, a ventidue anni e al primo impiego, della vita sapeva poco. In ufficio subiva in silenzio, vergognandosi di non apprendere abbastanza velocemente le nozioni che le venivano impartite. Cambiando colore al cospetto di quell’uomo canuto che le faceva notare, in modo piuttosto impietoso, i suoi molti errori.

Ma il vero tormento era rappresentato da Antenore, unico figlio dell’architetto, chiamato così in onore del fondatore di Padova, la loro città. Costui era nell’intimo soprannominato Anty, quasi che avere un nomignolo potesse renderlo un uomo migliore. Separato e con un figlio da crescere, il giovane Parisi (giovane per modo di dire, perché aveva già trentacinque anni), vagava per l’ufficio facendo finta di lavorare. Sul compimento degli studi dell’erede “palestrato”, perché lo era, nessuno metteva lingua, anche se più di qualcuno accampava seri dubbi circa le sue reali competenze. Coi soldi si poteva fare di tutto, fosse anche comprare una laurea, e questo era pensiero comune nell’ambiente, per quanto mai apertamente esplicitato. Ecco perché Anty era considerato una sorta di lacchè, un passacarte, mentre tutte le decisioni e le firme erano riservate al suo reverendo padre.

Forse fingeva oppure ne era realmente ossessionato, ma il rampollo della casata Parisi non perdeva un istante per importunare Lunetta. Odorava la sua verginità, voleva farne un personale vessillo.

Perché Lunetta era vergine, come negarlo. La sua misantropia l’aveva portata a trincerarsi dietro una spessa cortina cui nessuno osava avvicinarsi. Neppure era una grande bellezza, un particolare da non omettere. Piuttosto, una ragazza insignificante, come ce ne sono tante.

Castana, coi capelli dritti come spaghetti che talvolta raccoglieva in una coda di cavallo. Occhi castani (fossero stati almeno verdi o azzurri!), fisico a pera, con fianchi larghi e poco seno. E quella cellulite su pancia e glutei, da sempre, aveva rappresentato il suo cruccio. Un fastidio, che le impediva di andare al mare e mettersi liberamente in bikini, neanche fossero tutti lì a guardare lei.

Col passare del tempo, la giovane era diventata il giocattolo di Antenore, che si divertivo a metterla in imbarazzo al cospetto del padre, anche se a lei ne sfuggiva il disegno. Avrebbe voluto mollare tutto e cercarsi un altro impiego. Ma la paga era buona e sua madre non glielo avrebbe permesso. Non dopo che il padre se ne era andato con una bionda che aveva solo pochi anni più di Lunetta, seppure anche qualche taglia in più di reggiseno. I soldi servivano quindi alle due donne per campare. Inoltre, la madre era in quel periodo davvero poco propensa a parlare con la figlia delle bizzarrie degli uomini, che al momento odiava con tutta se stessa, com’era comprensibile.

Così quando Antenore Parisi, un pomeriggio d’estate, uscì allo scoperto e la invitò a bere qualcosa al bar di fronte allo studio, Lunetta, che aveva già rifiutato circa una decina di volte, si fece coraggio e accettò. Se non altro, per dire una volta per tutte a quel Thor casalingo che lei non voleva averci niente a che fare.

Invece, l’appuntamento andò in modo diverso. Lunetta arrivò con qualche minuto di ritardo e trovò Anty già seduto a un tavolino d’angolo, insieme a un ragazzino di nove o dieci anni. Capì subito che era il figlio, perché lo aveva visto tante volte in foto, sulla scrivania del nonno. I due sghignazzavano e Lunetta udì chiaramente il bambino pronunciare la frase “ma quanto è brutta”, riferito a lei. Antenore gli diede di gomito, fingendo di riportarlo a tenere un contegno. Lunetta si sedette spaesata, ma padre e figlio continuarono a parlare fitto fra loro di un film d’animazione, che il terribile piccoletto avrebbe voluto andare a vedere al cinema. Col gel nei capelli, era la copia miniata del padre.

Presto si accodarono anche una ragazza, bellissima, e la spilungona bionda che serviva ai tavoli, tanto per mettere le cose in chiaro e far capire a Lunetta che target di donna era solito frequentare il fusto Antenore. Loro chiacchierarono allegramente, del più e del meno, senza farsi mancare i doppi sensi e un pizzico di adulazione ad ogni motto. Lunetta bevve un caffè in silenzio, senza sapere da che parte guardare. A lei nessuno rivolgeva la parola e si sentiva umiliata.

Per tutto l’incontro, chiaramente architettato ad hoc dall’erede Parisi per metterla in ridicolo, Lunetta pensò a cosa potesse avergli fatto di male, tanto da meritare ai suoi occhi quella pubblica gogna. Non aveva ceduto alle sua avances, d’accordo, ma neanche era andata a sbandierare ai quattro venti che lui fosse un incapace. Aveva tenuto per sé le sue opinioni personali, così come la consapevolezza che l’architetto Vittorio Parisi fosse stato beffato dalla vita. D’accordo, non era un uomo troppo simpatico, ma come discendente avrebbe meritato di meglio.

Lunetta non aveva piagnucolato né supplicato quando si era accorta che Antenore leggeva il suo diario. Semplicemente aveva smesso di tenerlo nell’ultimo cassetto della scrivania, per trascrivere i suoi pensieri se c’era poco lavoro o nei ritagli di tempo in cui si annoiava, e lo aveva riportato a casa. Non aveva battuto ciglio quando lui aveva fatto presente a suo padre (e a voce alta) che la nuova segretaria vestiva in maniera troppo dimessa e faceva sfigurare lo studio. Nemmeno Lunetta aveva dato fondo ai suoi risparmi, per procurarsi capi firmati, però. Soltanto da quel giorno aveva iniziato a vestirsi in modo più elegante. Era bastato quello a tacitare le umiliazioni, sebbene lei più che femmina si sentisse ridicola, e in quelle vesti faticasse a riconoscersi. Ma d’altra parte, si ripeteva, devo resistere per i soldi e per mia madre.

Era passata sopra anche al fatto che Antenore avesse lasciato aperto di proposito lo stipite del suo ufficio e che, cazzeggiando volutamente a voce alta al telefono con un amico, avesse detto con scherno che quella SFIGATA della nuova segretaria, VERGINE, gliela avrebbe data quando voleva, perché quella aveva proprio fame. Mica era pudica, quella. Non aveva trovato nessuno che la trombasse, ecco cos’era. Solo che prima, lui Anty, avrebbe dovuto infilarle un sacco in testa, così sarebbero rimaste fuori solo quelle tettine patetiche che si ritrovava, che magari erano turgide, e quel culone che pareva fare provincia, che volendo si poteva anche salvare. Mica lei, il culo! Quel giorno il suo sguardo, quello di Lunetta, non aveva tradito nessuna emozione, né gli occhi erano stati rossi da dargli la conferma di avere udito tutto. Pensasse pure che era sorda! Piuttosto di dargli la soddisfazione e restarci male, si sarebbe tagliata la lingua. Prima di chiudere la telefonata, lui aveva addirittura invocato una bottiglia di candeggina, allo scopo di disinfettarsi la bocca dopo averla eventualmente baciata. Ma chi ti vuole? Pensava tra sé Lunetta, con stizza. Cretino, che non sei altro. A bere candeggina si muore! Perché tanta cattiveria e stupidità, in un solo uomo?

Finché la ragazza aveva cessato di subire. Qualcosa in lei si era rotto e aveva capito di non volere fare la fine di sua madre. A piangere e marcire a cinquant’anni su un divano tutto il giorno, per uno che non l’aveva mai meritata. Tanto più che Anty l’aveva solo presa di mira, perché a lei era stato da sempre antipatico. Bisognava agire, impedire a se stessi di rassegnarsi e diventare passivi, alla mercé di gente viziata che credeva di fare il bello e il cattivo tempo. Solo perché una che tu reputi brutta e sfigata non cade ai tuoi piedi e non subisce il tuo fascino sghembo. E così, Lunetta era passata all’azione e fino ad allora era stata furba. Quando si sarebbe insinuato in Antenore il dubbio che la madonna di Lourdes non avesse alcun potere di scongiurare il periodo sfortunato che stava vivendo? Perché lei intendeva difendersi. Avrebbe fatto questo e altro se lui avesse continuato a prenderla di mira.

«Non so con la tua aria da santarellina cosa ti fossi messa in testa» le disse Anty, in uscita dal locale. Mentre il figlio, che non le aveva mai rivolto la parola se non con qualche risatina tra lo schifato e il supponente, correva diretto alla decapottabile rossa del padre, rimasta come ogni giorno parcheggiata sotto all’ufficio, giusto in fondo alla strada.

«Un caffè te l’ho offerto volentieri – continuò Parisi junior – ma per altro proprio non saprei. Dipende da quanto sei disposta tu ad aiutarmi, in studio, con mio padre. Dipende da te, da quanto lavoro vorrai fare al posto mio senza prendertene ogni volta i meriti. Ci siamo capiti?»

Quello era il punto, capire. Cosa aveva capito lui? Che Lunetta fosse una disperata, ridotta alla canna del gas, suscettibile al suo fascino e che non vedeva l’ora di essere avvicinata? E questo le parve il modo più casto per dirlo, sebbene nella sua mente si fosse affastellata ben altra espressione. Quel tizio era proprio fuori di testa. Ma quando mai lei gli aveva mostrato interesse? Presuntuoso fino al midollo.

Quando lui e il figlio erano stati paghi, avevano deciso di andarsene dal bar senza minimamente interpellare Lunetta, stranita da quel singolare rendez-vous. Antenore aveva salutato le due belle e pagato il conto con una banconota da cento, gettata quasi con disprezzo sul tavolo. Dopo avere atteso il resto, padre e figlio erano usciti dal locale come i due attori di Miami Vice ai tempi d’oro, occhiali da sole e tutto il resto. E lei, Lunetta, al traino. Che significato poteva avere un incontro simile, se non affermare la superiorità e far vedere chi comanda? Agli occhi dei potenti (o di chi si crede tale), non si è altro che terra per concime. Per non dire espressioni volgari.

E comunque, nelle parole di lui c’era un ricatto. Anty Parisi voleva trasformarla nella sua galoppina: a lei sarebbe toccato il lavoro sporco e a lui solo i benefici. Uomini, tutti uguali! E pensare che in famiglia aveva potuto usufruire di lezioni gratuite di queste fregature. A Lunetta dispiaceva pensare sempre male di suo padre ma, dopo quel che lui aveva fatto a lei e a sua madre, se lo era meritato. Che l’amore per mamma fosse finito, poteva capirlo. Ma abbandonare anche lei, la sua unica figlia che aveva sempre detto di amare come una principessa, proprio no. In quel modo, poi? Fuggendo con una che poteva essere sua figlia; preferendo una vita lontana anni luce a quella che aveva fino ad allora condotto. Lunetta adesso lo percepiva come un estraneo, quasi se in quei ventidue anni di vita non avesse capito niente di lui.

Certo che gli uomini si rincoglioniscono proprio, quando sono al cospetto di una fica! E Lunetta ci pensava sempre, tutto il giorno. Sua madre piangeva, mentre lei pensava tutte le volgarità del mondo, abbinate a suo padre e a quella pupattola che si era preso e che fino ad ora aveva visto in foto. Una volta saputo il nome, era andata a cercarla su Facebook. Lo aveva fatto una volta sola, per evitare di dover trovare delle immagini di lei e suo padre insieme. Quelle avrebbero fatto troppo male. Era carina, la pupattola, nessuno poteva negarlo. Ma mamma da giovane era stata più bella.

Dove l’avesse conosciuta proprio non se lo spiegava. Suo padre era un taxista, mica il direttore di Playboy. Anche se Lunetta era consapevole che un taxista non è ricco, è vero, ma ha molte occasioni d’incontri. Papà era sempre stato un bell’uomo, ma da lì ad affascinare una ragazza tanto giovane… Dinamiche che non capiva, a cui ancora non riusciva a pensare lucidamente. Al padre chiedeva solo tempo. Il giusto lasso che serve a metabolizzare la propria “detronizzazione”. Quello in cui si smette di essere la cocca di papà e si scopre di non essere più la cocca di nessuno. Intimamente pregava quindi che lui per un po’ non la cercasse, come stava del resto facendo. Che non si presentasse a casa e lasciasse in pace mamma ad elaborare il lutto. E soprattutto, che la pupattola non le capitasse mai a tiro, perché Lunetta era capace di cose che la spaventavano.

Così, in uscita dal bar, Lunetta guardò Anty impassibile, ma non rispose. Di lontano, il ragazzino pestifero stava già gridando al padre che avevano una gomma a terra. Si chiamava Vittorio, come suo nonno. E il nonno ne andava fiero, quasi avesse un gran nipote, mentre Lunetta provava pena per lui, perché aveva dei discendenti che erano uno la copia dell’altro. Stessa crudeltà, egualmente stupidi. La mela non cade mai lontana dall’albero.

Figlio di Anty e di una modella bellissima, si diceva, entrambi molto giovani quando lo avevano avuto, Vittorio junior affermava la sua presenza nel mondo battendo i piedi, viziato dal nonno e portato appresso dal padre. La modella, sua madre, si era però accorta subito di che pasta fosse fatto Antenore Parisi, ed era fuggita a gambe levate da dove era venuta: l’Australia. Rinnegando il bambino e senza nulla pretendere, per paura che le venisse chiesto di assumersi le sue responsabilità di madre. Le voci dicevano che fosse già molto ricca di famiglia, e che non ne volesse proprio sapere di figli. A quell’età, teneva di più alla carriera che un neonato avrebbe rallentato. Quindi la piena custodia del bambino era andata senza discussioni al padre. E lasciamo stare che dicessero anche che se ne era scappata di notte, abbandonando il bambino in casa di Antenore senza dare spiegazioni. Solo un biglietto e poi si era sempre fatta negare. Perché è una storia assurda e se la dessimo per vera, dovremmo provare pena per quei due poveri diavoli. Per un Antenore Parisi innamorato, che poteva anche essere diventato così dopo. E simpatizzare per i cattivi è solo una perdita di tempo, visto che tanto sono cambiati e per loro non c’è redenzione. Andati, perduti, stop, kaputt.

Lunetta aveva previsto tutto. E mentre Anty si agitava intorno a quella ruota a terra, con le mani nei capelli, ormai incurante degli occhiali da sole finiti di traverso, iniziò a godere. Il tagliacarte, quello che utilizzava in ufficio per aprire le buste, si trovava al sicuro nella sua borsetta. Lo avrebbe rimesso a posto la mattina seguente. Borse, fedeli alleate delle donne!

Lunina santa, la chiamava sua nonna. Lunina che non parla mai, perché tanto sa che non serve. Fosse stata lì a vederla, buon’anima, ne sarebbe stata fiera.

Il risolino che a Lunetta scappò fu inequivocabile. Adesso lo hai capito perché sono arrivata in ritardo, brutto stronzo? Pareva dirgli. Una smorfia da pelle d’oca, anche per un bullo come quello.

E il modo in cui Anty sgranò gli occhi, d’improvviso, la ripagò.

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