Maria Simona Borella – Poesia Sez. B

L’uomo di pane

I tuoi amici l’hanno chiamato “l’uomo di pane”, da tanto è mite.

Loro non sanno, e tu non sai, che quel pane è pieno di chiodi.

Non manca molto. Tra un po’, le parole dell’uomo di pane

saranno strane, pungenti, e goccia a goccia

scaveranno in te cunicoli di solitudine.

Il tuo cuore scapperà come un pesciolino

di qua di là senza rifugio.

Lo raggiungono, le parole dell’uomo di pane, e lo fanno ghiacciare

in uno stridio fulmineo di uccello che muore.

E il tuo respiro stesso si dovrà nascondere,il tuo passo essere invisibile

Per non fare esplodere questa palla di male.

Qual è stato il giorno che hai smesso di cantare?

Perché ora, muta per sempre, guardi di sottecchi l’uomo di pane

per indovinare da lui che cosa fare di te?

Come mai i tuoi pensieri in fiamme, in fiume incontrollabile

tutti scorrono verso di lui? Oh no, non è solo che ti è andata male.

È che tutto si è fermato è caduto rotto guasto

stonato -E l’uomo di pane dice, dice che sei stata tu a fare questo macello

Perché ora, altrimenti, non ci sarebbe una discarica dove c’era il vostro castello

di fate. Non credergli! Gli credi. Gli credi perché

non hai più niente. Tutto è caduto attorno a te

come un castello di carte. E al prossimo attacco ti metti

in ginocchio e gli dici: tu mi hai dato la vita, tu finiscimi.

Piange, l’uomo di pane. Non è cattivo. Adesso è una ciambella

che ti abbraccia. Il mondo è così grande e dolce.

Ridi: é stato tutto un grosso equivoco. Mai più quelle parole-

punizioni, puntine da disegno nei tuoi polmoni.

La mano alzata a minacciare non era sua. Dimentica.

È stato un incubo che avete vissuto insieme.

Da oggi, vedrai, andrà tutto bene.

 

 Conservazioni inopportune

Ho tenuto di te

le matite colorate

della casa dentro cui volevi disegnarmi;

Ho tenuto di te

lo scherno in fondo ai tuoi occhi gialli;

Di te ho tenuto musica

per riuscire a scappare;

le cose sante non ho tenuto,

le cose sante ai cani.

 

…—…   (SOS)

Esse o esse ti mando un

Esse o esse in codice morse

Essere o non essere fesse

Essere o non essere stronze

Fare le code e le corse per te

Come se niente fosse

Decodificare le frasi

I tuoi discorsi di Mordor

I tuoi sguardi horror

E il mio cervello è sciolto

Non sa neanche lui cosa voglio

Come se le mie intenzioni

Le mie stagioni i miei polmoni

Seguissero passo passo solo te (che due co****ni).

Di chi è la colpa.

Non chiedete di chi è la colpa.

Perché tutti mi dicono cose e nessuno mi ascolta

E tu nella mia mente sei onnipotente

E per l’ennesima volta

Con questo SMS

Al posto che mandarti a quel paese , io

Ti mando un esse o esse.

Tipico, tipico lo stress legato a vessarsi

e lessarsi come platesse in un affetto molesto sbagliato

assuefatte a un reato

che ci lascia vuote sconvolte-Forse

eravamo di corsa e non ci siamo accorte

di come è mostruoso questo nostro

farsi amare a morsi

farsi amare a morte

 

La donna invisibile

Papà, ringrazio innanzi tutto te

se oggi sono quel che sono: la supereroina della Marvel,

alta tre metri, con due metri di capelli neri,

gli occhi verdi come i gatti, due tette da assalto-

dai, sto scherzando, ma tanto sono la donna invisibile

e mi posso descrivere inventandomi.

Tu sì che eri grande: facevi un passo con le scarpe lucide

e io con le mie stupide gambette tre o quattro passi,

e che buffo, sul seggiolino in bici avevo paura che io ti pesassi.

E ti pesavo: non sulla bici; altrove, dentro.

Tu eri un altro supereroe, trasparente, e io ti vedevo attraverso.

Mi scuserai? Per scusarmi di esistere

fantastica idea, diventare invisibile. Papà, grazie

che quando sono cresciuta e spuntavo un po’sopra il tavolo

e poi sopra i compagni di classe, sopra i fogli con le classifiche,

perché non ero tanto sicura di volere davvero essere invisibile,

tu hai inventato per me quella vernice fantastica:

ad ogni mia conquista, tu subito via, una pennellata

in faccia, con questa. E dopo,

verniciata da carta da gioco, mi hai mostrato

ai tuoi amici per un attimo, per poi rimettermi giù

a faccia in giù, orizzontale, da indovinare,

gatto di Schroedinger, Occhi di Gatto;

io intanto, sgattaiolata via per altre strade,

diventata grande gigante con gente che comunque vada,

non so come faccia, mi VEDE-

va beh c’ho gli amici magici papà, scusami se non te l’ho detto;

io ti parlo e ancora mi credi la donna invisibile

grazie al tuo trucchetto -un po’ comico, sai, perché sei tu

che non mi vedi perché non vedi più.

 

Altre di noi

Oggi millenni di ingiustizia mi piegano a terra.

Pesano su di me vecchie metafore, la lingua che parlo,

le mani che mi hanno cresciuto, come una catastrofe.

Oggi vorrei confondermi nel cielo, mai più parlare.

Forse la guerra è persa per me, persa per quelle che sono morte;

ma altre di noi, leggere- altre di noi più forti,

a cui abbiamo dato noi radici e rami,

per la sola legge della vita continuano a spuntare

e mentre noi siamo dimenticate,

mentre ci annegate nel fango,

e pensate di aver vinto,

altre di noi cominciano a danzare.

E non reggerà lo sciame degli occhi che giudicano,

se gli occhi dei figli sono tranquilli e pieni di felicità.

E non reggeranno le mille mani che schiacciano,

non reggeranno la speranza, e la rabbia che traboccherà.

Cambieranno le lingue

cambieranno le leggi

non tutte oggi, ma anche oggi

altre di noi stanno già nascendo

altre di noi scrivono e leggono

sopravvivono ai proiettili

sopravvivono all’acido

sopravvivono all’ingiuria

cantano dove lo hai proibito

non hanno più paura delle tue minacce

tolgono la sicura e

ti sorridono in faccia

 

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