Flavia Maneo – Racconto Sez. C

Fuga dall’isola di Poveglia

La storia si mescolava con la nuova epoca che stava per nascere, dopo una guerra devastante. C’erano ombre in bianco e nero, fuggite al male, che bagnavano lo specchio della laguna. Il leone grande con gli occhi e l’anima. Figura misteriosa e antichissima dal valore inestimabile. Grande mito di sempre che corre liscio senza intoppi, infischiandosene di sguardi severi, critici, deboli, contorti e misteriosi. E poi c’era lei, l’isola, lungo il canal Orfano, vicino al porto di Malamocco.

Nell’isola di Poveglia c’era uno strano edificio, una clinica per malati di mente. Il fabbricato era costituito da quattro reparti. Il primo, al piano terra, era il reparto per i “malati semplici”, chi soffriva di insonnia o malinconia. Al secondo piano c’era il reparto “fermi”, dove veniva usata la camicia di forza, per i malati tendenti a raptus violenti. Al terzo il reparto minori, e al quarto il reparto “urlanti”, dove veniva praticato l’elettroshock. Ma era più una punizione. Quando i pazienti si svegliavano dopo la scarica elettrica, si ritrovavano legati al letto, sporchi, bagnati di pipì, incominciavano a urlare, anche per giorni. E quei pochi infermieri che c’erano passavano ogni tanto e borbottavano che avrebbero cambiato le lenzuola a suo tempo.

Rientravano nei canoni per la malattia mentale anche chi non riusciva a superare traumi e abbandonato al degrado. C’erano poi pazienti che non lo erano per nulla malati. Non esistevano limiti di età per il ricovero in manicomio: era sufficiente un certificato medico in cui si dichiarava che il paziente era pericoloso per sé o per gli altri. Per finire internato nell’ospedale psichiatrico di Poveglia bastava anche il solo desiderio di suicidio. Nessuno li capiva, nessuno sapeva che loro, i matti, erano persone con dei sentimenti, emozioni. Avevano tutti un cuore, un cervello, anche se con problemi psichici. Alcuni di loro sapevano parlare, cucinare, ridere, scherzare. Sapevano comportarsi normalmente se data la possibilità, ma erano trattati come immondizia, e alle volte, come criminali, con una divisa a strisce bianche e nere.

L’odore dentro era impregnato di solitudine e amarezza. Le anime senza libertà si dimenavano nell’ombra della notte mentre di giorno solo un disperato bisogno di fuggire. E sussurri come artigli di falco e occhi rossi di fuoco fuori dalle tenebre solo per creare altri inferi, notte dopo notte, giorno dopo giorno. E singhiozzi a delineare rabbie di nuove tempeste come nuvole di passaggio.

Fuori dall’edificio, oltre il recinto, più in là dell’isola di Poveglia, sussurravano fantasmi del passato. Eppure, erano tutte creature di Dio anche loro, vittime della solitudine.

Era così deprimente l’isola, e l’edificio era così orribile, proprio come un carcere di massima sicurezza. Quando il cielo abbracciava l’imbrunire, il luogo rabbrividiva alle grida di un malato mentre la laguna si addormentava sotto un tappeto di stelle. E i pochi lampioni intorno spesso chiedevano di splendere insieme alla luna d’argento come una moneta.

Quel giorno il tempo era pessimo, così libero da lavare fragili fili d’erba, consapevoli del mutare della stagione. I pazienti si muovevano come serpenti chiusi dentro una vasca di vetro, dentro uno zoo tenuto segretamente nascosto. Il rumore delle finestre sembrava l’ululato di un lupo nero, sotto gli occhi invisibili della luna, e gocce di pioggia creavano collane di prigionia.

Sofia udiva l’acqua muoversi. Osservò la laguna di Venezia dietro le fredde sbarre della clinica. Era una donna minuta, con i capelli tendenti al rosso che le ricadevano sulle spalle e gli occhi intensi e verdi. Indossava una giacca bianca e lunga, e sotto di essa si scorgeva un abito azzurro di stoffa. Non sorrideva mai perché in quel posto era vietato sorridere. Alle volte si sentiva come dentro un bozzolo, incatenata, nel mutare del luogo stregato e ricco di terrificanti leggende. E non provava vergogna nel credere al mistero. Ci credeva, e basta. Si sentiva stanca, a volte piangeva. A volte desiderava trasformarsi in un pesce e tuffarsi nella laguna, in un colore di vittoria e libertà. Desiderava il vento strapparla da quella vita misera e triste.

Sofia era ormai da cinque anni ricoverata lì, perché aveva scambiato una vecchia seggiola per un mostro. Un orribile bestione bravo a fare sberleffi, verde come un viscido serpente. Era stata classificata come “malata di allucinazioni di natura psichica con conseguenza di un disturbo del sistema di ricezione”. In pratica soffriva di dislessia. E al dottore che l’aveva rinchiusa non importava del suo stato. A lui interessava salvare la reputazione. E Sofia soffriva, ogni giorno, sempre di più. Quando aveva voglia chiudeva la sua porta segreta, all’interno del suo corpo, e se sentiva il campanello suonare, non rispondeva. Lasciava suonare il campanello per ore e giorni, e poi rispondeva con un accenno di indifferenza, aprendo leggermente quella porta solo per rispondere all’appello di qualche cura medicinale. Ma non erano mai riusciti a imbottirla del tutto di droghe. Fingeva di ingoiare anche la più innocua delle medicine, che tanto dannosa lo era comunque. E poi vomitava senza farsi vedere. Doveva mantenere lucida l’unica parte buona della sua mente.

Sofia stava camminando nel corridoio della clinica, depressa e consapevole del fatto che, mentre tutta la città si lasciava condizionare nell’accesa atmosfera di un’epoca di pochi sogni e troppo sudore, lei lì dentro figurava come una “dimenticata”. Annusò l’aria e distinse odore di cibo. Forse fagioli o cavoli. Aleggiava lungo i corridoi quel profumo misto di cibo, l’unica cosa buona della clinica. All’improvviso percepì una presenza. Scrutò oltre la grande finestra e scorse un’ombra. Un lieve movimento rivelò essere un animale. In un primo momento pensò fosse una pantegana, osservandolo meglio e più da vicino, comprese che era venuto a farle visita un bel gatto grigio con il pelo liscio e morbido. Sano e forte.

Il gatto la portò fuori dall’edificio. Stranamente non c’era nessuno in giro. Sofia si guardò tre volte intorno. Nessuno, solo aria e un pezzo di suolo lontano dal centro di Venezia, circondato da un oceano di alghe brune che dall’acqua si lasciavano divorare.

Il gatto si voltò e miagolò. Gli mancava la parola. E i suoi occhi così persuasivi…

La stava invitando a salire, ad andare con lui. E Sofia accettò l’invito. Seguì il micio verso l’unico pontile dell’isola: una curva di legno e sabbiosa. C’era una barca a remi attraccata, e sembrava nuova. C’era una tela enorme bagnata di rugiada e un piccolo cuscino marrone.

Il felino con agilità saltò in avanti e si lasciò cadere all’interno dell’imbarcazione. Poi con i suoi occhi grandi e verdi guardò la donna, e si mise in attesa.

Sofia si fece attendere. Si sentì fragile, eppure forte e caparbia. Sorpresa e confusa, si girò a osservare l’edificio. Annusò l’aria e sentì odore di minestrone, questa volta, non più fagioli, cavoli, broccoli mescolato al profumo del mare. Sapeva che il cibo sarebbe stato solamente per i dipendenti, infermieri, medici e il direttore. Il cibo migliore per i grandi signori, per le persone più qualificate, che di qualificato avevano solo il cervello, ma il loro cuore era tremendamente freddo e insensibile, davanti agli occhi dei più deboli e disperati.

Alzò la testa e osservò il cielo. Lassù c’era vita, e capì che la vita erano gli uccelli. Squittivano, si libravano con le ali libere e determinate. Sembravano degli affreschi appena partoriti da un dio sconosciuto, un dio dilettante, in cerca di attenzione. Un dio amante della laguna veneziana, e la laguna pareva uno specchio d’argento e rame. Uno specchio in un reame pittoresco e fotogenico, tra ponti e calli, pozzetti e vicoli chiusi e tristi. La città aveva il suo bel daffare per migliorare, ma non poteva fare tutto da sola, serviva una mano umana, volonterosa, forte e promettente.

La donna tornò a guardare il dominante edificio pensando alle violenze che aveva subito i primi mesi. Era stata sottoposta all’elettroshock, aveva provato paura, dolore, ansia, si era fatta la pipì addosso molte volte, e si era vergognata della macchia gialla sulla veste che per giorni aveva decorato il suo imbarazzo. Un incubo che era finito quando l’avevano spostata dal reparto “urlanti” al reparto “malati semplici”. E lì le sue condizioni erano migliorate molto, trovando anche un po’ di autocontrollo, e sapendo riconoscere il momento giusto quando spegnevano le luci e trovarsi già rintanata a letto.

Guardò ancora, e ancora, e poi oltre, verso una speranza, verso una sfera prestigiosa che l’avrebbe condotta via dalla violenza in genere. Si decise di abbandonare quei pochi averi, come un libro, anche se faticava a leggere, e una foto, che con i suoi bordi aveva incorniciato e riempito certi giorni di sofferenza molto pesante. Una foto semplice che mostrava una bambina con il braccio alzato e pieno di lividi, dopo le botte prese dal padre per aver raccontato di aver visto una rana gigante. La bambina era lei, sé stessa, teneramente fragile e ingenua, come ora. E le cose erano dentro il comodino accanto a letto, in camera. Comunque non avevano poi tanto valore. La sua vita invece sì. Salì sulla barca, per fuggire dall’isola.

Il gatto miagolò come segno di invito a prendere il remo. Era davvero un grazioso animale. Portava un collare di lusso. Chissà chi era il padrone o la padrona. E magari lo stavano cercando. Ma come aveva fatto a trovarsi sull’isola? Forse era salito di soppiatto su uno di quei barconi per le provviste? Era l’unica risposta plausibile, e aveva scelto lei per riportarlo indietro, per farlo uscire dall’isola. Ma avrebbe potuto salire in un’altra barca per i viveri, strano davvero. Forse il motivo, per quanto assurdo, l’animale era uscito dal suo luogo per liberarla da quella prigione. Sì, era così, si convinse Sofia. Quindi impugnò il remo con decisione. Sentì il legno duro e cominciò a remare. La barca si mosse lentamente, e si allontanò dall’isola di Poveglia inoltrandosi sempre di più nella laguna di Venezia.

Sofia remò, anche se sudata. L’importante non era una goccia di sudore colare sulla fronte come segno di fatica, la cosa importante era non mollare il remo e continuare il suo viaggio verso la libertà. Capì che la salvezza era remare lontano, via da lì. E la libertà a ogni mossa si avvicinava sempre di più. Un viaggio poeticamente avventuroso, rischioso anche, ma immensamente grande e chiaro. Non c’erano tempeste in vista, non c’erano uomini, sentinelle, non c’erano pericoli, e nessuno avrebbe bloccato quella insignificante barchetta con una donna sconosciuta insieme a un gatto. Due figure come tante, icone di un acquerello della più grande pittrice di tutti i tempi: la realtà della fuga.

Remava, mentre arabeschi di luce andavano a baciare i primi deboli raggi di sole e gli occhi degli uccelli sognavano cieli lontani e azzurri. E gli uccelli cantavano, con le ali che sembravano storte. E anche Sofia si sentiva un uccello, era nata libera, non era fatta per rimanere in una gabbia di matti. Adesso la paura era lontana, e i corridoi dell’edificio anche. Quei corridoi così neri, con un che di primitivo, con un’amara girandola di fantasmi che uscivano ed entravano, senza respiro, come stoccafissi. E adesso aveva voglia di andare oltre, magari trovare lavoro come accompagnatrice ad esempio, dama di compagnia, magari dalla ricca padrona del gatto, costruirsi una vita, perché se lo meritava e ne era consapevole. Adesso si sentiva una donna libera e piena di emozioni. Libera, con la possibilità di dare un senso alla sua vita. Provare a ricostruire un futuro, con gli occhi del cuore, con l’energia della mente, incrociando le dita rimboccandosi le maniche, con l’aiuto di un gatto che le avrebbe donato la forza di riprovare e gridare che era guarita. I riflessi e i gesti del gatto la incoraggiarono ancora, sempre di più, per darle il più possibile un aiuto sincero.

Ammirò la natura all’orizzonte, nell’inebriante odore della laguna veneziana. Era bella, la natura, i suoi colori, la dolcezza, l’ebrezza…

E poi un dolce niente, che nascondeva l’isola dagli occhi suoi. Ora solo un ricordo si stava trasformando la clinica. Solo un pensiero da archiviare nella lavagna nera all’interno della sua mente. Solo un brutto incubo, e ci avrebbe riso sopra, goduto di cancellare con il gesso immaginario certi scenari di lotta e saliva persa a suon di grida e tremiti. Sì, l’edificio si stava trasformando in una cosa amorfa, che si poteva colpire e distruggerla con una bomba. Nemmeno più una faccia, una sagoma, una struttura ossea che di buono non aveva niente. Solo niente senza colori, senza identità, senza vita.

Sofia, che anche se scambiava parole storte con virgole nere in nuvole bianche, provava le stesse emozioni di una ragazza innamorata della gioventù che aveva perduto da un po’. Ma non si sentiva vecchia, era ancora giovane, una bella ragazza, con ancora molti anni da vivere in serenità e non più di violenza fisica e psicologica, e quella psicologica era più terribile, perché uccideva l’anima, l’annientava fino in fondo, e con una corda la trascinava in un vuoto scuro, silenzioso, deserto, soffocante, senza via di uscita. E adesso era chiara per lei la rinascita, fatta di nuovi suoni e nuove speranze. Ed era nulla il vento, un ricciolo delicato che corteggiava le palpebre dell’infinito cielo. E il navigare lento, così, uno spasmo di sentimento e sospeso dalle righe delle cose accadute. Sperò di farcela, sperò il futuro. Il suo futuro. Un futuro libero, senza corda al collo, senza voci che tormentavano le ore del giorno, incutendo terrore, per colpa di chi? Sua? No, nessuna colpa, nessuna crisi per colpa sua. La sua innocenza aveva sempre combattuto con grinta contro i soprusi di persone schiave del potere, del male, del denaro. Persone insensibili, senza una coscienza, un’anima, un cuore. Persone che quando smontavano da lavoro si comportavano come anime disposte ad aiutare il prossimo, esibendo la loro falsità e declamando con arte la loro sapienza. E quanta pazienza ascoltare quelle voci così sicure di tutto. Ma erano quelle persone i veri malati di mente, per la loro cattiveria e brama di fare del male ai suoi stessi simili. E si divertivano a far del male, sì. Godevano del male degli altri, delle lacrime degli altri, e ridevano sempre. Questo aveva compreso Sofia in tutti questi anni, la vera bestia umana, la vera malvagità, la forza bruta di colpire con parole e gesti l’umanità nascosta nelle anime di chi sognava solo di guarire dai propri complessi. E quelle bestie sapevano come fare bene il lavoro, non ci volevano studi o corsi di preparazione, bastava la cattiveria, e sapevano trovarla così facilmente, così velocemente che Sofia si era chiesta più volte il motivo di tanto odio. Ma ora tutto sarebbe cambiato, mai più violenza, mai più vergate o punizioni sulla sua pelle, mai più docce fredde, mai più sale sulle ferite a colazione. Mai più sofferenza. Grazie al gatto aveva preso in mano il suo di remo, il remo della propria vita.

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