Elisabetta Liberatore – Poesia Sez. A

Terra-ossario (La terra dei veleni)
Non ci resta
che il coraggio delle parole
in questa terra-ossario
con le albe torbide vergate sulla pelle
e le mani nere di polvere.
Non ci resta che il sonno plumbeo
della resa e il canto fragile del poeta
sulla terra tradita

con l’anima nera d’inchiostro

e il verde marcio
fumante di morte.
Non ci resta che fuggire, scappare,
con lo sguardo immobile di chi ha atteso
invano a braccia conserte
su queste piane sfolgoranti di azzurri
con la vita consunta di vita.
Non ci resta che scegliere
se lavorare o morire
con la preghiera cucita sul cuore
e lo sguardo di cera del Santo
testimone gelido di cicatrici
scavate nell’anima.
Non ci resta che il coraggio
di un grido che lacera
il dorso scuro di questa terra ferita,
di questi cumuli di veleni e silenzi
e una sorgente di cenere
nel prisma nero
di questa terra-ossario.

Riscrivi il tuo tempo

Riscrivi il tuo tempo
dentro il diluvio degli anni,
con sguardo docile
corri incontro alla tua metamorfosi
col tocco fluido di un ricordo
sottratto all’oblio di stagioni irate.
Riscrivi i tuoi dilemmi irrisolti,
libera le tue incertezze dai sorrisi vuoti
d’ombre senza volto
e se nessuno solcherà le tue speranze
irridendo il tuo volo d’aquila
con il tocco gelido di uno sguardo obliquo
e verdi umori rugginosi,
sciogli l’anima in catene
e lascia che le maschere tristi
riempiano di vuoto desolate verità;
prendi il largo dal torbido gioco delle parti
in cui balbettano verità sdrucite,
trame vorticanti ricolme di trite parole;
I filamenti fragili dei tuoi nervi tesi
vibreranno di nuove immagini
e melodie monocordi
muteranno in inni.

Pensieri ottobrini
Ottobre è un filo rosso
avvolto sull’anima,
come un raggio di luce
che trema ancora sull’iride assorta,
E’ il colore acceso del giorno,
la pennellata di fuoco
come il volo ampio
di una mano sapiente,
ne raccogli il sussurro
lieve da chine assorte
su strati di foglie riarse,
la folta stagione arresa
che crepita piano il declino
sulla tomba soffice lungo il sentiero,
un bozzolo avvolto
sul cuore dove macera
un ricordo legato ad un ramo spoglio.
E’ dolce l’esilio di vacui
pensieri disciolti
nei boschi già quieti,
il succo acre di un sonno imminente
dove attendi un lontano fragore
di gemme là dove
l’oblio sarà lo sguardo
di vetro dell’alba
e la gelida lama
di un vento di tramontana.

Presagi d’autunno
I nostri silenzi in ore dure
di crepuscoli nello sfinimento
di un cielo di nubi sfrangiate
di colpo vuoto di stelle
e muto di voci e strepiti,
l’attesa del tempo
dei calici dove l’aria
già cupa di umori
tace degli echi di canti
che ieri cavalcavano il vento.
Lo sento nei polsi
mi vela lo sguardo
il senso grigio di ciò
scolora cime radiose
di giorni consacrati alla luce,
presagi d’autunno
e siepi affrante,
un vago tormento
di colori sbiaditi.
E’ dentro i silenzi in ore dure
di crepuscoli macerano pensieri
celati dietro un sospiro,
una smania sottile
pallida di nebbie.

Accendo parole
Accendo parole
sul silenzio di foglie riarse
nel greppo grigio
di un tempo sospeso
dove manca sul viso
la tenera promessa
del tramonto
e il tuo sorriso
è un fotogramma muto.
Riempiono ore riarse
dentro lo sguardo,
scolorano pensieri uguali
dilagando su lisce pareti
col cristallo dei tuoi occhi nel cuore
e la tua essenza tra le dita
e i miei gesti ripetuti invano
nel rituale stipato
dentro il presente.
Tra le righe il mio viso
basso sull’asfalto
e la luce riflessa sui vetri,
i passi svelti del tempo
e stagioni taciute nell’anima.
Accendo parole
nel disordine calmo
dei miei attimi.

 

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