Matteo Favaro – Racconto Sez. C

Rivelazioni

Milano, giorni nostri.

Quando Sara giunse alla fine di quel lungo tunnel fatto di abbagliante luce bianca si ritrovò in quello che sembrava un vastissimo bioparco, sul quale aleggiava un gradevole profumo che sembrava lavanda. L’esplosione di colori colpì subito i suoi occhi: una flora variopinta tappezzava un rigoglioso prato verde che pareva estendersi all’infinito sul quale scorrazzava una moltitudine di animali – nella quale si annoveravano anche specie a lei sconosciute.

«Lucullo?»

Alla sua destra le sembrò di scorgere quello che era stato il suo fedele gatto persiano, omonimo dell’imperatore romano.

Provava una sensazione strana: non percepiva alcuna forza di gravità e il suo corpo sembrava etereo. Fluttuò di qualche metro in quello che assomigliava al Paradiso narrato nelle Scritture quando davanti a lei apparve un mastodontico arbusto che assomigliava a una sequoia la cui struttura però sconfinava dalla geometria euclidea.

Fu in quel momento che lo vide.

«Ciao, Sara.»

«P… papà?»

La figura che giaceva dinanzi a lei era esattamente suo padre così come viveva nei suoi ricordi, il suo amato “papi” di qualche anno addietro, con quel suo bel viso dalla barba curata. Esattamente com’era prima che se lo facesse esplodere con un colpo di Magnum calibro 44 alla base del mento.

«Sono io, mia piccola coccinella

Tutto ciò era un vero nonsense. Solo lui la chiamava coccinella: poteva essere solo che un sogno. Eppure, dentro di sé sentiva che non era così: quei veloci frammenti come di un film che sembravano scorrere al rallentatore erano molto vividi nella sua testa. Rivedeva lei uscire frettolosa dai cancelli del liceo, con gli auricolari del suo i-Pod alle orecchie e volume “a palla”, come si diceva tra loro giovani. La fretta di abbandonare quell’inferno di noia per accorrere di nascosto al nuovo appuntamento col suo flirt di Badoo del momento – Alessio, per nulla gradito alla madre – questa volta in un luogo più intimo. Lei che attraversava distrattamente la strada senza notare l’auto che procedeva a velocità sostenuta. Clacson che urlano, ma lei non poteva sentirli se non quando era troppo tardi. Lei che infine si voltava a vedere quell’ammasso metallico piombarle addosso. Non provò dolore: ebbe soltanto il tempo di sentire quella forza d’urto scaraventarsi addosso a lei. Un istante dopo si trovò immersa nella totale oscurità, fatta eccezione per quel puntino bianco che si notava appena ma che si faceva via via più ampio fino a inghiottirla in quel lungo tunnel di luce. E, infine, eccola lì, in quel mondo stravagante ove provava un senso di estrema beatitudine.

«Papà… papi! Sei… sei vivo!»

L’uomo le sfoggiò un sorriso che traboccava di beatitudine.

«In un certo senso, sì, lo sono» fu la sua enigmatica risposta.

«Cosa… cosa vuoi dire? E, dove siamo?»

«Questo è il luogo ove trasmigra l’energia di tutti gli esseri viventi. Da qualche parte in uno dei tanti universi sconosciuti all’uomo.»

La ragazza lo guarda stupita.

«Cioè vuoi dire che sono… morta?»

L’uomo scuote il capo.

«No, coccinella. Non è la tua ora: la tua missione terrena ancora non è compiuta. E, adesso, vai e torna a casa» disse salutandola con la mano.

«No, papi, aspetta!»

Non voleva abbandonare quel luogo di pace. Lì si sentiva felice. Tuttavia, una forza iniziò come a risucchiarla indietro: quella specie di paradiso che si faceva lontano, poi di nuovo in quel tunnel di luce, a ritroso.

In quel frangente iniziò a percepire delle voci, che sembravano giungere da qualche punto remoto nello spazio e nel tempo.

«Dottore! Abbiamo di nuovo il battito!»

Nella sala rianimazione fu un andirivieni.

«È un miracolo! Un mg di adrenalina, presto!»

Un istante dopo Sara percepì la sgradevole sensazione di essere come trascinata a forza dentro un contenitore stretto e, nello stesso momento, un’esplosione di dolore le pervase tutto il corpo. Le mancavano le energie per gridare, dando via a una serie di gemiti e lamenti.

«Infermiera, iniettate 2mg di morfina nel deflussore» tornò a ordinare il medico anestesista, che alla vista ancora sfocata di Sara sembrava una grossa massa in camice verde.

«Qui bisogna proprio accendere un cero alla Madonna» commentò l’infermiera sottovoce.

* * *

Nella sala di terapia intensiva, circa 40 ore più tardi, Sara aveva ormai ripreso conoscenza dopo la sedazione. La madre aveva ottenuto il permesso di avvicinarla per qualche minuto.

«Sara…»

Il viso della donna era rigato dalle lacrime.

«Ciao, ma’.»

«Ho pregato tanto perché Dio non mi portasse via anche te» disse, prendendole la mano sinistra infilzata con un catetere gauge 12 di una flebo.

«Povera piccina» esclamò pensando al terrore verso aghi e siringhe che nutriva la figlia.

Nello stesso frangente Sara provò un sussulto. Poi rivolse alla madre uno sguardo inorridito.

«Non è stato Dio a portare via il papà» si pronunciò in tono accusatorio. «Papà si è ucciso per colpa tua» disse enfatizzando quel possessivo, puntandola con l’indice.

Il volto della donna diventò cereo.

«Bambina mia… ma, cosa dici?» domando pavidamente.

«Non sono più una bambina, mamma. E papà si è ucciso perché ha scoperto che andavi – vai – a letto con Sergio, quel tizio del corso di ballo latino.»

L’ECG iniziò a battere i suoi bip bip con una frequenza sempre maggiore il che fece attivare un allarme.

«Vattene! Vattene via, puttana

La madre, incredula, non trovò il fiato per replicare.

«Vai via!» gridò Sara mentre i sanitari accorrevano a lei.

«Venga con me, signora» ordinò un’infermiera, tirandola per un braccio.

* * *

La sera stessa Sarà si confidò, in lacrime, col cappellano del Policlinico che aveva fatto convocare. Sentiva la necessità di esternare quella specie di sogno che aveva vissuto durante la manciata di ore che aveva trascorso in coma.

L’uomo, uno smilzo sulla sessantina e con un principio di alopecia, la guardava amorevolmente con le mani giunge sul grembo.

«Dimmi, Sara. Tu ci credi nel Paradiso?»

La ragazza fece segno di no.

«Senza offesa, Padre, ma credo siano tutte un sacco di frottole.»

«Capisco. E, allora, come altrimenti te la spieghi questa tua “esperienza”?»

Sara diede un’alzata di spalle.

«Credo che ci possa essere una spiegazione a tutto, nella vita, senza dover per forza scomodare il divino» replicò risoluta. «E lei, Padre, come se le spiega certe tragedie?» domandò facendo un cenno col mento verso il televisore affisso al muro.

L’inviato del TGCOM24 stava parlando al microfono dai dintorni della stazione Cadorna, dove si era da poco consumato lo stupro della sesta vittima – una sedicenne di Rho – di colui che era stato definito il mostro di Milano. Sei violenze carnali in meno di tre mesi.

«Come può un dio “buono” permettere che possano accadere queste atrocità?»

Padre Franco era ben preparato a gestire le obiezioni e provocazioni dei giovani. Esattamente come quella. E, da buon comunicatore, era abile a intavolare un dialogo con la dovuta diplomazia.

«Vedi, Sara, quando voi ragazzi ci mettete in difficoltà noi preti siamo soliti ripetere quelle che possono sembrare delle frasi di comodo quali il disegno di Dio è misterioso. Io invece prendo debitamente atto delle vostre obiezioni, mi danno di che riflettere. Sai, credo che nessuno abbia torto o ragione: noi uomini non possiamo arrogarci il diritto di pensare di conoscere le vere intenzioni di Dio. Certo, i Vangeli ce lo dipingono sempre come il nostro buon Salvatore, però io a volte penso che anche lui si possa arrabbiare.»

«Come uno stronzo qualunque, insomma» provocò ancora lei. Padre Franco tuttavia non si curò di quella freddura.

«Io sono uno di quelli che alcuni definiscono un prete moderno, amo confrontarmi alla pari con i miei fratelli anche mettendo in discussione le mie idee, se occorre. Comunque, cara Sara, sono sicuro che questa tua esperienza avesse il suo significato: credo che Dio ti abbia portato il suo messaggio attraverso tuo padre e, se scruti bene dentro il tuo cuore, credo che saprai decifrarlo.»

Sara non replicò oltre, limitandosi a sbuffare.

«Come ti dicevo, Sara, io amo confrontarmi con tutti i miei fratelli e c’è una persona con la quale dovresti parlare…»

* * *

Giulia Bernardi era una brillante professoressa associata presso l’università statale ove a soli ventotto anni aveva conseguito un dottorato in psicologia e, a seguire, un master in parapsicologia a Yale. Quando Padre Franco le aveva parlato del caso di Sara la professoressa Bernardi non stava più nella pelle. Non appena la ragazza uscì dal reparto di terapia intensiva, un paio di giorni dopo, la raggiunse subito in traumatologia.

«Io sono Giulia, mi fa molto piacere conoscerti, Sara» si presentò tendendole la mano.

«Sara. Padre Franco mi ha parlato di te» rispose lei mentre le stringeva la mano. Provò un nuovo sussulto, che durò pochi secondi.

«Tutto bene, Sara?»

«Io, sì, direi di sì. A parte il fatto che dovrò stare chiusa qui dentro almeno per altre due settimane» disse, gettando un’occhiata rassegnata alla gamba destra ingessata: come conseguenza dell’incidente aveva riportato la frattura del femore destro e di tre costole, oltre al ben più serio trauma cranico per il quale i medici ormai avevano temuto il peggio.

«Però, sei stata davvero brava ad “aiutare” quel tuo caro compagno durante l’esame di matematica, alla maturità» commentò poi con fare sarcastico.

Il volto della giovane docente si fece raggiante.

«Impressionante! Davvero impressionante.»

Sara corrugò la fronte. Si aspettava una reazione basita al pari di quella della madre dopo averle “smascherato” quella sua piccola malefatta.

«Che cosa?»

«Il tuo Terzo Occhio! A quanto sembra esiste davvero, non è solo una teoria. Nessuno sa che ho passato il compito di matematica a Fabrizio, il mio fidanzatino dell’epoca. A parte il diretto interessato, ovviamente, ma dubito tu lo conosca…»

«No di certo. L’ho notato io quando mi hai stretto la mano: ho “visto” dentro di te, in un lampo la tua vita mi è passata davanti agli occhi, come in un film.»

Giulia era un crescendo di eccitazione.

«Sara, mi permetti di prendere un po’ di appunti, vero?»

Scrollò le spalle.

«Per me, fai pure. Ma, mi vuoi spiegare il motivo di tutto questo tuo interesse?»

«Certo, Sara. Vedi, casi come il tuo sono piuttosto rari» le spiegò, cominciando a scarabocchiare sul notes. «Da quanto hai raccontato hai vissuto un’autentica esperienza di premorte – nota tra noi studiosi con l’acronimo NDE ovvero near death experience

Sara assunse un’espressione dubbiosa.

«Cioè, ero quasi morta?»

«Non posso accedere alla tua cartella clinica per ovvi motivi di privacy ma credo proprio che i medici ormai ti davano per spacciata e, quando ti sei risvegliata, qualcuno avrà certamente gridato al miracolo.»

«Ok. Facciamo che c’ero quasi rimasta secca. Ma tu allora cosa ne pensi di questa mia “esperienza”?»

«La cronologia clinica, a partire da fine ‘800, sinora registra qualche decina di casi in tutto il mondo – quelli di cui si ha avuto notizia, almeno. Ognuno di questi casi, a prescindere dalla cultura o credo religioso, presenta delle analogie comuni – per esempio un lungo tunnel di luce, una specie di eden ove il protagonista avrebbe incontrato dei conoscenti morti, il disagio e il dolore quando si viene risucchiati di nuovo all’interno del proprio corpo solo per citarne qualcuno. La cosa più interessante però è che ognuno di questi soggetti rientra dalla NDE con una specie di dono…»

La donna esitò un istante, come se stesse valutando le parole migliori con le quali procedere la narrazione.

«Ecco, diciamo che in alcuni casi si trattava semplicemente di qualche senso potenziato, come l’udito o la vista molto più sensibili. In altri, invece…»

«Altri invece si sono risvegliati coi “superpoteri”. È così?»

Giulia annuì.

«Esattamente come quanto sembra sia successo a te» le confermò. «Una mia collega Yale è diretta testimone di un ragazzo che tentò il suicidio. Aveva provato coi barbiturici, finendo quasi in coma. Ebbene, quando fu di trovo tra noi si ritrovò con una memoria stupefacente: ora è capace di leggere un’enciclopedia intera una sola volta per poi ripeterti il tutto parola per parola.»

Sara fischiò.

«Mi sarebbe stata utile quando l’insegnante delle medie ci faceva imparare tutte quelle stupide poesie a memoria» ironizzò.

«Eh, già. Tu, invece, a quanto pare con un semplice contatto fisico sei in grado di penetrare nella testa della gente. Non male nemmeno questo, direi: una macchina della verità in carne e ossa. Saresti preziosissima nelle aule di tribunale» scherzò lei.

«Può darsi. E mio papà, allora, che ruolo ha? Perché ci compaiono i nostri cari?» ciese Sara, tornando seria.

«Sinceramente, questo non so dirtelo. Nella comunità scientifica sono tuttora accesi molti dibattiti sul tema tra psicologi, filosofi e teologi. In ogni caso, come saprai, le neuroscienze stanno cercando di indagare a fondo sulle potenzialità incognite del nostro cervello: ipotizziamo che le NDE possano sollecitare queste aree sconosciute attivandone le funzioni che la scienza ignora.»

Sara sospirò.

«Capisco. Ora, però, cosa accadrà?»

«Innanzitutto, rilassati e pensa a guarire. E, per ora, di questa faccenda non parlarne con nessuno, mi raccomando» le disse, premurosa. Indi, trafugò qualcosa dalla borsa.

«Ecco, tieni questo» disse, allungandole un biglietto da visita. «Quando sarai tornata a casa, chiamami. Seguirò io il tuo caso, con la dovuta discrezione.»

* * *

Venti giorni più tardi Sarà stava per essere finalmente dimessa dal Policlinico ma la dolorosa riabilitazione sarebbe durata ancora per qualche settimana. Era una tiepida giornata di fine aprile e i variopinti colori della primavera tingevano i parchi cittadini. Nonostante l’incidente sarebbe comunque riuscita a ottenere l’agognata promozione e il prossimo anno si sarebbe anche lei cimentata nel famigerato Esame di Stato, al quale alcuni studenti ancora si riferivano con l’atavico appellativo di “maturità”.

Al momento il sui desiderio più ardente era però Alessio nonostante nel corso della sua degenza in ospedale si fosse fatto vivo solo sporadicamente con qualche messaggio Whatsapp.

Perché non sei mai venuto a trovarmi? Ti sei già stufato di me? Ne hai un’altra?

Quelle paranoie la stavano tormentando.

Afferrò quindi l’i-Phone, chiamando il suo numero.

Uno squillo.

Due squilli.

Tre.

Non risponde nemmeno.

«Pronto? Tesoro, sei tornata? Come stai?»

Il tono sembrava sincero.

«Eh, sì. Diciamo che sono stata meglio. Tu, piuttosto: una visitina avresti anche potuto farmela, no?»

«Ehm, scusami, hai ragione. L’università non mi lascia nemmeno il tempo di pisciare, in questo periodo. Beh, ecco… il fatto è che temevo di scontrarmi con tua madre: so che non le va giù la nostra piccola tresca.»

«Ah! Dunque, è così che la chiami, tu? Solo una “tresca”?»

«No, vedi, volevo dire che ci stiamo ancora conoscendo, e…»

«Ok, ok» tagliò corto Sara. «Beh, senti, se è per questo qui lei non c’è: sono in stanza sola. L’orario di visita termina tra un’ora: se muovi il sederino ce la fai a venire a darmi un bel bacio. Che ne pensi?»

All’altro capo ci fu qualche istante di silenzio, rotto solo dai respiri di lui.

«Allora?» lo sollecitò.

«Oh, sì, sì, certo! Stavo solo pensando che avrei un appuntamento con dei compagni di corso per un progetto di informatica ma al diavolo tutto!»

Sul viso di Sarà si stampò un sorriso sgargiante.

«Oh, bene, così si fa! Dai, corri che ti aspetto!»

* * *

Il giovane giunse al Policlinico circa mezz’ora più tardi, in lieve apnea.

Alla vista di lui Sara s’illuminò.

«Ale! Che sorpresa! Finalmente il cucciolotto bello si è degnato di venire a trovarmi. Sbaglio, o hai corso?»

«Eh, sì… Ho perso il tram così ho dovuto fare un po’ di jogging.»

In quel momento Sara notò delle tracce di erba e terriccio nei suoi jeans.

«Come mai sei tutto sporco, tesoro?» chiese indicando il vestiario.

«Cosa? Ah, sì, avevo tagliato per il parco e sono inciampato come un idiota.»

«Ma che cucciolone sbadato che sei» scherzò Sara. «Beh, dai, cosa fai lì impalato? Vieni ad abbracciarmi.»

«Ok, non me lo faccio ripetere due volte» rispose Alessio, avvicinandosi a lei. Indi, la cinse in un vigoroso abbraccio, forte delle sue braccia scolpite da lunghe ore passate in palestra.

Tuttavia, il piacere di Sarà svanì in quell’istante: provò quello stesso sussulto avuto in occasione del contatto con la madre e con Giulia. Respinse il forzuto giovane con tutta la forza che aveva il quale, preso di sprovvista, cedette alla spinta rovinando sul pavimento.

«Cazzo, Sara, ma che ti prende?»

La ragazza restò a fissarlo allibita, silente. Quando Alessio fece per rialzarsi si disincantò.

«Fermo! Non ti avvicinare, maiale!»

Il giovane uomo era confuso, vinto dall’effetto sorpresa.

«Oh, ma, seriamente: ti senti bene?» domandò picchiettandosi una tempia con l’indice.

Sara non raccolse quella provocazione. Si limitò a premere il pulsante di chiamata infermieri.

«Non sei inciampato nel parco, animale: hai appena violentato una ragazzina. La settima, per essere precisi: non è così, mostro di Milano? Anche lei l’hai adescata su Badoo?»

Alessio cominciò a ribollire dall’ira: le venature del collo gli affiorarono dalla nuca. Apriva e stringeva i pugni in un tic nervoso.

«Puttana! Sei anche tu una puttana come tutte le altre!» gridò alzandosi in piedi di scatto.

«Non ti avvicinare, delinquente!»

Colto dal suo raptus di follia, ormai non la stava più a sentire: le si gettò addosso serrandole le mani al collo con la forza di una morsa.

«Cosa fai!»

L’infermiera di servizio accorse al bruto, chiamando aiuto. Tentò di strattonarlo via ma una manata del giovane la buttò a terra. Sara era ormai cianotica e solo l’intervento del robusto caposala evitò serie conseguenze.

«Staccati da lei, brutto pezzo di merda» gli alitò addosso, serrandogli il collo con un braccio. «E adesso stai buono, se non vuoi che ti spezzi il collo.»

L’infermiera nel frattempo era accorsa ad allertare il medico di reparto, che giunse in quel momento con una dose di sedativo.

«Midazolam, 1mg: ora lo neutralizziamo fino all’arrivo della Polizia» disse conficcandogli l’ago dell’endovenosa nell’avambraccio. «Marina, occupati tu di Sara finché noi due trasportiamo questo signorino in ambulatorio» ordinò all’infermiera.

La donna fece un cenno col capo.

«Certo, dottore. Speriamo che quella bestia marcisca in galera.»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...