Anna Sambo – Racconto Sez. C

NEL BOSCO

JACK

L’hai combinata grossa stavolta eh, Jack? Sembrava facile, liscio come l’olio.

L’avevi vista là, alla fermata, e poi c’eri tornato.

Sto cazzo di fischio all’orecchio… Ti martella in testa, ti fa sbarellare. Corri.

La ferita alla caviglia sanguina, ti sei bevuto il cervello con sta corsa verso il bosco. Cazzo di bosco!

Ma chi cazzo c’è andato mai nel bosco? Corri, Jack, ti stanno alle calcagna, stavolta se ti beccano non starai in gabbia qualche mese, e poi fuori con la condizionale, stavolta l’ergastolo non te lo leva nessuno.

Che poi lei non ti piaceva neanche tanto, aveva le tette troppo grosse.

E mugolava come i gatti che buttavi a mare giù a Bari, mentre ridevi, e già ti veniva duro nei pantaloni.

Però adesso devi trovare il fottuto modo per andartene da qui, che fra poco sarà buio, e Gessica ti vuole a casa, quando fa buio.

Devi nasconderti, le voci sono vicine. Ti viene da vomitare.

Lei era figa, aveva i capelli biondi come la Barbie, e le piaceva. É così che funziona: prima ti fanno capire che un giro con te se lo vogliono fare, dopo però frignano forte, che una mano davanti alla bocca gliela devi mettere. E intanto si bagnano le mutande. E quando le scopi restano ferme, che se anche dicono di no tu lo capisci, eh, Jack?, che ne hanno voglia. Sono tutte così: devi strappargli i vestiti di dosso e loro frignano ancora più forte, ma restano là ferme, e poi c’è il sangue che ti fa strippare più della coca che ti fai ai giardinetti.

Corri adesso.

Gessica ha preparato la cena e s’incazza di brutto quando arrivi tardi, come quella volta che non ti ha parlato per tre giorni, ma vaglielo a spiegare, a lei, che ti eri scolato una bottiglia di Sambuca insieme al Grigio, e poi non trovavi più la macchina.

Ieri no, non avevi bevuto. È stata lei a farti andare fuori di testa! La pelle bianca della sua schiena mentre la giravi, cazzo! Ti veniva voglia di farle un tatuaggio con il coltellino.

L’adrenalina ti pompa il sangue al cervello. Non puoi fermarti. I fottuti alberi sono tutti uguali: ti sei perso Jack, stavolta hai cannato di brutto.

Il tatuaggio poi glielo hai fatto, che tanto Jack non è il tuo vero nome, e le cose le avevi fatte proprio bene, chi ti beccava?

Il bosco è sicuro, ti sei detto, ma adesso la caviglia ti fa un male cane, e il fischio all’orecchio sembra una sirena. Sei braccato come un animale, ti scoppiano i polmoni. Non hai paura, in cella ci sei già stato, “bestia” ti hanno detto.

I rami di quercia sono braccia, e i raggi del sole che sta per andare a farsi fottere, ti sparano in un posto troppo figo. Che fa a cazzotti con sta puzza di piscio marcio che ti porti addosso.

Stamattina sei tornato là a guardarla. In mezzo ai rovi di more, dove l’avevi buttata. Non hai dormito un cazzo stanotte, eri ancora strafatto. C’era tutta quella marmaglia di gente figa, quei froci del RIS con le tutine bianche, e le luci delle macchine della polizia. E i giornalisti che inseguivano sua madre.

Dio, come ti sei sentito!

Ma poi lui ti ha visto, e sei scappato. È stato questo l’errore, Jack.

Il buio è dei lupi. Quelle bestie ti stanno addosso, ormai.

La ragazzina si chiamava Lisa ed era bellissima con la tua firma rossa sulla schiena, anche se aveva le tette già troppo grosse. È bastato un colpo solo e l’hai fatta fuori, cazzo. L’hai sentita chiamare “mamma”, e hai visto la tua mano prendere una pietra e sfondarle il cranio. È stato facile.

Adesso però hai solo voglia di tornare dalla tua Gessica, che ha già messo la Ceres in frigo.

Ridi. Hai le scarpe sporche di merda di qualche stronzo di animale selvatico.

Più di tutto ti sta sul cazzo la figura da frocio che farai sui giornali: ti sei perso nel bosco, come una mammoletta, e il Grigio riderà fino a farsi spappolare le budella.

 

LISA

Stai ancora guardando la foglia accartocciata che, lieve, si è fermata sul ramo più basso, mentre gli ultimi raggi di sole hanno smesso di farsi spazio tra le fronde e adesso c’è buio. Hai freddo, i denti cominciano a battere e il dolore alla testa pulsa forte, meno male che non puoi vedere il sangue, ti ha sempre fatto impressione.

Muovi la mano destra, tra i rovi, ma riesci solo ad appoggiare le piccole dita sulla radice nodosa del vecchio castagno, e ti sorprendi a pensare che quell’albero è davvero bello.

Lo sai, Lisa, che stai per morire. Il corpo è stanco, il dolore troppo forte, il freddo insopportabile e le ultime forze se ne stanno andando. Quell’albero è il tuo ultimo compagno, la tua lapide, quella che avresti scelto tu se avessi potuto scegliere. Tu che hai sempre amato la natura.

Correvi libera sul sentiero, il fiato corto e la testa vuota. Niente più interrogazioni, niente compiti, niente di niente, nemmeno tua madre a raccomandarti sempre le solite cose. Solo il tuo corpo vivo, il cuore a battere forte nel petto e la canzone di Fedez nelle cuffiette. Gli alberi, grandi castagni da abbracciare per essere grati alla vita. Le foglie a scricchiolare sotto le NIKE e poche pozze d’acqua da saltare, dopo il temporale.

L’uomo ti seguiva, hai avuto paura.

Poco prima eri sola, nel bosco, dove non dovevi andare. Dove si può incontrare il lupo, ora lo sai che è vero.

Hai sperato che non fosse lì per te, ma lo sapevi che non era così: l’avevi visto al bar della scuola e il suo sguardo ti era rimasto addosso imbrattandoti di lascivia. Lisa, era la prima volta che un uomo ti guardava così, e ti era venuto istintivo di chiudere la cerniera della tuta fino al mento, vergognandoti per il tuo seno morbido, che ti ha sorpresa mentre ancora giocavi con le bambole.

Le vedi tutte in fila, ora, le tue bambole, che avresti dovuto riporre in soffitta, aveva detto tua madre, ma non lo avevi fatto e sei contenta così. Le pensi ancora nella tua cameretta, al sicuro, al caldo, dove non puoi più essere tu.

Sei una bambola rotta, la testa fracassata che, meno male, non puoi vedere, e i pantaloni abbassati su mutandine a fiorellini rosa, comprate da TEZENIS. Le mutandine sono tutte strappate. La pancia è scoperta e sporca di sperma che l’uomo-mostro ha voluto lasciare credendoti morta, dopo averti squarciato dentro con il suo pene duro. Ti ha fatto anche una ferita sulla schiena, ma non ti fa molto male. Forse è lo stesso dolore che avresti sentito facendoti tatuare la farfalla che hai disegnato per quando tua madre non potrà più dirti di no. Chi lo sa?

Lo sapevi come nascono i bambini, te l’avevano insegnato a scuola, ne avevi parlato con le tue amiche con un lieve rossore sulle guance. Erano discorsi con un velo di vergogna per il desiderio che, qualche volta, ti aveva portato a toccarti con le dita e a sentirti subito sporca per il piacere intenso che era scoppiato inaspettato.

L’uomo ti ha fatto una cosa orribile, pensi. Non eri pronta a conoscere il sesso in questo modo, con la violenza, con la paura che ti squarciava anche il cervello. E hai fatto finta, per un attimo, di lasciarti andare, per accontentare l’uomo, che forse ti avrebbe lasciata lì a rimetterti la tuta, a tornare a casa per vomitare l’orrore nel vater. Ma non è andata così.

La bestia ha voluto di più. Ha preso la pietra mentre tu chiamavi: «Mamma…» e il tonfo sul cranio ha squarciato il cielo, mentre una foglia accartocciata cadeva giù dal ramo del castagno.

Chiudi gli occhi, stai per addormentarti, le dita ancora aggrappate alla radice.

Ti dispiace di non avere avuto pensieri buoni, alla fine del tuo viaggio. Non è colpa tua, cara. La violenza che ti sta strappando la vita non lascia spazio ai pensieri buoni. A tuo fratello che non capirà, così piccolo, dove sei finita; a tua madre che si strapperà i capelli, lo sai, e si maledirà per non averti tenuta a casa, quel giorno. Tuo padre, poi, non sai nemmeno immaginare quanto sarà grande il suo dolore. La sua principessa sbranata dal lupo, che vergogna farsi trovare così, nuda, tra i rovi di more e le foglie d’autunno.

 

 

MAURIZIO

 

Non dimenticherai mai quello che hai visto. L’orrore si imprimerà per sempre sulle retine dei tuoi occhi marchiando le tue notti insonni.

Era una ragazzina, piccola, con i capelli biondi e le unghie dipinte di blu. Vorresti ricordare solo questo, Maurizio, ma sai che non sarà così.

Era nuda, aveva le mutandine rosa strappate e una ferita sulla schiena, una “J” incisa tra le scapole, come un tatuaggio. La mano destra, che usciva dai rovi di more, appoggiata sopra una radice. La testa fracassata, il sangue dappertutto, materia cerebrale tra le foglie.

L’avevate cercata tutta la notte, inutilmente, l’aveva nascosta bene il bastardo, tra i rovi, vicino ai castagni. Stamattina, però, con i cani, l’avete trovata presto. Hai esultato pentendoti subito. Come si fa a essere contenti quando si trova il cadavere di una ragazzina di tredici anni? Ridotta in quel modo, poi. Ti era capitato poche volte di trovarti di fronte a scene del crimine durante il lavoro, più spesso avevi partecipato da dietro le quinte, comodamente seduto in caserma, a studiare le indagini e a programmare interrogatori. Ma stavolta è andata diversamente, non hai potuto tirarti indietro, era sparita da poche ore ed eri certo che l’avresti trovata viva, magari in compagnia del fidanzatino di turno. E invece no.

Sei rimasto a lungo nel bosco, sono arrivati quelli della scientifica e tu sei rimasto lì a guardare, strano perché avresti voluto solo andartene da lì. Ma sei rimasto, qualcosa ti ha bloccato.

Hai pensato a Barbara, ha solo nove anni, quando ti chiama “papà” ti senti sciogliere, la tensione del lavoro sparisce con i problemi di matematica da guardare e la fiaba della buonanotte da raccontare perché i suoi sogni siano bellissimi.

Lisa non ne ha più, di sogni. Non sei stato tu a dare la notizia ai genitori, ringrazi Dio. Non avresti sopportato tanto dolore.

Tocchi nervosamente la pistola che hai usato poche volte, solo al poligono o per intimorire un esaltato da portare in prigione. Ora, però, hai voglia di usarla, quella pistola.

Vorresti avere davanti quel bastardo, vorresti ucciderlo, ma non subito, perché dovrebbe prima provare lo stesso orrore, la stessa paura di Lisa. Spareresti prima alle gambe, e poi lo lasceresti guardare il sangue uscire a fiotti prima di colpirlo ancora, senza finirlo. Lo lasceresti morire dissanguato, fino all’ultimo respiro consapevole del proprio destino, senza pietà. E ancora non sarebbe abbastanza.

Ti fai orrore per questi pensieri di vendetta, li scacci riprendendo contatto con la realtà. Chiami la centrale, dici che arriverai tra poco. Ma rimani lì.

Appoggi la schiena alla macchina, i lampeggianti ancora accesi, colorano la sera di blu.

È un attimo: un rumore breve, come di foglie calpestate, forse di animale spaventato. Ti sorprendi a guardare verso l’alto, dove i castagni fitti fanno da sfondo, bellissimi, alla scena dell’orrore. E lo vedi.

Incroci lo sguardo, lo riconosci.

L’avevi già interrogato, in caserma, per un sospetto caso di stupro, se fosse stato per te lo avresti sbattuto in cella e avresti buttato via la chiave. Non c’erano prove, però, e avevi dovuto lasciarlo andare.

Nello sguardo hai riconosciuto la sfida, ma anche la paura. Questa volta non potrà avere scampo: l’esame del DNA lo inchioderà alla sua colpa.

È stato stupido, è tornato nel luogo del delitto, forse c’era da aspettarselo, a volte succede.

Lo lasci andare, per adesso, tanto sai dove abita. È un miserabile che vive in periferia sulle spalle della sua ragazza. Storie di degrado, pensi.

Non lo rincorri, le gambe fremono, ma resisti. Dove può scappare? Tornerà dalla sua Gessica, ne sei convinto.

Pensi che stavolta sì lo sbatterai in prigione, e la giustizia farà il suo corso. Stavolta c’è di mezzo un omicidio, non se la caverà facilmente.

Come vorresti, Maurizio, averlo fermato prima.

Sali in macchina, ora sì è arrivato il momento di andare.

 

 

 

Questa è la storia di Lisa.

Lisa ha perso la vita nel castagneto dove andava a correre dopo la scuola.

Era una ragazza come tante, con tanti sogni dentro il diario pieno di cuori colorati.

Non era speciale, si vestiva come tutte e, come tutte alla sua età, stava provando le prime ribellioni, le prime fantasie d’amore, le scaramucce con le amiche e le paure per le interrogazioni.

Qualche volta, di nascosto da sua madre, era riuscita a entrare in discoteca nascondendo la sua vera età, sperimentando così la sua nascente voglia di autonomia e dimostrando a se stessa di essere diventata già grande.

Lisa, però, era anche la ragazzina che non aveva ancora riposto le sue bambole in soffitta, e che guardava il suo seno troppo grosso, come un intruso sul suo corpo bambino.

Era una figlia, Lisa, di due genitori attenti e presenti, anche se indaffarati, come tanti. Ed era anche una sorella che lascerà un vuoto incolmabile nella vita del fratellino che ancora non ha gli strumenti per poter capire.

L’uomo violento è stato un incidente di percorso, lei non lo conosceva. Lei non si drogava, non postava le foto su Facebook, non prendeva la pillola, non aveva ancora conosciuto l’amore.

Era innocente, Lisa.

Il lupo l’ha mangiata nel bosco, dove ci dovrebbero essere le fate.

 

 

 

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Linda Maccapan ha detto:

    Emozionante e crudo…ti arriva dentro come un treno…

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  2. pepita81 ha detto:

    Un racconto forte che racconta la cruda verità di una ragazza Lisa uccisa dalla sua “bestia”. Leggerlo nei dettagli ti mette nella “verità” dei fatti, risveglia quelle sensazioni alle quali non vorremmo dare ascolto perchè ci fanno paura, ma che sono state vissute da tantissime donne vittime di violenza. È sicuramente un brano che fa riflettere….!!

    Piace a 1 persona

  3. Mery ha detto:

    Un racconto che io definisco di rottura perché senza mezzi termini descrive l’orrore e la bestia che lo compie. Di rottura perché squassa l’anima di chi legge e perché in chi legge provoca un dolore lacerante. Bravissima l’autrice

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  4. Emanuela ha detto:

    Un racconto molto crudo, efficace…l’autrice ha saputo calarsi nei personaggi della storia con un credibilissimo realismo che sconvolge e scuote nel profondo dell ‘animo…tanti complimenti!

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    1. valentina boscolo todaro ha detto:

      Lo rileggerei mille volte, non si può definire a parole… Mi fa restare senza fiato, emozione pura. Sembra di fondersi con il testo, dialetticamente.

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