Elena Fanti – Racconto sez. D

Non dirlo a nessuno

L’arrivo dell’estate rievoca sempre qualcosa in me. Un ricordo lontano e perso nella memoria, che a volte batte forte in testa per giorni interi, mentre l’afa riempie l’aria. In fondo, l’estate è sempre la stessa, con quel sole che picchia alto nel cielo, le giornate al mare e il profumo acre di salsedine, le cicale che friniscono e il sudore che ti appiccica i vestiti addosso. Solo questo persistente odore di disinfettante stona un po’, ma ci sto facendo l’abitudine. Certo, il mare sarebbe tutta un’altra cosa, ma…

Il signore con il camice bianco è andato via. Mi ha parlato come sempre, con gentilezza credo, e io ho annuito di tanto in tanto, senza interromperlo. Mi fa piacere che venga a trovarmi, anche se a volte ha la pretesa che io disegni. Non sono più una bambina e, ormai, ho anche dimenticato come si tiene una matita in mano. Non ricordo nemmeno quand’è stata l’ultima volta che ho disegnato, forse quando ancora guardavo i cartoni animati il pomeriggio dopo la scuola.

Sollevo il capo e il mio sguardo si perde nella luce che penetra dalla finestra. Ciò che mi circonda diviene una sagoma indistinta.

Oggi fa caldo, ormai dovremmo essere a metà giugno. È difficile mantenere la cognizione del tempo, qui dentro. Nel silenzio che mi circonda, la mia mente mi porta via, mi sussurra all’orecchio vecchi ricordi, mi trascina in un passato lontano senza che io possa fare nulla per ribellarmi, per scacciare via queste immagini che si susseguono come i fotogrammi di un film.

Forse è ancora giugno, non saprei dirlo. Sono a casa della nonna, nel giardino del condominio. La signora del terzo piano mi sorride. È così strano, eppure sono certa di essere andata al suo funerale anni fa, come fa a essere qui ora?

«Hai un’arringa degna di un avvocato», mi dice a un tratto, richiamando la mia attenzione.

Il mio cuore manca un palpito, mentre vedo me stessa. Quanti anni avrò, cinque forse? Posso davvero vedermi, lì, mentre ricambio il sorriso e rispondo che da grande farò proprio l’avvocato.

Esuberante e spensierata: è così che appaio ai miei stessi occhi. Ricordo che all’epoca ero una bambina promettente, con quella predisposizione alla letteratura, la mente vivace e una fervida immaginazione che tutti ammiravano.

Mi osservo meglio, con lo sguardo vago sul mio viso paffuto e, forse per la prima volta, noto la tristezza brillare dietro quegli occhi color caffè. Me ne lascio risucchiare e il ricordo svanisce intorno a me. Se ne presenta un altro, più cupo e angosciante. Sono a casa mia, in soggiorno, e ci sono i miei genitori che litigano. Mio padre mi urla che sono stupida, che sono solo una fallita che non combinerà mai nulla nella vita. Vedo le sue mani abbattersi su di me, tirarmi i capelli fino a strapparli, colpirmi le gambe fino a rompermi i capillari, mentre fuori continua a fare caldo. Vorrei intervenire, ma non ci riesco. Sento il dolore percorrermi il corpo, come se a terra ci fossi io e non il fantasma di ciò che sono stata.

Ricordo bene quel giorno e tutti gli altri che si sono succeduti, sempre uguali.

Ricordo che mia madre, quando ha visto i segni sulle mie gambe, mi ha ordinato di non mostrarli a nessuno, soprattutto alla suora dell’asilo. Provo una forte rabbia, perché non avrei dovuto ubbidirle, perché quel “non dirlo a nessuno” sarebbe diventata la mia condanna.

Il sole è tornato a bruciarmi di nuovo la pelle, la mente mi getta in un altro ricordo. Sono sempre a casa mia, ma questa volta in giardino. I segni delle percosse sono spariti, lo vedo dalle cosce abbronzate che sbucano da sotto la gonna a ruota, mentre pedalo intorno al perimetro di casa. È un ricordo dolce, questo, perché sto immaginando di volare in groppa a Pegaso, in un mondo dove non esiste la sofferenza, dove ho tanti amici, dove c’è chi ha il coraggio di difendermi. Quello è il mio Regno e io ne sono la piccola e indiscussa regina. Anche se, si sa, nelle favole c’è sempre un Orco in agguato, magari camuffato da amico.

Sento il gelo stringermi le viscere, nonostante faccia davvero caldo.

Sbatto le palpebre e mi ritrovo nel retro del giardino, sotto l’albero di ciliegie. La bicicletta è abbandonata a terra e la me bambina è in piedi su un muretto. Una fitta di dolore mi toglie il respiro, cerco di distogliere lo sguardo, ma i miei occhi sono come cuciti sull’immagine del vicino di casa che con le mani sotto la mia gonna fruga dentro di me, cercando di procurarmi un piacere che non potrò mai provare.

Sbatto di nuovo le palpebre, è un altro giorno e io sono ancora lì, su quel muretto, davanti a quell’Orco che popolerà i miei peggiori incubi. Questa volta c’è qualcosa di diverso, mi fa scendere e mi prende una mano per farsi toccare fra le cosce. Mi guarda dall’alto, i suoi occhi sembrano braci e, anche se sono lontana, posso sentire quel sussurro: «non dirlo a nessuno!»

Non dirlo a nessuno.

Mi vedo annuire, continuando a tastare dove la mano dell’Orco guida la mia, serrata sul mio polso esile di bambina, finché non sospira e mi libera, scosso da un brivido che gli scuote le spalle. Resto a fissarlo, mentre l’altra me corre via sulle gambette svelte, raccatta la bici e mi sfreccia accanto.

L’Orco la fissa, mi fissa, con quegli occhi famelici e le labbra che ripetono ancora: «non dirlo a nessuno!»

Torno al presente con un sussulto. Per un istante non riconosco il luogo in cui mi trovo e non ricordo perché sono qui. Anche se, forse, il vero motivo lo sto pian piano dimenticando. Non so nemmeno perché ho queste fasciature alle braccia e alle cosce né perché la pelle brucia e pizzica sotto a esse. L’odore di disinfettante si è fatto ancora più intenso, mi stordisce, mi confonde.

Fa ancora caldo dentro questa stanza, sebbene il sole si stia avviando verso il suo declino. Lo intravedo fra le grate al di là della finestra, dove un rettangolo di cielo si apre fra alte mura grigie. Brilla di una luce amarantina, che mi ricorda i tramonti che osservavo da casa, mentre il sole scivolava dietro il profilo delle montagne.

Un venticello fresco s’insinua fra i buchi della rete, mi scompiglia le ciocche tagliate male. Rabbrividisco nella camiciola che mi si stringe intorno al corpo e intanto la mente mi trascina via con sé, gettandomi in un altro ricordo. Non mi sono mai sentita così pesante e inerme come ora.

È inverno, credo. Ho addosso il pigiama con gli orsacchiotti e mi sembra di ricordare che era il mio preferito. È pomeriggio tardi o forse è sera, non saprei dirlo. Le tapparelle sono abbassate.

Sono cresciuta, avrò undici anni, ma già posso vedere il corpo che si avvia a fare di me una donna: i fianchi più larghi, i seni più tondi, l’acne sulla fronte che all’epoca mi faceva sempre vergognare. In fondo, però, non sono mai stata bella né mi sono mai preoccupata di esserlo. Mi guardo in viso e lo trovo pallido e spento, gli occhi sono due pozze scure che nulla hanno conservato della spensieratezza di un tempo. L’infanzia in cui sognavo di diventare avvocato sembra così lontana, ora…

Un movimento al mio fianco mi fa capire che non sono sola, che quegli occhi stanno osservando qualcosa, che c’è una presenza estranea nella mia stanza, nel mio rifugio che avevo sempre creduto inespugnabile. Volto appena il capo e un Orco, un altro Orco, mi sta fissando con gli occhi che brillano di una luce sinistra.

La rabbia mi infiamma le vene, vorrei saltargli addosso, gettarlo a terra, stringergli le mani intorno al collo e sentire le sue ossa sgretolarsi sotto la pressione delle mie dita, ma non posso fare altro che assistere impotente.

L’Orco, così alto, annulla le distanze fra lui e la me di undici anni. L’abbraccia, si abbassa e la copre, nero e mostruoso, forzandole le labbra per rubarle un bacio viscido e umido. Allunga le mani, che si stringono intorno ai seni. Tasta la carne, arriva a farmi male, lo so, ma non dico nulla. Le mie labbra di bambina sono serrate, gli occhi pieni di terrore e di disgusto. Quelle mani scendono sulle cosce, sfiorano fra le gambe impietrite dalla paura.

I passi di mia madre riecheggiano nel corridoio. L’Orco si stacca e sorride.

«Non dirlo a nessuno!»

Sono riversa a terra, scossa da violenti tremori. Il corpo si inarca come un giunco, le dita delle mani si piegano in modo innaturale, formicolano, fanno male. Ingoio aria, annaspo come se stessi affogando. Sbatto la testa contro il pavimento, scalcio con forza, pestando il ferro del letto che stride e cigola.

Sto avendo un nuovo attacco di questo male che mi perseguita da anni e a cui non so ancora dare un nome. La mia mente si sta smarrendo, lo so, la volontà scivola via come sabbia fra le dita e il corpo non è più mio. Forse, non lo è mai stato. La pazzia mi sta corrompendo pian piano, mi mangia poco a poco, a piccoli pezzi. Ormai sono rari i momenti in cui sono lucida, in cui percepisco la realtà intorno a me così com’è e non come la mia mente la rielabora, popolandola di mostri e demoni.

Mi sento soffocare, la saliva mi cola dagli angoli della bocca, gli occhi si rovesciano e guardano un buio che mi trascina nel ricordo più vivido.

Una casa. Quella casa. L’Orco in fondo al corridoio che con la mano mi invita ad avvicinarmi. Il sorriso appare così largo, i denti così aguzzi, gli occhi così rossi da sembrare riflettere le fiamme dell’inferno. Del mio personale inferno.

Sono fra lui e la me di dodici anni, con indosso ancora questa camiciola bianca stretta dietro la schiena. Fa di nuovo caldo. Il corridoio sembra allungarsi all’infinito, le pareti incurvarsi come a volermi stritolare. Mi vedo muovere un passo e poi un altro, lo sguardo perso, rassegnato, come se sapessi già cosa mi attende. L’Orco mi passa una mano intorno alle spalle e mi sospinge in una stanza.

Le grida soffocate contro quella mano enorme mi rimbombano ancora nella mente, sento ancora le lacrime bruciare sulle guance, il naso colare, il respiro mancare. Sono dietro la porta chiusa, ma è come se fossi anch’io in quella stanza degli orrori, come se fossi rientrata nel mio corpo martoriato di ragazzina schiacciato da quello sudaticcio dell’Orco. E la sento quella lama di carne trafiggermi, bruciare come ferro rovente conficcato nel ventre. Poi, quando tutto ha fine, di nuovo quella frase appena sospirata.

«Non dirlo a nessuno.»

Riapro gli occhi stanchi e gonfi. Sono sul lettuccio della mia stanza, priva di forze. Le persone con i camici bianchi mi avranno sentita urlare e scalciare e come al solito mi avranno soccorsa. Sposto lo sguardo quel tanto che basta per osservare il liquido bianco colare dalla flebo e, giù, scivolare nel tubicino fino all’ago conficcato nel mio braccio. Brucia, fa male, ma non ho la forza per urlare ancora né di strapparmelo via. In fondo, questo liquido mi regala un po’ di tregua, mi dona oblio.

Richiudo gli occhi e nel buio che mi avvolge prende forma la me bambina. Ho un tuffo al cuore, erano anni che non la vedevo così concreta e reale davanti a me. Mi osserva con gli occhi grandi e scuri, che accusano e condannano. Lo so cosa vogliono dirmi. La colpa è mia perché non sono scappata e ho permesso alla paura di inchiodarmi i piedi a terra. La colpa è mia perché non mi sono difesa, perché sono come sono e ho ubbidito.

La guardo e quella bambina diventata estranea, mi indica con rabbia e io mi sento trafiggere da quel dito puntato contro il petto.

Lei è la vittima, io sono la carnefice.

Io sono la vittima, lei è la carnefice.

Noi siamo le vittime, noi siamo le carnefici.

Io sono lei, lei è me. Noi siamo, noi non siamo più.

La testa mi scoppia, fa male. Un conato mi sale alla gola, rischia di strozzarmi, mentre invoco un Dio che non conosco per rimettere i miei peccati, per chiedere un perdono che sento di non meritare, che quegli occhi di bambina ancora davanti a me si ostinano a negarmi.

Risollevo le palpebre ancora una volta. È calata la notte, la stanza è buia. Un fischio insistente mi riempie le orecchie. La flebo è sparita, ma il braccio fa ancora un po’ male.

I fantasmi del passato si proiettano oltre il velo di lacrime che mi appanna la vista, strisciano sulle pareti come dita di ragno, mi sovrastano e incombono per inghiottirmi, sbranarmi, annullare quel che resta di me.

Gli Orchi sono tornati dall’Inferno in cui erano precipitati e vorrei urlare loro che ho ubbidito, che sono stata brava.

Non l’ho detto a nessuno.

Nemmeno ai camici bianchi che ogni giorno si confondono davanti ai miei occhi, nemmeno a mia madre di cui non riconosco più il viso.

Non l’ho detto a nessuno, sono stata brava.

Non l’ho detto a nessuno.

A nessuno.

Nessuno.

Mi ritrovo a correre, ma non sono certa di essere davvero io. Non percepisco nulla, a parte un grande peso alle gambe. I pensieri sono un’eco lontanissima.

Non ricordavo che il corridoio fosse così sconnesso e privo di porte né che le luci a neon fossero diventate rosse. Qualcosa cola sulle pareti, ci cozzo contro, scivolo a terra e mi guardo le mani sporche di un liquido nero e vischioso, che ha un odore pestilenziale. Assomiglia al lezzo del sesso.

Mi rimetto in piedi, barcollo. La realtà vortica davanti ai miei occhi, ma io proseguo verso una meta sconosciuta, seguendo un’ombra che mi somiglia.

Forse sto sognando. Sì, deve essere così. Sto solo sognando.

Come ci sono arrivata fin quassù non saprei dirlo. Non sapevo nemmeno che ci fosse un “quassù” dove mi trovo. Vedo tante luci davanti e sotto di me. All’orizzonte la città si srotola dinanzi ai miei occhi, sembra infinita e mi fa quasi paura. Mi sento così piccola e insignificante fra questi palazzi, sotto questo cielo e a questa luna dalla sfumatura rossastra, che mi ricorda il sangue che tanti anni prima macchiava le lenzuola di un letto che non era il mio.

L’aria è fresca, tira vento e si sta bene. Allargo un po’ le braccia e socchiudo gli occhi. Le luci si frammischiano fra loro, quelle bianche e gialle dell’orizzonte si confondono con quelle blu e intermittenti sotto di me. Forse ci sono anche delle persone laggiù, credo che guardino in alto. Staranno ammirando la luna?

Sento anche dei rumori, il silenzio è finalmente scomparso. Qualcuno grida quello che penso sia il mio nome, qualche sirena si avvicina, ma sono altri i suoni che ascolto davvero: una melodia lontana che mi ricorda quanto amassi ascoltare la musica, lo stormire delle foglie, il sussurro del vento, una persiana che sbatte, il rombo del motore di un’auto, l’abbaio di un cane. Mi sembra di essere di nuovo sul balcone di casa mia in una sera qualunque.

Sto sorridendo, da quanto tempo non lo facevo? Mi fanno male i muscoli del viso e avverto le guance tremare. Avevo dimenticato quanto fosse semplice e bello farlo.

Mi sento così leggera, che ho quasi l’impressione di poter volare via e sparire per sempre.

Qualcuno è alle mie spalle, mi sta parlando. Non lo ascolto. I miei occhi sono fissi sul piede ossuto che oscilla nel vuoto.

La paura mi assale di nuovo, ho come l’impressione che il passato stia per tornare a tormentarmi ancora una volta, che gli Orchi che mi hanno divorato l’anima possano diventare sempre più vividi, una presenza costante da cui non riuscirò mai a fuggire. Lo so, ormai è l’unica certezza che mi è rimasta: loro ci saranno sempre per me. Dimenticare è impossibile, i ricordi sono marchiati a fuoco nel mio animo e non esiste farmaco in grado di cancellarli o di restituirmi una vita rattrappita.

Non voglio morire, voglio volare.

Non voglio morire, voglio lasciare per sempre questo odiato corpo e la colpa di esistere.

Non voglio morire, voglio dimenticare.

Per dimenticare, però, temo di dover morire.

Un passo nel vuoto e la promessa di libertà diventa certezza.

Sei libera G., finalmente libera.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Silvia ha detto:

    Racconto che sa di vero. Le emozioni che mi ha lasciato sono crude, come crudo è ciò che ho letto. Ero quella bambina, ero quella ragazzina, ero quella donna che ha perso sé stessa. Credo che questo racconto non lo dimenticherò facilmente.
    Complimenti all’autrice!

    "Mi piace"

  2. Claudia ha detto:

    Siamo abituati ad offenderci se ci dicono parole dispregiative, non curanti di altre che vengono usate spesso.
    Chi da bambino non ha mai detto la frase “Non dirlo a nessuno”? Magari per nascondere piccoli e innocenti segreti, per mettersi alla prova, per vedere se l’amico/a è effettivamente degno di fiducia, ma mai poter pensare che tale frase detta da una persona più grande, che dovrebbe dirla solo per scopi innocenti, può trasformarsi in qualcosa di abominevole, di ossessivo tale da distruggere una vita.
    Anche non siamo protagonisti, grazie al l’abilità dell’autrice è stato facile immedesimarsi in questo testo. Trovo realistica la descrizione delle sensazioni, un miscuglio tra rabbia, tristezza, disperazione e alla fine quella pace che non dovrebbe essere l’unica soluzione. La morte non è pace, la morte è solo un punto, la fine di un capitolo, poiché la storia si ripete con un’altra vita, ed è un cerchio che ha un inizio ma non una fine.
    L’autrice è stata in grado di mantenermi attiva per l’intera lettura.

    "Mi piace"

  3. Agata ha detto:

    Racconto forte, che fa provare tanta rabbia verso quei mostri e verso chi non ha protetto una bambina indifesa.
    L’autrice è stata bravissima, soprattutto se si considera che il racconto è in prima persona.

    "Mi piace"

  4. Mariagrazia ha detto:

    Racconto crudissimo, non sono riuscita a staccare gli occhi nemmeno per un istante. Mi ha lasciato senza fiato. Complimenti, l’autrice ha saputo suscitare forti emozioni!

    "Mi piace"

  5. Veronica ha detto:

    Racconto crudo che racconta di un passato e un presente crudele per la protagonista. Suscita sentimenti negativi, la rabbia della ragazza la sento mia, la tristezza e la disperazione pure. Un argomento difficile da trattare, ma raccontato con la forza e, al tempo stesso, la giusta delicatezza.
    Complimenti all’autrice.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...