Lei e le scarpe rosse di Marzia Astorino – Sezione D 2018

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Sentiva i suoi pensieri scivolare via, insieme alle sue forze. Era inerme di fronte a ciò che era accaduto e che aveva provocato anche lei. Sì, doveva ammetterlo: l’aveva voluto quel momento, l’aveva cercato, quasi assaporato. La fine di tutto.

E ora? Che sarebbe accaduto? Faceva fatica a pensare, a connettere, forse per colpa del sangue, forse per l’ossigeno che non arrivava al cervello, forse per tutto ciò che era accaduto. Poco poteva fare a quel punto e solo in quel momento capì che forse non era stata la scelta giusta per sua figlia e forse non lo era stata neanche per lei, per la sua vita. Ma ormai l’aveva fatto, da lì non si poteva tornare indietro. Girò lentamente la testa, quel poco che poteva perché le sembrava che le scoppiasse dal male e lo vide lì accanto a lei, con un sorriso sul volto. Non parlava, era bello come sempre il suo Luca. La mente andò lontana, al loro primo incontro e un sorriso le si disegnò sulla faccia senza che lei gliene desse il permesso. Un film le si materializzò nella testa, come quando andavano al cinematografo da piccoli.

Era sulla spiaggia, sentiva quasi il sole caldo che le scaldava la pelle, si sentiva bellissima nel suo costume rosso. Le forme erano sinuose, il seno finalmente cominciava ad avere un senso, ad avere voce in capitolo su quel corpo di adolescente ancora acerbo: le gambe non troppo lunghe erano affusolate e la sua figura era proporzionata. Gli occhioni azzurri risaltavano di più d’estate sulla pelle scura e abbronzata. Tutto il suo corpo stava collaborando per trasformarla in una bellissima “piccola” donna. Ed era proprio al culmine della sua bellezza che l’aveva conosciuto. Una palla da calcio le era rotolata vicino alla sdraio e lui era venuto a recuperarla. Mesi dopo le aveva confessato che l’aveva lanciata di proposito nella sua direzione. Così si conobbero: uno sguardo, tanti complimenti, battute complici e da lì era nato un amore, da quel momento erano diventati inseparabili. Terminate le scuole superiori e data la maturità, avevano deciso di cercare lavoro perché non vedevano l’ora di ottenere la loro indipendenza, di andare a vivere insieme e coronare il loro sogno d’amore sposandosi. Tutto come nelle migliori favole. A volte si ritrovavano sdraiati nel campo vicino casa a guardare le stelle e a immaginare come sarebbe stata la loro casetta, non importava loro quanto grande, anzi, sapevano benissimo che sarebbe stato un bilocale perché non disponevano di grandi cifre, ma l’avrebbero arredata come piaceva loro. Avevano già visto una cucina in arte povera, una credenza di cui si erano subito innamorati e un letto in ferro battuto dove fare l’amore senza nascondersi, senza sotterfugi, senza doversi imboscare in macchina in qualche campo fuori dal paese. Quanti sogni, quanti bei progetti e quanta fatica per realizzarli.

Luca, tramite suo zio, era riuscito a farsi assumere come geometra in un piccolo studio dove facevano progettazioni e lei aveva trovato lavoro come segretaria in un’azienda di materassi. Ogni pezzetto del puzzle della loro vita cominciava ad incastrarsi perfettamente e loro ne erano felici. Mettevano da parte ogni spicciolo guadagnato, senza sperperarli in vestiti o altre cose futili, ma non era un sacrificio, ogni soldo rappresentava un mattoncino della loro casa, quella delle stelle, quella figurata mille volte nei sogni. E finalmente un giorno quella casa, o meglio, quel progetto si materializzò veramente. Nello studio di lui era arrivato una mattina, di buon’ora, il proprietario di un terreno non lontano che stanco di arare quella terra sterile aveva chiesto come poterci ricavare qualcosa. Gli avevano spiegato quali bonifiche avrebbe dovuto fare, quali permessi chiedere in comune per poterci costruire delle abitazioni. Nel giro di un paio di mesi tutto era pronto. Bonifiche, permessi e il progetto di sei appartamenti, di varie tipologie, tra cui due bilocali. Luca non si era lasciato scappare l’occasione e aveva cominciato a entrare in confidenza con quell’uomo che infine l’aveva preso in simpatia. D’accordo con lei avevano fatto una proposta e l’uomo aveva accettato, firmando il compromesso. Quella sera avevano festeggiato nel ristorante del loro paese: due pizze margherita, una bottiglietta d’acqua gasata, una birra per Luca e un tiramisù diviso a metà, mentre si tenevano per mano. Era iniziato un periodo meraviglioso della loro vita: lavoravano, mettevano da parte quanto guadagnato e quasi tutte le sere si appostavano con il Pandino di Luca davanti al cantiere della loro casa, guardando con orgoglio ogni progresso. Passò quasi un anno e la casa era quasi pronta, dovevano pensare al matrimonio perché i loro genitori non li avrebbero fatti andare a convivere nel peccato, senza la benedizione di Dio e, in fondo, neanche lei lo voleva. Invitarono pochi parenti, pochi amici al ricevimento nel ristorante del paese di fianco, più chic dell’unico che c’era nel loro. Era stata una cerimonia bellissima, lei era bellissima, Luca era bellissimo e tutto era andato nel migliore dei modi, come avevano sempre immaginato. La loro favola si era realizzata quando avevano varcato la soglia del loro piccolo regno con la credenza all’ingresso ad attenderli, la cucina incassata poco più avanti nei tre metri lineari disponibili e il loro bel letto in ferro battuto con il copripiumino raffigurante la Tour Eiffel, la meta del loro viaggio di nozze, quello che avrebbero fatto, ma non ora, forse più avanti. In quel momento non si poteva e a loro andava bene così perché non desideravano altro che stare insieme. Tutto era perfetto, i litigi di cui tutti parlavano e su cui li mettevano in guardia non arrivarono, erano innamorati e felici di ritrovarsi la sera sul loro divano di finta pelle acquistato in super saldo da un’esposizione di mobili, davanti alla televisione che gli avevano regalato gli amici come dono di nozze. Trascorse un altro anno e un ritardo sospetto di lei mise quel pizzico di gioia in più a corredare il loro sogno d’amore. Dopo nove mesi arrivò la piccola Gaia, decisero di chiamarla così perché sorrideva sempre.

Loro invece non sorridevano più, i primi litigi erano arrivati, con la bambina erano arrivate più spese, più decisioni da prendere e l’equilibrio della famiglia doveva riassestarsi su un binario diverso. Le attenzioni per Luca, che pure amava con tutta se stessa, erano diverse, non inferiori a prima, solo diverse. Lui, però, non l’aveva capito e non era proprio felice che lei non fosse più disponibile come prima: aveva meno tempo e a volte era così stanca che si addormentava appena poggiava la testa sul cuscino perché la bambina dormiva pochissimo. Ma questo per lui non era importante e la rimproverava per non esserci per lui. La cosa più difficile che si presentò loro fu proprio questa: litigare e cercare di fare pace comprendendo le necessità altrui, perché non era mai successo prima. Quella piccoletta aveva fatto conoscere loro un’altra realtà del loro rapporto, che si era modificato senza alcun permesso, quasi senza accorgersene.

Gaia cresceva e lei la amava ogni giorno di più, anche Luca, lei ne era sicura, ma a volte si arrabbiava con la piccola. Allora quando Gaia piangeva, quando strillava in piena notte, lei, nonostante la stanchezza, si sforzava di alzarsi il più velocemente possibile per non farlo svegliare, per non farlo infuriare, per proteggerla, per non sentire le parole che le diceva. Prendeva la bambina e andava a sedersi sul divano e piangeva cullandola cercando di farla smettere. Una volta Luca le aveva rimproverato che di notte per la piccola c’era sempre, per lui e le sue esigenze non più. E lei aveva provato una grande tristezza, si era sentita svuotata per quelle parole orribili, come se fosse un oggetto e aveva pianto perché lui era cambiato. Anche quando facevano l’amore non era più lo stesso, non provava più il sentimento di prima, lui non la coccolava, non la faceva sentire amata, voleva solo placare il suo desiderio e lei lo assecondava per non farlo arrabbiare.

A volte invece, tornava ad essere un padre amorevole e coccolava la sua bambina, la faceva saltare e Gaia rideva felice tra le braccia del suo papà. In quei momenti lei era la donna più appagata del mondo, non le importava se con lei non era più lo stesso, voleva solo che la sua bambina conoscesse il vero Luca, l’uomo di cui lei si era innamorata e a cui si era donata totalmente.

A far precipitare la situazione, fu la malattia della madre di lei e la morte nell’arco di pochi mesi. Ancora più incombenze, dolore, sofferenza per la perdita dell’unica persona con cui a volte si confidava, ma mai completamente per non farla soffrire. Una volta si era lasciata sfuggire delle lacrime che le erano scese senza permesso e la madre le aveva risposto che con i figli è così, che i genitori devo ritrovare il loro equilibrio, che era tutto normale. Ma di normale ormai, nella loro relazione, non c’era quasi nulla. Il problema pratico fu la gestione della bambina. Ora non c’era nessun’altro che potesse occuparsi della piccola Gaia e l’asilo nido più vicino era troppo distante, troppo scomodo per loro e costoso. Così non ci furono altre soluzioni: lei dovette lasciare il lavoro, con grande dispiacere. L’unica valvola di sfogo che le permetteva di non pensare alla sua situazione, che le dava una piccola indipendenza economica, ora era sfumato, volato via. Ma tant’era, non si poteva fare altrimenti e così lo fece, senza troppe storie. Andò dal Signor Donati, il suo titolare e con grande sacrificio gli consegnò la lettera con la quale rassegnava le sue dimissioni. Tornando indietro col passeggino verso casa pianse in silenzio, sommessamente, con un grande vuoto e un dolore al petto. Intuì che la sua vita sarebbe cambiata, ma non si volle perdere d’animo e pensò che non sempre i cambiamenti sono negativi. Si sarebbe potuta godere la sua bambina e avrebbe potuto essere più presente anche per il suo Luca. Avrebbero stretto la cinghia, ma era abituata a farlo, nella sua famiglia non avevano mai navigato nell’oro, eppure non le era mai mancato nulla e lo stesso sarebbe stato per sua figlia. Si sarebbe privata lei di qualunque cosa, ma Gaia avrebbe avuto tutto quello che avevano gli altri bambini.

E col passare dei mesi, con il nuovo assetto familiare, le cose si erano appianate. Luca era costretto a fare molti più straordinari per sopperire al mancato stipendio di lei, ma questo lo faceva sentire soddisfatto: il padre che mantiene tutta la famiglia. Lei invece si occupava dei suoi due amori senza lesinare fatica. Insomma, la loro era tornata a essere una vita serena. Ma la pace era durata poco. Tutto precipitò quando il lavoro di Luca diminuì drasticamente e per far quadrare i conti era stato necessario rimettersi a lavorare in due. Gaia stava con una vicina di casa a un costo molto ridotto e giocava con i figli della donna, quindi lei era tranquilla.

Fu felice di tornare a lavorare, il suo ex principale l’aveva ripresa con gioia e lei si era sentita lusingata, grata di riprendere il suo ruolo e di staccare un po’ dalla vita di casalinga, Luca per nulla. Fu da quel momento che iniziarono gli insulti, le spinte, le violenze verbali e anche qualcosa di più. Luca non poteva sopportare di non essere più al centro dell’attenzione della sua donna e soprattutto non si rassegnava ad essere l’uomo che non riusciva a mantenere la famiglia, non meritandosi più il titolo di uomo di casa, anche se a pensarlo era solo lui. Così riversava la rabbia e il rancore su di lei che era lì, che doveva capirlo perché era sua moglie e quando la risposta che voleva sentirsi dire non arrivava allora era un gioco a svilirla per farle provare quello che pativa lui. E non importava se lei gli rispondeva che ce l’avrebbero fatta, che lei lo amava come il primo giorno, perché Luca non le voleva credere, sapeva che non era più così, che l’idillio era finito per sempre.

Ci soffriva molto, ma a volte cercava di non pensarci, di estraniarsi dal suo stesso corpo perché quello non era il suo Luca, era un uomo che stava perdendo il lavoro e non poteva più mantenere la sua famiglia. Era un momento, tutto sarebbe passato appena la sua attività si sarebbe ripresa. Ma non fu così e a un certo punto smise di pensarlo anche lei, smise di giustificarlo, forse anche di amarlo. E divenne sempre peggio perché tutti i giorni lui osava un po’ di più, si spingeva sempre oltre e lei cominciava ad avere paura per se stessa e per la sua bambina.

Un dolore acuto interruppe i pensieri del passato e si trovò di nuovo sdraiata in quel campo, nel luogo dell’appuntamento. Le sentiva già nella testa tutte quelle voci contro di lei. Tutta quella cattiveria la sentiva dentro e la faceva raggelare.

“Lui mi picchiava” «Sì, ma poteva denunciarlo»

“Lui non mi avrebbe mai lasciata andare, non potevo più vivere” «Sì, ma lei poteva separarsi.»

“Lui mi ha sparato” «Sì, ma lei è andata all’appuntamento»

“Lui faceva e diceva…” rimuginò nei suoi pensieri confusi e disperati. «Sì, ma – sì, ma» e chiuse gli occhi stanca di tutto, con quelle voci nelle orecchie che sentiva come se quelle persone fossero lì di fianco a lei, come quei diavoletti che a volte si vedono nei cartoni animati, appollaiati sulla spalla. Perse i sensi, forse per qualche secondo, forse per qualche minuto. Non sapeva da quanto tempo era lì sdraiata a terra, non sapeva nemmeno dove lui l’avesse colpita, sentiva solo un forte bruciore all’addome e sentiva il sangue colare. Forse stava morendo, forse l’aveva colpita solo superficialmente. Quando lei aveva estratto il coltello dalla borsa e l’aveva colpito con un fendente dritto al petto, lui aveva già l’arma in mano e le aveva sparato. Deglutì sentendo un sapore ferroso in bocca. Realizzò di averlo colpito per prima, quindi poteva essere omicidio e pensò che alla legge italiana poco importasse che lei non aveva potuto fare altro che quello perché l’avrebbe uccisa comunque e a lui sarebbe rimasta la sua bambina. Questo lei non poteva permetterlo perché quello non era più il suo Luca, non lo era da anni. Era un creatura orribile che si era insinuata come un cancro nelle loro vite appena erano arrivate le prime difficoltà e che si era impossessata del suo Luca, e lo aveva sopraffatto cancellando l’uomo che era prima.

All’appuntamento lei aveva anche avuto l’ardire di indossare quelle scarpe rosse che lui tanto odiava per ciò che rappresentavano: indipendenza e ribellione. Lo doveva a se stessa e alle altre donne che subivano violenze come lei. Nella confusione e nell’assopimento si materializzò la sua Gaia che la chiamava e le tendeva una manina. Lacrime calde le rigarono il volto e contrastando il dolore con uno sforzo che le sembrò immane cercò di sollevare il lembo della borsetta che le era rimasta a tracolla, tastò all’interno e trovò il cellulare. Si inumidì le labbra e con il braccio che le doleva di meno se lo portò vicino al viso. Vedeva poco, ma la luce del lampione la aiutò e compose il 112. Qualcuno le rispose facendole una serie di domande, ma lei non capì. Ripeté solo «Aiuto, aiuto» con quel poco di forze che le erano rimaste, prima di perdere conoscenza.

Nel silenzio della notte si udirono le sirene delle ambulanze e di una volante e nulla più.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Jacopo ha detto:

    Grande racconto, personaggi caratterizzati da un lato umano realistico ed emozionante. Ottimo lavoro. 10/10!

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