Maria Colagrossi – Racconto Sez. D

 

Oltre il rimpianto

La sveglia suonava sempre troppo presto : alle sei dovevo essere già in piedi, mettere in ordine la casa, ripulirla, fare colazione al “volo” e poi correre a scuola.

Per molti la mia routine sembrava noiosa invece a me piaceva : adoravo guardare l’alba, prendermi cura delle mie cose, far sì che ogni oggetto apparisse pulito e profumato : volevo rendere quella dimora accogliente e ospitale anche se nessuno veniva mai a farci visita. Mio padre mi raccontava dei sacrifici che aveva compiuto per acquistare ogni oggetto della nostra casa e talvolta non gli diamo il giusto peso : diamo per scontato il fatto di avere una camera tutta nostra, di avere un divano, uno o più televisori.

Io mi sentivo già solo per questo molto ricca e fortunata.

In Tv vedevo spesso famiglie radunate attorno ad un tavolo che parlavano e giocavano fra loro, ma erano soltanto spot pubblicitari di biscotti e brioche.

Io amavo anche mangiare, a dieci anni pesavo all’incirca settanta chili e tutti pensavano godessi per questo di buona salute.

In realtà io ero affamata durante l’intero corso della giornata e non perché fossi insaziabile ma perché riversavo negli alimenti la mia rabbia, la mia frustazione, la mia insoddisfazione.

Da bambina soffrivo il distacco dei miei genitori, ricercavo unione e armonia laddove non potevano più esistere. Richiedevo attenzioni e affetto in circostanze difficili e in molte occasioni mi sentivo sola. Mio padre lavorava tutta la settimana fuori paese e rientrava a casa soltanto nel weekend. Lui era un autista, era appassionato di camion e quella vita frenetica non gli dispiaceva affatto.

Suo padre lo aveva abbandonato quando era solo un bambino e questo determinò la sua voglia e il suo bisogno di autonomia, di stabilità economica e di rigidità etica e morale.

Pur essendo assente nella maggior parte delle mie giornate mi forniva delle regole ben precise da seguire, se le avessi seguite avrei avuto una sana educazione e lui sarebbe stato fiero di me.

Era severo ed io per timore e per rispetto non mi opponevo mai alle sue decisioni.

All’età di diciasette anni mio padre conobbe mia madre. Poco importa se fu un colpo di fulmine o un amore sbocciato pian piano ; quel che conta e che da quando i loro sguardi si incrociarono non poterono più fare a meno l’uno dell’altra. Mia madre mi raccontava di questi momenti felici e di come l’amore ti trasformasse dentro senza che neppure te ne accorgessi. Avevo già sentito parlare dell’amore e delle sue mille sfaccettature : avevo letto di farfalle nello stomaco, occhi lucenti, mani tremanti e cuori che si sfiorano all’improvviso per il bisogno innato dell’essere umano di condivisione e di sostegno. Si incontravano nei vicoli, si scambiavano qualche bacio, si raccontavano con passione.L’amore di un tempo era riservato e intimo, tutto ciò che riguardava la coppia diveniva un segreto, un tesoro da curtodire gelosamente. Attualmente i sentimenti vengono esibiti come fossero degli abiti, un paio di scarpe o un telefono di ultima generazione e quando ci si espone in questo modo chiunque si sente in diritto di parlare di una coppia e quindi di amore.

Invece i miei genitori non avevano commesso questo errore, avevano scavato per bene nelle loro anime e avevano comunicato ai loro genitori della loro frequentazione. Nessuna delle due famiglie accettò di buon grado la loro “ conoscenza” e provarono più volte a imporgli la loro volontà.

Ma si sa l’amore non conosce divieti, scuse e giustificazioni, l’amore vero si cerca costantemente,supera gli ostacoli e si ricongiunge. Loro rappresentavano per me l’intero concetto dell’amore : un concetto di cui si parlava tanto, in contesti e con stumenti differenti ma che era di fatto il valore più ambito in assoluto. L’uomo è fragile e il mondo attorno a lui è caotico e mutevole, l’amore talvolta è l’unico porto sicuro, un rifugio prezioso in cui puoi abbandonarti completamente senza il timore di essere giudicato, con la consapevolezza di essere abbracciato e supportato nei momenti gioiosi e nei momenti complicati.Mamma e papà scapparono di casa e per qualche giorno vissero assieme in un casolare abbandonato : li fu concepita la primogenita, mia sorella maggiore.

Mettere al mondo un bambino è un gesto d’amore che nasce dal forte desiderio tra due persone di fondare una “famiglia”. Senza un posto certo, senza denaro, e con qualche vestito nello zaino iniziò la loro meravigliosa e spregiudicata avventura. Non avevano niente, se non l’amore e questo gli bastava. Mio padre lavorò ancor più duramente, acquistarono una casa e giurarano il loro amore dinanzi a Dio. Mia sorella aveva degli enormi occhi verdi proprio come mia madre.

Era vivace e testarda. Fin da bambina cercava la sua autonomia, apprendeva in maniera veloce e sorprendente, aveva un’intelligenza fuori dal comune. Mentre cresceva, faceva i primi progressi, e raggiungeva i suoi piccoli grandi traguardi mia madre si ammalò di un linfoma raro : il linfoma di Hodgkin che si può sviluppare in diversi organi del corpo ma che solitamente prende origine dai linfonodi nella parte superiore. La notizia della malattia la sconvolse a tal punto che dopo essersi sottoposta ai logoranti trattamenti di cura quali chemio e radio terapia non si riprese più.

Si rinchiuse in una realtà tutta sua in cui riversava dolori e preoccupazioni, nel frattempo il suo corpo cambiava e la malattia correva più o meno velocemente, più o meno inesorabilmente.

Nonostante ciò vinse : non perse i denti, non perse i capelli e non perse neanche la sua bellezza e se oggi in tanti vorrebbero “modificare” il loro corpo per adattarsi ai modelli di bellezza proposti dai media, ieri la bellezza era semplice e non intendeva emulare nessuno. Mentre tutto sembrava tornare alla normalità, fui concepita. Invece le ansie erano ancora lì e coloro che se ne erano accorti avevano suggerito a mia madre di recarsi presso uno psicologo affinchè quest’ultimo l’aiutasse a superare il suo immenso trauma. Lei non accettava i consigli di nessuno e quando gli venivano dati si offendeva e affermava che stava bene e che non aveva bisogno di alcun aiuto.

Compresi dunque che concepirmi per lei non fu un atto di amore bensì un impellente bisogno di rivalsa, una voglia spasmodica di dimostrare il suo benessere e la sua felicità.Eppure i figli non dovrebbero servire a spiegare situazioni, o a riparare fratture, i figli dovrebbero essere solo il segno tangibile di un amore che continua, malgrado gli anni e le difficoltà. Chi è felice ha bisogno di godersi a pieno quelli attimi e non vuol perdersi neanche un briciolo di quel che gli sta capitando ecco perché non sente l’imminente necessità di urlarla al mondo intero, ma piuttosto di “coccolarla” silenziosamente. Ora al mondo c’ero anche io e nessuno se ne era ancora reso conto. Passavo le mie giornate a mangiare e a giocare in un box colorato; i giocattoli erano il mio passatempo e la mia compagnia ecco perché non volevo condividerli con nessuno. Durante i brevi periodi in cui i miei genitori erano assieme non facevano altro che discutere scaraventandosi addosso la loro frustazione, la loro stanchezza, la loro insoddisfazione, i soldi e le attenzioni che mancavano all’uno e all’altro. La verità è che l’amore è una cosa semplice e spontanea se c’ è dialogo e se si raggiunge un compromesso che risponda alle esigenze della coppia; quando questi elementi non ci sono l’amore viene catapultato in una realtà caotica, veloce, difficile, in cui talvolta non c’ è tempo e non c’ è voglia di parlare e di cercare punti di incontro. Io filavo in camera perché non ne potevo più di sentire urla e insulti eppure quelle parole oltrepassavano anche le mura sottili della mia stanza come per dirmi che scappare non avrebbe aiutato a nessuno. Mia sorella mi abbracciava forte, mi tappava le orecchie; lei era sempre molto premurosa nei miei confronti. Lei conosceva tutte le mie giornate, conosceva i miei sogni, i miei problemi, le mie amicizie e la mia passione per lo studio. Con lei parlavo di tutto ciò che mi riguardava; lei non sentenziava mai contro di me, mi forniva sempre dei saggi consigli per superare le situazioni difficoltose senza chiedere nulla in cambio. Insieme uscivamo dalla camera e affrontavamo i nostri genitori e con lei vicino avrei potuto affrontare coraggiosamente ogni tempesta. Gli adulti però hanno un gran difetto : non ascoltano mai i più piccoli.I bambini non conoscono l’odio, la rabbia e la vendetta e pensano sempre che si possa fare la pace. In fondo lo penso ancora nonostante io sia cresciuta.

Non ho mai dato peso alla “ragione”, cosa a cui i miei genitori pareva ci tenessero tantissimo, e così ogni sera si allontanavano in intenti e pensieri tanto da sembrare due estranei invecchiati dalla rabbia piuttosto che dallo scorrere del tempo. Mia sorella rappresentava senza ombra di dubbio il mio punto di riferimento, la mia ancora di salvezza, ma non era la sola persona a starmi vicino; c’erano anche i miei nonni

I miei nonni erano per me anche l’esempio vivente dell’amore che prosegue negli anni allo stesso passo senza indietreggiare, che si rigenera malgrado le avversità, che si avvicina anche quando la guerra gli aveva allontanati d’improvviso.Erano praticamente andati contro il mondo intero per amarsi e si amavano realmente, senza scuse e senza giustificazioni ed io guardandoli pensavo che l’amore poteva essere reale e eterno Mi incitarono a frequentare corsi scolastici gratuiti ed io non persi occasione di farlo.Mi iscrissi dapprima a pallavolo, ma io ero costantemente ferma in panchina. Non ero in grado di fare “gioco di squadra”, la paura di sbagliare e di essere derisa non mi faceva neppure tentare.

Ero come paralizzata dalle mie paure e non riuscivo a spiegare ai miei compagni quel che provavo perciò loro mi escludevano.Il corso di pallavolo fu pertanto un vero fallimento, tuttavia mi aiutò a perdere peso e non era affatto un fattore poco rilevante nella mia situazione.Come ogni adolescente guardavo i miei amici e intendevo imitarli e non poter stare nei “loro panni” mi faceva sentire diversa quindi fuori luogo e inadatta.

La perdita di peso mi fece capire anzitutto che anche io potevo cambiare, migliorarmi e avere una vita più semplice.

La timidezza certamente era il mio vincolo più serio.

Io mi sentivo continuamente osservata e questo mi impediva perfino di muovermi dal banco.

Ero la “chiudi fila” della mia classe e a volte anche dell’intero istituto.

Nonostante fossi introversa la musica mi coinvolgeva moltissimo perché era una di quelle attività che non andavano fatte necessariamente in un gruppo.

Avevo studiato e faticato tanto per raggiungere quelli obiettivi ragion per cui al saggio finale per evitare lo sguardo “pesante” della gente, mi chinai subito sui tasti bianchi, mi coprì per bene il viso con i miei capelli lunghissimi e tutto d’un fiato eseguì il mio brano.

Gli applausi che avevo ricevuto furuno i primi e gli unici che io avevo ricevuto nella mia vita e forse anche i più importanti perché finalmente si apriva in me la consapevolezza che potevo riuscire bene in qualcosa ed essere apprezzata.

I miei nonni mi regalarono una tastiera e suonai per tanti anni,anche quando terminò la scuola, anche quando nessuno poteva più seguirmi in maniera professionale e divenne perciò per me divertimento e svago.

Dopo quella esperienza non mi fermai più, la mia bilancia si fermò a 55 chilogrammi, i miei voti scolastici si alzarono e riuscivo a scambiare finalmente qualche parola con i miei compagni.

Il primo passo per piacere agli altri è piacere prima a sé stessi.

Avevo compreso che a volte alle parole non si dà il giusto peso, che spesso si sopravalutano le persone perché alte sono le nostre aspettative.

Invece bisognerebbe parlare tanto, condivedere molto, guardarsi a lungo prima di darsi fiducia, di fare progetti e di decidere di fare il tuo cuore in due.

Fu in questo periodo che i nostri genitori ci diedero una notizia inaspettata e felice : l’arrivo di una terza sorellina.

Energia allo stato puro, brio e allegria erano le caratteristiche principali della piccola di casa che incantò tutti quando aprì i suoi “occhioni” vispi e sorridenti.

Non riusciva a stare un minuto ferma, era in continuo fermento, ogni cosa la incuriosiva e la esaltava moltissimo.

Pur crescendo mantenne un temperamento vivace, testardo e “leggero” tanto che la ammiravo perché era in grado di stupirsi di tutto, di apprezzare ogni cosa e di ridere a crepapelle quando ne aveva voglia.

Sin da subito ho voluto proteggerla affinchè la sua felicità non fosse minata in alcun modo.

Io e le mie sorelle eravamo diventate come creature mitologiche : diverse anime racchiuse in un corpo solo, c’eravamo davvero l’una per l’altra e non avevamo bisogno neppure di chiedercelo.

I miei ricordi più belli erano legati ai nostri giochi in camera, alle nostre letture, alla nostra immaginazione e ai nostri pianti.

Sapere che ci mancava l’amore incondizionato e la presenza che un genitore dovrebbe assicurare ai propri figli ci rendeva certamente più mature della nostra età, avevamo maggiori responsabilità e pensavamo invece a quanto sarebbe stato bello rallentare la nostra crescita, lasciarsi coccolare un po’ di più perché ci sarà una vita intera in cui dovrai vedertela forse, completamente, da solo.

Oggi si corre tanto, oggi si rincorre l’idea del “divenire adulto” come se poi essere adulto fosse un privilegio.

Per me gli adulti sono quelle persone in grado di riconoscere il bene e il male, di trovare soluzioni ai problemi, di usare il perdono piuttosto che l’inganno , di recuperare la forza nel dolore.

Quando questo non avviene non si è poi così adulti, non si è poi così sicuri di sé, non si è poi così felici perché ci conosciamo poco e dunque tenderemo sempre ad omologarci agli altri andando talvolta contro i nostri principi e la nostra etica,fondamentalmente perché l’uomo ha un immensa e silenziosa paura : quella della solitudine.

Mia madre era una di quelle persone che non trovava il tempo per ascoltarsi dentro, per rendersi conto di quali fossero i suoi malesseri e i suoi limiti e non aveva il coraggio di ammettere le proprie difficoltà e di cercare una soluzione a queste.

Lei non si amava e non si lasciava amare.

L’unica persona che riuscì ad avvicinarla fu un vicino di casa.

Nel frattempo il sole cominciava a splendere, le giornate ad allungarsi e i fiori a sbocciare.

L’estate era alle porte e mia sorella decise di andare al mare con delle sue compagne.

Andai a dormire pensando a quale gioco io e Monica potevamo fare assieme il giorno seguente.

Mi svegliai di soprassalto.Nella stanza traspariva una lieve luce.La porta era socchiusa. La televisione cantava la sigla di uno dei cartoni animati preferiti di mia sorella.Lei cantava assieme la tv.Qualcuno camminava a passo svelto e pesante per tutta la casa e di tanto in tanto si affacciava in camera.Lui mi sfiorava.Lui mi toccava.Le sue mani erano enormi rispetto alle mie.La sua forza era immensa rispetto alla mia.Non potevo muovermi.Non volevo muovermi, dovevo difendere la sorellina che stava in cucina ignara di tutto.Non mi mossi per le successive tre ore.Non parlai perché non ci riuscivo.Mi guardavo intorno e speravo che quello fosse solo un incubo.Sgranavo gli occhi è tutto era troppo reale. Tragicamente, terribilmente vero.

Poi se ne andarono.Uscirono a fare la spesa.Rimasi sola in stanza. Piansi non so nemmeno per quante ore.Chiamai mio padre e per la prima volta ammisi di avere un gran bisogno di lui. Lo raccontai per giorni, forse per mesi.Lo raccontai di tanto in tanto per sette anni.Lo raccontai ma non riuscì a portare prove successive per dimostrare la violenza subita. Lo raccontai e non mi ascoltò nessuno.Lo raccontai e non mi credeva nessuno.

I drammi non sono poi così distanti da noi, sono quelli del vicinato, quelli tra le mura domestiche, quelli taciuti, quelli che trovano giustizia e quelli che invece non la troveranno mai. Eppure per tutte quelle volte che l’ho raccontato, per tutte quelle volte che ho lavato il mio corpo nella speranza di togliermi di dosso quelle mani, per tutte quelle volte che ho voluto urlare per scacciare via quelle immagini che rimanevano sempre davanti ai miei occhi, per tutte quelle volte che mi sono isolata, per tutte quelle volte che ho avuto paura degli altri, per tutte quelle volte che non mi sono fidata di loro, per tutte quelle volte in cui non mi sono guardata allo specchio perché mi vergognavo c’ è stato uno, ed uno solo riscontro positivo, il mio bisogno di scrivere, per me, per chi non ha più il coraggio di parlare, per chi si porta una sofferenza dentro per tutta la vita e non lo ammette mai, per chi crede che da quel momento in poi tutto sia vano.Scrivere per dire che la vita a volte non è proprio come la immaginiamo e che essere “grandi” vuol dire che talvolta occorre improvvisare.Magari scopriamo di avere un talento, di essere attori meravigliosi, o piccoli scrittori, o solamente uomini e donne che devono trovare la forza di reagire, di superare le difficoltà per i fratelli e per le sorelle, per la scuola, per gli amici, per il lavoro, per gli hobby, per la natura, per l’animale domestico e per sé stessi perché la vita resta un dono meraviglioso e irripetibile e chi non si regala una seconda opportunità porterà sempre con sé il rimpianto di non aver provato mai più ad essere vivo.

 

 

 

 

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