Gioia Casale – Racconti Sez. D

CICATRICI

Lo farò. Devo farlo. Devo riuscirci per il mio bene. Prenderò un respiro e poi mi butterò, come se facessi un bel tuffo. Ma voglio farlo con calma, voglio prendermi il tempo che mi sarà necessario. Devo affrontare una volta per tutte i segni sul mio corpo, le cicatrici che raccontano il mio vissuto. In fondo narrano la mia storia e non posso cambiarla. Non riesco a guardarle senza provare disprezzo o rabbia. Ma fanno parte di me, devo sforzarmi per accettarle e accettarmi, non dico fino a volermi bene, no, quello non lo farò mai, ma a 60 anni finiti devo fare pace con la vita, lasciando andare il passato con tutto il suo dolore. Non è mai stato facile e non lo sarà nemmeno questa volta. Vado in camera e mi siedo sul letto di fronte alla grande specchiera che ho voluto acquistare per rendere la stanza più luminosa. Do un’occhiata di sfuggita alla mia immagine riflessa. Mi tolgo il vestito leggero rimanendo in biancheria intima. Mi guardo, ma abbasso subito gli occhi. Non mi sono mai piaciuta da ragazza, figuriamoci ora: una donna che sta andando avanti con gli anni e in sovrappeso, non si è mai curata del suo aspetto e ha vissuto un’infanzia nella violenza, situazioni che la mente non ha mai rimosso, nemmeno dopo anni di psicoterapia. Faccio un profondo respiro, chiudo gli occhi e comincio a sfiorarmi: ogni cicatrice che tocco è un momento di dolore.

Quando è cominciato? Non ricordo di preciso, avevo sei o sette anni. Lui mangiava accanto a me, tra un boccone e l’altro leggeva il suo fumetto preferito “Zagor”, non doveva disturbarlo nessuno durante il pasto e questo doveva essere di suo gradimento, altrimenti lanciava tutto addosso a mamma, piatto compreso. O contro il muro. Non abbiamo mai avuto pareti pulite. Quella sera non volevo mangiare e mi sono azzardata a dargli fastidio con le mie lamentele infantili. Non alzò nemmeno lo sguardo sulla sua lettura, mi colpì con un pugno dietro l’orecchio scaraventandomi a terra. Fu l’inizio, per me, di anni di botte continue e quotidiane. Non gli bastava più la pelle di mia madre per sfogare la sua rabbia, lui ne aveva per entrambe e anche di più.

Mi tocco la cicatrice vicino al gomito. Quel giorno è stato tremendo, tra i peggiori. Mia madre fu pestata a sangue, ma trovò la forza di prendermi in braccio e scappare per cercare aiuto dal fratello. Quando arrivò alla porta, lui, capite le sue intenzioni di fuga, ci inseguì con un coltello in mano fendendo l’aria con la lama. Riuscì a colpirci nonostante la velocità delle gambe di mamma. Arrivate a casa di mio zio, lei sanguinava a una spalla, io dal braccio. Il medico curante ci ricucì le ferite, senza sporgere denuncia anche se conosceva fin troppo bene la situazione a casa. Mia madre insisteva per avere il suo silenzio e il dottore promise di non dire nulla, ancora una volta e lo fece tutte le altre volte.

Tornammo a casa, come sempre. Cercavamo di non creare situazioni che lo avrebbero fatto infuriare, ma era impossibile. Se non c’era un motivo lui lo inventava per poterci picchiare, ogni volta più forte. Arrivò a gettarmi acido addosso, sento la cicatrice sotto le dita, qui, sul petto, anche se mi aveva colpito di striscio con il liquido corrosivo; la cera bollente sul polpaccio non la dimenticherò mai, come i calci dati sui fianchi dopo lo sgambetto fatto apposta per farmi cadere, o i pugni dietro il collo che mi tramortivano o i colpi in testa dati con i tacchi delle scarpe di mia madre. Percuoteva sempre e solo addosso, mai sul viso. Non poteva lasciare segni in parti che potevano mostrare la ferocia dei suoi gesti.

Amici e parenti erano a conoscenza di ciò che succedeva a casa, ma ognuno aveva cura di pensare ai fatti propri invece di aiutare donne della famiglia in difficoltà. Non ci aiutarono nemmeno quella volta che lui spinse mamma per le scale a pochi giorni dal termine della gravidanza. Mio fratello nacque morto e lui gli diede il nome di una stella: ciò che il suo comportamento abominevole aveva fatto diventare quel bambino.

Mia madre non trovò mai abbastanza coraggio per andarsene, sapeva che sarebbe rimasta sola, senza aiuti a combattere e sopravvivere contro l’uomo nero che infestava i suoi sogni notturni e la sua casa.

Quando nacque mia sorella cambiò un po’, ma si trattò di una breve parentesi, ora ne avrebbe avute tre di donne da terrorizzare, perché, si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Ma adesso basta, non riesco più ad andare avanti, sono riaffiorati troppi ricordi dolorosi, troppe giornate di sofferenza. Mi copro gli occhi, non voglio più vedere certe immagini. Sento le lacrime bagnarmi le dita. Ritorno per un attimo con la memoria a quando ritrovai mia madre a terra, ormai ottantenne, stanca, mangiata dall’artrite e dal peso della vita. Lui l’aveva spinta giù dalla sedia a rotelle. Pochi giorni prima che lei morisse. Poco prima che se ne andasse per sempre, le domandai perché fosse rimasta insieme a lui. Perché avesse permesso tutto quello che era successo in quegli anni e la sua risposta mi lasciò solo amaro in bocca e disprezzo per quella donna, anche se era mia madre. “Quell’uomo era quello che era, ma rimaneva sempre mio marito”

E pensare che scoprii, molto tempo dopo, che non era nemmeno il mio vero padre.

Riapro gli occhi, guardo la mia figura allo specchio, le guance velate dalle lacrime. Io non ho colpa, non mi devo rimproverare niente, quello sbagliato era lui, non io come ho creduto per molto tempo. Sorrido mentre mi osservo per la prima volta senza provare odio o ribrezzo per me stessa. Forse provo una punta di amore nel guardarmi. In fondo ne ho passate tante e io sono quella con cui passerò il resto della mia vita. Non è mai troppo tardi per imparare a perdonarsi e volersi un po’ di bene.

 

 

Ispirata a una storia vera.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...