Monica Spigariol – Racconti Sez. C

SIAMO CENERE

Nella leggerezza siamo anche peso, peso per chi sbagliò. Per chi rubò, per chi scappò, per chi sparò.

Siamo il peso del senso di colpa che annichilisce la coscienza e acuisce i sensi.

Siamo fumo che avvolge i rimasti, che sedimenta su loro. Diventa gesso invisibile, non si accontenta, non si ferma sulla pelle, sulla carne: penetra oltre. Inaridisce i pensieri, i sentimenti. Polvere dolente, che irrigidisce la vita. Non la rende immutabile, ma più dura, intransigente.

Siamo cenere che secca le fauci e le parole che le attraversano. Diventano essenza crudele.

Siamo in tanti, siamo spire di vapore, siamo volute miasmatiche di carne putrescente.

Siamo troppi.

Siamo i morti.

Siamo i morti ammazzati, i morti ingiusti, i morti civili. Siamo quelli che non cercavano la guerra, ma ne sono stati riempiti.

Siamo le anime di chi non riesce a staccarsi dalla propria terra.

Volteggiamo tra i vivi: a volte ci fissano, ci sentono, perché stanno scappando verso di noi.

L’odio ci incolla a questa condizione. Rimaniamo prigionieri in questa città da cui volevamo scappare o che sognavamo di salvare. Nessuno di noi, però, la voleva così.

 

Sono Zahira.

Guardo i bambini giocare su un cratere creato da una bomba, in questa città che era magnifica e magnificente e ora è divisa, è macerie, è fulcro innocente di una guerra che ormai mi sembra priva di consistenza. Priva di motivi validi.

Il cratere ora è una piscina. La scena è paradossale: bambini che si tuffano, ridono e si divertono in un’orma di morte.

Li osservo e li amo, amo quello che provano e quello che riescono a farmi rievocare: anche io ridevo così, anche io ero felice.

Non posso restare qui tutto il giorno, devo proseguire: non voglio però. Non mi muovo per qualche minuto, poi mi rassegno.

L’amore è un’oasi illusoria: per me qui non esiste. Non devo farmi incantare da certe debolezze.

Quello che mi fa campare è l’odio. Non la speranza che l’orrore finisca, non il valore partigiano per la patria. Non la rabbia, provo anche quella, ma è l’odio che mi ancora all’esistenza. Una goccia che cola dalla gola verso lo stomaco e quando si deposita è piombo. A volte mi colma talmente da dimenticare la fame.

L’odio, odio che ribolle, calore viscerale che diventa carburante per altri giorni. A volte mi scalda talmente da dimenticare il freddo.

Odio chi ci uccide, odio chi ci ha assediato. Odio soprattutto chi è fuori, chi non interviene.

Odio chi sa, ma non ci salva.

Non siamo soldati, siamo civili.

Non conta neanche questo: non siamo civili, siamo uomini.

Voi là fuori, ve lo ricordate?

Ci meritiamo tutto questo? Ci meritiamo di non poter uscire senza che una pallottola ci si conficchi nella fronte?

Ad Aleppo non si entra e da Aleppo non si esce: i cecchini sono appostati con le armi cariche. Sparano su chiunque tenti di attraversare i corridoi umanitari. Volantini cadono dal cielo quando i colori del giorno scuriscono e la paura del buio si fa più viva. C’è scritto “Andatevene”, ci invitano a uscire, a scappare da quella che chiamano “morte certa”. Ma chi ci crede, chi arriva a mettere piede sulla via Castello è già cadavere. Un cadavere che non verrà nemmeno sepolto, ma solo spostato a calci un po’ più in là, nell’attesa che qualche altro disperato vi cada sopra.

Qualcuno riesce a scappare, ma è una vittoria che premia pochi.

Nulla qui ricorda una fiaba, figurarsi per il lieto fine.

Conosco persone che vivono rinchiuse, vivono sottoterra. Medici soprattutto. Sono così rari ormai, muoiono come mosche. Mosche schiacciate.

Io ero un’educatrice. Ora sono solo una trascinatrice: mi trascino per la città arida in cerca di cibo.

Non sono utile a nessuno, nessuno cerca di salvarmi la vita o di facilitarmela. Sto in fila, di notte, ai forni, aspettando un pezzo di pane. Le donne hanno vita dura, soprattutto le vedove: a volte si trova un’anima gentile che le aiuti, altre volte il solo modo per campare è farsi scopare.

Sono solo un’educatrice di cui ora si può fare assolutamente a meno. Non sono un medico. Non sono un volontario di Aleppo ovest che porta medicine e cibo.

E cosa vuoi farne di un’educatrice ora, qui? Come posso educare quando si conosce solo fame, freddo e sangue? I bambini nascono tra brandelli di persone, brandelli di bombe, brandelli di normalità. Ci restano solo brandelli.

Potrei, dovrei, convincere i giovani a non diventare estremisti. Ci ho provato, all’inizio. Ora non ne ho più la forza.

Anche di me restano solo brandelli.

Mi consola, a volte rido cedendo all’odio, pensare che adesso non valgono più nulla nemmeno gli avvocati. Tutto il loro sapere, tutte le loro leggi imparate a memoria, qui dentro sono solo nozioni vuote. I diritti sono calpestati e nessuna legge può evitarlo, tranne la legge del più forte.

Ho sempre odiato gli avvocati e adesso godo nel pensare che anche loro, come me, sono dei trascinatori tra la polvere. Conducono maldestramente il loro involucro di pelle, ossa e vuoto alla ricerca della sopravvivenza. Quando nulla rimane, solo istinti primordiali.

Chi era ricco vive di stenti e chi era povero…

Anche Aleppo Ovest è bersaglio della guerra: i bombardamenti piovono sulle case e la vita è una conquista, ma Aleppo Est è una martire: i raid aerei governativi e russi si fermano solo per tregue che terrorizzano i civili. Durano il tempo di riprendere forze e munizioni, poi si ricomincia, devastando più di prima.

E noi formiche quaggiù a difenderci con i kalashnicov.

Il mio odio è una conquista: prima era una cellula impura. Aveva in sé paura, rabbia e anche speranza.

Quello che mi faceva campare era l’amore. La mia famiglia, vivevo per loro, per mio marito e mio figlio.

Vivevo per loro.

Ho perso prima il mio uomo. Ma’n non è morto, è riuscito a scappare. Aveva cercato di creare un centro culturale per i ragazzi, aveva lavorato per rivedere i bambini di nuovo sui libri, alla ricerca di un sapere che non si limitasse all’uso delle armi. Una bomba ha spazzato via ogni pagina, ogni sogno. Poteva solo scappare, poteva solo abbandonarci.

Non ho voluto seguirlo, non ho voluto correre il rischio di esporre mio figlio ai cecchini.

Questo è il mio più grande rimorso. Avrei potuto morire con lui, se andava male. Invece lui è morto da solo, vittima di una bomba che ha coinvolto troppi bambini. (I bambini morti sono sempre, in ogni caso, troppi: la scomparsa di uno solo è già un macigno sulla coscienza dell’umanità.)

Da quel momento sono definitivamente diventata una trascinatrice. Trascino la mia esistenza, troppo codarda per togliermela da sola.

Non so perché non riesco ad ammazzarmi.

Non voglio vivere, odio questa Aleppo arida e distrutta. Odio la mia solitudine. Eppure continuo a svegliarmi ogni giorno pensando a sopravvivere.

Sono davanti a una chiesa, o almeno lo era: non sono cristiana, ma mi piaceva lo stesso. Mi sforzo di ricordarmi com’era solo qualche anno fa, ma non riesco a mettere al loro posto tutti i particolari. Cominciano a sfumare e a scomparire.

Mi gratto la guancia. Sotto le unghie mi si incastra la polvere, la cenere che ricopre Aleppo. Ce l’abbiamo tutti attaccata addosso: penso sia colpa sua, credo mi abbia seppellito i sentimenti.

Vado ogni giorno a trovare il cumulo che custodisce i resti di mio figlio. Si trova nel giardino di quella che era la nostra casa, ridotta a due mura che a malapena si sostengono a vicenda. Ogni volta che le guardo penso a come siano il monumento di Aleppo Est e Aleppo Ovest: una si puntella sull’altra, entrambe fatiscenti. Se una cade, anche l’altra è perduta. Ma dalle macerie si può ripartire, ricostruire. Invece finché resistono, tutto resta rovina.

Mio figlio non è l’unico a essere sepolto qui, ci sono più cumuli che terra calpestabile. Non c’è più erba, non ci sono più orti e tra un po’ non sapremo nemmeno dove scavare una fossa per i cadaveri. In realtà, non sappiamo già più dove seppellire i morti.

Anche se i cumuli sono tanti, so qual è il mio bambino. Ho piantato una pianta di cetrioli sulla sua tomba. Fiori non ce ne sono, ma un po’ di verde lui se lo merita. E in questo deserto, poche piante sopravvivono.

Sopravviveranno a tutti noi.

Mi inginocchio davanti a mio figlio, mi sfugge un lamento: forse il mio non è davvero odio, anche se vorrei poterlo credere. Forse non riesco a odiare veramente. Forse è solo che non so più niente.

Mi passo la mano tra i capelli. Mi si stacca una ciocca. La fisso, cercando di trattenere il tremito della mia mano.

Davvero non odio tutto questo?

Akram vive ad Aleppo Ovest. È un uomo, ma di notte la paura gli paralizza i pensieri. Non c’è luce, non si vede nulla. Nonostante tutti gli anni di guerra non riesce ad abituarsi all’oscurità. Dorme poco e si sveglia per ogni rumore. I bombardamenti sono più rari che nella parte est, ma ci sono. La luce non aiuterebbe in ogni caso, ma Akram amerebbe vedere in che modo morirà.

Quando l’alba sbiadisce l’angoscia, si prepara a uscire. Va ad aiutare la resistenza e gli sfollati. Sa già cosa lo attende: un mare di coperte grigie, che si muove al ritmo sincopato del dolore. Ad Aleppo fa freddo. Chi è riuscito a scappare non ha nulla, solo i laceri indumenti che indossa. La coperta all’inizio dona sollievo, ma è così effimero che scompare in breve, per fare spazio al gelo che sbrana le carni.

Manca tutto: elettricità, medicine, acqua. Manca acqua. Sono già fortunati a fare la doccia ogni tanto, ma quanto durerà questo privilegio?

Sospira per buttare fuori la frustrazione.

Ormai scappare è praticamente impossibile e chi ci è riuscito piange i familiari lasciati dall’altra parte.

Akram prosegue, deve incontrarsi con gli altri membri della resistenza. Non ha idea di cosa si discuterà e a dire la verità non gli interessa proprio.

Non ce la fa più.

Rischia il carcere ogni volta che il gruppo si riunisce e se ciò non bastasse, alla fine non si approda a nessuna soluzione.

Akram è stanco, cammina trascinando i piedi, sentendo che non ha energia per fare nulla.

Ha solo 35 anni. Non lo direbbe nessuno. Non lo direbbe nemmeno lui, se non lo sapesse. Non si guarda alla specchio da settimane, perché ha paura. Ha paura dei suoi occhi. Sa che la pelle del viso si è rinsecchita, come tutto il resto del corpo. Ma gli occhi lo terrorizzano. Sente che non si aprono più come prima. Restano sempre un po’ socchiusi, come se ci fosse troppa luce. Sente che pesano come fossero di piombo. Vorrebbe chiuderli e non doverli mai più riaprire.

La società civile spera che lui possa fare qualcosa, lui ingegnere brillante e sempre pronto a risolvere i problemi.

Non è più così da troppo tempo.

Ciò che lo paralizza di notte, intorpidisce la sua capacità di ragionamento di giorno: ha paura. Ha paura di non farcela, di morire tra fuoco, fumo, schegge di bombe, di non avere nessuna medicina per alleviare la sofferenza. Non è solo questo però ad annichilirlo. Ama l’ardore che anima i suoi compagni, i suoi concittadini pronti a tutto per la propria terra. Lui, però, non è così. Non è mai stato così. È un pavido, un pauroso, un codardo. Amava la sua vita tranquilla, senza troppe sorprese. Ora una guerra, che non capisce del tutto, gli ha portato via ogni sicurezza, prima che se ne rendesse davvero conto. Non è un soldato, non è un rivoluzionario. Ama la vita normale e tranquilla. Ha scelto quella vita. Perché qualcuno ha deciso di stravolgerla così? Dove sono i diritti dell’uomo? Aleppo era una città, non un campo militare. Non una caserma. Gli abitanti sono semplici civili.

Ora è la città più distrutta del mondo, solo Hiroshima la batte.

Siamo uomini, pensa, semplici uomini. Uomini come i russi, come gli europei, come gli americani. Ce lo meritiamo? Non viviamo nell’ingiustizia e nell’omertà? Non siamo le vittime del silenzio delle nazioni che potrebbero aiutarci, ma restano immobili davanti alle notizie, davanti alle nostre foto di morti? Odio tutto questo.

Stringe i denti fino a quando sente che potrebbero rompersi.

Parla spesso tra sé. I suoi pensieri si attorcigliano su varianti dello stesso concetto, per poi cedere e abbandonarsi all’oblio. Un piccolo barlume di lucidità e poi l’apatia.

Akram sopravvive, ma soprattutto, odia.

Non è un odio potente, è un odio quasi passivo. Un odio arido, secco e sottile. È nato ascoltando i lamenti, è cresciuto nel logoramento della sua esistenza.

Ogni tanto Akram dentro sé lo chiama anche egoismo.

Si ferma, si guarda i piedi, poi guarda in alto e cerca le nuvole: – Pensavo che l’odio fosse un sentimento dirompente, che ti brucia dentro. Invece può essere anche passivo. Un odio che ti fa provare disprezzo e fastidio per tutto.

Parla anche con il suo dio ogni tanto, ma lo sente così distante da non provare più nessun sollievo a farlo.

China di nuovo la testa, lentamente, strizza gli occhi e poi calcia con stizza un residuo bordeaux di normalità. Lo fa d’istinto, con forza e cattiveria: eccolo l’odio bruciante che crede dovrebbe provare. Purtroppo dura un secondo, un gesto. Scema subito. Si estingue per lasciare vuoto.

Akram riprende il cammino, poi si blocca, ha un dubbio, ci ripensa e va a controllare. Che oggetto ha calciato?

Si inginocchia, la bocca si serra: destino infame! È una impolverata scatola di gioielleria. Una di quelle che contiene un anello.

Si rialza con il cervello di piombo: – Chissà, il proprietario sarà riuscito a inginocchiarsi in tempo, prima delle bombe, prima della distruzione e prima della polvere?

Parla alla scatola e vorrebbe che gli restituisse una risposta positiva, in qualche modo. In qualsiasi assurdo modo. La rigira tra le dita magre, la trattiene finché anche alla polvere sulla superficie si uniscono scaglie della sua pelle, poi la lascia cadere come se non avesse più la forza di sorreggerla.

In lui l’odio è piombo e peso, raramente gli scorre dentro come fuoco ed energia. Una volta, in un attacco di odio potente, aveva deciso di caricare un kalashnicov e di uccidere il primo soldato che gli si fosse parato davanti: il proposito non era durato nemmeno il tempo di procurarsi l’arma. Il massimo sfogo d’odio di cui era stato capace, era stato una rispostaccia a un giornalista straniero.

Tiene tutto dentro: si fa sbranare i sentimenti e i pensieri, ma preferisce così.

Eppure l’odio che rigetta verso sé è sempre minore di quello che scaglia nel mezzo della notte, nel mezzo delle sue paure, verso chi lascia che Aleppo diventi cenere.

Deliri notturni, lamenti nella notte. Litanie lievi e quasi impercettibili, ma sufficienti a disegnare l’odio di Akram, creando arabeschi di parole nere, sullo sfondo di una città nera, sprofondata in un’oscurità imbattibile.

Forse non è vero odio, forse è solo paura di perdere tutto. Che differenza può fare?

Ma è giorno e Akram cerca di conservare il briciolo di normalità che gli resta e va a lavorare, se lavoro può definirlo.

Supera un cumulo di calcinacci e mattoni: case. A ogni passo la polvere si agita e crea una piccola nebbia.

Akram prosegue, con un gesto automatico della mano si pulisce la manica. Senza pensare. Poi si massaggia un occhio, che gli sembra si apra sempre meno.

Le sue suole scricchiolano sui granelli, sui resti della normalità. Vi restano appesi, incastrati: nella leggerezza sono peso. Il peso di Akram, che a ogni passo rallenta e a ogni passo perde un pezzo di sé.

I morti non dimenticano. I morti non se ne vanno. I morti hanno perso tutto. Resta solo odio.

Sono odio.

La cenere di Aleppo non resterà per sempre attaccata alla terra e ai suoi cadaveri, quelli sepolti o quelli che camminano.

Si agiterà nel vento.

Si innalzerà in nubi.

Calerà su mari e fiumi.

Approderà nelle città ricche. Nei luoghi di luce. Negli spazi di verde.

Cercherà la giustizia che le è stata negata.

Ha già iniziato a seccarci le mani.

Ha già iniziato a chiuderci la gola.

Ha già iniziato a velarci la mente.

Ci ricopre già anche il cuore?

La cenere siamo noi.

 

 

 

34 commenti Aggiungi il tuo

  1. Cinzia ha detto:

    Dicono che un buon racconto si riconosca dalle descrizioni…possono essere avvincenti e lasciare il lettore concentrato ad immaginare quella scena oppure possono essere noiose e vengono saltate a piè pari.
    Ecco in questo caso…il lettore non immagina la scena…la VIVE! Non si trova nella scena con il protagonista ma È il protagonista! Sono pochi gli scrittori che ci riescono..Monica è una di questi!! STUPENDO!!

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  2. Andrea Spigariol ha detto:

    Il racconto e nello specifico le descrizioni in esso, trascinano il lettore a calarsi nel turbine di emozioni che il protagonista sta vivendo.
    Il racconto cattura l’attenzione ma sopratutto emoziona il lettore, buon risultato, buon racconto.

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    1. Reginetta ha detto:

      Letto tutto d’un fiato, in un crescendo di rabbia e angoscia . Mi sembra di aver visto un film, per le vivide immagini che il racconto trasmette e lascia impresse nella mente. Al termine della lettura rimango per alcuni istanti con la mente sospesa, con lo stomaco chiuso, per la tragica realtà che questo racconto ti apre davanti agli occhi,in modo così nitido e crudo.

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  3. lisbethpfaff ha detto:

    Questo è uno di quei racconti che lascia il segno e che fa male. Piaciuto tanto, sei brava, Monica!

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    1. Leonilde ha detto:

      Ho letto tutto d’un fiato e angoscia, pena, tristezza, rabbia, odio, tenerezza, affetto sono i sentimenti che si sono alternati durante la lettura. Brava Monica.

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  4. Clara Cerri ha detto:

    Bello e straziante. Brava!

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  5. Daisy ha detto:

    Bello! Brava, Monica!

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  6. Giulia ha detto:

    Ho pochissimo tempo per leggere, purtroppo, nonostante le circostanze.. Per cinque minuti però la mia mente e il mio cuore hanno lasciato il mio paese e, senza neanche accorgermene, mi sono sentita parte del tuo racconto. Emozionante. Grazie!

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  7. Je ha detto:

    Dopo poche righe mi sono ritrovata immersa nel racconto!
    Ben scritto, complimenti !

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  8. Fabio Piovesan ha detto:

    Le immagini che mi restano più impresse sono quelle del cratere-piscina e delle due pareti che si sorreggono a vicenda: già da sole valgono la lettura del testo. Ben reso, complimenti.

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    1. Sere ha detto:

      Intenso.
      Un pugno allo stomaco.
      Complimenti!

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  9. Chiara ha detto:

    Toccante e struggente. Grazie Monica! Bellissimo!

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  10. Andrea Cogorno ha detto:

    Un pugno dritto nella bocca dello stomaco. Un gancio di quelli che tolgono il fiato e anche quando torni a respirare normalmente, rimane il dolore diffusso…
    Un colpo che costringe a pensare, a riflettere.
    Brava, complimenti davvero!

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  11. LucaCiglione ha detto:

    Molto interessante. Brava.

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  12. Diego Inserauto ha detto:

    Gran bel pezzo. La guerra è sempre priva di motivi validi, perché non esistono motivi equiparabili in valore alla vita umana

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  13. Matteo Cesco Frare ha detto:

    Sicuramente riesce a scuotere, un incalzare graffiante e crudo che riesce nell’intento di aiutare il lettore ad andare oltre le notizie flash del TG, dove vicende simili sono liquidate in poche parole, spesso superficiali e sempre con lo stesso timbro vocale, quasi a volerle trasformare in routine, quasi a volerci dire “è normale, capita, abituatevi”.
    A tratti mi ha richiamato sensazioni che avevo provato leggendo “Il libro del buio” (Tahar Ben Jelloun) in un momento molto difficile della mia vita, una potenza simile non può che derivare da un buon racconto. Grazie Monica

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  14. Chiara ha detto:

    Ci ritroviamo tutti come la protagonista a vivere le sue immagini e la sua realtà. Anch’io mi sento un brandello….
    Brava Monica

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  15. Maria Chiara Bagli ha detto:

    Incredibile come alla fine della lettura mi sia rimasta addosso quella sensazione di cenere e brandelli ovunque, ma soprattutto il senso di chiusura alla gola. Grazie del racconto!

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  16. Erika ha detto:

    Mi piace molto, bravissima Monica

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  17. Jessica ha detto:

    Scrittura tagliente e intensa che va dritta nel profondo delle emozioni, quelle che attorcigliano lo stomaco ma che poi lasciano spazio alla riflessione.
    Brava Monica!

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  18. Davide (simarillon) ha detto:

    Brava, sembra quasi di esserci ad Aleppo e si prova un po’ anche a pensare, ma io chi sarei ad Aleppo e cosa farei?

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  19. Enrico ha detto:

    Un racconto toccante che ben rappresenta il male, l’ingiustizia e l’assurdità della guerra. I sentimenti di odio, angoscia, paura e rimpianto sono trasmessi in modo crudo e tristemente reale, anche in tutte le loro contraddizioni. Oltre la superficialità a cui siamo abituati.
    Ottimo lavoro.

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  20. Simone Mancuso ha detto:

    “war, war never changes…”

    Citazione videoludico ma calzante. Il racconto colpisce dritto dove deve… Complimenti.

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  21. Luco ha detto:

    Appena letto il racconto, sento la polvere delle macerie nel naso e il fiato corto del fuggitivo.
    Brava Monica a suscitare emozioni così forti. Adesso mi sento un po’ di cenere addosso…

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  22. Claudia ha detto:

    La situazione polverosa della protagonista che del mondo circostante è ben definita. Complimenti!

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  23. Enrica ha detto:

    Molto bello, un potente stimolo alla riflessione.
    Brava Monica!

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  24. Ele ha detto:

    Struggente e intenso. Ogni parola ha un peso specifico e diventa sempre più impetuosa, lasciando senza fiato.

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  25. Maddalena ha detto:

    Le descrizione sono così vivide che ci si sente proprio dentro il racconto, sembra di vivere in prima persona la realtà così dura. Un racconto che fa sentire vicina una realtà altrimenti distante, staccata da noi.

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  26. Giulia ha detto:

    Un racconto diretto che si sofferma su punti fondamentali e schietti, niente fronzoli inutili. Parole selezionate con cura. Lo rende più vivo. Gran bel racconto Monica.

    "Mi piace"

  27. Giulia ha detto:

    Un racconto diretto che si sofferma su punti fondamentali e schietti, niente fronzoli inutili. Parole selezionate con cura. Lo rende più vivo. Gran bel racconto Monica.

    "Mi piace"

  28. Luisa ha detto:

    Donne, uomini, bambini. Tutti tragici strumenti nelle mani di altri uomini. uomini potenti che di umano non hanno più nulla. Il racconto di Monica ha reso con estrema crudezza l’orrore della guerra. Quante Aleppo si sono succedute nel corso dei secoli e quante ancora ce ne saranno? La storia non insegna…ma grazie a scrittrici come Monica ne rimarrà comunque memoria.

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  29. Enrico ha detto:

    Racconto duro, straziante, concreto, vivido.
    Lascia senza fiato, e con una domanda che non può essere ignorata. Eccezionale, brava Monica

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  30. Sara Andreazza ha detto:

    Brava Monica, leggendo una parola dopo l’altra riesci a creare nella mente del lettore un’immagine di un momento che entra dentro a chi legge e lascia un’impronta ricca di sensazioni e sentimento

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  31. Elena DB ha detto:

    Monica racconto intenso e dimanico!
    Sto ancora pensando e immaginando le formiche…
    Molto brava!

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