Ricomincio da me di Erica Brusco – Sezione D 2018

donna-triste_su_vertical_dynQuesta è una storia che inizia come tante, la fiaba di una ragazza qualunque, semplice, che sognava tra le pagine dei libri, sul verso romantico di una poesia e di una canzone. Ed era carina; non certo una di quelle appariscenti, che amano farsi notare, ma aveva un sorriso che conquistava, un sorriso che lasciava intravedere la sua assoluta semplicità e trasparenza.

Il suo volto, diventa, in questo libro la testimonianza per tutte le donne, che come lei, hanno vissuto l’esperienza di un’illusione distrutta dalla parte peggiore che l’uomo può dare di sé.

Tutto iniziò una sera, una delle tante in cui, dopo una giornata di lavoro, cercavo la pace tra le pareti della mia stanza.

Chattavo con il mio amico Michele che era partito per Torino qualche settimana prima, quando si aprì la finestra di un nuovo messaggio.

Ciao, ti ho vista in chat e mi è venuta voglia di conoscerti. Disturbo? Ovviamente non era Michele.

Pensai qualche secondo se rispondere e poi mi decisi. Ma sì, in fondo le chat sono fatte apposta per conoscere anche nuove persone.

Le mie dita cominciarono a scorrere sulla tastiera.

Ciao. No non sto facendo nulla di particolare. Scrissi. Come ti chiami?

Io sono Ivan e a quanto vedo non abitiamo molto lontano.

Un compaesano quindi. Sorrisi.

Piacere. Io sono Miriam.

Mi chiese se mi andava di chiacchierare un po’ per conoscerci. Mi chiese di parlargli di me, perché era curioso. Così gli raccontai che avevo finito la scuola di segretaria d’azienda l’estate prima e che avevo trovato lavoro in un’azienda di carpenteria meccanica.

Lui mi raccontò di avere ventuno anni, lavorava in un’azienda metalmeccanica e gli piaceva molto la musica e lo sport.

Dopo circa un quarto d’ora che chiacchieravamo del più e del meno mi chiese di mandargli una foto dove mi si vedeva meglio.

Lusingata, gli chiesi di inviarmi prima una sua. In pochi secondi mi arrivò un file in jpg da aprire. Quando vidi la sua immagine, ne rimasi subito affascinata: i suoi capelli ricci e biondo cenere luccicavano alla luce del sole. Nella foto, che era a mezzo busto, riuscivo a intravedere gli occhi verdi e il torace scolpito sul quale aderiva la T-shirt bianca. Doveva essere in spiaggia perché si scorgeva l’azzurro del cielo fondersi con un lembo di mare.

Gli inviai uno “smile” e poi cercai nella cartella salvata sul desktop del computer una mia foto decente da mandargli. Dopo dieci minuti ancora dovevo sceglierla: in costume no, in quella ero orribile, nell’altra ero davanti a una pizza e sembravo voler divorare l’intera tavola.

Perché non mi mandi la tua foto? Insisteva lui.

Mi imposi di non essere codarda e mi decisi a scattare una foto in tempo reale con la webcam. Mi passai le dita fra i capelli per sistemarli e afferrai il lucidalabbra sulla scrivania per metterne un filo sulle labbra. Click. Inviai la foto con il cuore in gola. Mi sentivo talmente sciocca ad avere così paura del giudizio di un ragazzo che non conoscevo, ma la convinzione di non piacere all’altro sesso mi rendeva fragile.

Dopo qualche istante Ivan mi scrisse Lo sapevo che eri stupenda.

Improvvisamente mi sentii come una scolaretta con le farfalle nello stomaco di fronte alla sua prima cotta.

Ok. Grazie. Fu tutto quello che riuscii a dire e lui mi stupì di nuovo con il messaggio successivo in cui mi chiedeva se mi andava di conoscerlo.

Non risposi subito. Mi sentivo molto combattuta tra la parte razionale di me che mi diceva che era uno sconosciuto e che forse era troppo presto e l’altra parte di me che mi spronava a buttarmi, a lasciarmi andare a qualcosa di bello.

Torturandomi un po’ le unghie in quella battaglia interiore, lasciai infine vincere il cuore, pensando che magari potevo chiedere a Laura e Giovanna di accompagnarmi.

Va bene. Ti dispiace però se vengo con degli amici?

No, figurati. Porta chi vuoi, a me basta che ci sia tu. Allora ci possiamo vedere al Molo 3 per le dieci.

****

«Ma che ti è saltato in mente di accettare un appuntamento con uno sconosciuto, Miriam?» Mi rimproverò Laura il giorno dopo, quando le raccontai della mia nuova amicizia virtuale davanti a uno spritz. Era venerdi sera e mi concedevo sempre una pizza con la mia migliore amica.

«Hai ragione, ma le sue parole mi hanno talmente stregato che non potevo dire di no1» Dissi per giustificarmi. Ma proprio perché è uno sconosciuto vorrei che mi accompagnaste anche tu e Giovanna.»

Laura sospirò, mi guardò dritta negli occhi e abbozzando un sorriso, acconsentì.

Anche Giovanna era un’ottima amica; quella sera non era potuta venire, ma quando le avevo scritto aveva accettato subito di unirsi a noi per l’uscita di sabato.

Il venerdi sera in cui verso mezzanotte salutai la mia amica Monica e ritornai a casa, trovai un messaggio di Ivan.

Dove sei bellissima? Vorrei fosse già domani. Non vedo l’ora. Non credo che stanotte dormirò.

Io, elettrizzata da quel corteggiamento, risposi: sono appena tornata ed è stato bello trovare il tuo saluto. Anch’io credo che farò fatica ad addormentarmi.

Mi stavo già spogliando per andare a letto quando lui mi scrisse ancora.

Bene, allora possiamo anche rimanere a chiacchierare.

Gli chiesi di cosa voleva parlarmi, così ci saremmo senz’altro conosciuti meglio. Mi chiese allora della famiglia, con la quale ho un bel rapporto e siamo molto uniti ancora oggi. Ciò che mi turbò fu invece quello che lui mi raccontò della sua famiglia: a differenza di me, che avevo due genitori amorevoli e un ottimo rapporto anche con mio fratello e mia sorella, Ivan mi raccontò di avere un rapporto conflittuale con sua madre e con il fratello. Non entrò subito nei dettagli ma usò un’espressione un po’ inquietante, che ancora oggi ricordo bene: definì suo fratello un “animale domestico” da tenere lì per compagnia. La persona con cui gli piaceva stare era il nonno paterno, che gli dava affetto e cure. Provai compassione: era chiaro che si trattava di una persona che aveva avuto dei problemi famigliari e aveva sofferto molto.

Rimanemmo a chiacchierare per una mezz’ora poi mi salutò con le sue dolci parole che mi facevano girare la testa.

Sarà meglio che ora ti lasci riposare.. .buonanotte fiorellino, che le stelle conducano i tuoi dolci sogni perchè i raggi dell’alba li trasformino in realtà.

Non ho mai capito se fossero frasi sue, ma lì per lì ero talmente stregata e mi piacevano talmente tanto i tuffi che sentivo al cuore che poco importava.

Il sabato ero così nervosa che rispondevo male ai miei genitori senza accorgermene. Non sapendo cosa mettere all’appuntamento decisi di fare dello shopping terapeutico nel mio negozio preferito Atelier 25. Dopo aver visto gonne e maglie di vari colori, mi innamorai di un vestito blu in ciniglia che arrivava sopra il ginocchio.

Quella sera però rimasi delusa: a bordo di una Golf blu trovammo i suoi amici Claudio e Roberto. Dissero che Ivan aveva avuto un contrattempo ma che non dovevo rimanerci male perché gli piacevo davvero.

Ormai eravamo lì e quindi entrammo in discoteca. La serata si rivelò comunque divertente: i due ragazzi erano simpatici, mi dissero che gli ero piaciuta subito e ch ci teneva davvero a conoscermi. Chiesero di me, se andavo spesso in discoteca e io confessai che non vevo molta esperienza di ragazzi, ma mi piaceva ballare e divertirmi, ma anche fare cose tranquille come leggere. Aggiunsi che amavo molto socializzare e conoscere gente perché il contatto umano era molto importante per me. Mi fecero ballare e ridere e trascorremmo tre ore in compagnia.

«Che tipo strano però a comportarsi così.» Ribadirono le mie amiche. «Insiste tanto per conoscerti e poi manda gli amici al posto suo.» In effetti era vero, ma io dentro di me volevo trovare una giustificazione, un buon motivo per la sua assenza.

Quando tornai a casa trovai un messaggio “non letto” sentii inondarmi il cuore di speranza. Era lui e si scusava ma quello che mi rivelò mi lasciò spiazzata.

Ciao meraviglia! Mi dispiace molto non essere venuto stasera e immagino di averti deluso… c’è un motivo sai ed è difficile per me da spiegarti. Non te l’avevo ancora detto perché inizialmente ero entrato in chat per divertimento, ma tu mi piaci molto… tanto che ora mi trovo a un bivio e sono molto confuso sulla decisione da prendere: vedi, io ho una ragazza e da un po’ le cose non vanno come prima e ora… dopo aver conosciuto te sono praticamente convinto a lasciarla ma volevo prima dirtelo. Scusami, stasera ero in crisi però ci tengo davvero a vederti di persona. Se mi lasci il tuo numero ti chiamerò io così potrò sentire la tua voce e ci accorderemo per un vero appuntamento.

Ero talmente innamorata dell’idea dell’amore e ingenua che ancora una volta ci cascai e accettai la sua proposta di sentirci al telefono e gli risposi lasciandogli il numero. Mi chiamò dopo pochi istanti e mi chiese un nuovo appuntamento per la sera dopo. La sua voce era suadente, piacevole e mi incantò ancora di più.

Ci misi un po’ a convincere Laura a venire con me, avevo insistito che era importante: magari stavo sbagliando ma avevo spiegato quanto io ci tenessi e l’avevo supplicata di aiutarmi. Non sapevo nemmeno cosa aspettarmi da lui, ma non riuscivo a lasciar perdere, a rinunciare: anche quando, razionalmente, mi dicevo che non lo conoscevo, nonostante non si fosse comportato correttamente, sentivo le farfalle a ripensare alla sua foto e alle sue parole che mi adulavano facendomi sentire la donna più importante. Forse la scarsa sicurezza in me stessa faceva sì che io fossi attratta proprio da quello, da quell’autostima che riusciva a darmi e che colmava le mie insicurezze.

Lui era in piedi, il sedere appoggiato alla sua Alfa 147 nera. Mi invitò a entrare in discoteca, dove, oltre all’atmosfera irreale creata dalle luci psichedeliche, fui invasa dalla canzone “I’m outta love” di Anastacia.

Ivan cominciò subito a lasciarsi andare, quasi come se la musica gli fosse entrata nelle vene. Cominciò per prima cosa a muovere la testa avanti e indietro e poi su e giù, infine avanti e indietro in concomitanza con i fianchi. Vederlo ballare in pista con nonchalance, come se nessun altro fosse lì, mi fece sorridere: si muoveva bene, fluido. Dopo un po’ mi prese le mani e mi coinvolse nel suo ballo, portandomi a fare piccoli passi avanti e indietro.

Io non ero certo una che voleva essere al centro dell’attenzione, ma lui non voleva che mi allontanassi: mi tenne le mani per un bel po’, facendomi girare su me stessa e avvicinando il suo viso al mio così tanto che potevo sentire il profumo del suo respiro. Un po’ mi vergognai, ma tutto sommato era pure divertente. Non mi staccò gli occhi di dosso per tutto il tempo, come se fossimo stati solo io e lui. Mi parlò di quanto fosse bravo nel suo lavoro e in tante altre cose a casa.

Alla fine fu la mia amica cingermi una spalla dicendomi: «E’ meglio andare. Domani è lunedì.»

Ivan mi baciò le guance, dicendomi che avrebbe voluto rivedermi presto. Allora mi resi conto che mi aveva conquistata: ero cotta di lui e delle sue attenzioni.

Quando salimmo in auto, vidi la mia amica seria. Lì per lì pensai che fosse un po’ scocciata perché non le avevo badato tutta la sera, invece lei mi lasciò basita con la sua domanda.

«Ma non ti sembra un po’ strano Ivan?»

Riflettei un attimo su cosa volesse dire e risposi che lo trovavo carino, pieno di attenzioni e mi ero divertita. Non avevo visto niente di strano.

«Sono proprio queste sue intense attenzioni: non ti ha lasciata un attimo, non voleva che tu guardassi nessun altro, neanche me che sono tua amica.»

Ancora oggi penso che avrei dovuto dare ragione alla mia amica, che quelle parole potevano essere la mia salvezza, ma all’epoca ero accecata e le attenzioni di quel ragazzo erano la cosa più romantica che avessi mai provato.

Nei giorni seguenti Ivan mi telefonò. Stavamo al telefono parecchio a parlare del più e del meno. Voleva sapere ogni dettaglio della giornata, cosa avevo mangiato e mi teneva in linea fino a quando mi si chiudevano gli occhi e gli dicevo che era il momento di dormire.

«Posso vederti sabato?» Mi chiese dopo che gli avevo detto che non potevo uscire tutte le sere. «Ma questa volta voglio che tu sia da sola.»

Presi quell’invito come un vero e proprio appuntamento e mi chiese di incontrarci in pizzeria, scegliendo lui la Serenella.

«Ci vediamo sabato alle 19:30.» Tagliò corto. Non ebbi modo di replicare e mi sentii solo di accettare. In fondo anch’io non vedevo l’ora di stare con lui.

Quando ci incontrammo, dopo avermi accolto con una sferzata di complimenti come stasera fai invidia alle stelle da quanto sei splendida, mi prese per mano e mi condusse dentro.

Io ordinai un pizza capricciosa e lui con il salamino e mi tenne la mano per tutto il tempo. Quando uscimmo rabbrividii e Ivan, dopo avermi coperto le spalle con la sua giacca, mi sorprese con un bacio. Dapprima fu un bacio a fior di labbra, poi la sua lingua bussò e lo lasciai esplorare la mia bocca, diventando un unico respiro.

«Io voglio fare sul serio con te, Miriam… essere l’unico per te e tu l’unica per me.»

Le mie gambe quasi non ressero ed ebbra dalla felicità feci un cenno di assenso.

Mi baciò di nuovo e in quel momento squillò il telefono.

«Lascia stare il telefono!» Disse lui. «Sei con me adesso e ti voglio tutta per me.»

Credo che quello sarebbe stato il momento in cui avrei dovuto capire la sua ossessione.

Dal giorno dopo cominciai a trovarmelo a pochi metri da casa ad aspettarmi che ritornassi dal lavoro, sempre con un fiore.

Dopo una settimana mi chiese di conoscere i miei genitori e io, innamorata pazza di lui, non riuscivo a dire di no a qualsiasi cosa mi proponesse. La mia famiglia accettò di incontrarlo, ma dopo averlo conosciuto mi invitarono ad essere sicura prima di essere troppo avventata dato che lui sembrava correre un po’ troppo, a loro avviso.

Mi concessi a lui dopo due settimane e quelle a seguire furono un crescendo di avvenimenti. Il sesso tra noi era fantastico, ma a parte il lavoro non avevo che Ivan. Il mio tempo libero era dedicato a lui e le mie amiche mi avevano piantato perché mi giudicavano egoista e troppo intenta al mio ragazzo.

Mi addolorava averle perse ma pensai che non mi capivano, non vedevano quanto fossi innamorata ed ero arrivata a credere che fossero solo gelose.

Dopo un mese che ci frequentavamo rimasi incinta. Vedere la strisciolina doppia mi mandò nel panico: avevo solo 21 anni e molti progetti nella mia vita.

La cosa che più mi sorprese fu la reazione di Ivan. Invece di essere preoccupato o di dirmi un bambino ora? mi abbracciò e mi propose di sposarlo.

«Stai facendo tutto così in fretta tesoro…» Disse mia madre preoccupata. Quindi mi abbracciò e mi sussurrò: «Noi comunque saremo con te per qualasiasi cosa.»

Quell’euforia purtroppo durò ben poco perchè qualche settimana dopo mi colpirono dei forti crampi addominali. Stavo facendo la doccia quando inziarono e furono seguiti da sanguinamento. Fui ricoverata per aborto spontaneo.

Quell’evento mi spezzò il cuore: mi sentii improvvisamente svuotata, triste, come se mi avessero tolto la cosa più bella. Non che un figlio fosse nei miei programmi così presto, ma per una donna perderlo quando ti sei abitutata all’idea di un’altra vita che cresce dentro di te è un lutto da cui è difficile riprendersi. Ivan però mi stupì ulteriormente perché nonostante non fossi più incinta, mi rassicurò e, mentre ancora sedevo sul letto d’ospedale, mi disse: «Io ti amo e non so immaginare la mia vita senza di te… ci sposeremo lo stesso.» Per me all’epoca quella fu una conferma d’amore molto importante.

Detto fatto. Ci sposammo nel giro di due mesi. Lui aveva già stipulato il mutuo di una casa un po’ lontana dalle rispettive famiglie a che a me piaceva molto. Era sempre stato uno dei miei sogni sposarmi e formarmi una mia famiglia.

I primi tempi tutto andava bene. Ivan era molto premuroso e sempre pieno di attenzioni. L’unica cosa che mi irritava era la sua gelosia: se tornavo tardi lui mi accoglieva con il muso lungo e voleva sapere esattamente dove fossi stata e con chi.

«Quante volte ti devo dire che torno dal lavoro adesso perché dovevo finire una documentazione importante in ufficio?» Gli rispondevo scocciata. Ero segretaria presso un ufficio notarile e durante il periodo dei bilanci capitava di dover fare straordinari ma mio marito si immaginava che fossi a fare chissà che! Al solito poi finiva che faceva il ruffiano e io lo perdonavo.

Rimasi di nuovo incinta poco dopo il matrimonio e la nostra vita fu allietata dalla nascita del nostro piccolo Gioele. Quella piccola creatura fu la gioia più grande; cambiò la mia vita facendomi crescere davvero e diventare donna; la sua mamma. Quando me lo misero in braccio non sapevo se il cuore avrebbe retto da tanta emozione nel vedere cosa ero stata capace di fare: un esserino perfetto che io già amavo più di me stessa.

Purtroppo però ben presto mi resi conto che il mio matrimonio era soltanto la favola che mi ero costruita io: era fatta della sostanza dei sogni che mi avevano accompagnato da ragazzina come quelle che si leggono nei romanzi, ma la realtà si rivelò essere un incubo.

Ivan cambiò quando, dopo la gravidanza, mentre mia madre mi teneva Gioele per un paio d’ore, decisi di iscrivermi in palestra. Nonostante amassi la mia famiglia, mi sentivo esausta e appesantita e avevo bisogno di ritrovare quella parte di me stessa che non ascoltavo più, di pensare anche un po’ a me stessa. Ivan ne fu subito contrariato. «Sei mia moglie e devi pensare alla tua famiglia!» Sbottò. «Non pensi che sia ora di smetterla di gingillarti come un’adolescente?»

Gli ribadii che volevo solo rimettermi un po’ in forma. Mi iscrissi lo stesso e lì conobbi due ragazze: Alessia e Giada. Stringere nuove amicizie, cambiare orizzonti fu per me una ventata di aria fresca.

Ne pagai il prezzo però. Non appena Ivan seppe che mi incontravo con loro per la colazione e in palestra arrivò a mostrare un lato estremo di se stesso che mai avrei pensato. Mi insultò con parole come “poco di buono, che razza di cose vai a fare?” e mentre lui mi urlava contro, Gioele piangeva, mi chiamava e e io piangevo con lui. Ivan allora respirò a fondo, si calmò e mi disse: “Perché mi costringi a fare così?” E io allora cominciai a pensare che era colpa mia, perché non ero una brava moglie.

Decisi di cedere di nuovo e abbandonai la palestra. Le cose andarono avanti tra alti e bassi, scenate di gelosia se tornavo tardi dal lavoro che mi portavano a giustificarmi.

Io rimasi alle sue richieste fino alla nascita diel nostro secondo figlio: Samuel, tre anni dopo. Mi direte come è possibile essere così stupidi da resistere, ma io ero ancora innamorata di mio marito, volevo salvare il nostro matrimonio. Ivan aveva momenti in cui sapeva essere molto tenero, per questo e per i nostri figli, ho sperato a lungo che cambiasse. Purtroppo invece le cose non fecero che peggiorare in una escalation di episodi che mi indussero a prendere una decisione drastica.

A parte le solite discussioni, l’episodio peggiore fu quando un collega mi accompagnò a casa oltre l’orario di lavoro perché la mia macchina era dal meccanico.

Appena entrai in casa Ivan impazzì. Cominciò a insultarmi con cose come: «Brutta troia chi era quello?»

«Lo sai che la macchina è del meccanico, mi ha solo accompagnato a casa!» Mi difesi io.

«Senza volere niente in cambio?» Incalzò lui.

«Ivan, ma sei impazzito?» Per tutta risposta mi diede un ceffone a mano aperta che mi fece cadere perterra. Gioele intervenì ponendosi fra noi, pur essendo ancora molto piccolo. Ivan lo spinse via tirandolo per un braccio. Il bambino gridò. Si mise a dare schiaffi al padre che voleva avventarsi ancora su di me e lui lo prese di nuovo per il braccio portandolo in bagno. Stava per ficcargli la testa nella tazza con un: «Devi imparare l’educazione… io sono tuo padre!»

Gioele era paonazzo e piangeva disperato. Il mio cuore era a pezzi. Urlai con tutta la mia voce e per fortuna Ivan lo aveva quasi spinto dentro, poi si fermò. Dopo un po’ al solito chiese scusa.

Quella notte non riuscii a dormire. Vederlo maltrattare i suoi figli era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Loro erano la mia unica ragione di vita e io non potevo permettere che subissero tutto questo. Come può una madre?

Senza dirgli nulla il giorno dopo mi assentai per indisposizione dal lavoro (avevo anche un occhio nero), presi i bambini e mi rifugiai a casa dei miei genitori.

Quando Ivan lo scoprì venne a bussare e a gridare come un forsennato.

«Aprite!!! Voglio i miei figli!!!»

«Ho visto cosa hai fatto a mia figlia,» mi difese mio padre dalla finestra, «e sporgeremo denuncia per cui sarà meglio che tu te ne vada!»

«Per ora me ne vado ma non finisce qui! Non potete portarmi via i miei figli!» Sbraitò lui minaccioso. Ma non fu tutto, perché aggiunse: «Mogliettina, hai detto a Gioele che sei una troia che va a letto con tutti?»

Gioele mi abbracciò e mi commosse dicendo: «Mamma, ti voglio bene.»

Era il 2005 e iniziò la prima denuncia. In seguito cominciò lo stalking con appostamenti: Ivan mi aspettava fuori dal lavoro, prima insultandomi poi pregandomi di tornare con lui perché sosteneva di non poter stare senza di me. Mi strattonò più volte, ma io non volli cedere. Per fortuna nei luoghi pubblici non si azzardava ma io cominciai ad avere davvero paura del punto in cui poteva arrivare.

Insistette nei giorni seguenti dicendo che avrebbe mostrato a tutti che me la facevo con i colleghi di lavoro.

Giada si offrì anche di ospitarci per allontarmi un po’ e ancora oggi sono grata alle mie amiche per il grande sostegno che hanno saputo darmi e spingendomi a continuare la lotta. Da sola probabilmente avrei finito per ritornare da lui e continuare a subire i soprusi, ma loro e la mia famiglia mi hanno aiutata ad aprire gli occhi davanti alla realtà e cioè che non potevo permettergli di trattarmi così! Mi resi conto che ero arrivata al limite già da un po’ e che era la vergogna che in quei tre anni mi aveva impedito di mettere fine a tutto ciò. Tutti gli insulti, il togliermi la libertà di vedere amici, di uscire per una serata in compagnia dicendomi che una brava moglie non si permetteva, avevano finito per sminuirmi, spegnermi, non riconoscermi più. Dov’era la Miriam allegra, piena di voglia di vivere? Mi sentivo come se non avessi perso tre anni, ma il doppio/triplo della mia giovinezza!

Purtroppo usscire da quel baratro non era facile: la legislazione non è così veloce e soprattutto non è così semplice togliere a un padre i suoi figli, seppure indegno!

Per altri cinque anni non feci altro che sporgere denunce per i messaggi minatori che lui mi mandava, pieni di offese, ma il giudice mi disse che se anche io non volevo stare con lui, egli aveva il diritto di vedere i bambini. Come madre ottenni la casa e si arrivò all’affido condiviso, in cui ogni due settimane lui si prendeva i bambini e poi me li riportava.

La cosa più disgustosa è che Ivan nel frattempo non cessava di umiliarmi, di denigrarmi ma parlava persino male di me ai bambini. Per questo dopo cinque anni di attesa ottenni finalmente l’allontamento da me.

Mi ripresi la vita grazie ad angeli meravigliosi che conobbi tornando a uscire un po’. Un grande amico in particolare me lo porterò sempre nel cuore. Ora lui non c’è più perché il destino se l’è portato vi troppo presto, ma il parlare con lui, la sua malinconia insieme a momenti di saggezza, mi aprirono gli occhi. Questo mio amico si chiamava Cristian e grazie a lui e alle sue serate di musica come DJ ritrovai di nuovo l’amore: conobbi Roberto, un idraulico molto gentile e carino che subito si dimostrò paziente con i miei figli.

Io però sono cambiata dentro: non sono più la donna di prima. Sono risalita da un baratro lavorando sull’autostima e concentrandomi su quello che voglio per me e i miei figli. Il dolore, l’umiliazione mi avevano segnata con cicatrici, per questo lo so che adesso è difficile stare con me. Sono diventata una specie di animale selvatico indomabile, perché ho giurato a me stessa che mai più avrei permesso a un uomo di rubarmi la dignità, di allontanarmi da amici e famigliari e di dirmi cosa fare o non fare. Tanto è vero che ho persino frequentato un corso di autodifesa personale.

Poco tempo fa ho trovato una frase di Sabrina LaRosa che mi si addice e che tornerò sempre a ripetere, anche all’infinito:

L’età più bella, per una donna, inizia quando smette di aspettarsi che la felicità arrivi da un uomo o dal di fuori, quando ha rispetto di sé e non baratta la sua dignità con niente al mondo, anche a costo di restare sola.

So che non è facile stare con me: a volte sono pazza, penso molto di più al mio aspetto fisico, metto i tacchi a spillo e credo che sia complicato per un uomo stare con una donna con a carico due figli e che non accetta più condizionamenti, che vuole il profumo della libertà. Le mie storie d’amore dopo Ivan sono finite e non so ancora se troverò l’uomo giusto; i problemi con Ivan non sono ancora risolti del tutto con la giustizia, ma ora sono più forte e decisa a non mollare, soprattutto per i miei figli. Gioele e Samuel sono due ragazzi meravigliosi e sanno che la loro madre darebbe la vita per loro. Non sarebbe stato giusto neanche per loro continuare a farli sopportare una situazione simile. Ecco quindi che penso che non sono affatto sola e che non serve per forza un uomo per sentirsi realizzata. Ho imparato che chi vuole restare resta, gli altri vadano pure, compresi i falsi amici! Il destino sarà quel che sarà ma io non intendo più cambiare per nessuno, anzi, voglio essere un esempio per tutte le donne che come me sono state e sono ancora vittime di violenze domestiche per spronarle a non vergognarsi, a riprendersi la propria voce e a lottare. Si può vincere e si vince solo se si è unite! Il sostegno psicologico mi ha aiutato a capire quanto sia importante in famiglia riconoscere i sintomi di quello che non è amore, ma solo controllo ossessivo. La pelle non dimenticherà mai e noi non vogliamo dimenticare, ma dare una speranza per cambiare il sistema e questa società, per il futuro.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Thomas ha detto:

    Bel racconto, anche se queste situazioni accadono ogni giorno

    "Mi piace"

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