Annamaria Marconicchio – Racconto Sez. C

Il talismano

Nadir continuava a fissare l’immagine sullo schermo del computer: un gao in argento con turchesi e coralli. Sua madre ne aveva uno identico, ricevuto in dono da un monaco tibetano, e un giorno glie lo aveva messo al collo dopo averlo legato a un cordoncino di cuoio.

«Tienilo sempre con te.» Gli aveva raccomandato. «Ti proteggerà e saprà sempre ritrovare per te la retta via.»

Lui aveva promesso, ma troppe cose erano accadute dopo e oggi quell’oggetto non era più in suo possesso.

«Perché andiamo via?» Era stata l’unica domanda che aveva rivolto a suo padre mentre, raccolte le loro povere cose, si allontanavano da quella costruzione bassa, con i mattoni a vista e gli infissi in plastica, che per anni aveva ospitato lui e la sua famiglia, i suoi affetti, i suoi sogni di ragazzino.

Si erano allontanati di poche centinaia di metri, quando alcuni aerei avevano iniziato a sorvolare la città.

Nadir si fermò ad ammirarli affascinato, mentre un rombo li sovrastava. Il padre gridò qualcosa di incomprensibile; voltandosi vide sua madre afferrare la sorellina di cinque anni e correre a perdifiato. Sentì lo strattone di suo padre che, presolo per mano, lo trascinò verso il cortile di una casa vicina dove imboccarono una scala che li condusse circa quattro metri sotto il livello stradale a cercar riparo nell’antica cripta della cappella di Sant’Anania.

Pochi minuti dopo, l’inferno avvolse la città. Un rombo continuo, sordo fece fremere il sottosuolo. Nadir, stretto a suo padre, respirava appena. Sua sorella piangeva, mentre la madre le accarezzava il capo sussurrandole parole di conforto.

Trascorse un tempo che a Nadir parve eterno, poi tutto tacque. Aspettarono ancora un po’, poi tornarono in strada. Appena fuori, il primo istinto fu quello di guardare verso la loro casa. Un’immensa nube di polvere nascondeva una realtà agghiacciante: l’abitazione non esisteva più.

«Andiamo via perché non abbiamo più niente,» Nadir ascoltava suo padre rispondere alla domanda che gli aveva posto ore prima «perché questa città non ci vuole più. Non abbiamo cibo a sufficienza, l’acqua scarseggia, tua sorella è malata. Dobbiamo cercare rifugio lontano da qui.»

«Dove andremo?»

«Il padre di Karima mi ha parlato di un campo a confine con il Libano. Ci incontreremo là e avremo riparo e assistenza.»

Camminarono per due giorni, stremati, ma non certo intenzionati a fermarsi. La mattina del terzo giorno, Allah si ricordò di loro. Si erano appena rimessi in marcia, quando sopraggiunse un furgone che, dopo averli superati, li attese più avanti.

Nel primo pomeriggio raggiunsero il campo profughi, tra i frutteti e le piantagioni di tabacco nella valle della Bekaa. Nella struttura, sgomitavano tra loro rifugi costruiti con liste di compensato. Furono accolti da alcuni volontari che li guidarono verso una baracca che fungeva da ufficio accettazione per registrare l’ingresso della famiglia, fornire la prima assistenza e assegnare loro uno dei rifugi. Fu chiamato innanzitutto un paramedico a cui fu affidata la piccola ammalata. La madre si affrettò a seguirli nella struttura che fungeva da ospedale; Nadir rimase con suo padre che intanto stava chiedendo notizie dei loro amici.

«Nei giorni scorsi,» stava dicendo «dovrebbe essere arrivato Nizar Qabbani con la sua famiglia. Ci siamo dati appuntamento qua per poi decidere insieme cosa fare.»

L’addetto all’accettazione controllò un registro, poi fece un cenno col capo e si rivolse al volontario.

«Tenda 35. Dovrebbe esserci ancora posto da loro. Rintraccia il sig. Qabbani e informalo che è arrivato Golan Haji con la sua famiglia.»

Il volontario uscì di corsa e tornò dieci minuti dopo con Nizar Qabbani che, appena entrato, si avvicinò a Golan e lo abbracciò forte.

«Benvenuto, fratello. La pace sia con te.»

«Pace anche a te, fratello mio.» E Golan ricambiò l’abbraccio, commosso.

«Dove sono tua moglie e la bambina?»

«Fadda è malata: ha la febbre alta da giorni e non sappiamo come curarla. A Damasco era diventato pericoloso anche solo uscire a cercare un dottore. Ora credo la stiano visitando e Fatima è con lei.»

Golan e Nadir seguirono Nizar fino al rifugio 35, dove furono accolti dalla moglie Samira e dalla piccola Karima. Pareti e pavimenti erano coperti di teli, nella piccola cucina l’ordine sembrava stonare con tutto il resto: piatti e pentole erano tutti puliti e sistemati ordinatamente su uno scaffale. In due piccole stanze, ricavate con l’inserimento di ampi teli, erano sistemati i letti.

Nizar accompagnò l’amico nella baracca adibita a ospedale, dove trovarono Fatima in lacrime. Una grave infezione alle vie respiratorie metteva in pericolo la vita della bambina. I medicinali scarseggiavano e i medici stavano inutilmente chiedendo forniture di antibiotici. Golan abbracciò forte sua moglie, mentre la disperazione invadeva anche il suo cuore.

La guerra che stava distruggendo il paese era una tragedia, ma la separazione definitiva dalla sua sorellina fu per Nadir un’esperienza emotiva che gli provocò una grande sofferenza, ma non ebbe il tempo di comprendere quanto quella perdita fosse dolorosa; dovette restare forte per offrire un sostegno ai suoi genitori, distrutti dal dolore. Restò loro accanto, li abbracciò e li consolò mentre la piccola bara di fortuna guardava la Mecca e si tingeva d’oro sotto i raggi cocenti del sole.

Nadir tenne per sé i suoi sentimenti, la sua tristezza. Nessuno gli fece domande, nessuno pensò che avesse bisogno di parlare.

Suo padre e Nizar trovarono lavoro nei campi, mentre sua madre trascorreva le giornate fissando un punto lontano, come inebetita.

Nadir dava una mano in casa, aiutando Samira a riordinare, a preparare i pasti e a svolgere tutte quelle mansioni che lui riteneva non fossero adatte a una donna. Intanto trascorreva il tempo libero con Karima, sua amica da sempre, a cui si stava legando sempre di più.

«Quando torneremo a casa?» Gli chiese una volta Karima.

Erano seduti su un vecchio tappeto fuori alla baracca, guardando l’orizzonte in attesa del ritorno dei genitori. Nadir si voltò e incontrò lo sguardo della sua amica. Vi lesse paura, tormento, ma anche tanta fiducia verso di lui. Non voleva mentire, ma si rendeva conto che Karima era troppo piccola per affrontare la realtà, quindi decise di camuffare la verità e di darle una speranza.

«Quando la guerra finirà, avremo di nuovo una casa nostra e vivremo felici.»

«Tu non mi lascerai mai, vero Nadir? Prometti che resterai sempre con me e io non avrò paura.»

Il ragazzino sorrise, grato alla bambina di tutto l’affetto che gli dimostrava.

«Te lo prometto. Ti resterò accanto e ti proteggerò.»

Fatima trascorreva le sue giornate smarrita, al confine tra la realtà che la opprimeva e l’illusione che la bambina fosse ancora lì da qualche parte.

Restava per ore fuori dalla baracca, seduta sulla ghiaia aguzza, gli occhi fissi a guardare il nulla. Alcune volte lacrime copiose bagnavano il suo viso, altre la durezza del suo sguardo si fondeva alla dolcezza dei suoi lineamenti.

Prese l’abitudine di allontanarsi, vagando senza meta. Spesso raggiungeva le rive del Nahr-al-Kabir, il Grande Fiume, il confine naturale tra quella terra straniera che li ospitava e il suo paese. Fissava i bambini che giocavano nello specchio d’acqua verde di un’ansa naturale e soffriva al pensiero che sua figlia non fosse fra loro. Tornava alla baracca nel tardo pomeriggio, silenziosa e triste. Nessuno le faceva domande, solo Nadir le andava incontro e l’abbracciava. Avrebbe voluto addolcire il suo dolore, ma la donna rimaneva inerte, le braccia lungo i fianchi, quasi senza comprendere quel gesto di affetto profondo.

«La mamma non sta bene.» Disse una sera Golan a suo figlio che gli teneva compagnia mentre lui fumava all’esterno. «La morte di Fadda ha avvelenato il suo cuore. Temo per lei e per te, Nadir.»

«Per me, padre?»

«Sì, figliuolo. Temo che presto non saremo al sicuro neppure qua e, se dovesse accadermi qualcosa, tua madre non sarà in grado di proteggerti. Hai quattordici anni, sei abbastanza grande e responsabile per comprendere i pericoli a cui andiamo incontro. Potrebbe essere necessario fuggire ancora e voglio che tu sia pronto.»

Nadir ascoltava, in silenzio. Non c’era più tempo; doveva memorizzare ciò che suo padre gli stava dicendo perché, forse, un giorno non avrebbe potuto contare più su di lui. Golan gettò via il mozzicone e si voltò verso la porta, invitando Nadir, con un gesto del capo, a seguirlo.

Entrarono in quello spazio che rappresentava la loro stanza da letto e Golan tirò fuori da un orcio una sacca di tela consunta. Lo aprì e ne mostrò il contenuto al figlio: una foto della loro famiglia, un vecchio Corano e una busta di plastica con del denaro.

«Se dovessi essere costretto a scappare, ricorda di prendere questo zaino e non abbandonarlo mai. In questa busta ci sono circa cinquemila dollari; di più non sono riuscito a mettere da parte.»

Golan lo attirò a sé e lo abbracciò.

«Sei forte.» Gli sussurrò. «Sono certo che, se sarà necessario, saprai badare a te stesso.»

Trascorse una settimana.

Era tardi. Il sole era già calato e Fatima non era ancora tornata. Nadir era preoccupato, ma cercava di nascondere la sua ansia mentre intratteneva Karima raccontandole una storia di fantasie in cui due bambini, costretti a fuggire dal loro paese a causa della guerra, vi facevano ritorno e iniziavano insieme una nuova splendida vita.

Ogni tanto gettava uno sguardo verso la strada sterrata, ma di sua madre neppure l’ombra. Poi vide arrivare suo padre con Nizar.

«Mamma non è ancora tornata!» Gridò quando furono vicini.

I due uomini si scambiarono uno sguardo preoccupato.

Nadir guardava suo padre con apprensione. Golan gli posò la mano sulla spalla, in segno di protezione e conforto.

«Stai tranquillo! Andiamo a cercarla e la riportiamo a casa.»

Golan si avviò verso il Grande Fiume, seguito da Nizar. Avevano quasi raggiunto il confine, quando notarono una piccola folla sulla riva del fiume. Iniziarono a correre, il cuore che aveva accelerato i battiti, la paura che diventava sempre più forte.

Il Grande Fiume aveva preso la sua vittima. Fatima era stata notata mentre, lentamente, scendeva in acqua, attraversava l’ansa in cui giocavano i bambini e continuava a camminare. I soldati di guardia sull’altra sponda le avevano intimato di tornare indietro, ma lei non sembrava udire. Attirati dalle urla dei frontalieri, gli uomini che lavoravano lì intorno erano corsi verso la riva, qualcuno si era gettato in suo aiuto ma, quando aveva raggiunto la donna, era ormai tardi. L’avevano trasportata a riva e ora giaceva lì, serena, il capo rivolto verso la Mecca, mentre l’anima si era riunita alla sua piccola Fadda.

Golan si gettò sul corpo esanime, lo strinse a sé piangendo e imprecando contro quella guerra maledetta che gli stava portando via tutti i suoi affetti. Nizar, che era rimasto indietro di qualche passo nel rispetto del suo dolore, ora gli si avvicinò.

«Una donna ci ha offerto una coperta per avvolgere il corpo.» Disse, mostrando un telo di colore avorio. «Un contadino ci accompagnerà con il suo carro.»

Golan assentì, poi prese il telo e, con movimenti delicati, vi avvolse il corpo di Fatima.

Nadir pianse a lungo, lontano dalla loro baracca per non mostrare agli altri la sua debolezza. Karima lo aveva seguito quando lui era scappato via dopo il funerale di Fatima, lo aveva visto rifugiarsi in una piccola grotta scavata nella roccia appena fuori dal campo, ma era tornata indietro, rispettando il chiaro desiderio di Nadir di restare un po’ solo. Tornò a cercarlo più tardi per riportarlo a casa.

La grotta diventò il loro nascondiglio segreto, dove rifugiarsi a sognare un futuro senza guerre. Fu quel loro piccolo segreto a salvarli quel pomeriggio. Erano lì già da qualche ora e Nadir pensò che fosse venuto il tempo di rincasare. Il sole stava calando e di certo Nizar e suo padre erano rientrati. Non voleva che si preoccupassero per loro.

Un rombo improvviso interruppe i suoi pensieri. I due ragazzini si guardarono spaventati; conoscevano quel rumore che aumentava in crescendo, lo avevano già sentito altre volte e sapevano che non era un buon segno. Il rombo divenne assordante: l’aereo volava proprio sopra di loro. Subito dopo udirono il sibilo delle bombe lanciate dall’alto e il frastuono delle esplosioni. Una, due, tre. I due ragazzini si abbracciarono stretti, Karima iniziò a piangere e Nadir la tenne stretta a sé, mentre il terrore gli stringeva il petto.

Poi, improvviso com’era cominciato, tutto tacque. Aspettarono una decina di minuti e lentamente uscirono dal loro nascondiglio. In lontananza videro le alte fiamme che si levavano dal campo. Nadir si voltò verso Karima e ne raccolse lo sguardo terrorizzato; la prese per mano e iniziò a camminare verso quell’inferno.

Del campo non restava più nulla; il macabro silenzio era rotto dal crepitio delle baracche incendiate e dal ronzio di qualche generatore che ancora funzionava. Non un grido, non un lamento, solo quell’immenso silenzio.

Karima singhiozzava. Nadir vide la loro baracca che ancora reggeva alle fiamme e gli balenò il ricordo di suo padre che gli mostrava la sacca piena di dollari. Doveva assolutamente recuperarla se voleva avere una speranza di fuga per sé e per Karima.

«Nasconditi qui, Karima.» disse, mentre la spingeva dietro le macerie dell’ufficio accettazione «Devo entrare in casa per prendere alcune cose. Faccio in fretta.»

«Non voglio restare da sola. Ho paura.» Karima gli si aggrappò con disperazione, ma lui la allontanò con gentilezza.

«Non temere. Ci metto pochissimo, ma è importante per noi che io vada.»

Si allontanò rapido, continuando a voltarsi indietro per rassicurare l’amica con lo sguardo. Giunto davanti alla baracca, capì che non poteva entrare dalla porta, poiché il fuoco era ormai troppo vicino. Girò intorno al piccolo edificio e si accertò che le fiamme non avessero ancora raggiunto la zona notte. Aiutandosi con gli appigli che trovava tra le assi sconnesse, si arrampicò verso l’unica apertura che fungeva da finestra e, forzando le piccole travi che ne chiudevano l’accesso, riuscì a entrare.

Notò subito il corpo di suo padre disteso sul misero pavimento.

«Padre!» Gridò con un filo di speranza, ma poi notò il sangue che sgorgava da una larga ferita sul lato della testa e capì. Si buttò su quel corpo inerte piangendo disperato. Gli tornò alla mente Karima, l’unico affetto che gli restava e che avrebbe dovuto proteggere. Ancora una volta dovette accantonare il proprio dolore, non c’era tempo per piangere. Si affacciò sullo spazio adibito a cucina: Samira e Nizar giacevano in un ultimo abbraccio, i corpi vistosamente martoriati.

Nadir cercò di superare la disperazione che gli provocava tutto quell’orrore. Le fiamme si stavano avvicinando, non c’era tempo di preservare i corpi, poteva solo pregare Allah, affinché aprisse loro le porte del paradiso, e recuperare in fretta la sacca di suo padre. L’orcio era ancora intatto; Nadir lo aprì, tirò fuori la borsa e controllò che ci fosse tutto; quindi la infilò a tracolla e si preparò a uscire. Rivolse un ultimo sguardo a suo padre, poi si voltò un attimo verso la porta che celava i corpi dei loro amici, infine mormorò alcune parole che ricordava adeguate a un rito funebre. Con uno scoppio le fiamme varcarono la soglia della stanza e lui dovette scavalcare in fretta la finestra e farsi cadere sul selciato sottostante. Si alzò e iniziò a correre. Fece appena in tempo a raggiungere Karima e a ripararsi dietro il cumulo di macerie, che un enorme boato distrusse per sempre la loro baracca.

La ragazzina sussultò e Nadir la strinse forte a sé.

«È tutto finito, Karima. Non possiamo più restare qui. Dobbiamo fuggire lontano.»

«Dove andremo?»

Nadir avrebbe voluto poterla rassicurare, dirle che avrebbero raggiunto presto una zona sicura, ma sapeva che questo non sarebbe stato affatto facile.

«Non lo so!» disse sospirando. «Allah ci guiderà.»

I due ragazzi camminarono per ore, attraverso i campi, tenendosi lontani dalla strada. In lontananza scorgevano i mezzi blindati carichi di soldati che andavano verso Damasco. Se qualcuno li avesse visti, li avrebbe sicuramente fermati e perquisiti. Avrebbero portato via loro ciò che avevano e magari anche uccisi.

Quella notte dormirono riparati dalle rocce di una piccola grotta naturale, stretti l’uno all’altro per proteggersi dal freddo. All’alba si rimisero in marcia per raggiungere il porto.

Nadir cominciava a sentirsi troppo piccolo per riuscire nella difficile impresa in cui si sentiva intrappolato. Scappare da quel paese per andare dove? Scappare come? Avrebbe voluto piangere tutto il suo dolore e la sua disperazione, ma un grosso macigno sembrava schiacciare il suo cuore impedendogli di provare emozioni.

Il viaggio era stato lungo e rischioso, ma ce l’avevano fatta. Furono accolti in una casa – famiglia dove iniziarono subito l’iter per il loro affidamento. Quando vennero a prendere Karima, la bambina si aggrappò a Nadir disperata. Non voleva andar via e si stringeva a lui singhiozzando. Nadir, ancora una volta, dovette essere forte. Allontanò la bambina con delicatezza, si tolse dal collo il gao che gli aveva regalato la mamma e ne fece dono a Karima.

«Sarò sempre con te.» Le sussurrò.

Karima seguì la sua nuova famiglia, continuando a voltarsi indietro, mentre Nadir stringeva al petto l’orsacchiotto che lei gli aveva lasciato.

 

Circa dieci anni dopo, Nadir si chiedeva se quel piccolo oggetto fosse davvero un talismano, come narrava la leggenda, e se la sua magia lo avesse ricondotto a lui.

Il post sul social diceva: “E’ ora che questo splendido gioiello faccia ritorno a casa.”

Nadir aggiunse il suo commento: “Scrivimi in privato e ci torneremo insieme.”

E mentre, restava in attesa della risposta, finalmente, pianse.

15 commenti Aggiungi il tuo

  1. Rosamaria ha detto:

    Affascinante!

    Piace a 1 persona

  2. Rosa Maria ha detto:

    Emozioni

    Piace a 1 persona

  3. Clorinda Borriello ha detto:

    Annamaria Marconicchio La garanzia di una buona lettura e, questo racconto lo dimostra. Il suo scrivere, quasi poetando, affascina il lettore attraendolo in una sorta di commozione nel finale. Eccellente!

    Piace a 1 persona

    1. ANNA ha detto:

      Brano che trasmette emozioni molto importanti,alle quali spesso non pensiamo. Commovente.

      Piace a 1 persona

  4. inbaliadiunsogno ha detto:

    Annamaria Marconicchio La garanzia di una buona lettura e, questo racconto lo dimostra. Il suo scrivere, quasi poetando, affascina il lettore attraendolo in una sorta di commozione nel finale. Eccellente!

    Piace a 1 persona

    1. Fausto Mancini ha detto:

      Nel racconto di Nadir e della sua famiglia possiamo ritrovare le storie comuni di tante vittime della guerra. Profughi e perseguitati che della loro sofferenza se ne conoscono solo accenni, ma grazie ad autori sensibili come Annamaria se ne scoprono i risvolti umani. Un lavoro questo dell’ autrice che ci spinge a riflettere e comprendere il dolore.
      Complimenti Annamaria e grazie per la tua sensibilità.

      Piace a 1 persona

  5. Roberta ha detto:

    Bellissimo e commovente. Una scrittura che, nella sua semplicità, trasmette una moltitudine di emozioni. Dopo l’ansia, la tristezza e la paura, ecco che, assieme al protagonista, possiamo, sì, piangere, ma anche tirare un sospiro di sollievo per ciò che ormai è un ricordo doloroso, ma lontano. Come sempre, una certezza.

    Piace a 1 persona

  6. Rossella ha detto:

    Scrivere di un mondo e di una realtà così lontana dalla nostra facendoti entrare e toccare il cuore dei personaggi non è facile.. Annamaria con la sua sensibilità e la sua capacità di trascinarti nella lettura riesce a farti vivere dentro la storia.. Grazie per le belle cose che riesci a trasmettere

    Piace a 1 persona

  7. Maria ha detto:

    Bellissimo, ora la fantasia ti spinge a pensare un bel lieto fine a questa storia. Complimenti

    Piace a 1 persona

  8. Martina ha detto:

    Un racconto vero e ricco di emozioni dove si percepisce chiaramente la tenerezza e il dolore di un bambino costretto a crescere troppo in fretta a causa di una guerra che purtroppo ancora oggi non vede una fine. Bella la stesura, chiara e incisiva.

    Piace a 1 persona

  9. Maria pace ha detto:

    A dir poco intrigante, scorrevole, il suo contenuto ricco di emozioni, molto bello, complimenti come sempre tutto ciò che scrivi arriva dritto al cuore!

    Piace a 1 persona

  10. Carmen ha detto:

    Un cuore delicato che traspare tutto da questo racconto tanto commovente e realistico! Scritto in modo semplice e scorrevole da una donna la cui forte sensibilità si presenta in punta di piedi, quasi silenziosamente, ma che lascia fortemente il segno.

    Piace a 1 persona

    1. Cinzia ha detto:

      Lettura semplice che ti trasporta in emozioni profonde,pensando a tutti i Nadir che incontri nella vita senza mai soffermarti a leggere i loro sguardi

      Piace a 1 persona

  11. luciano antonio nobili ha detto:

    In poche righe racconta della vita, delle tragedie, delle perdite x ritornare alla vita attraverso la speranza….buono

    Piace a 1 persona

  12. Piko Cordis ha detto:

    Ogni guerra è orribilmente stupida come anche le persecuzioni e l’autrice in questo racconto ce ne da la conferma. Attraverso il piccolo Nadir ritroviamo una storia di soprusi, sofferenze e di perdite. Tra le righe di questo apprezzabile lavoro si evidenziano l’amarezza e una sconsolata sconfitta, ma alla fine anche la speranza.
    Annamaria Marconicchio è un’autrice dalle grandi capacità narrative che non delude mai e ci emoziona ogni volta.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...