Non sono Penelope di Renato Gezzi – Sezione D 2018

donna vessata«Voglioildivorzio.»

Proprio così te l’ho detto. Tutto d’un fiato, senza staccare le parole.

Non mi era stato facile buttare fuori quel pensiero, quella mia decisione.

Avevo una paura folle. Ci avevo pensato per una settimana intera, e ancora non riuscivo a prevedere la tua reazione. Ero arrivata a ridurre le possibilità a due sole. Avresti potuto irrigidirti in uno dei tuoi scoppi d’ira fredda, misurata. Non sai quanto facciano male, peggio di una lite a viso aperto. Perlomeno quando ci si aggredisce si butta fuori tutto, si sfoga la rabbia e dopo potrebbe anche tornare il sereno. Con te non funziona così. Tu rimani gelido, reagisci a battutine, usi l’ironia tagliente, offendi non a colpi di spada ma di bisturi, lasci ferite sottili, invisibili, che bruciano in maniera insopportabile. E a me rimane la frustrazione di non averti detto tutto, di non aver affrontato davvero il problema. L’altro tuo modo di reagire, o piuttosto di fuggire, e non so se sia meglio o peggio, è quello di prenderti subito tutta la colpa, umiliarti, chiedermi perdono a priori, di nuovo senza darmi lo spazio di discutere e il modo di valutare la tua sincerità.

In ogni caso, non scegliesti nessuna delle due strade. Mai mi sarei mai aspettata quello che facesti.

Mi guardasti impassibile per un secondo, poi spalancasti gli occhi e incredulo dicesti: «Perché? Cos’ho fatto?»

 

Eri sincero, lo capivo. Eri sincero ma la tua risposta significava che non ti eri accorto di niente. Erano mesi, forse anni che tra noi le cose andavano a rotoli. Anzi, magari fossero andate a rotoli: erano ferme, impantanate in un nulla vischioso, in una terra di nessuno deserta e apatica. Andavamo avanti per abitudine, vent’anni di convivenza non si cancellano con un colpo di spugna. E tu, non te ne eri neppure reso conto! Vivevi con tuo figlio e con me, ignaro e convinto, non so se davvero o per convenienza, che tutto andasse bene.

La tua risposta mi diede la misura di quanto avessi ragione, e rafforzò la mia decisione. Tu eri assente anche in senso fisico. Uscivi la mattina presto, rientravi la sera giusto un minuto prima dell’ora di cena e spesso, subito dopo il caffè, te ne uscivi di nuovo. E ignoravi del tutto che qui c’era un figlio da crescere, una casa da gestire. E c’ero io.

 

Bel passatempo, il calcetto. Uno sport ti serviva, dicevi, dopo aver passato nove, dieci ore seduto alla tua scrivania, in ufficio. E io non potevo prenderti a male parole come avrei fatto se te ne fossi andato al bar o chissà dove e chissà con chi. No, ti trovavi con i tuoi compagni di squadra e giocavate, giocavate. Mi sembrava strana questa assiduità negli allenamenti, tre volte la settimana più la partita, ma tu dicevi che occorreva tenersi in forma e che, alla tua età, perdere il ritmo sarebbe stato fatale. Per un periodo sospettai che tu vedessi altre donne, ma le tue divise sporche, che a me toccava lavare, e i tuoi dolori muscolari, che a me toccava lenire con pomate antidolorifiche, testimoniavano il contrario. E poi, ti conoscevo bene: se ci fosse stata un’altra avresti mostrato qualche sintomo, se non altro di nervosismo. Non sei mai stato bravo a camuffare il disagio. Devo dartene atto: sei egocentrico, ma non falso. No, era proprio calcetto, quattro sere la settimana.

 

Quelle rare volte in cui ti si vedeva rimanere a casa, di sera o nei weekend, dicevi di essere troppo stanco e passavi la maggior parte del tuo tempo in poltrona, a dormire o a guardare lo sport in televisione. Non hai mai considerato il mio, di lavoro. Ne uscivo sfinita più di te però, invece di andare a divertirmi, dovevo rimboccarmi le maniche, andare a ricuperare il ragazzo dai nonni, far la spesa durante il tragitto, tornare a casa, cucinare, lavare, stirare. Perché guai se tu fossi tornato dal tuo benedetto allenamento e non avessi trovato la cena pronta in tavola! Guai se avessi aperto l’armadio e non avessi trovato le tue belle camicie stirate alla perfezione! Avresti detto che non importava e poi, sottovoce ma abbastanza forte da farti sentire, mi avresti lanciato insulti. Perché ti lasciavo digiuno, perché ti facevo sfigurare con i colleghi d’ufficio. Ecco cos’ero diventata, quella che ti stira le camicie. Una serva. Peggio: un oggetto utile e scontato, che sta lì da sempre e svolge la sua funzione, come un reggilibro o un’aspirapolvere. L’unico modo per un oggetto di far notare la sua presenza è rompersi. E io mi ero rotta.

«Cos’hai fatto? Se non lo sai tu», risposi. Non mi venne niente di meglio.

Se non te n’eri reso conto in cinque anni, non te ne saresti accorto in un minuto, solo per una mia frase, anche la più riuscita.

 

A questo punto sì, mi aspettavo la rabbia, quella vera, violenta, esplosiva. Quella alimentata dai soliti pregiudizi sulle donne che non si fanno capire, che si mettono in testa idee inesistenti, che hanno il ciclo, che “lasciala stare, tanto poi le passa.”

Invece tu: «Va bene. Se dobbiamo separarci, allora me ne vado io. Dammi giusto il tempo per trovare un appartamento.»

Eh no, bello!

Neanche questa soddisfazione mi davi? Mi avresti mollato da sola, lasciandomi tutto sulle spalle, e te ne saresti andato a fare la bella vita del single? Non se ne parlava nemmeno, ero io che me ne volevo andare. Tu, da solo, ti saresti adattato benissimo. Ti saresti nutrito di cibi pronti, avresti portato le camicie da stirare alla mamma e avresti speso fortune in lavanderia per le tue divise. Come te la saresti cavata con la responsabilità di un figlio, invece? Avresti visto cosa vuol dire far tutto da solo, come era toccato a me per anni. Gli ultimi cinque, a dire il vero. Prima non eri così.

 

Iniziò come una favola. Non eri il Principe Azzurro, ma forse eri anche meglio, perché eri reale. Mi capivi, sapevi prevenire le mie esigenze, i miei desideri. Vivemmo anni meravigliosi, prima e anche dopo il matrimonio. Scoprimmo insieme il mondo, nei nostri viaggi irripetibili. Scoprimmo le gioie dello stare insieme, dell’intimità, del sesso. Avevamo avuto altre esperienze, ma mai erano state così piene e complete come quelle che vivemmo insieme.

Quando iniziammo la nostra vita in due, condividevamo tutto. Anche i lavori di casa. Certo, tu sei e resti un maschio, educato da maschio. Inutile sperare che ti metta a lavare i vetri, non ti accorgerai mai che sono sporchi. Ti davi da fare però, in quello che sapevi fare. Lavare insieme i pavimenti era quasi piacevole, era un gioco. Strano come io ricordi le piccole cose e non mi vengano in mente grandi motivi esistenziali per cui era stato fantastico vivere insieme a te e ora non lo era più. Prima c’eri stato, poi eri scomparso, questo riassume tutto.

 

Cos’era successo, perché ti eri estraniato così? Era forse stata colpa mia? No, non ci volevo cascare, nei sensi di colpa. Se anche qualcosa non fosse andato per il verso giusto, avresti dovuto parlarne, non farti gli affari tuoi. E il tuo silenzio, in questo momento decisivo, mi diceva con chiarezza che tu ti eri allontanato da me senza neanche rendertene conto. Io non ero cambiata: eri tu a essere cambiato. Qualcosa si era incrinato dentro di te e non avevi fatto, non dico lo sforzo per riaggiustarlo, ma nemmeno quella minima analisi di te stesso che ti avrebbe mostrato come non fossi più la persona di prima. Avrei potuto ipotizzare, certo. La ricerca di una tua dimensione che ti liberasse da un clima lavorativo che ogni anno diventava più opprimente, la paura di invecchiare che ti portava a curare il tuo fisico, o forse ti eri davvero stancato di me e non avevi la forza di ammetterlo neanche con te stesso. Senza nemmeno un segnale da parte tua, però, come sarei potuta intervenire?

Tu non facevi il minimo sforzo di capirti, e io non ti sopportavo più. Avevo anche rinunciato a discutere.

Per questo ti dissi: «Va bene. Tu cerca, io cerco. Poi ne parliamo.»

 

Quel dialogo fini così, cinque battute dove mi aspettavo una scena madre. A me parve di non aver ottenuto niente, di dover continuare a tenermi dentro la mia rabbia che ribolliva. Invece qualcosa dovevo essere riuscita a smuovere dentro di te. Quelle poche frasi avevano messo finalmente in moto le rotelle del tuo cervello. Brillante, devo ammettere. Dovresti usarlo più spesso.

Io continuai la mia vita come se tu davvero te ne fossi già andato, del resto non faceva una gran differenza. Come unici cambiamenti, dedicavo un po’ di tempo a girare per le agenzie immobiliari e ti parlavo ancora meno di prima.

Notai però che qualcosa, a piccoli passi, stava cambiando in te. Quella settimana saltasti un allenamento, e quella seguente due. Un paio di volte mi capitò che, tornata tardi dai miei giri, trovassi la tavola apparecchiata e il bucato steso ad asciugare. E questo era strano per due motivi: perché ti eri dato da fare e perché eri rientrato presto dal lavoro.

Questo tuo lasciare l’ufficio a orari decenti e tornare subito a casa divenne un’abitudine, come anche iniziai ad abituarmi a trovare la macchinetta del caffè pronta, la mattina, quando mi alzavo prima di te. Poco alla volta, ti vidi tornare a farti carico delle piccole incombenze della nostra vita in comune: mettere i piatti sporchi nella lavastoviglie, accudire la gatta, partecipare alle riunioni di condominio. Il calcetto divenne un impegno da una sola volta alla settimana. Quando ti chiesi se avessi litigato con i compagni di squadra, rispondesti che andava tutto bene, ma non te la sentivi più di tenere quei ritmi, il tuo fisico faticava a ricuperare. Non ci credetti. Ti vedevo pieno di energie, invece, come non accadeva da anni. Non passavi più il tempo sul divano, cercavi sempre qualcosa da fare. E nelle sere davvero libere riprendemmo la nostra vecchia abitudine di sceglierci un film in DVD e guardarlo insieme.

 

Un giorno addirittura mi dicesti: «Posso entrare più tardi al lavoro. Se vuoi accompagno io il ragazzo a scuola.» Per me fu mezz’ora risparmiata, ogni mattina. Anche il ragazzo si accorse che il clima stava cambiando. Da quanto tempo non lo aiutavi più nei compiti? Lui ha preso qualcosa da te e qualcosa da me. Non parla, come te, finché sbotta, come me. Non era ancora arrivato ai miei limiti, ma anche a lui mancavi. Nello studio e anche in quelle attività che avete sempre condiviso, come la passione per il calcio e per il rock and roll.

Ancora di più mi stupisti quando proponesti di andare, una sera, al cinema, per vedere un film che a me sarebbe piaciuto molto ma che sapevo ti avrebbe fatto scendere il latte alle ginocchia. A te i film romantici hanno sempre fatto questo effetto.

Dovetti ammettere che stavi tornando quello di prima. Non capivo ancora se stessi facendo sul serio o cercassi solo di ricuperare la situazione per i capelli, per poi ripiombare nella tua indifferenza una volta scampato il pericolo. Nel dubbio, decisi di darti fiducia. Uscimmo, pizza e poi cinema, come ai vecchi tempi.

Parlasti tantissimo, per i tuoi standard. Raccontasti di come eri riuscito a mantenere il ruolo di titolare nella squadra pur allenandoti una volta a settimana, mi parlasti dei tuoi problemi con i colleghi, con i capi. Parlammo di nostro figlio, dei suoi problemi di adolescente, e scoprii che lo conoscevi e che, pur nel tuo distacco, lo avevi tenuto d’occhio.

Non parlammo, mai, di noi due. Tu non sei mai stato capace di affrontare gli argomenti a viso aperto, ma capivo che quel tuo divagare era un modo di dirmi che volevi evitare la rottura.

Ne ebbi la prova quando, alla fine di quella serata, mi facesti una semplice domanda, che non mi rivolgevi più da anni: «Come stai?»

 

L’agenzia mi aveva trovato un appartamento, lo andai a vedere. Era un bilocale vecchiotto ma ben tenuto, con molta luce e lo spazio per tutte le mie cose. Era vicino al mio posto di lavoro, ci sarei potuta andare a piedi. Il prezzo era accessibile, contando anche solo sul mio stipendio. Dissi all’agente che ci avrei pensato, e lasciai passare i giorni. Giorni in cui mi misi a riflettere con grande intensità e sofferenza.

Volevo ancora il divorzio? Dietro a quel tuo cambiamento avevo rivisto il ragazzo di vent’anni prima, quello gentile, premuroso, quello che sapeva soddisfare i miei desideri prima che li esprimessi. L’uomo che mi aveva fatto innamorare. Non sempre si può ricominciare, ma non era nemmeno scritto che si dovesse rinunciare a priori.

Io stessa non ero più sicura della mia scelta. Prima, il divorzio mi pareva l’unica soluzione, l’unico modo di uscire da una situazione insopportabile. Ora che avevo la concreta possibilità di ottenerlo, la vita senza di te non mi sembrava più così attraente. Troncare iniziò ad apparirmi come una sconfitta, come la rinuncia a lottare per riavere l’uomo che amavo e che, nascosto per troppo tempo sotto la tua corazza di indifferenza, viveva ancora.

Intorno a noi vedevo coppie all’apparenza collaudate e robuste che si sfaldavano in brevissimo tempo. Separazioni consumate con dolore, con rabbia e odio, rancori che restavano vivi nonostante la rottura del rapporto, come spine che non si potevano estrarre e rimanevano a bruciare sotto la pelle.

Non volevo finire così. Il tuo nuovo comportamento mi indicava con chiarezza che nemmeno tu lo volevi.

Ormai avevi stravolto troppo la tua vita, non potevo più pensare a una tua tattica opportunistica. Proprio la sera in cui ero reduce dalla visita al mio possibile nuovo appartamento mi dicesti di aver rinunciato a una promozione. Ti guardai allibita e ti chiesi perché. «Il nuovo incarico avrebbe richiesto di passare più tempo in ufficio», rispondesti, «e io non voglio. Dovrei rinunciare a quello che passo con voi.»

Mi convinsi che stavi facendo sul serio.

 

Una settimana dopo, fosti tu a dirmi: «Ho visto una casa carina, non lontana da qui. Se sei ancora della stessa idea, la confermo. Però mi piacerebbe avere la possibilità di continuare a vivere con te. Con voi.»

Tacqui, non so quanto a lungo. Mi tremavano le labbra, cosa che mi succede quando devo dire qualcosa di difficile. Dovevo mettere insieme le parole giuste, non potevo sbagliare. Dissi: «Sei molto cambiato in queste settimane.»

«Sì. Mi sono reso conto di essermi allontanato da te, di averti trascurato troppo a lungo. Ho sbagliato, sono stato egoista.»

«Ci hai messo anni per capirlo.»

«È vero. E se non avessi minacciato il divorzio forse non ci sarei arrivato mai. Ancora non so cosa devo fare per tornare a essere un compagno decente. Aiutami, per favore.»

Sospirai. Mi sentii indecisa, spiazzata. Per la prima volta nella nostra vita, era disposto a parlare. Per la prima volta lo sentivo ammettere di essersi sbagliato.

Mi passarono davanti, in un lampo, quei vent’anni insieme, il triste sfacelo delle coppie a noi coetanee. Meglio tirare giù tutto o ricostruire mantenendo le nostre basi? Come avrei potuto essere certa che le fondamenta del nostro rapporto fossero ancora in grado di reggere?

Alla fine di quella carrellata, una parola mi si fermò nella mente: resistere.

«Va bene», risposi, «proviamo. Ma ricordati: non sono Penelope. Non ti aspetto qui, a tessere la tela per dieci anni mentre tu ti fai gli affari i tuoi in giro per il mondo. Alla prossima è finita.»

Accennò un abbraccio ma fermò il gesto a metà, senza toccarmi. «Non sono Ulisse. Mi ero perso, ma tu mi hai fatto ritrovare la strada, il mio posto. Sono tornato e non me ne vado più.»

«Staremo a vedere», dissi, e ricambiai l’abbraccio.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Eufemia Griffo ha detto:

    Penelope è un personaggio a me molto caro e che ho celebrato in moltissime poesie, dunque trovare il suo nome nel tuo racconto, è stato molto piacevole. Come sempre il tuo stile che cattura irrimediabilmente il lettore, è unico. Il racconto si legge in un lasso di tempo brevissimo e ti trascina verso l’epilogo che si apre alla speranza, a una luce ricercata di continuo. Ti sono congeniali queste narrazioni di vissuti che racconti con maestria e intensità. I finali dei tuoi racconti lasciano sempre spazio alla riflessione. Congratulazioni vivissime, Renato.

    Eufemia

    ps. Resistere, sempre!

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  2. Anna D'Auria ha detto:

    Una bella e intesa storia d’amore, mi ha lasciata con il fiato sospeso fino all’epilogo, per niente scontato. Bravo Renato!

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  3. Cristina ha detto:

    Bravo René, bello bello bello 😍!!!!!!!!

    Sembra davvero d averla vissuta, la storia.
    Quasi mi ci perdevo ,nelle parole.

    Congratulazioni Amico😊😊

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  4. Marco ha detto:

    Bravo Renato, mi ha incollato allo schermo fino alla fine!

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