Francesca Compagno – Racconto Sez. C

 

Il Turbinio delle Falene

Dalle grate che davano sul cortile, il clangore delle armature dei cavalieri giungeva fin laggiù, risuonando nelle orecchie di Roberto, nascosto nelle segrete del castello. I cavalli, accaldati e stanchi, venivano condotti alle stalle per essere rifocillati; lo scalpitio degli zoccoli sulle pietre ruvide gli provocava delle fitte dolorose alla testa.

Una volta cessato si calmò e, indossato il cappuccio della mantella, si affacciò cauto dalle sbarre: era vietato entrare nel castello senza essere invitati, rischiava di mettersi nei guai per aver utilizzato uno dei passaggi segreti scoperti in tanti anni di esplorazioni. Conosceva a menadito ogni singola pietra utilizzata per tirare su quell’edificio imponente e forte. A ognuna di loro aveva dato un nome e, a ciascuna carezza, sotto i polpastrelli sentiva i loro ricordi e racconti.

«Sss… nessuno deve sapere che sono qui. Le guardie non devono scoprirmi. Stasera c’è una festa a palazzo e io voglio esserci.»

Bisbigli incomprensibili gli danzarono intorno come un turbinio di falene, e Roberto si voltò da una parte all’altra per mantenere il controllo della conversazione.

«Non mi beccheranno. Stai tranquilla, nessuno… non metterò a rischio la mia vita… ti dico che passerò inosservato. Mi fate scoppiare la testa!», sbottò arrabbiato dopo tanti bisbigli.

Richiamò a sé la calma, non voleva sudare compromettendo l’abito buono, quello delle grandi occasioni. Voleva vedere la sua Elena, dagli occhi scuri quasi neri, i capelli biondi luminosi e ricci che le incorniciavano il viso tondeggiante. Era talmente bella da sembrare finta, e anche se il loro amore era impossibile per il divario tra le rispettive condizioni sociali, lui non si scoraggiava. Elena era vitale come l’aria che respirava, per quello valeva un tale rischio.

La musica iniziò a diffondersi libera ovunque. Roberto chiuse gli occhi e si immaginò mentre si inchinava per chiederle un ballo. Lui impacciato e goffo, lei leggiadra a volteggiare su sé stessa, con il suo profumo che riempiva la stanza.

Lo squittio di un topo lo riportò alla realtà: doveva sbrigarsi o avrebbe perso l’occasione di imbucarsi al ballo in maschera, perciò indossò la sua e si avviò per il cunicolo che lo avrebbe condotto alla dispensa.

Attorno a sé era buio e la fiammella della torcia non era sufficiente. Avvertì qualcosa camminargli sui piedi e, dopo essere scattato indietro dalla paura, si rese conto che si trattava di un altro ratto. Temendo di essere morso si mise a correre. Con il fiato corto e la fiamma estinta dal movimento, si ritrovò davanti a una cancellata in ferro.

Si appoggiò a essa per ristabilire la calma; con le mani sudate per l’agitazione si ricompose, lisciandosi il vestito e pettinandosi i capelli scompigliati. La musica avvertita in lontananza si faceva più forte, unendosi alle risa di gioia dei commensali.

L’ingresso improvviso di una donna paffuta e accaldata, probabilmente la cuoca, lo costrinse ad arretrare. Dopo avere afferrato due polli appesi dalle zampe, la donna se ne tornò in cucina e lui, afferrata la maniglia del cancello, lo spinse in avanti trovandolo chiuso. Non se lo aspettava, e ciò voleva dire ripercorrere il cunicolo nel verso contrario e prenderne un altro. Intanto la musica nella sala si era fatta più delicata, quindi la cena era cominciata.

Con grande sforzo riuscì a riaccendere la fiamma. Lo scenario sembrava cambiato: il corridoio appena percorso era ricoperto di piante rampicanti e muschio; dell’acqua gelata gocciolava dal soffitto: sopra di esso si ergeva la fontana collocata nel cortile. Il rumore delle gocce sul terreno lo rilassava mentre raggiungeva la fine del tunnel che lo avrebbe portato di fronte al cancello principale. Era rischioso, ma con la maschera indosso forse sarebbe passato per un invitato ritardatario.

Giunto al portone, trovò sbarrato anche quello, ma non si scoraggiò. Attese un attimo, il tempo di riordinare le idee per capire da che parte doveva andare, infine si intrufolò di nuovo nelle segrete attraverso un passaggio, sbattendo contro le pietre e chiedendo scusa a ogni urto. Corse fino a quando non raggiunse la cancellata che dava sul cortile.

Era tardi, ormai Elena doveva essere a tavola, circondata da gentil donne e ricchi uomini d’affari con cui cenava e rideva.

Non ce l’aveva fatta a raggiungerla e se ne rammaricò. L’aveva amata dal primo momento in cui aveva incontrato il suo sorriso e da allora l’aveva osservata da lontano, una presenza discreta e invisibile. Per giorni era rimasto chiuso nei cunicoli del castello, facendo impazzire sua madre di preoccupazione, in attesa di rivederla anche solo un attimo.

In quel momento riviveva le stesse sensazioni: l’angoscia, l’abbandono, la felicità in un turbinio di falene che gli smuovevano le viscere. L’amava, per quei silenzi, per gli sguardi e per quella carezza che una volta gli aveva regalato aiutandolo a rialzarsi da una caduta rovinosa ai suoi piedi. Quel tocco non se lo era più dimenticato.

Il freddo gli ghiacciava le guance e le mani, facendogli battere i denti. Le braccia intorno al corpo non servivano a molto. Il ballo che tanto aveva desiderato fare con Elena non ci sarebbe stato, e iniziò a piangere, addolorato per non essere ritenuto abbastanza importante da potersi sedere a quel tavolo, per poi sentirsi sempre più arrabbiato. Il volto andò in fiamme al pensiero di quanto fosse ingiusto per lui non aver corrisposto quel grandissimo amore che nutriva per lei. In un impeto d’ira afferrò le grate del gelido cancello e le scosse con vigore, ma non ottenne che attirare l’attenzione delle guardie.

Doveva scappare prima che fosse troppo tardi.

Corse a nascondersi nell’angolo più remoto delle segrete, luogo impervio e inaccessibile per via delle pietre crollate che ne impedivano l’accesso.

Seduto dietro un cumulo di macerie rifletteva sulla propria vita.

«Gino, che devo fare? Non capisco perché non posso essere felice come desidero. Qui mi sento come a casa, nessuno mi troverà, così come non hanno trovato te.»

Come al solito lo scheletro non rispondeva, come avrebbe potuto? Era morto, eppure a Roberto piaceva stare lì a conversare con lui: non lo contestava mai, e Roberto detestava dibattere perché minava le sue convinzioni, portandolo a rompere equilibri già fragili che spesso lo confondevano.

La maschera stringeva intorno alla faccia, facendola pulsare, quindi la tolse a fatica: era sempre difficile liberarsi di qualcosa che aveva a cuore. Infine si alzò e iniziò a camminare avanti e indietro per scaldarsi. Sentiva come se il calore del corpo lo stesse abbandonando; lo stomaco iniziava a brontolare per la fame e l’insieme di quelle sgradevoli sensazioni gli tolsero il respiro.

Sopraffatto dall’angoscia e stanco di pensare, si sdraiò al suolo, rannicchiandosi in posizione fetale per scaldarsi, e sognò.

 

Mi sento bruciare, ho il viso in fiamme e l’oscurità si impadronisce di me, rendendomi cieco. Corro da una parte all’altra terrorizzato, sbattendo contro oggetti indefiniti, a volte ruvidi altre freddi. Come le falene in volo intorno a una luce soffusa o accecante, in piena notte compio il mio turbinio, infine inciampo e cado. Non percepisco niente se non dei bagliori lucenti che sembrano scintille e un fruscio indistinto. Il bruciore ha raggiunto anche le orecchie, ovattando tutto.

 

Le urla concitate della madre lo svegliarono di soprassalto: «Mi hai fatto impazzire, Roberto, non devi farlo mai più! Lo sai che il castello è chiuso. Non puoi venire qui a sognare a occhi aperti, mettendo a rischio la tua vita!», strillava mentre i soccorsi lo portavano in barella all’esterno del castello in rovina. L’ambulanza attendeva a lampeggianti accesi.

Quando lo fecero accomodare all’interno, il medico esordì: «Ciao, Roberto, io sono il dottor Agnelli. Riesci a sentirmi? Ricordi cosa hai fatto?»

«Sono venuto alla festa per vedere Elena», biascicò a fatica, fissando la forte luce puntata sugli occhi.

«Roberto, mi hai fatto quasi morire, è da ieri pomeriggio che sei scomparso di casa, ti ho chiamato ininterrottamente, fino a quando non sei stato più raggiungibile!»

Roberto si irrigidì, diventando un pezzo di marmo: non sopportava quando qualcuno alzava la voce. Lo stomaco era chiuso e dolorante; il turbinio delle falene avvertito per tutta la sera aveva lasciato il posto a una sorta di laccio emostatico che rischiava di spezzarlo in due.

«Signora, cosa dovrei sapere?»

«Roberto è affetto da psicosi, dottore. Purtroppo, soffre di allucinazioni e il castello è una sua fissazione. Ogni tanto mi parla di Elena, la guida turistica che ne racconta la storia, e tutte le volte che può scappa per nascondersi qui. È diventato un incubo.»

Mentre la mamma riprendeva fiato, asciugandosi le lacrime con il fazzoletto, Roberto si guardava intorno con gli occhi sgranati e le orecchie tese.

«Dove sono i cavalieri? Mi stavano braccando e io mi sono nascosto nelle segrete, ho parlato con Gino, dov’è adesso?», farfugliava.

«Adesso lo portiamo all’ospedale di Prato. Cerchi di parlargli per calmarlo.»

«Tesoro, andrà tutto bene adesso, non ci sono guardie e Gino sta bene», lo assecondò la donna, affranta da quella sua fissazione per re, dame e cavalieri.

 

Attraverso gli occhi chiusi non riesco a intravedere che oscurità. In lontananza voci concitate parlano della mia situazione.

Il bruciore è talmente intenso, soffocante, incontrollabile da impedirmi di sognare. Cerco di sfiorarmi il volto per capire cosa è accaduto, ma non posso. Sento le garze stringere e dei tubicini mi escono dal naso. Tra tante voci riconosco quella della mamma: non fa che piangere e lamentarsi, poi alza la voce nell’intento di avere ragione. Tipico di lei, volere aver ragione a tutti i costi. Ha sempre agito così dietro la scusa del suo amato Dio che sa elogiare e punire al tempo stesso.

 

La saliva stava per strozzarlo, strappandogli un colpo di tosse. Intorno si fece silenzio: aveva attirato la loro attenzione.

Dei passi pesanti e rapidi e il profumo di lavanda della madre lo raggiunsero.

«Dov’è Elena?», biascicò.

«Non so dove sia, non la conosco.»

«Come fai a non conoscerla, è la figlia del re!», urlò, poi iniziò a divincolarsi e scalciare ribaltando tutto quello che gli capitava a tiro. Un’improvvisa fitta al braccio precedette un bruciore intenso che si diffuse in tutte le vene prima di piombarlo nell’oscurità.

In quel buio scorse in lontananza solo la flebile luce di una candela: con passo malfermo e lento si avvicinò. Le mani in avanti per intercettare eventuali impedimenti, poi le portò di lato dove la fredda pietra scorreva sotto i polpastrelli. Delle ombre si muovevano intorno alla fiammella; la penombra si affievoliva man mano che si avvicinava alla candela.

Notò le falene muoversi in circolo intorno alla luce e il volto di una donna che lo fissava. Fece un salto indietro dalla paura, per poi riavvicinarsi: era Elena. Il suo volto tradiva rabbia.

«Le attenzioni sono tutte su di te adesso», esordì. «Non sei ancora riuscito nel nostro intento, far rivalutare il castello. Dovrei toglierti la parola.»

«Nessuno mi crede!»

«Allora tu non mi servi!», strillò irosa.

Ci fu come una scintilla, poi più nulla, Elena era sparita. Sentiva dentro di sé crescere l’ansia, voleva urlare ma la gola era come chiusa in una morsa che non gli lasciava scampo. Ai polsi aveva dei legacci che lo costringevano a rimanere in posizione supina, nonostante ciò vide la madre in un angolo della stanza, a tamponarsi gli occhi umidi, persi, come colpevoli.

«Mamma.»

«Roberto, sei sveglio», sussurrò, avvicinandosi.

«Perché sono legato? Non voglio.»

«Stai tranquillo, è solo per precauzione.»

«La serata è andata male, mamma.»

«Roberto», invocò con tono rassegnato e sconsolato. Era abituata alle sue farneticazioni, stanca di lui. Se solo ci fosse stata una soluzione per ristabilire la sua situazione psicofisica.

Si allontanò per andare a guardare fuori dalla finestra; era arrabbiata ma continuava a sistemare gli abiti del figlio gettati sulla poltrona.

«Mamma, sai… sentivo la musica nell’aria. C’era la festa e volevo ballare con lei.»

Il volto le andò in fiamme e l’ira sembrò fuoriuscirle da ogni poro.

«Non c’era nessuna festa! Questo è il vestito da Zorro con la relativa maschera!», sbottò, brandendolo in mano.

Roberto avvertì un vuoto profondo e una confusione frustrante.

La madre gli afferrò la mano. Sapeva che quel tocco poteva scatenare una reazione violenta, reagiva già molto male alle semplici carezze.

Infatti stava per scattare, e iniziò a tirare, ma fu impedito dai legacci che lo assicuravano alle sponde del letto.

«Roberto, calmati. Ci provo a essere amorevole, ma con te non è possibile. Continui a deludermi.»

Lasciò la presa sul figlio e prese una boccata d’aria per non essere troppo aggressiva. A lei che non aveva mai sopportato le diversità era toccato un figlio anormale oltre che bruttino. Lo odiava per avergli regalato quel dolore. Mentre le sue amiche gioivano della maternità, orgogliose dei loro virgulti, lei si era sempre vergognata di Roberto, tanto problematico al punto di seppellirsi in casa.

Nell’adolescenza, una volta diagnosticata la psicosi grave, aveva preso le valigie e aveva lasciato marito e figlio per settimane. Non aveva digerito il verdetto: le medicine, le cure, niente era sufficiente a tenerlo a bada. Poi la scuola li aveva portati a visitare i monumenti della città e si era fissato con il castello, la Fortezza di S. Barbara. Ne aveva parlato per giorni e giorni. Era ossessionato. Poi aveva iniziato a scappare di casa per rifugiarsi lì.

«Mamma, tu non capisci. Stanno cercando di distruggere tutto», ricominciò.

«Tu stai distruggendo me!», inveiva con le lacrime agli occhi, colmi di rabbia e disprezzo. «Che tu sia maledetto, voglio cancellarti una volta per tutte!»

Lui si dimenava, non poteva tapparsi le orecchie come faceva sempre quando si agitava, così iniziò a farfugliare: «La musica, Elena, le pietre, le pietre hanno nomi. Gino. Il buio, il banchetto.»

«Era la suoneria del tuo cellulare quella che sentivi, io ti stavo chiamando, perché non sapevo dove fossi, perché alla fine mi preoccupo di te anche se non dovrei.»

«Hai ragione, mamma, starò buono», mentì; lo faceva sempre quando la madre diventava violenta e cattiva.

 

Sono passati tanti giorni qui. Mi sono comportato bene e mi hanno slegato, ora mi dimettono. La mamma viene a prendermi oggi.

Mi sono guardato allo specchio: sono ancora coperto di garza. Non ho capito quello che è accaduto, alla fine non lo sanno nemmeno loro. Le ferite bruciano ancora ogni volta che mi medicano. Mi hanno solo detto che l’acido mi ha bruciato la pelle.

 

La madre lo riaccompagnò a casa, raccomandandosi di non uscire, e se ne andò al lavoro più che volentieri pur di non stargli accanto.

Roberto ne approfittò per sgattaiolare fuori e raggiungere il castello nella speranza di incontrare Elena, occhi fissi al suolo per evitare gli sguardi della gente. Non abitava molto distante dal centro, e la strada per la fortezza la conosceva molto bene.

Rimase deluso quando, arrivato al castello, invece di lei, trovò un omone stempiato e accaldato a presidiare la porta in attesa di turisti interessati a sentire la storia del luogo.

Non lo aveva mai visto, quindi doveva essere nuovo, e nemmeno lui conosceva Roberto poiché gli riservò un’occhiataccia e anche una smorfia disgustata.

«Buon pomeriggio, posso accompagnarla all’interno e raccontarle qualcosa del passato?»

«So già tutto, voglio solo stare per conto mio», replicò con tono calmo.

La guida parve sollevata. Roberto intuì che preferisse passare il tempo con il cellulare piuttosto che fare il suo lavoro. Se si nascondeva, l’uomo non si sarebbe accorto di niente distratto com’era.

Difatti, all’orario di chiusura, nessuno lo venne a cercare e lui, solo nell’oscurità, azionò la torcia del cellulare. Intorno a sé non c’era niente. Succedeva sempre così quando prendeva le pasticche, per questo non le voleva. Che avrebbe fatto lì senza la sua Elena?

Picchiò contro il pesante portone, urlando aiuti che non giunsero a destinazione a causa del brusio esterno fatto di traffico. Chiuse gli occhi e, all’improvviso, si sentì toccare. Quando li riaprì c’era Elena di fronte a sé.

«Ciao», le disse contento, ma lei, taciturna, distante e pallida, lo afferrò per mano e lo condusse alle segrete del castello.

Si ritrovò nel punto in cui giaceva al fianco di Gino, in attesa che la morte se lo prendesse. Colto dal terrore, lasciò la presa di quella donna che non riconosceva come la sua signora e il cellulare si scaricò tra le sue mani, lasciandolo al buio più completo.

Iniziò a tremare; doveva andarsene, ma non aveva la più pallida idea di dove fosse l’uscita. Respirando a fatica, tentò una direzione ma inciampò sbattendo il ginocchio al suolo. Il suo urlo di dolore gli rammentò la madre tutte le volte che si faceva male.

«Guarda cos’hai fatto! Possibile che tu non riesca a non combinare guai? Sei un completo disastro! Perché non posso avere un figlio normale come tutti gli altri?»

Si accovacciò per ripararsi dal freddo e ritrovare la lucidità, e la luna fece capolino da una nube rischiarando l’ambiente. D’un tratto Roberto ricordò quella notte di mesi prima, in cui la madre lo aveva trovato là sotto. Era arrabbiata e in mano stringeva un bottiglione appena estratto dalla borsa.

«Roberto, non ce la faccio più, desidero che tu scompaia una volta per tutte», gli aveva detto, poi aveva aperto il bottiglione e gli aveva lanciato il contenuto in faccia.

Il dolore, il bruciore era stato terrificante. Aveva urlato talmente forte da sentire la gola bruciare.

Prima che svenisse l’aveva sentita strillare: «Cosa hai fatto, Roberto, aiuto, aiuto!»

Ora ricordo. Devo uscire di qui per raccontare la verità a tutti.

Si tirò su, forte del tenue chiarore della luna, ma mise un piede in fallo e sbatté la testa al suolo. L’ultima cosa che vide fu il volto di Elena, sorridente e gioviale, trasformarsi in quello deluso e iroso della madre, che non lo aveva mai voluto.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Silvano ha detto:

    Perché la violenza ha tante sfaccettature e non è solo rivolta verso le donne. Il finale è assolutamente a sorpresa. Bello e intenso.

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  2. giuseppe compagno ha detto:

    Sempre ben scritto, si legge volentieri e si notano miglioramenti

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  3. Marina ha detto:

    Complimenti brava bel racconto.

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  4. Chiara ha detto:

    Un ottimo racconto. Scritto in modo scorrevole, ma dettagliato.
    Molto interessante anche la storia. Mi e’ piaciuto molto!

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  5. Maria ha detto:

    Tragico e appassionante

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  6. Querini Ivanna ha detto:

    Avvincente. Ti porta a leggere tutto di un fiato.

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  7. giuseppe compagno ha detto:

    Racconto molto toccante. Interessante la figura del protagonista è il finale a sorpresa. Complimenti.

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