Sara Palladini – Sezione A 2018

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PORTE CHIUSE

Porte chiuse
quelle che ancora sbattono forte
in testa
un’eco che resta nel silenzio
sigillato da fessure
di segrete stanze impenetrabili alla luce.
Pugni forti sulle porte chiuse,
non rispondono
impermeabili
a parole che
sgocciolano a terra mute.
Soffocano i pensieri,
incendi spenti da un buio denso
che ricopre scintille di ragione
che taglia le unghie a graffi
di voci confuse.
Un sogno lento che muore dentro,
un mondo dentro che muore lento
da sedare e nascondere
dietro porte chiuse
dipinte da abbagliante apparenza
maschere di convenienza
perché nessuno possa raccontare
ma sono fingere e interpretare
la peggiore immagine riflessa
in una goccia d’acqua che
chiude gli occhi per tornare cielo.

 

E POI RESPIRA

Non farti rubare il tempo
da inutili rancori, amari sapori
di sguardi opachi, spugne assetate
di felicità che si nutrono di lacrime
versate da chi ingenuo inciampa
in trame occulte di apparenti fili dorati
e poi giace in gomitoli infiniti
che intrecciano reti senza uscita.
Non farti rubare il tempo da chi,
avaro di sorrisi, mai tende le mani
troppo impegnate a mescolar le carte
per rendere vincenti falsi impostori.
Non farti rubare il tempo da calendari
ormai andati di giorni consumati, disegni
sbiaditi di porte che non s’aprono più.

Perché il tempo, sei tu.

Dilata ogni granello della clessidra e
indossa il presente senza mai raccogliere
polverose provocazioni e colorati di libertà
di esuberanti risate,
e poi respira,
respira la vita fino
all’ultima nota.

 

 

APPENA NATA
Bambola rotta,
pupille fisse e opache
bambola rotta,
senza battiti nel cuore
solo un volto di cera incolore
un sorriso accennato
e il tempo fermato in un incanto lontano
di vestiti rosa ricamati a mano
tra allegri profumi di un’ infanzia perduta.
Oggi fitti lacci mi avvolgono, muta,
trascino a fatica questi frammenti
compatti in una rigida postura, solida armatura
sorda alle cadute, schivo i colpi indifferente
e sanguino dentro lenta lenta
tra i muscoli tesi senza respiro.
Rotta…
attendo un incendio di vibranti note
vorticose danze per sciogliere
plastiche sembianze e sentire ancora
bruciare la pelle, strizzare gli occhi
per la luce delle stelle e poi scrivere l’aria
di sussurri acuti,  e mai più morire
contenuta in una gabbia inventata
non più bambola rotta,
ora libera…
appena nata.

 

 

FRAGILE
Io, foglio di vetro fragile agli urti
tengo stretti impercettibili frammenti
per non smarrire questa identità
trasparente, graffiata da parole
taglienti che lacerano
il mio cuore di carta.
Opaca la realtà che filtra
tra strappi doloranti,
fa male anche la luce
e brucia questa seta consunta
da amari affanni.
Mi rimbombano dentro questi
cristalli di pelle esplosi, mettono le ali
verso disordinati percorsi.

Fragile, da trattenere il respiro
fragile tra tagli e squarci
fragile,
vivo per rammendarmi con il filo dei sogni
vivo  di punti e ricami di porpora
per sigillare il dolore delle ferite
per cadere impavida
sorridere tra scintillanti briciole
da cucire alle mie umane vesti
e indossare la vita.

 

 

RINASCERE STELLA
Non sono pazza,
vedo ombre invisibili
e ascolto voci disegnate nel buio.
I miei occhi annegano in un vuoto
senza tempo, dove rincorro sfinita
impronte di mani che mi hanno lasciata sospesa,

in un limbo di domande annodate ai capelli.
Non sono pazza,
vedo luci invisibili
perdute in una clessidra dimenticata
che impedisce alle radici di germogliare colori.
Sento la pelle indurita, corteccia di un tronco
rigido, prigioniero di segreti concentrici
scritti dentro la mia storia.
Rido delle lacrime dense che lacerano fogli ingialliti

di lettere accartocciate mai scritte .
Parlo con il riflesso di  sagome anonime
che mi fanno compagnia nel nero assordante
e cerco tracce di vita tra l’ incenso dei cipressi
attraversati dal vento.
Spengo la mia ragione, stonata da violenti urti
e  respiro la terra, radice ancestrale,
per assopire gli incubi che vengono a bussare.
Pazza, mi dicono,
quando per rincorrermi salto nel vuoto
scivolo tra gli arcobaleni
precipito tra gli aghi di un fitto temporale
per rinascere stella,  per non lasciarmi più
e dire alla notte di non aver paura.

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