Daniela Tani – Racconto Sez. D

Il viaggio dei desideri mancati

Stavo accompagnando Romina nella casa delle suore a cui il giudice l’aveva assegnata. Dopo la scuola nessuno era venuto a prenderla e io, come insegnante, mi sentivo responsabile di lei, dopo che avevo conosciuto in parte la sua storia e aver saputo che lei era registrata sotto falso nome per paura delle minacce da parte dei suoi aguzzini. Lei stava continuando il racconto del suo arrivo in Italia che non voleva fare davanti agli altri studenti.

– Sulla macchina nessuna di noi parlava, sedute dietro, cercavamo di capire quello che si dicevano l’autista, italiano, e l’uomo albanese spuntato da chissà dove, non mi sembrava di averlo visto sul gommone. Parlavano in italiano, più volte ripetevano la parola “albergo”, una delle due ragazze, mi disse in un orecchio: – ora ci portano in albergo -. Ma non era “ora”. Facemmo chilometri e chilometri, avevo fame e sete, in quella casa mi avevano dato solo del pane e dei pomodori, e avevo voglia di fare pipì. Chiesi all’albanese di fermarsi ma lui rispose che sull’autostrada non era possibile fermarsi. Poi dopo tanti tanti chilometri ci fermammo in una specie di distributore di benzina con un grande bar e ristorante. L’albanese accompagnò noi tre ai bagni, poi andò lui e noi rimanemmo in macchina con l’italiano. Quando tornò gli chiesi di andare a comprare qualcosa da mangiare ma lui rispose che saremmo andati in una casa e avremmo mangiato lì.

  • E poi siete andati in una casa?
  • Sì, dopo tanti chilometri siamo usciti dall’autostrada e abbiamo preso una stradina sterrata poi siamo arrivati in una casa vecchia in mezzo alla campagna.
  • Chi c’era nella casa?
  • Uomini, sempre uomini, italiani.
  • Che cosa è successo in quella casa?
  • Quello che era successo di là, in Albania. Questa volta eravamo in tre e loro si sono divertiti con tutte e tre. Una ragazza ha tentato di scappare e uno di questi uomini l’ha ammazzata di botte. Io stavo ferma e buona e mi veniva da vomitare. Ripetevo dentro di me: – sei in Italia, sei in Italia, qualcosa di bello succederà.
  • Quanto tempo siete rimaste in quella casa?
  • Un giorno, la notte siamo ripartiti, con lo stesso uomo albanese ma con un altro uomo italiano. La macchina era diversa.
  • Non parlavi con le altre due ragazze?
  • No, non era possibile, appena dicevamo qualcosa, l’albanese gridava di stare zitte.
  • E la ragazza che era stata picchiata?
  • Che cosa?
  • Come stava, si lamentava?
  • Non mi ricordo, io cercavo solo di dormire.
  • Non ricordi nemmeno cosa era successo nella casa?
  • Le stesse cose, cosa vuoi che succeda quando ci sono gli uomini! -.

Eravamo arrivate al cancello, Suor Giovanna stava portando fuori un sacco di spazzatura, aveva i guanti e si scusò di non poter darmi la mano.

  • Come va la ragazza? – mi chiese dandole un buffetto su una guancia.
  • Bene, Romina parla l’italiano meglio di tutti noi -.

Romina, gongolante, mi salutò e oltrepassò il cancello. La suora affaccendata si avviò verso i cassonetti della spazzatura, non sembrava avesse voglia di parlare delle solite storie di ragazze maltrattate.

 

Romina aveva fatto grandi progressi nella lingua scritta, sentiva tutti i suoni difficili “chi”, “gli”, “sci”,”gno”, “ghi”, non metteva l’acca dove era necessaria e la metteva davanti alla preposizione, ma era in grado di scrivere frasi corrette e di portare a termine qualsiasi esercizio. Ero molto contenta di lei e spesso le facevo complimenti davanti agli altri, sottolineando che lei era brava e che quasi tutti gli albanesi avevano il dono di parlare l’italiano senza fare molti sforzi. Questo era quello che avevo potuto verificare nel corso degli anni durante le lezioni di lingua italiana, ma ci tenevo a sottolinearlo perché in classe serpeggiava un po’ l’idea che gli albanesi fossero più delinquenti di tutti. Filippini, peruviani, cingalesi, perfino marocchini e tunisini facevano battute cattive sugli albanesi. Cercavo insomma di gestire il gruppo in modo che tutti comunicassero e trovassero qualcosa di buono nell’altro.

Un giovedì pomeriggio, dopo la pausa, quando gli studenti andavano alla macchinetta a prendere un caffè e qualcuno usciva a fumare una sigaretta, Romina non ritornò in classe. Uscii per cercarla nei bagni, chiesi al custode se l’avesse vista, andai perfino nel bar davanti alla scuola ma non c’era nessuna traccia di lei. In classe chiesi di nuovo a tutti se l’avessero vista e uno studente peruviano disse che l’aveva vista salire su un “carro”.

  • Una macchina di che colore?
  • Rossa -.

Non sapevo che cosa fare. L’ansia mi stringeva lo stomaco, come compito chiesi a tutti di scrivere una lettera a un amico e di raccontare quello che facevano in Italia. Che cosa dovevo fare? Avvisare la suora? Avvisare i carabinieri? Mi sentivo colpevole di non averla controllata abbastanza, sarei stata accusata di non aver fatto il mio dovere, le sarebbe successo qualcosa di grave perché io mi ero fidata di lei! Ma fidata per cosa? Per averla fatta andare, durante la pausa, nel corridoio? Che cosa avrei dovuto fare? Mentre, seduta su una sedia, nella stanza dei computer, mi dibattevo in tanta angoscia, la vidi passare tranquilla, diretta verso la classe.

  • Romina! -. Lei si voltò sorridente e mi chiese: – Che c’è?
  • Dove sei stata?
  • Al bar.
  • No, tu non eri al bar e in ogni caso tu non puoi andare al bar.
  • Dai, ho fatto un giro, sono tornata, no?

Ero fuori di me. Le dissi di entrare in classe che poi ne avremmo parlato. Decisi di non telefonare alla suora e di aspettare la fine della lezione.

Quando l’accompagnai a casa le chiesi subito di chi fosse la macchina rossa. Immaginavo che negasse o che si scusasse, che fosse mortificata, invece avevo la sensazione che fosse felice.

  • Di un amico.
  • Quale amico?
  • Quello albanese che era venuto a salutarti tempo fa?
  • Sì.

Cercavo di controllare la rabbia che voleva uscire con le parole. Avrei voluto gridare “cretina, stupida, non ti basta quello che è successo? Sei protetta, coccolata, in un posto dove nessuno può farti del male e vuoi perdere tutto così?

  • Devo dirlo alla suora.
  • No, dai, ti giuro che non lo faccio più.
  • Non posso prendermi responsabilità che non mi spettano.
  • E dai! Io non posso avere un ragazzo che mi piace? Dopo tutto quello che mi è successo, non posso anch’io essere innamorata?

Era furba, riportava pari pari la frase che avevo detto io sull’amore e mi faceva una domanda a cui io, se non fossi stata al corrente della sua storia, avrei risposto sicuramente di sì. Non risposi, rimasi in silenzio, chiedendomi cosa fosse più giusto.

Decisi di darle un’altra possibilità e diventai sua complice.

 

La accompagnai a casa ancora molte volte e durante quelle camminate finì di raccontarmi la sua storia, almeno fino a quando era stata mandata in quella casa di suore.

Il viaggio in macchina con le altre ragazze e i due uomini era proseguito verso il nord. L’uomo italiano era stato sostituito da un albanese, adesso gli albanesi erano due. Erano arrivati a Firenze, lei era stata portata in un albergo e lì era rimasta per una notte costretta dormire con uno dei due. Non sapeva che fine avessero fatto le altre. Nei giorni successivi avevano cambiato albergo ma erano rimasti sempre nella stessa zona. Lei rimaneva tutto il giorno in camera, lui le portava da mangiare e le aveva comprato alcuni vestiti molto particolari. C’era una minigonna bianca molto stretta, un vestito rosso cortissimo e scollato, sandali con il tacco alto.

Romina elencava questi indumenti come se li avesse davanti, stesi su un letto, ne ricordava i particolari e li descriveva come fossero oggetti in movimento.

Spesso rimaneva da sola, lui usciva e quando gli chiedeva dove andasse, lui non rispondeva. Non rispondeva nemmeno se lei domandava quanto tempo sarebbero rimasti lì, se lei si lamentava che in quella stanza, con le tende pesanti chiuse e la luce accesa tutto il giorno, le mancava l’aria, lui rideva e le diceva che dopo sarebbe stata anche troppo all’aria, – sempre fuori, cara mia -.

  • Non veniva mai nessuno a fare le pulizie?
  • Possibile che nessuno sapesse che tu eri chiusa lì?
  • Possibile, perché, dopo, mi hanno detto che quello era un albergo dove i clienti erano tutte ragazze che stavano sulla strada.
  • Quindi l’uomo era d’accordo con il padrone.
  • Sì, penso di sì. Spesso sentivo gridare e litigare in lingue che non conoscevo ma c’erano anche ragazze albanesi, mi arrivavano le loro parole insieme al rumore dei tacchi nel corridoio.
  • Perché dovevi rimanere in quella stanza? Perché non ti hanno mandato subito nella strada?
  • Perché dovevo imparare a comportarmi bene.
  • Cioè?
  • Dovevo imparare a fare le cose per bene agli uomini e non dovevo mai pensare di scappare.
  • Sì, ma perché chiusa lì?
  • Non lo so, lui parlava sempre al telefono, quasi sempre in italiano e io capivo pochissimo.
  • Imparavi a fare le cose bene con lui?
  • Sì e anche con un altro albanese che ogni tanto veniva.
  • Non ti sei mai ribellata?
  • Sì, non volevo fare le cose insieme a quell’altro o con tutti e due insieme.
  • E che cosa è successo? -.

Romina non mi rispose ma tirò su la maglietta e mi fece vedere, sulla pancia, una serie di cicatrici che parevano bruciature.

  • Come facevo a ribellarmi? Se mi rifiutavo di fare qualcosa, mi spegnevano le sigarette addosso.
  • Quanto tempo sei rimasta in questo inferno?
  • Più o meno una settimana.
  • Come hai fatto a venirne fuori?
  • Una sera, in camera, c’erano i due uomini, faceva caldo, la televisione rimaneva sempre accesa, io guardavo un programma con dei pacchi chiusi e alcune persone che dovevano indovinare il contenuto. Uno è andato in bagno a fare la doccia e ha dimenticato il telefonino sul comodino. Lo portava sempre con sé ma quella sera è rimasto lì. Qualcuno ha bussato alla porta, l’altro uomo, quello che stava sempre con me, ha chiesto “chi è?”, una voce di donna ha detto qualcosa a proposito di una macchina. Ho capito “macchina”. Lui è uscito di corsa. Dopo ho saputo che doveva spostare la macchina perché c’era già il carro attrezzi per portarla via.
  • Quindi che cosa hai fatto?
  • Le finestre di questa stanza erano al primo piano e davano su via Nazionale, spesso la gente nella strada gridava e litigava, le tende erano chiuse ma la finestra era aperta, l’aria condizionata non funzionava, ho sentito qualcuno che diceva chiaramente “chiamo la polizia, chiamo il centotredici”. In quelle lunghe giornate in albergo avevo imparato i numeri in italiano, l’uomo mi faceva ripetere le cifre in euro, mi faceva contare da uno a cento. Quando ho sentito la parola “polizia” che capivo benissimo e il numero “113”, non ho pensato a nulla, ho solo sentito il mio braccio che si allungava verso il telefonino, ho fatto il 113. Hanno risposto subito, ho detto il mio nome, e anche “aiuto”, sapevo anche dire aiuto, ho detto anche “via Nazionale albergo, ristorante cinese”, sapevo che sotto c’era un ristorante cinese perché l’uomo che era sceso in strada, portava spesso il pranzo nei contenitori di alluminio e diceva di averlo comprato giù, al ristorante cinese. Ho fatto tutto in un momento e quando ho chiuso il telefono e l’ho rimesso a posto ho pensato che non sarebbe successo nulla. L’uomo che era uscito è tornato dicendo parolacce contro i vigili, non avevano portato via la macchina ma avevano fatto una multa di settanta euro. “Tanto non la pago” diceva parlando a voce alta con l’altro che ancora stava in bagno. Io tremavo, seduta sul letto, mi sentivo di ghiaccio anche se nella stanza si soffocava dal caldo. Pregavo che la mia telefonata servisse a qualcosa. L’altro uomo è uscito dal bagno, era nudo e mentre cercava di liberare le sue mutande dai pantaloni buttati sul letto, ho pensato con terrore che se prendeva in mano il telefonino avrebbe visto l’ultima chiamata. Ho allargato le gambe e gli ho detto di non vestirsi e di venire vicino a me. – Ah! – ha detto – allora queste lezioni funzionano, comincia a piacerti! – e mi si è buttato addosso. L’altro rideva, stava bevendo una birra seduto su una sedia davanti alla televisione. Non ricordo quanto tempo l’uomo mi è stato sopra, mi chiamava “maiala” diceva che dovevo godere solo con lui, “godi – diceva – godi” e giù spingeva e io pregavo che arrivasse qualcuno.

Poi sono arrivati dei rumori forti dalle scale, delle voci, le porte che sbattevano. L’uomo sopra di me faceva fatica a venire, andava su e giù e voleva venire. Hanno bussato forte alla porta. L’uomo è saltato verso i suoi pantaloni, l’altro si è alzato in piedi, io mi sono ricomposta e sono rimasta stesa sul letto. I colpi alla porta erano sempre più forti. Avrebbero buttato giù la porta e sono stati costretti ad aprire. Sono entrati due poliziotti, avevano le armi puntate, io sono corsa verso di loro, quello che aveva la birra in mano, credeva di poter scappare dalla finestra. Lo hanno fermato subito. L’altro, a torso nudo e con i pantaloni ancora aperti, ha subito alzato le mani.

  • Dio mio Romina! Ma tutto questo è terribile – esclamai, già con lo stomaco attorcigliato dal momento che avevo visto i segni delle bruciature.
  • Sono stata fortunata, potevo essere tutte le notti sulla strada a guadagnare soldi che poi dovevo dare a loro, invece sono qui.
  • Certo, ma è stata durissima per te -.

Romina tirò su le spalle come a dire “è così, cosa posso farci?” e poi con un sospiro disse che il brutto non era ancora finito.

 

Da quando Romina si era assentata da scuola per fare un giro di mezz’ora sulla macchina di quel ragazzo, io tenevo gli occhi bene aperti, avevo avvisato il custode che non la perdesse mai d’occhio se la vedeva passare per andare in bagno, durante la pausa uscivo anch’io di classe e mi mettevo a bere il caffè vicino al portone d’ingresso. Mi sentivo ridicola, in balia di una ragazzetta di quindici anni, ma non sapevo che cosa altro fare. Avessi raccontato la storia a qualsiasi collega mi avrebbe terrorizzato con pronostici apocalittici sia a livello personale che a livello legale. Se poi il preside avesse saputo che avevo coperto la fuga, seppur di mezz’ora, di una ragazza minorenne sotto tutela del giudice, avrei passato dei guai. Ma soprattutto avrei avuto dei rimorsi se lei, per non essere stata fermata in tempo, fosse andata incontro a qualcosa di molto grave. Mi dibattevo in questi dubbi terribili, quando, accompagnandola a casa, mi raccontò quello che era stato l’epilogo della storia dopo l’irruzione della polizia in albergo.

  • Ci portarono via, io su una macchina con due poliziotte e i due uomini ammanettati su un’altra macchina. Mentre scendevamo le scale dell’albergo, quello che aveva lasciato il telefonino sul comodino, mi gridava parolacce e ripeteva: “la paghi, la paghi, la paga anche la tua famiglia, vedrai cosa facciamo a tua madre”, l’altro lo insultava, “pezzo di merda, idiota, è tutta colpa tua”. Passammo in mezzo alla gente che si era fermata a vedere che cosa era successo, una poliziotta mi buttò in testa una sciarpa e mi disse di coprirmi.

Mi portarono in un ufficio, un uomo mi faceva le domande, una donna scriveva, una poliziotta mi portò un bicchiere di acqua, io ero tanto stanca, mi sembrava di non avere dormito da giorni. Mi chiesero se conoscevo i due uomini, risposi di no, almeno non li conoscevo da prima. Dovetti raccontare la storia dall’inizio, da quando ero in Albania ed ero stata venduta per una macchina. Così almeno mi era sembrato. Mi chiesero il passaporto ma io non avevo mai avuto un documento, volevano sapere il numero di telefono della mia famiglia, ma a casa non avevamo il telefono, poche persone avevano un telefono. E poi non volevo che i miei familiari sapessero niente di me.

  • Ma loro devono sapere – mi disse l’uomo che mi faceva le domande – appena i complici in Albania sapranno che questi due sono stati arrestati perché tu li hai denunciati, potrebbero fare del male alla tua famiglia.
  • Se la mia famiglia viene a sapere che sono scappata dalla casa di mio marito, di me non gli importerà niente.
  • Anche se non vogliono sapere più niente di te, devono essere avvisati che potrebbero correre dei pericoli e anche tu dovrai essere protetta perché cercheranno di vendicarsi -.

Mentre Romina mi raccontava questa ultima parte della sua storia, aveva un tono pacato, sembrava una anziana signora che raccontava una storia sentita in gioventù.

  • Poi ti hanno portato dalle suore?
  • Sì, la notte, era molto tardi, mi hanno portato là. Il giorno dopo, Suor Giovanna mi ha fatto la tintura, i miei capelli sono diventati biondi e alle altre sono stata presentata come Romina.
  • Quindi potrebbero vendicarsi anche su di te.
  • Sì, sono stati condannati a cinque e sei anni, quando escono, ci penserò -.

 

Questa fu l’ultima conversazione che ebbi con Romina. Il giorno dopo decisi di raccontare alla suora quello che era successo con l’uomo della macchina rossa, ma prima informai la ragazza la quale rimase muta mentre mi guardava con occhi pieni di rancore.

  • E’ per il tuo bene – le dissi.
  • Tu mi togli quello che per la prima volta mi fa stare bene.
  • Così ti sembra o forse è vero, ma io devo informare chi deve proteggerti, mi dispiace -.

 

Erano gli ultimi giorni di scuola, Romina non venne nemmeno alla festicciola che facemmo per salutarci prima delle vacanze.

Qualche tempo dopo, seppi da Suor Giovanna che la ragazza era riuscita a scappare diverse volte con lo stesso ragazzo, alla fine era stata mandata in un’altra casa di accoglienza perché lei e le altre suore non se la sentivano di avere tutta quella responsabilità.

  • Da poco ha compiuto diciotto anni, può fare quello che vuole ora, ho saputo che abita con lui e che lui beve e fa bere anche lei, è magra e imbruttita. Questo ho saputo da un’assistente sociale. Si ricorda come era bella? -.

Mi sembrava rimpicciolita Suor Giovanna, aveva la pelle del viso pallida e grigia come il colore del vestito che le copriva le ginocchia e gli occhi tristi come quelli di un cane abbandonato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...